Stegal67 Blog

Wednesday, February 06, 2013

Se non fosse per quella maledetta passionaccia (5 di 8)...


“Io sono un orientista, ed essendo un orientista…” … no, non sono “sempre costantemente inc…zzato come una bestia!” come chioserebbe Gioele Dix. Insomma, ogni tanto lo sono. Ma oggi non voglio scrivere delle mie inc…zzature. Oggi scrivo sull’onda emotiva di una delle domande senza risposta che ogni tanto, essendo io un orientista, mi pongo: “Diventerà mai, l’orienteering, uno sport-di-moda?”. E se mai lo diventasse, che cosa ne penserebbero gli orientisti della prima ondata? Intendo quelli che per anni ed anni sono andati alle gare con tute stile anni ’60, tra località di partenza improbabili ed arrivi sperduti nel nulla, con mappe “ai confini della realtà” e cerchietti disegnati in fretta e furia il sabato notte da qualche volontario dell’organizzazione.


Forse un giorno le nuove generazioni consulteranno il calendario degli orientisti e delle orientiste più sexy del reame? Indosseranno completi sgargianti sempre alla moda, con soluzioni tessili in grado di oltrepassare un verde 3 senza lasciare un graffio e senza provocare perdite di tempo? Compariranno da protagonisti nelle pubblicità televisive più in voga? Arriveranno persino, nel lunedì post-campionato di calcio, a godere dello spazio alle pagine 2, 3 e 5 della Gazzetta dello Sport?

Non credo che il nostro futuro sarà mai questo. Ma c’è uno sport, e che sport!, che tutto questo è riuscito a conquistarlo. Passo dopo passo, goccia di sudore dopo goccia di sudore, delusione dopo delusione. E’ uno sport di cui vado fiero del mio esserne seguace della prima ora (per quel che posso ricordare, ne sono tifoso dal 1973) e che ha visto tanti improbabili eroi passarsi giorno per giorno il testimone della passione spesa senza ritorni economici, della fatica consumata senza visibilità. Uno sport fatto di campi di periferia, nebbiosi, spesso fangosi, che il calcio avrebbe considerato oltre il limite della praticabilità.

Ora che i suoi protagonisti sono diventate quasi come delle icone e vanno (meritatamente) in televisione, sulle prime pagine dei giornali, possono godere di una certa solidità contrattuale… mi chiedo cosa ne pensano gli antieroi degli anni ’80 e ’90, che non andavano mai (o quasi mai) in televisione, che finivano regolarmente nei trafiletti riempitivi dei giornali sportivi e che hanno dovuto, quasi senza eccezione, costruirsi un lavoro fuori dal terreno di gioco per mantenere una famiglia.

Lo sport, ovviamente, è il rugby. La partita di cui voglio scrivere è, altrettanto ovviamente, Francia-Italia. Attenzione: non Italia-Francia, non quella di qualche giorno fa. E nemmeno quella del 2011. Parlo di Francia-Italia. Grenoble, 22 marzo 1997. Il giorno in cui 15 italiani hanno fatto la storia. Sembrano passati mille anni da allora, ne sono passati solo quasi 15. Questa è una storia dedicata a Giambattista Croci.

Chi è Giambattista Croci? Nessuno… QUASI nessuno. Lo ricordo come una sorta di gigante buono. Alto due metri, pelato, con due baffoni neri alla Cecco Beppe, una fascetta bianca inguardabile a proteggere le tempie nei duri contatti di mischia. Uno che non sarebbe mai finito in prima pagina su un rotocalco e forse non sarebbe mai comparso in una pubblicità televisiva (salvo, forse, quella della brillantina Linetti). Oggi, a distanza di 15 anni, mi immagino che la sua fisionomia non sarà molto diversa, al suo posto di lavoro in banca. Giambattista Croci non era nessuno… QUASI nessuno. Divenne un mito in una giornata soleggiata, il primo giorno della primavera del 1997.

