Stegal67 Blog

Friday, December 29, 2017

Vecchia fine nuovo inizio


Martedì 26 dicembre, come da tradizione, Marco ed io siamo andato a correre la 20esima edizione della StraMoncucco, gara podistica sulla distanza di 12,5 km che si tiene a Moncucco di Vernate nella prima occasione utile tra Natale e Capodanno (una domenica, o il giorno di Santo Stefano). Terreno piatto che più piatto non si può, con i due cavalcavia sopra l’autostrada a fare da Gran Premio della Montagna: il primo mitigato dal fatto che in cima c’è il ristoro, il secondo un autentico Golgota che sbuca all'improvviso dal nebbione al nono chilometro.
 

La foto ci ritrae insieme in zona arrivo. Però, onde evitare che poi 200 persone scrivono a Dario P. dicendo “Hai visto che lo speaker è arrivato secondo alla 50 lanterne dietro a Curzio ha finito la Stramoncucco con lo stesso tempo di Marco?”, onde evitare che poi Dario P. va a cercare le classifiche e onde evitare conclusioni scellerate da parte di quest’ultimo e post memorabili su dopolavori.blogspot.com, dirò subito che io Marco l’ho appena visto al terzo chilometro (partiva dietro di me di non so quanto), l’ho visto sparire nella bruma dell’alba della pianura padana e l’ho visto ricomparire all’undicesimo chilometro… mica perché sono andato a riprenderlo in un impeto di orgoglio atletico, ma perché lui ha finito la gara, ha girato i tacchi e mi è venuto incontro per tirarmi nell’ultimo miglio. Altrimenti, tra un fastidioso accenno di pubalgia e la noia mortale che mi ha preso per non aver trovato un anima che mi facesse il ritmo, ero ancora lì che caracollavo nei viottoli tra Moncucco, Trovo, Torrino e Battuda.
Vecchia fine e nuovo inizio: non ho mai deciso se la StraMoncucco rappresenta la fine delle fatiche di un anno sportivo o l’inizio di quelle dell’anno successivo. Ma poco importa perché non fa nessuna differenza: come ha detto un ex collega di lavoro che ho trovato al ristoro del sesto chilometro “l’importante è avere ancora voglia di esserci”.
*** ***
Quest’anno mi sono trovato sui campi di gara per 46 volte. Togliendo le occasioni nelle quali ho vestito i panni del tracciatore e\o posatore e\o organizzatore e non del concorrente (quindi le tre Milano nei Parchi, una tappa al Trofeo Lombardia e due tappe al BeGreen) fa 40. E 28 di queste 40 sono stato anche speaker. Sarà questo il motivo (uno dei motivi) per il quale l’anno 2017 mi è sembrato lunghissimo e faticosissimo come se avessi fatto 80 gare?
Non sono andato forte molte volte, anzi… Dal punto di vista agonistico il risultato migliore è arrivato alla “50 lanterne” nella finale di Coppa Italia al quartiere Navile di Bologna, che però ha avuto un percorso Elite maschile davvero tanto lineare e che non poteva fare molta differenza tra il primo e l’ultimo. Sono rimasto piacevolmente sorpreso del mio risultato alla “50 lanterne” Coppa Italia disputata nel nebbione a Ceci dove con una gara pulita e con un solo minuto di errore ho raccolto gli scalpi di qualcuno che è andato assai più veloce di me ma si è evidentemente perso in qualche vallone. Ovviamente sono assai più che soddisfatto del Campionato Italiano individuale alla Foresta del Cansiglio: non potendo puntare a finire sotto le tre ore di gara, ho gareggiato in modalità “survivor” andando a cercare tutte le tracce del bosco a costo di fare ogni volta il “giro del fullo”, laddove spesso con la parola “traccia” si intende una linea continua e pulita tra gli alberi che non corrisponde necessariamente ad un sentiero nemmeno appena accennato sul terreno.
E ancora, perché la parte alta della carta di Sabbionare è davvero fantastica, il Campionato Italiano a media distanza. Infine il mio ritorno alla O-Marathon nella categoria over-35, gareggiando per 5 ore fianco a fianco con Attilio: non avrei proprio sperato di riuscire a finire di nuovo la Maratona degli Altipiani. Ho già detto della “50 lanterne” 3 giorni del Primiero? Eh… ok… sono stato nel bosco ogni volta per quasi tre ore (Passo Rolle e San Martino di Castrozza) o un’ora e mezza (Val Venegia), ma sono state delle ore e delle energie veramente ben spese! Ed i posti, ragazzi… che posti da favola! Il cielo del Primiero senza una nuvola vale da solo il prezzo del biglietto.
Sul lato di Wile E. Coyote, il 2017 va in archivio con le prestazioni atleticamente incolori al MOC, nonostante Agropoli, Paestum e la Reggia di Caserta siano stati scenari davvero fantastici per una gara di orienteering e sono stato orgoglioso di essere io lo speaker; va in archivio con la fatica ed anche con qualche cancello aperto\chiuso dei tracciati di Gradisca ed Urbino alla 3 giorni delle Marche, ma vale quanto detto prima: come scenari per una gara di orienteering in centro storico l’Italia non ha eguali al mondo e non venitemi a parlare di Egitto e Piramidi, di grande muraglia cinese o di grattacieli della Canary Wharf. Così come non hanno eguali al mondo le salite che ha piazzato Mario “me la pagherai” Ruggiero nel finale della gara di Coppa Italia di San Primo…
A questo punto facciamo tutti finta che l’ultima foto non mi ritragga praticamente svenuto all’arrivo della gara di San Primo (ho anche la foto di Dario P., la posizione è la stessa…): diciamo solo che stavo dormendo. Ora è tempo di dormire e ricaricare un po’ le batterie. Me ne vado per un po’ in letargo come l’orso Yoghi, ma c’è voglia di continuare: “l’importante è avere ancora voglia di esserci”. Tanto l’anno prossimo, con tutta la pubblicità che ho fatto alla “50 lanterne” (ci sarà persino Dario P.!!!) arriveranno iscritti da tutto il mondo: per andare a racimolare un secondo posto, dovrò veramente chiedere l’introduzione della categoria “impiegati panzottelli e cinquantenni che si iscrivono ancora in M21”. D’altra parte, finché non sarò presidente della IOF, dovrò barcamenarmi con le categorie che ci sono adesso e resterò in balìa dei Pedrotti qualsiasi. Ci ritroveremo nei boschi tra qualche settimana: io sarò quello vestito da puffo.
E quando intendo “da puffo”, parlo anche delle scarpe: sono arrivate le scarpette nuove in tinta con tutto il resto! Chi ha detto che “orienteering is not a fashion event”? Ah si… l’avevo detto io tanti anni fa. Tendo a ripetermi. Forse sto davvero diventando vecchio.
See you soon!

Saturday, December 23, 2017

Going the distance


Sarebbe stato il momento epico dell'anno. Quello in cui ce la stavo facendo contro ogni più fosca previsione. Sarebbe stato ancora più perfetto se io avessi trovato ad accogliermi uno speaker che inneggia al mio nome, magari con il sottofondo di una colonna sonora trasmessa da un Ipod un po' scassato: "Going the distance" di Bill Conti, sarebbe stata perfetta in quel momento. Come perfetta lo era stata nell'accompagnarmi per tutte le tre ore nelle tre ore precedenti. Che poi va bene tutto, ma dopo tre ore che te la ripeti nelle orecchie perfino "Going the distance" scassa un po' la minchia...

Mi sarebbe piaciuto tagliare il traguardo a braccia alzate, con quel tipo di smorfia masochistica sul viso che sta a dire che hai dato tutto quello che avevi da spendere, che sei andato ben oltre i limiti fisici e che ne sei orgoglioso. Sarebbe stato perfetto, se non fosse che a 200 metri dal traguardo mi sono praticamente fermato, indeciso se continuare fino al traguardo o mollare tutto. E quando scrivo "tutto", intendo proprio "tutto". Sono rimasto un paio di minuti abbondanti fermo al freddo, al buio del pomeriggio inoltrato, poco prima del trentunesimo punto di controllo. Fino a poco prima di fermarmi, nonostante la fatica ed il tempo passato nella foresta, i piedi stavano ancora rispondendo come raramente li avevo sentiti in tanti anni di orienteering. Poi quel pensiero mi è passato in testa, e mi sono fermato: potevo finire la gara, potevo aver avuto successo o essere arrivato a fondo classifica, potevo essere stato coraggioso o pavido nell'affrontare il percorso, ma in ogni caso non avrei potuto raccontarlo a mio padre.

Nelle settimane passate dal 19 maggio mi sono posto qualche volta la domanda se avesse senso continuare a fare orienteering, se fare finta di essere ancora un ragazzino o un atleta dal momento che né ragazzino né atleta lo sono più da parecchio tempo. Quest'anno ho compiuto 25 anni di orienteering, e mi chiedo quanta strada avranno fatto le mie scarpe da quel primo giorno a Ronzone. Tanta, sicuramente tanta. Non sempre lieta, non sempre in discesa. Più spesso in salita, commettendo errori dal marchiano al surreale fino al "ma ti sei bevuto il cervello o cosa???". Sono stato superato da ragazzini alle prime armi che magari adesso calcano i palcoscenici internazionali, sono stato superato da anziani master... che continuano a sorpassarmi a 25 anni di distanza! Ho chiesto indicazioni ad esordienti spaesati... e vabbé dai: ho dato indicazioni a 3 campioni del mondo!

C'è stata però sempre una costante: per tutti questi 25 anni, c'è sempre stato mio padre a chiedermi come era andata la gara. Mi ricordo benissimo il giorno in cui, ridendo, disse che era sorpreso che suo figlio avesse sviluppato una strana insensibilità a spine e ortiche, dal momento che da bambino non facevo altro che tornare a casa in lacrime dopo essere caduto in un roveto o essere scivolato sulle ortiche al bordo dei sentieri sterrati. Da quando quella costante della mia vita è venuta a mancare, mi ero chiesto più volte se valeva la pena continuare. Mi ero dato una prima risposta nel primo pezzo sul blog scritto dopo la scomparsa di papà, ma quel dubbio era rimasto. Fino a ritornare forte nella testa in un tardo pomeriggio di un giorno di settembre, in prossimità del trentunesimo punto di una gara fin lì perfetta. Durante quel paio di minuti in cui sono rimasto fermo, accucciato a terra, ho ripercorso in un lampo 25 anni di gare (25 anni sono la metà della mia vita) e di nuovo mi sono rivolto a mio padre per sapere cosa dovevo fare. Non ci sono stati lampi nel cielo, squarci tra le nubi, raggi di sole venuti a lambire i miei piedi. Papà ed io non abbiamo bisogno di questi mezzucci per comunicare: dal 19 maggio siamo tutti e due nella stessa testa, la mia, dove sono passate immagini di amici che ho conosciuto e che sono rimasti attratti dalla forza di gravità dei boschi e delle lanterne, di persone che hanno incrociato i miei passi una o due volte e poi come comete si sono allontanate verso l'infinito, di racconti scritti sul blog quando questo era la "new frontier" della comunicazione e di altri racconti scrtti adesso che il blog è un reperto dell'era dei dinosauri, immagini di microfoni e di parole, immagini di fatica "questa è l'ultima volta giuro!" e di lanterne che solo per vergogna non ho abbattuto a calci dopo una ricerca fatta in stile "livello vice-aiuto-esordiente".

Pensavo a tutto questo ed improvvisamente ho sentito una specie di spinta arrivare all'altezza dei piedi, come se qualcuno mi avesse tolto da sotto la zolla di terreno, ed ho sentito un desiderio irrefrenabile di correre verso il traguardo. Dove non c'era lo speaker, non c'era la colonna sonora di Rocky, non c'era la folla di orientisti, non c'era nemmeno la linea del traguardo con il gonfiabile. Potrei quasi dire che non c'era veramente nessuno, se non fosse che sono sicuro che sulla linea del traguardo mi aspettava mio padre. Grazie papà!

(Foresta del Cansiglio - venerdì 8 settembre 2017)


Un posto perfetto. Una gara perfetta. Un giorno perfetto. Un finale perfetto. Ma avrebbe potuto essere un posto da incubo, una gara terribile, nel giorno sbagliato, con un finale diverso. D'altra parte il Cansiglio non perdona. Non perdona chi ci accede con le migliori intenzioni e forte di una preparazione fisica e tecnica condizionata ad arrivare al meglio a quella particolare gara; figuriamoci se può perdonare lo speaker che arriva al Cansiglio il giorno prima per cimentarsi sul percorso Elite dei Campionati Italiani Long Distance, che si disputano una tantum in un’autentica foresta "come mamma l'ha fatta". Ricordo benissimo la telefonata di Valter Giovanelli di due anni prima: stiamo pensando di organizzare i campionati italiani sul versante del Cansiglio che butta verso il Lago di Santa Croce, è un posto bellissimo, verresti a fare lo speaker? Come si fa a dire di no? In due anni ho sentito tante volte la voce di Valter che mi aggiornava sullo stato dei rilievi della mappa, sulle idee del tracciatore: una voce sempre rotta dalla commozione per un posto che avrebbe potuto rappresentare nella sua immaginazione "il posto definitivo" per una gara di orienteering. E in due anni tante volte gli ho sentito dire "sono andato nella zona della foresta per fare un controllo, e mi sono perso!". Non è proprio un commento da lasciare tranquillo il sottoscritto...

La mattina di venerdì 8 settembre la GOK-car lascia Milano in direzione Cansiglio. A bordo uno speaker che non ha la più pallida idea di che cosa gli sta venendo addosso. Una sola certezza: i ragazzi dell'Orienteering Dolomiti si sono fatti il mazzo per mettere giù un giorno prima il percorso Elite (con lanterne e tutto) per darmi la possibilità di fare la gara nelle stesse condizioni degli altri. Il viaggio è lungo. Si fa presto a farsi assalire dai pensieri: la lunghezza, il dislivello, la difficoltà del percorso, la foresta dove sarà dentro da solo... Al cambio driver all'autogrill di Piave Ovest mangio qualcosa... ma con il senno di poi sono convinto che la signora Marta dell'autogrill mi abbia messo il Prozac nella coca-cola, perché da quel momento in poi mi sembra di non avere più un solo cattivo pensiero: la giornata è perfetta, non fa né caldo né freddo, Valter mi aspetta per portarmi in partenza ed io non mi sento nemmeno stanco dalle ore passate in macchina.