È il 22 marzo 1997, quindi. Il 22 marzo, nella storia della città di Milano, ha un significato molto importante. Da 15 anni ha un significato anche per il rugby italiano. A Grenoble si gioca Francia-Italia, ultima giornata del Campionato Europeo. Dire “si gioca” è un eufemismo… i francesi non hanno mai perso un solo incontro con l’Italia, salvo un pareggio (6-6, se ricordo bene) disputato su un campo ingiocabile ridotto per lo più ad un mare di fango. Dopo decine di partite senza storia e lezioni umilianti, la Francia non attribuisce ale partite con l’Italia nemmeno il tradizionale “cap”, l’attributo valido per il calcolo delle “presenze in nazionale” che ogni giocatore può vantare; schiera di solito una nazionale Francia “A”, o Francia “Espoirs”… insomma, la possibilità di calcare il prato del Parc du Prince celebrato dalle telecronache di Paolo Rosi non è nemmeno presa in considerazione. Per questo si gioca a Grenoble: perché è territorio d’oltralpe, ma è abbastanza vicino all’Italia per garantire una trasferta un po’ più agevole ai mangia-spaghetti che seguono anno dopo anno le batoste prese dai francesi… questi mangia-spaghetti… forse, vista la provenienza di molti di loro, si potrebbe parlare di mangia-polenta!

E poi la Francia ha appena vinto il Cinque Nazioni, mettendo a segno anche il Grande Slam; ricordo una squadra con Merle, Sadourny e Saint-André e tutti i più forti. Non sanno, i maestri, che il 22 marzo 1997 qualcosa sta per cambiare. Bastano 5 minuti per cominciare a sognare: un contrattacco francese dalla zona al limite dei 22 metri, il solito gioco alla mano del rugby-champagne dei bleus che mai si sognerebbero di usare i calci ad allontanare contro gli italiani… ma questa volta la palla schizza via dalla mischia e finisce nelle mani di Troncon, e da lì in un attimo in quelle di Ivan Francescato; davanti a lui si dipana la linea di difesa francese, ma Ivan improvvisamente infila la quinta, il turbo, l’over-drive! Il mare verde della metà campo francese si apre davanti a lui è improvvisamente è meta. Meta! Sono passati solo cinque minuti e l’Italia è in vantaggio… http://www.youtube.com/watch?v=6utcdYBl76g

(Ivan Francescato avrebbe la mia età, è anche lui un ’67. Dico “avrebbe” perché, come tutti dovrebbero sapere, è mancato a 32 anni di età per un arresto cardiaco. Marco Paolini, nel suo “Album d’Aprile” ambientato nel 1974 e 1975, racconta una storia bellissima e triste di rugby e di politica; quando introduce il personaggio di un ragazzino a soprannome “Schivanella”, irriverente e sgusciante, e rivela poco dopo che si tratta di Ivan Francescato… ecco, quel momento in cui stavo vedendo anche io in televisione “Album d’Aprile” è per me come un colpo nello stomaco)

Occhei. Questi però sono i francesi. Sono i maestri, sono imbattibili. Adesso si arrabbiano, adesso ci fanno a pezzi. Ma quella è un’Italia diversa. Reagisce colpo su colpo. Va sotto, poi ritorna in vantaggio. Poi va sotto ancora, segna un’altra meta, va di nuovo in svantaggio. La partita è combattuta ma, si sa, prima o poi l’onda francese deve arrivare.

Sono più o meno le 16.10 quando, a metà del secondo tempo, con la Francia in vantaggio, un attacco francese si sviluppa con un bellissimo calcio che rimbalza dietro l’ultima linea di difesa italiana. E’ Marco Vaccari che deve precipitarsi all’indietro per salvare la linea di metà azzurra dall’assalto dei francesi; Marco Vaccari, il ragazzo che se fosse nato in un altro emisfero ed a 12 fusi orari di distanza sarebbe stato sicuramente un All Blacks, è più abile con i piedi che con le mani… è più bravo a correre che a gestire la palla.