Rapido cambio di scena. Sono ancora in auto, ma questa volta il guidatore è Valter che mi sta portando verso l'arena di gara e poi da lì in partenza. Sono vestito a strati, con la termica a maniche lunghe perché la gara sarà lunga e terminerà a pomeriggio inoltrato, e ho con me tutto il carbogel che posso stivare in tasca. Mentre andiamo, Valter mi indica una zona di bosco sulla destra della strada dicendo: "vedi quel vallone? da lì ci passa la staffetta di domenica... ma quella parte di bosco non è altrettanto bella di quella che farai oggi". Io guardo giù, vedo un bel vallone pulito con il terreno compatto, penso a certi terreni dalle mie parti si intende "rovi-fango-spine-brutte parole alla mamma del tracciatore" e penso che in fondo tutto è relativo...

Zona di partenza. Ultime raccomandazioni di Valter. Consegna della cartina e via. Da quel momento sono da solo. Tutto quello che deciderò di fare saranno solo caxxi miei dettati dal mio desiderio di provare il percorso di quelli forti. Dovrei smetterla, lo so. Sono tre ore di gara come tempo massimo, e ben difficilmente ce la potrò fare: prima ora di riscaldamento, seconda ora ad andare avanti a colpi di carbogel, terza ora non lo so... forse "Going the distance" mi verrà in aiuto. Magari l'anno prossimo faccio una scelta diversa, mi dico... intanto vediamo come inizia questa gara.

Inizia che sul sentiero in leggera salita che mi porta verso la prima zona di lanterne sento le gambe che rispondono bene. Non sono ancora arrivato al primo vallone che a sinistra sento una specie di crepitìo: mi giro di scatto e vedo dei cervi che corrono paralleli a me in direzione della Foresta. Qui sono io l'intruso, mi dico.


L'inizio non è dei più geniali: per evitare di stare troppo basso, in una foresta nella quale la visibilità è solo poco al di sotto di quella dell'altro versante del Cansiglio, mi alzo decisamente troppo e finisco sul mio punto 5. Che tratta perfetta che sarebbe stata, se fosse stato quello il punto 1! Il Prozac della signora Marta ed il carbogel che ho preso prima di partire scorrono forte nelle mie vene: mi giro di 90 gradi e, camminando e contando i passi come mi ha insegnato Roland Pin, punto dritto al mio vero primo punto di controllo cercando di capire quali sassi sono stati cartografati e quali non lo sono. "Trova il primo punto e il resto verrà da solo" mi dico sempre. TAAAAAACC!


Dopo il primo loop arriva la tratta lunghissima che mi aveva segnalato Paride Grava nel pre-gara. Avrei una tentazione fortissima di scendere sulla strada e fare il giro del mondo fino al tornante ad est dei punti 6 e 7. Però almeno fino al sentiero che passa tra il punto 2 ed il punto 3 ci so arrivare, poi c'è un altro pezzo sul sentiero forestale, poi da lì potrei provare a buttarmi dentro con un po' di sana incoscienza e vedere se riesco ad orientarmi tra le colline e le depressioni. Ora... io non saprei esattamente descrivere se nei successivi 45 minuti è stato più l'effetto del carbogel o di Thierry Gueorgiou che si è impadronito della mia testa. Sta di fatto che l'unico pensiero che ho, una volta lasciato il sentiero, è che potrei correre sulle creste che sembrano lisce come un biliardo, che potrei orientarmi con l'area fettucciata con le strisce bianche e rosse (e la trovo appena alla mia sinistra) e infine ci sarebbe persino una radice poco prima del sentiero ad indicarmi dove mi trovo... una radice? E' un albero secolare alto 30 metri buttato giù per terra! Credo di ricordare che Paride si era cronometrato su quella tratta in 13 minuti circa, con tempo stimato per i migliori di meno di 11 minuti. Io mi ero messo nel mirino una tratta da 25 minuti circa... quando sbarco sulla sesta lanterna e faccio scattare lo split del cronometro, il tempo segna 17 minuti e 20 secondi.


"Le Roi" continua a guidare sicuro i miei passi almeno fino in prossimità del punto 8, dove perdo almeno 6\7 minuti girando ben lontano dalla zona punto (ne approfitto per prendere il secondo carbogel). La 8 è in effetti parecchio problematica (vedi alla voce "hai rischiato di essere abbattuta a calci"), così proseguo al passo verso la 9 per riprendere un po' di morale e di energie. Ne approfitto anche per guardare intorno a me, e quel che vedo è pura beatitudine: ci sono alberi, c'è la foresta, non c'è un solo bipede nel raggio di qualche chilometro, ma c'è tantissima vita... ci sono i gufi che ogni tanto planano lentamente verso di me, vedo qualche cervo in lontananza e caprioli che fuggono quando mi avvicino. Mi sembra di percepire la forza che emana ogni albero attorno a me, alberi che abitano la foresta da tanto prima che io nascessi e che resteranno lì quando non ci sarò più. Io sono l'intruso oggi, mi ripeto, e per questo voglio essere rispettoso del posto che mi sta ospitando (anche quando si tratta di cercare di non calpestare le distese di funghi, soprattutto sanguignoli e mazze di tamburo, che crescono ovunque). Ritornando nella zona del punto 13 mi appoggio sempre ai sentieri: aumento il ritmo quando corro sulle tracce e cammino, cercando di leggere le curve di livello, quando mi avvicino ai punti. La visibilità è sempre perfetta, i movimenti del terreno sono sempre dolci, le gambe reggono. Non sono ancora a metà gara ma, come diceva ad ogni piano quello che stava precipitando dal grattacielo, "fin qui tutto bene".

Punto 13-14. O "della superbia". Non mi è passato neanche per l'anticamera del cervello di andare a prendere la strada. Non l'ho proprio vista! Ho visto dopo la gara le tracce gps dei campioni, e mi sembra che nessuno si sia avventurato lungo il bosco (d'altra parte i campioni solo loro e ci sarà un perché). Io ho seguito tutte le tracce, soprattutto quella del sentiero ad est del punto 19 che, con il suo "sentiero cugino" poco più ad est ospiterà l'inizio della seconda parte di gara. Avrò fatto bene? Non avrò fatto bene? Boh? Il fatto è che continuo ad essere in uno stato di perfetto "flow" con la foresta e con il percorso; i piccoli sentieri, che talvolta si riconoscono solo perché sono proprio una linea pulita tra gli alberi tutto attorno, mi accompagnano lungo il percorso. Quando sbaglio il punto 17, arrivando alla depressione più ad est, mi fermo addirittura a salutarla e a dire qualcosa del tipo "mi dispiace cara, non è il tuo turno, devo andare a visitare la tua amica qui a fianco". (poi non si vede bene per via della traccia disegnata con paint, ma quella ansa tra il punto 18 ed il punto 19 è praticamente tutta su sentiero). Il punto 19 è il cambio carta: giro il percorso sull'altra facciata e ne approfitto per sedermi accanto ad un albero.
Prendo l'ultimo carbogel che mi deve bastare fino al traguardo e intanto mi guardo intorno ancora una volta cercando di immagazzinare le immagini dello spettacolo attorno a me; oppure, come dico di solito, di mettere il silenzio e la bellezza che mi circonda in una bottiglia che poi stapperò nei momenti più difficili.