(curiosamente mi sovviene che anche la più bella meta, per me e non solo per me, della storia del rugby http://www.youtube.com/watch?v=DVzhZQoQYrY comincia con un gran calcio della palla fin quasi ai limiti della linea di meta e con una spasmodica rincorsa all’indietro – quella di Phil Bennett -…)

Vaccari raggiunge la palla appena in tempo per salvare una meta ma rischia subito di perderla, l’ovale gli cade di mano, i francesi gli arrivano addosso… Marco fa appena in tempo a vederli con la coda dell’occhio e, con una veronica di 360° gradi su se stesso verso la linea laterale, salva la meta e forse anche la pelle. E parte dritto. Guadagna 15 metri prima di passare la palla verso il centro del campo. In qualche modo l’ovale esce dall’area dei 22 metri. Seconda ondata! Raggruppamento e poi ancora Marco Vaccari, come un coltello nel burro… Bordon… Pertile… la palla è ancora italiana ma la linea di metà campo sembra sempre così lontana. Un’altra Italia avrebbe già calciato lontano da tempo, e invece Troncon cambia di nuovo fronte d’attacco. Terza ondata! La palla arriva ancora a Vaccari, indemoniato ed indomabile, e la sua accelerazione semina uno, due, poi tre francesi. Supera la linea di metà campo, the half-way line (cit. by Cliff Morgan), supera la linea dei 10 metri. Adesso sono i francesi che devono correre indietro a difendersi! Quando Vaccari viene placcato, la linea di difesa dei bleus è completamente scompaginata; la palla torna a Troncon che sembra poter puntare alla linea di meta… ma è circondato da 4 difensori e mancano ancora 20 metri per arrivare alla linea di meta.

E’ questo il momento nel quale il sogno sembra terminare, quello nel quale occorre tirare una riga che fa tornare la favola una deludente realtà. Troncon gira la testa da una parte.. non c’è nessuno a sostegno, poi dall’altra. Ed è in quel momento che si materializza a qualche metro da lui una sagoma inattesa. Quella di Giambattista Croci, l’ultimo compagno che era riuscito a seguire quell’azione interminabile, sicuramente l’ultimo che Troncon potesse aspettarsi di trovare a sostegno dopo che l’Italia aveva già percorso 70 metri correndo con la palla in mano. Non c’erano motivi razionali perché Croci si trovasse proprio lì in quel momento... ma per qualche strano motivo che mette insieme coloro che sono un po’ folli ed un po’ eroi è proprio Croci ad agguantare l’ultimo pallone. Inseguito vanamente dal centro francese sarà lui a schiacciare in meta il pallone della definitiva fuga azzurra verso la vittoria http://www.youtube.com/watch?v=ZxiTMV_OVxk

Da quel giorno, il rugby italiano non sarà più lo stesso. Molti di coloro che sono tifosi di rugby oggi, mi riferisco a quelli un po’ avventizi-dell’ultima-ora che vanno allo stadio Flaminio perché fa figo e un po’ anglosassone quel “terzo tempo” a base di birra, non sanno che fino a Grenoble 1997 non c’era posto per l’Italia nella cerchia delle nazioni “che parlano la lingua della palla ovale”. Da un lato li invidio un po’ perché adesso possono godersi i frutti delle fatiche di tutti i ragazzi che, nel susseguirsi degli anni, hanno portato sulle loro spalle il peso di una tradizione quasi invisibile e sicuramente non così celebrata come accade oggi in occasione di una vittoria come quella di domenica scorsa contro la solita Francia.

Dall’altro lato sono felice di essermi goduto, anche se talvolta in totale solitudine, una storia come quella azzurra, come quella del 5 e poi del 6 nazioni, quella delle Coppe del Mondo.