La prima parte del secondo giro non mi fa paura: ormai conosco come le mie tasche quei due sentieri che corrono paralleli da nord a sud, e la rete di sentieri tutta intorno è quella che mi ha già aiutato a terminare il primo giro. Per andare dal punto 20 al punto 21 non mi azzardo nemmeno a mettere fuori il naso dalle tracce perché al solo pensiero di buttarmi a casaccio in mezzo alle depressioni ed alle colline mi fa pensare che resterei a vagare senza meta fino alle luci dell'alba di sabato. Con calma arrivo al punto 22: sentieri e tracce = corsa, fuori da sentieri = si cammina con gli occhi aperti a controllare le curve di livello. La punta della bussola che tiene il segno sulla mappa è la mia migliore amica. Per andare al punto 23 mi infilo sulla cresta tra le due depressioni: non è un punto difficile, ma è difficile evitare di calpestare il tappeto di funghi che, lungo quella cresta, separa il sentierino dalla madre di tutte le carbonaie del Cansiglio. La prossima parte del percorso è la più dura: il tempo di gara sta già correndo oltre le 2 ore di gara e manca ancora parecchia strada. Soprattutto mi mettono una gran paura le lanterne 25 e 26 che sono buttate in mezzo ad un "frattale" di buche sassi depressioni colline e qualunque altra cosa possa essere disegnata in marrone su una carta da orienteering. Visto che dalla 23 alla 24 non trovo niente di meglio da fare che corricchiare sui sentieri (mi punge vaghezza di andare dritto verso la 24 al grido di "tanto troverò il pratone che mi ferma e mi dice che devo tornare indietro!", ma mi sa che alla fine lo farà solo Mamleev...)


(nella foto il più famoso e iconico tesserato della FISO... quell'altro è Mamleev)

... ma dopo la 24 decido che per arrivare alla 25 è meglio entrare dalla porta posteriore! Punto alla 27, poi corro parallelamente alla strada e arrivato all'avvallamento mi butto in mezzo. Questo è il piano di battaglia. In realtà faccio su un casino che metà basta...

In pratica. La linea gialla è quello che avrei voluto fare: avvallamento, proseguo nell'avvallamento, piccola depressione e poi la roccia sul bordo della collina. Quello che succede nella realtà è che in realtà il primo avvallamento sono due avvallamenti che si biforcano, ma non me ne accorgo; vado lungo, entro nell'avvallamento successivo, piego verso ovest e trovo una lanterna. Per fortuna di tutti i posti dove potevo finire sono arrivato proprio sulla mia 26! Da lì cammino fino alla 25, resistendo alla tentazione di segnare la strada con il tacco come se io fossi Pollicino... e con circospezione ancora maggiore ritorno sui miei passi fino al punto 27, dove trovo un pennarello perduto da Valter Giovanelli durante una delle sue mille uscite di controllo.


Da lì in poi si tratta solo di resistere. L'effetto dell'ultimo carbogel sembra svanito e le scelte diventano di pura sopravvivenza e minimo rischio. "Going the distance" è diventata irritante nella mia testa e non ci sono più energie per accelerare nemmeno quando decido di appoggiarmi alla strada per andare alla 28. Sono a 2 ore e 55 minuti di gara ed il sogno di arrivare al traguardo entro le 3 ore tramonta definitivamente mentre sto andando al punto 29 cercando di non farmi distrarre dai paletti delle lanterne che saranno posate per la staffetta. L'ultima parte nella Foresta del Cansiglio resta pura poesia: le pendenze del terreno sono dolcissime, il terreno è uniformemente ricoperto di muschio o di sottobosco e mi sembra di essere ancora una volta il primo essere vivente a passare in un'area incontaminata.

Poi arriveranno i pensieri e i dubbi, il momento di chiedermi se dovevo arrendermi e quello successivo nel quale mi sono reso conto di una verità: tutte le sensazioni che ho vissuto al Cansiglio e durante tutti i 25 anni precedenti hanno contribuito a fare di me quello che sono adesso. Un "me" che non ho nessuna intenzione di tradire e di rinnegare, perché a conti fatti nei panni dell'orientista (a volte un po’ clowneschi e troppo variopinti) mi ci trovo benissimo. Per questo motivo ho ricominciato a correre, sono arrivato correndo in cima alla salita (un po' alla Rocky), ho piegato a sinistra e mi sono infilato tra le fettucce che portavano al traguardo.

Dove fisicamente non c'era nessuno, ma nella mia testa c'erano esattamente tutti coloro che porto con me ogni volta che vado nel bosco. Se devo ringraziare per una gara del 2017, ringrazio proprio la Foresta del Cansiglio perché mi ha fatto riscoprire quello che c'è di buono nello sport che faccio e nelle passioni che vivo. I dubbi e le angosce sono rimasti indietro: dentro di me restano la realtà ed i ricordi delle cose belle che ho vissuto e che vivrò ancora.
Sarebbe stato il momento più epico dell'anno: e lo è stato!

Tuesday, December 12, 2017

50 lanterne: clamoroso al Cibali!


“Frozen Tundra” in gergo sportivo sta a rappresentare uno sport preciso in un posto preciso: il football americano, la squadra dei Green Bay Packers, lo stadio Lambeau Field. Uno stadio all’aperto a Green Bay, Wisconsin, dove in inverno si raggiungono condizioni estreme e prevalgono le tre “effe”: freddo, fango e fatica. Lasciamo il Wisconsin ma portiamo con noi le tre “effe”, aggiungiamoci una buona dose di rovi, buttiamo tutto in salsa orienteering ed otteniamo la gara che da qualche anno a questa parte chiude la stagione regionale lombarda: la “50 lanterne” che comincia ad attirare partecipazione anche dalle regioni limitrofe e dalla Svizzera. 50 lanterne distribuite su un’area che fa provincia, 3 ore di tempo massimo per punzonare più lanterne possibile, e chi sgarra anche solo di 1 secondo è fuori classifica.

L’edizione 2017, disputata il 10 dicembre nella frozen tundra dei Boschi di Calò, Montemerlo e Canonica con partenza ed arrivo a Calò, sarà ricordata come la più dura nella storia ormai quinquennale di questa competizione: una autentica mazzata di oltre 18 chilometri stimati, con dislivello stimato di 400 metri positivi da fare su e giù lungo i valloni fangosi e pieni di rovi delle Valli del Pegorino e Cantalupo. Per fortuna degli orientisti (ma non del clima meteo di questi ultimi anni), la siccità ha prosciugato i torrenti rendendoli talvolta simili ad un sentiero sconnesso ma chiaramente tracciato in mappa; altrimenti, se si fosse aggiunta anche l’acqua, alle 3F ed ai rovi si sarebbero aggiunti chissà quanti attraversamenti dell’acqua gelida… Mi basta ricordare che l’anno scorso la gara era stata vinta da Sebastian Inderst con il tempo di 1 ora e 7 minuti, e che quest’anno la gara è stata vinta da Alessio Tenani e Samuele Curzio con il tempo di 2 ore e 12 minuti! Praticamente il doppio!

In questo contesto di frozen tundra è “CLAMOROSO AL CIBALI!” il secondo posto conquistato dallo speaker nella categoria M19-34 dietro (molto dietro…) a Samuele. Tra i miei innumerevoli difetti: non corro forte sui sentieri, non corro-e-punto in salita, incespico in ogni ramo e mi potete trovare spesso a litigare con i rovi. Se proprio dobbiamo trovare due doti: mi fiondo giù per i valloni fangosi con il posteriore per terra come nemmeno il miglior Armin Zoeggeler (per la delizia di tutti i presenti che non ci si azzardano nemmeno…) e, dopo aver seguito pedissequamente per due ore il coach Marco Giovannini, decido di fare ritorno al traguardo nell’ultimo momento utile per far segnare un tempo di 2 ore 58 per 43 punti di controllo. Gli altri iscritti in categoria? O non pervenuti al traguardo entro le tre ore, o arrivati con un numero di punzonature inferiori. E chi ha detto che l’orienteering non è (anche) un sport di cervello?
Quando, subito dopo le premiazioni, ha cominciato a nevicare di brutto qualcuno ha detto che è stata colpa mia, perché con un secondo posto nella “50 lanterne” potevo solo far venire la neve!



Saturday, December 09, 2017

Tutto in una notte (terza e ultima parte)


(…) Al rientro da Roma il mio fisico semplicemente dichiara di non averne più: né energie per correre ancora, né voglia di cercare lanterne o di mettermi dietro ad un microfono. Per tutta la settimana vengo sballottato in giro qua e là, ma in anticamera è rimasto un ultimo trolley a ricordarmi che per completare questo tour de force manca ancora un fine settimana da “tutto in una notte”: manca infatti il weekend di Bologna con le ultime due gare di Suunto Sprint Race Tour e la finale di Coppa Italia. I presagi che mi accompagnano mentre vado a prendere l’ennesimo treno per Bologna (sono io l’azionista di maggioranza di Trenitalia, altro che Frau Merkel!) sono foschi: mal di testa, gambe doloranti, fiatone anche solo a salire le scale mobili, ma mi riprometto che cercherò di tenere duro per onorare le gare organizzate dagli amici del Circolo Dozza.

Poi, quando arrivo nel piazzale della stazione di Bologna, cominciano a succedere delle cose strane. Per prima cosa mi accorgo che sono arrivato ad un orario antelucano, e che è assurdo andare così presto al Quartiere Navile dove si correrà la finale di Coppa Italia. Il bollettino della manifestazione dice che c’è la possibilità di fare un allenamento ai Giardini Margherita, cosa che non avevo affatto previsto di fare; così prendo il bus che fa la circonvallazione della città, metto su l’Ipod in modalità shuffle e vado a vedere questo allenamento: su 500 canzoni disponibili, la prima che entra il playlist è “Eye of the tiger” a tutto volume nelle orecchie. Se alla fermata in attesa c’era una specie di walking dead, quello che sale sul bus è Clint Eastwood che manca poco che apra le portiere con un calcio come se fossero le doppie ante del saloon. Il fiatone sembra attenuarsi, le gambe di puro legno di massello si sciolgono e pure il mal di testa manda segnali di resa. All’interno dei Giardini, che credo di aver visitato da bambino più di 40 anni fa, faccio un po’ di orienteering con Google Maps, raggiungo il ritrovo, mi faccio dare una cartina dell’allenamento; decido di farlo in t-shirt e jeans, nonostante faccia davvero freddo, camminando per tutto il parco alla ricerca delle lanterne predisposte.

Non so bene cosa sia successo durante i 20 minuti abbondanti passati a girare qua e là: fatto sta che quando ritorno a prendere felpa e bagaglio posso constatare che alle gambe è tornata la voglia di mettersi a correre, che il mal di testa è passato (ci sono poche sensazioni così belle come quella del mal di testa che scompare) e che mi è persino tornata la voglia di fare il buffone con gli amici della Picchio Verde, che nel frattempo sono arrivati ad allenarsi anche loro. Riprendo l’Ipod, rimetto la modalità “shuffle”, rifaccio partire la musica a tutto volume: su 500 canzoni disponibili, la prima che entra il playlist è… “Don’t let me be misunderstood”! (e ormai lo sanno anche i sassi che è una delle mie canzoni preferite). Decisamente, lassù c’è qualcuno che mi vuole tonico, pimpante e soprattutto molto aggressivo questo pomeriggio! La canzone della versione di Leroy Gomez rimixata dura 13 minuti: è il tempo necessario per portare Cline Eastwood (che nel frattempo ha sterminato tuti i walking dead) alla fermata del bus, tornare in stazione e prendere l’altro bus che mi porta al Quartiere Navile. Quando ci arrivo, posso salutare Clint perché sento di essere in uno stato di nirvana che vorrei che durasse almeno il tempo della gara.

E infatti dura!

Sarà anche il fatto che in partenza ci arrivo accompagnato da Gabriele Bettega, ed io so già per esperienza diretta che quando c’è Gabriele in giro le cose possono solo andare bene (prima o poi ci dovremo decidere a nominarlo santo protettore di tutti gli orientisti…). Prendo il via. Non ho ancora finito di girare il primo angolo della casa ed arrivare alla lanterna svedese che il mio cervello manda un messaggio perentorio: “Dove credi di andare a questa velocità??? Guarda che crolli prima ancora di essere arrivato alla 1!!!”.  Mi si parano davanti due scelte (e sono praticamente più di quelle che ho per andare al primo punto, al secondo, al terzo…): o do retta al cervello e metto la marcia su un ritmo più basso, o do retta alle gambe che nel frattempo sono arrivate alla seconda svolta e vogliono soltanto correre dietro ai miei piedi. Clint, ormai padrone del mio subconscio in versione poncho e sigaro tra i denti, colpisce con violenza l’opzione “rallenta”: addirittura riesco ad accelerare ancora! Se va avanti così, giuro che questa volta non dovrò calcolare il doppio del tempo del vincitore, e nemmeno il 90% o l’80% in più: questa volta non dovrò cercare il mio nome in fondo alla classifica.