Mi piace ricordare il commento di Croci alla domanda su cosa avesse provato mentre stava correndo verso la linea di meta “Avevo paura che la palla mi cadesse di mano…”. Ma mi piace ancora di più, perché lo ricordo nitidamente ancora oggi, ricordare quello che fu il mio primo pensiero, nel vederlo rientrare tranquillamente verso metà campo dopo aver segnato la meta che ha cambiato la storia del rugby italiano; è una frase di William Peterson Bjoerneman, campione olimpico svedese di salto in lungo: “Era stanco da morire, ma sorrideva”.

8 Comments:

At 8:57 PM, Anonymous Larry said...

Ti sei fatto aspettare, ma ne è valsa come sempre la pena

 
At 12:18 AM, Anonymous Otti said...

il fango ha scassato parecchie lavatrici a mia madre, negli anni. Ma non ho mai semsso di ringraziare mio fratello per i penoti (Larry traduca) e la passione che non avrei potuto conoscere se a sette anni avesse scelto la palla sferica.

Oggi le partite di serie c da bordo campo del marito e degli amici somigliano ogni volta ad una italia-francia sofferta. Però lo ammetto, su tutto vince il terzo tempo con sti manzi da mascella slogata. :D

 
At 1:03 AM, Blogger zonori said...

Beh, alla fine ti ho convinto. Bene Ste, bene!
Bene perché Grenoble è la madre di tutte le vittorie con i bleu, bene perché chi arriva allo sport, alla pace sociale, al benessere, beneficiando della storia, la storia deve conoscere. Ho un filmato parziale di quella partita, e un’intervista con Diego Dominguez che meglio di tutte riesce a descrivere, in deliziosa cadenza castigliana, cosa fu per l’Italia del rugby quel giorno. Sembra ancora di vederli gli Italiani di Grenoble mentre affettano salame e mortadella al passaggio del “corteo degli eroi” per le strade del capoluogo francese.
E un’invasione di campo così non si è più vista. Bene, perché quella meta di Croci innestata da Vaccari (Paolo, “Paolino” - tranquillo Ste, a Calvisano magari non ti leggono) la puoi rivedere cento volte che avrebbe sempre lo stesso effetto. Così come quella che hai citato dei Barbarians contro gli All Blacks, targata Galles (mitici Edwards, Bennet e Williams). Bene perché, ironia della sorte, la storia deve rendere giustizia ai cugini d’oltr’alpe che hanno aiutato la nostra ascesa. Villepreux, Coste, Berbizier, Brunel.
Bene, perché fa bene ricordare anche chi se n’è andato troppo presto. A questo proposito mi piacerebbe che al “Monigo” ricomparisse quello striscione in gradinata nord est che diceva “Ivan, sempre con noi”

 
At 1:38 AM, Anonymous Anonymous said...

Fantastico racconto. Oltre al contenuto dalle sfumature leggendarie, ho apprezzato in maniera speciale la tua tecnica narrtiva che raddoppia il fascino della storia,emozionando . Molto bravo.

 
At 1:28 AM, Anonymous Larry said...

Ora attendiamo un'altra era geologica prima della prossima puntata.

La mi aspettativa di vita non è così lunga, non si potrebbero accorciare un po' i tempi?

 
At 6:49 AM, Blogger Lessinia Orienteering Bosco Chiesanuova said...

Deve/dobbiamo prima riprenderci dalla scoppola di Murrayfield ...

 
At 7:48 AM, Blogger Stefano said...

Ci sono ancora tre appuntamenti, ma tutto si dovrà concludere entro una precisa data di agosto.

Vedo con piacere che a nessuno mancano le cronache delle mie peregrinazioni boschive... allora è proprio vero che sono diventato un ex-orientista :-(

 
At 7:52 AM, Blogger Sissio said...

In realtà godiamo di quello che scrivi e se dobbiamo "accontentarci" di argomenti extra orientistici, lo facciamo senza lamentarci troppo.
Si sa mai che decida di non scrivere proprio.
Quelli si che sarebbe una grave perdita!

 

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