Per andare dalla 4 alla 5 faccio il giro delle due “mezzelune” da nord, così intanto guardo dove sta il cespuglio della 7 ed il salice con la 6. Verso la 8 passo in mezzo ai due montarozzi, senza fare un metro di salita: mi sembra di avere una fugace visione di Clint che, ai comandi della cloche nel mio cervello (tipo Actarus con Goldrake, ma ha il cappellaccio, il poncho ed il sigaro) continua a dire di correre, di spingere e di fregarmene apertamente della tratta “corri mona! che passando sotto la tangenziale di Bologna mi avrebbe riportato in zona arrivo. Fino alla 14 non ho un solo ripensamento, un solo problema, un solo dubbio: la fatica comincia a farsi sentire, ma quei portici che nella mente del tracciatore dovevano rappresentare una specie di labirinto diventano una specie di trampolino per me che sono un veterano di mille corse a Monza, a Muggiò, a Desio, a Sesto San Giovanni… Passo dalla 14 con un tempo attorno ai 16’10”, ma sono evidentemente oltre il mio limite perché per andare alla 15 commetto l’errore fatale. O meglio, alla 15 ci arrivo anche molto bene: solo che il mio primo piano di volo prevedeva di arrivarci da nord per continuare a correre in direzione della 16; i piedi invece, dopo aver punzonato la 14, si buttano verso sud attraversando il portico in diagonale, ed io, Clint, Actarus, Uncle Tom Cobbley and all (ovvero tutta l’allegra compagnia che alberga nel mio cervello) andiamo loro dietro. E’ a questo punto che Clint decide di lasciare per un istante i comandi per andare nel retro a lumare qualche bella hostess…

Succede così che, dopo aver punzonato la 15 provenendo da sud, continuo a correre come il peggiore dei coglionazzi… verso nord! Arrivo alla siepe e la scambio per il muretto non attraversabile, guardo verso destra cercando le scale ma vedo un portico e, al di là, 4 piccole aiuole. Ho già superato il muretto??? “Ma no, cretino! Queste aiuole sono piccolissime, buttati a sud, buttati a sud!!!”. Per farla breve, sbaglio là dove non avrei mai e poi mai dovuto sbagliare. E poi ri-sbaglio, perché già che c’ero a quel punto avrei potuto arrivare alla 16 da est anziché da ovest.

(in rosso il mio giro del fullo...)

In condizioni normali, dopo aver letteralmente buttato nel cesso una bella gara, mi sarei messo a corricchiare fino al traguardo. Ma Clint torna ai comandi, ancora sporco di rossetto, e intima: “Nella mia lingua non esiste la parola arrendersi! Nella mia lingua la parola corricchiare si legge “continua a sprintare finché non vomiti l’anima!” e, quando vomiti, girati di spalle che anche quello ti da una bella spinta!!!”. Punto 17, poi subito fuori sulla strada, ponte della tangenziale, lungo recinto privato (del Cus Bologna, mi pare) e poi al primo varco mi butto a sinistra. Ormai sono in zona arrivo e ho davvero il vomito (*), ma cerco di disimpegnarmi come meglio posso tra i recinti dei campetti di calcio e sprintare fino alla fine. Tempo finale: 23’17”.

(*) poi scoprirò che qualcuno, su quel rettilineo finale, ha finito per vomitare davvero…

Dovrei essere contento, molto contento, ed invece con il mio cervello è tutto uno scambiarsi parole brutte e insulti per i secondi persi dopo la 15: forse avrei potuto stare attorno ai 22’15”… e a quel punto voglio vedere se i migliori riescono a doppiarmi facendo 11’07”! Non riesco proprio a mettermi tranquillo e, per i successivi 20 minuti (in maglietta e calzoncini mentre attorno fa un freddo polare) devo assolutamente condividere con chiunque mi passa vicino quanto sono stato pirla e come io sia riuscito a buttare alle ortiche una gara quasi perfetta, in uno dei pochi giorni nei quali i miei piedi correvano veramente davanti a me, e correvano bene!

La pianto di autocommiserarmi quando il dovere mi chiama alla postazione microfonica, dalla quale potrò seguire il duello al calor bianco sul filo dei decimi di secondo tra Elena e Ursula per la vittoria, dalla quale mi dovrò sporgere per vedere Anna C. che a 50 metri dal traguardo davvero non riesce a trattenere il vomito. Non mi dovrò sporgere invece per vedere che le squadre austriache e croate hanno eletto il gradino sotto la postazione microfonica come spogliatoio…





(Elena)



(postazione speaker)


(si... la sotto poco oltre l'arco c'è Anna che sta vomitando...
ma non lo posso mica dire in cronaca diretta!)



(arrivo di .. CHI??? Ma Ursula Kadan no?
E' quella là sotto, dietro le spalle della signorina)

Premiazione fatta a lume di candela, anzi alla luce dei fari di una automobile… ed ancora più tardi, durante la serata, il quartetto di moschettieri composto da Gabriele Bettega, Edoardo Tona, Eddy Sandri ed il sottoscritto proverà a mettere una pezza ad un buco informatico che non consente di stilare le classifiche di Coppa Italia, provando a redigerle con il classico sistema “carta e penna” accompagnato da qualche birra: il tutto senza computer, senza regolamento alla mano ma con qualche birra di troppo (gli altri avventori della pizzeria se ne sono andati disgustati da tanta cagnàra…)







Verrà poi la domenica di Bologna, una domenica bagnata non dalla birra ma dalla pioggia che renderà scivolosissimo il terreno di gara. Partenza ed arrivo (con passaggio al tempo intermedio) in Piazza Maggiore dove lo speaker segnala (agli orientisti ed ai turisti che lo stanno a sentire) che le sbrecciature sul selciato del sagrato non sono indice di cattiva manutenzione ma il segno di dove sono passati i carri armati degli eserciti di liberazione alla fine della seconda guerra mondiale. La mia gara non è né difficile né memorabile, ed avrei persino evitato di mettere il loop prima del passaggio al punto spettacolo. D’altra parte è una gara sprint e quindi il percorso non si può allontanare molto da Piazza Maggiore perché poi bisogna far tornare tutti i concorrenti nel giro di 15-20 minuti al massimo…

D’altra parte, come diceva quel sommo poeta che ha vissuto a meno di 200 metri dalla postazione microfonica dello speaker:
“…Girando ancora un poco ho incontrato uno che si era perduto / Gli ho detto che nel centro di Bologna / non si perde neanche un bambino…”
Oh! Io “Disperato Erotico Stomp” di Lucio Dalla la conosco a memoria… ed ho avuto modo di spiegarlo abbondantemente durante la lunga cronaca della giornata (ma non di cantarla al mcrofono, come mi è stato chiesto). Non si può dire la stesa cosa a proposito dei baristi di alcuni locali che si affacciano sulla piazza, dove il quartetto dei moschettieri è andato a fare colazione e merenda: dei versi di Lucio Dalla e della sua poesia, non fregava proprio niente a nessuno.
(mentre NON canto "Disperato Erotico Stomp" o "Piazza Grande"... perché sono timido e poi perché Lucio Dalla è Lucio Dalla e va rispettato)

(con le gambe di legno al termine del tour de force)
(sempre a spiegare qualcosa... ma chi mi sta mai a sentire?!?)



Wednesday, December 06, 2017

Tutto in una notte (seconda parte)


(…) Dopo un rientro da Toronto traumatico, ed un fine settimana così impegnativo, sarei pronto ad accasciarmi sul letto e dormire per una settimana. Ma la sveglia suona ancora una volta alle 5 del mattino del lunedì, perché il piano di lavoro prevede che io scenda a Parma. Sono ancora una volta i pizzicotti sul braccio a tenermi sveglio sul treno, e poi durante le riunioni che si susseguono nel corso della giornata: non posso dire di essere stato molto attento e presente, ma sono ampiamente giustificato dal fatto che non ho ancora smaltito il jet lag (nessuno è al corrente del fine settimana di-non-riposo…). Al rientro a Milano, scopro con raccapriccio che la Signora Merkel deve aver fatto qualche pasticcio anche con le Ferrovie dello Stato, perché i treni per tornare a casa sono tutti in straritardo! Avevo intenzione di cominciare in serata il travaso dalla borsa di Bobbio alla valigia di Roma, e per mantenermi in linea con i programmi finisco di preparare il bagaglio a tardissima sera.
Per fortuna a Roma mi attende un tempo decisamente più caldo rispetto a quello appenninico. E per ulteriore fortuna, a Roma mi attende Mike!
Per chi ancora non lo conoscesse, Mike Edwards è un bravissimo speaker, di enorme esperienza. Quando io nel 1999 ancora mi aggiravo nei boschi con l’aria di quello che non saprebbe raggiungere da solo nemmeno la partenza, Mike era già nel parterre dei Campionati Mondiali disputati in Scozia (è stato lui ad innalzare sul pennone più alto la bandiera britannica per la vittoria mondiale di Yvette Baker). Ancora di più, Mike ha una competenza davvero sconfinata, che emerge ulteriormente nel momento in cui fa da speaker in una gara nella quale ci sono così tanti atleti provenienti dalla Gran Bretagna, di cui ovviamente conosce vita e miracoli. Ma molto molto più importante: Mike è un autentico mattacchione! Come a me, anche a Mike piace divagare su qualche aneddoto del passato, magari neppure relativo all’orienteering ma a vicende sportive in generale. Di conseguenza, la coppia che si presenta al microfono del Rome Orienteering Meeting è la migliore che si può mettere in campo, ovvero “Mike e chiunque altro al suo fianco” (“the best pair of speakers in orienteering is Mike and anyone”): lui copre la parte agonistica, io mi metto alle sue spalle e faccio la spalla comica!
Arrivato a Roma con il treno di venerdì mattina (mi sono addormentato che il treno era ancora in centrale, e mi sono svegliato più a meno a Roma Tiburtina), scongiurato il pericolo dello sciopero della metropolitana che mi avrebbe costretto ad arrivare sul campo gara facendo 5 km a piedi con la valigia appresso, posso salutare la compagnia del CCR Roma e cambiarmi subito: è già l’ora di affrontare il percorso disegnato la Caffarella da Stefano Zarfati.

Un po’ infangata la carta, isn’t it? Non ci sarebbe stata alcuna ragione per rovinare la mappa di gara in quel modo, se non fosse stato per una tonnàta ciclopica tra il punto 14 ed il punto 15. In quel momento, infatti, forse mi sono sentito bello veloce per via della discesa appena fatta in mezzo ai coniglietti che scappavano via da tutte le parti… forse ero troppo veloce (?), e non ho visto l’accesso verso sinistra per andare al punto 15. Tutto ciò che vedevo della mappa, tutto ciò che pensavo, era di girare a sinistra non appena terminata la rude macchia impenetrabile color verde, superare la curva di livello che corre parallela al sentiero ed arrivare al punto.

Curva di livello? Quale curva di livello? Trattasi in effetti di un fosso abbastanza profondo, maleodorante e fangoso come la mitica fogna di Calcutta. Il fatto è che, quando mi sono girato a sinistra alla fine del macchione verde, non ho trovato alcuna salita ma un fosso; nessun dubbio mi è passato per la testa se non una cosa del tipo “nessun fosso mi può fermare”. Eh… ma il fosso non era mica d’accordo! La constatazione amichevole tra me ed il fosso non mostra con chiarezza che ero io a venire da destra, ma la carta di gara uscita dal confronto con uno strato uniforme di fanghiglia marrone dimostrava che una curva di livello in quel punto c’era eccome, a rappresentare la profondità del fosso! Oltre alla carta marrone, il risultato dell’attraversamento del fosso è che mi trasformo immediatamente in una sorta di mostro della laguna nera maleodorante, o una specie di maialino che ha appena finito di rotolarsi nel fango. Accade così che il mio arrivo al traguardo, in uno stato pietoso, venga accolto dagli occhi sgranati di parecchi partecipanti che pensavano ad un tranquillo parco cittadino (come in effetti è il Parco della Caffarella). Ola Skepp, capostipite della omonima famiglia, si limita a sollevare gli occhi al cielo sapendo che per tre giorni gli toccherà sorbirsi la voce del matto che aveva già sentito a Siena. Papà Gajda, coach dei vari fratelli che mettono a ferro e fuoco le gare estive e finanche i Campionati Europei Giovanili, se ne esce con un “ma non è un parco questo?” ed io rispondo “it’s only a shortcut!”. E tutti tornano felici e contenti (e tutti torneranno al traguardo puliti come appena usciti dal bucato…).
Completata la raccolta punti con il buio, si ricomincia all’alba di sabato con la seconda tappa al parco di Villa Pamphilj. Un posto che sarebbe stato perfetto per una gara sprint olimpica (Roma 2024 che non ci sarà più), ma è sempre perfetto anche per una gara middle soprattutto da quando c’è la possibilità di passare sopra il Viale Olimpico e, quindi, correre sia nella parte est che in quella ovest della mappa.
Nella mia gara riesco a fare tutto ed il contrario di tutto. In partenza mi sembra che le gambe siano abbastanza reattive (potere del comodissimo divano letto messo a disposizione da Zarfo, e del fatto che con i tappi nelle orecchie non sento Mike che russa sul divano a fianco…), ma una volta arrivato sul ponticello che passa sopra la strada olimpica finisco lungo e disteso per terra: un tondino di ferro che sporge dalla spalletta del ponticello ha agganciato la parte superiore della scarpa e l’ha letteralmente divelta dalla suola! Probabilmente se fossi passato con il piede un millimetro più in alto non sarebbe successo niente, ma un millimetro più in passo sarebbe “partito” anche il mio piede. Con una scarpa in quelle condizioni, devo rallentare ed optare per una tattica molto conservativa: cerco di tenere il piede in quello che rimane nella scarpa quando devo fare salite e discese nei boschetti, mentre cerco di correre a piedi scalzi come Abebe Bikila o Zola Budd quando sono su terreno pianeggiante e c’è l’erba. In ogni caso, quando arrivo al punto il piede comincia a fare davvero male perché anche la calza ormai si sta disintegrando: il finale sulla ghiaia del sentiero che porta all’arrivo è una sofferenza, ma almeno anche questa gara è fatta.
Purtroppo tutto questo mi si ritorcerà contro nella gara di domenica mattina (ancora una volta all’alba) nel centro storico di Roma. Le scarpe con cui corro non sono adatte per nulla, le gambe non ne vogliono sapere ed io comincio ad avvertire un po’ di “saturazione”: già per venire a capo del reticolo di punti alla partenza di Coppe Oppio, con lo sguardo che indugia sempre a destra verso il Colosseo, impiego un tempo indecente; mi riprendo un po’ nella parte centrale della gara, ma dopo la salita al dedalo di “sentieri pensili” dei punti 17 e 18 posizionati nel giardino che sta 15 metri sopra il livello della strada, le gambe decidono che non ne hanno più.
Gli ultimi 10 punti del percorso si traducono quindi in una stanca passeggiata attorno al Campidoglio: ogni volta che cerco di rimettermi a correre, invogliato dal passaggio di decine di podisti che corrono veloci attorno a me lungo i Fori Imperiali e la collina del Campidoglio, le gambe mandano un severo monito al cervello ed i piedi ricominciano immediatamente a strascicare sul terreno. Imbarazzante il passaggio davanti alla postazione dell’Esercito per andare alla 24: cerco di fare il brillante salutando come al solito tutti i vigili gerdarmi guardiegiurate forestali e poliziotti che incontro “buongiorno… sono l’apripista della gara… tutto ok nessun problema!”. Mentre mi allontano lentamente, sento uno dei soldatini che dice all’altro “se il pericolo è lui, lo acchiappiamo senza fare nemmeno fatica…”. Per fortuna da lì non sono passato una seconda volta.
Poi anche il Rome Orienteering Meeting finisce in gloria: puntualissime e molto partecipate fino in fondo le premiazioni by Mike con la colonna sonora di Don’t let me be misunderstood nella versione di Leroy Gomez & Santa Esmeralda; in fondo sarebbe bastata la voce con accento british e la cadenza di Mike, e che Leroy Gomez si vada a nascondere…
« The best doubles pair in the world is John McEnroe and anyone »  (Peter Fleming)

 

 

Monday, November 20, 2017

Tutto in una notte (parte prima)


Dall’8 ottobre all’11 novembre. Tutto in un fiato, tutto in una notte. Come in uno dei miei film preferiti, quello con Jeff Goldblum (che è alto esattamente quanto me) ed una Michele Pfeiffer che non sarebbe mai più stata così bella. Ci sono periodi dell’anno nel quale guardo il calendario aggiornato delle gare, dove sono evidenziate quelle nelle quali sarò speaker, e degli impegni di lavoro all’estero. Fin dall’estate avevo mirato a quel periodo lungo più di un mese durante il quale si sarebbero susseguiti nell’ordine: Lussemburgo – Toronto – da qui paracadutato direttamente al weekend di Bobbio e Ceci – vari viaggi a Parma – poi la 3 giorni a Roma – ancora Parma – il weekend di finali di Coppa Italia a Bologna. Infine sarebbe arrivato sabato 11 novembre, e avrei potuto dormire senza dovermi più preoccupare di mettere la sveglia… (ma domenica 12 novembre ci sarebbe stata la gara alla Besozza!).
Quando si profilano all’orizzonte questi periodi, la prima cosa da fare è mettere mano alla lista. LA LISTA. Stegal’s List. La lista è l’ancora di salvezza, seconda in ordine di importanza solo all’Angelo Custode che mi protegge dai guai e dalle cadute. E’ stata redatta in unica copia in occasione di chissà quale dimenticanza di un oggetto essenziale per la trasferta, e da allora si è arricchita di ogni cosa che poteva tornare utile. La Lista è unica: non distingue tra trasferte di lavoro, vacanze non orientistiche, vacanze orientistiche e impegni da speaker. Soprattutto, la lista è un lascito della lettura di due libri che ho sempre amato: “Tre uomini in barca” e “Tre uomini a zonzo”. Credo che sia nel secondo libro la descrizione della famosa lista dello Zio Podger che, in procinto di partire per un viaggio, al momento di fare la valigia elencava le cose che sarebbero servite: “Comincia dalla testa. Che cosa si metti? Cappello… SEGNA! Cappello!” e così via.
Poi lo Zio Podger perdeva la lista.
Anche io comincio dal cappello, e a seguire tutto quanto il resto; che sia un vestito per andare ad un incontro con un cliente o la termica a maniche lunghe per affrontare le gare invernali, sulla lista c’è tutto. L’unico limite della lista è che, prima o poi, la disponibilità di materiale si esaurisce. Ho già citato da qualche parte nel blog che il materiale di consumo a più veloce esaurimento sono le mutande: considerata una contingency del 30% (per un viaggio di 3 giorni metto in valigia 4 paia di mutande, più ovviamente quelle che indosso al momento di partire, perché non si sa mai…), si comincia a mettere da parte il trolley piccolo per andare in Lussemburgo. Sopra ad esso finiscono i vestiti e le scarpe per il viaggio con il biglietto delle cose che vanno inserite in bagaglio all’ultimo momento. Poi si inizia con le due valigie per andare a Toronto, sopra alle quali finiscono altri vestiti ed un biglietto dove sta scritto ciò che manca e ciò che dal bagaglio di Lussemburgo dovrà essere trasferito a quello di Toronto.
Poi è la volta degli zaini per andare alle gare di Bobbio e Ceci, con tutte le cose dell’orienteering ed il solito biglietto che spiega cosa dovrà essere preso dal bagaglio di Toronto e ficcato negli zaini. Infine, ma è per puro sfizio, ci sono le borse per le gare di Roma e poi di Bologna, che sono sostanzialmente borse quasi vuote con i volantini, i biglietti del treno già acquistati, e l’elenco di tutto ciò che da Bobbio e Ceci dovrà esservi distribuito. E’ in questa fase che, tipicamente, terminano le mutande a disposizione (giacché per le magliette sono disposto a mettere in borsa reperti bellici del Thermenland Open del 2003 o della 6 giorni di Scozia del 1999…).
Il passaggio cruciale per tutta questa operazione della durata di 34 giorni, da vivere tutti di un fiato, era l’arrivo a casa da Toronto e la immediata (nei piani) partenza per il campionato italiano sprint relay di Bobbio. Il piano di volo prevedeva infatti un atterraggio da Toronto via Monaco attorno alle 14.30 di venerdì 20 ottobre, rientro immediato a casa, rapido travaso di valigie, partenza in auto per Bobbio e crollo sul letto per devastazione da jet lag; non sapevo infatti se sarei stato in grado di partire da solo sabato mattina: sapere di poter essere a Bobbio venerdì sera, magari con la prospettiva di provare il percorso middle di Coppa Italia a Ceci sabato mattina, era tranquillizzante.
(intanto, visto che non dispongo di una foto della gara che sono riuscito a infilare tra i mille impegni lavorativi a Toronto, sulle sponde del Lago Ontario con partenza e arrivo a Coronation Park, vi beccate Michelle Pfeiffer…)
Sfiga. Frau Merkel e la sua caxxo di compagnia di bandiera ne combinano una più di Bertoldo tra ritardi, stra-ritardi e bagagli smarriti. Di conseguenza arrivo a casa stravolto venerdì sera tardi, e tutte le aspettative e le pianificazioni sono andate a ramengo. Catalessi sul letto fino a sabato mattina, affronto il viaggio per Bobbio in condizioni rivedibili, con l’Ipod a palla nelle orecchie e dandomi pizzicotti in serie sul braccio per non addormentarmi. A Bobbio è in programma la seconda edizione del Campionato Italiano Sprint Relay ed io non ho una staffetta con cui gareggiare ma sono speaker. Speaker e quindi ho voglia di provare il percorso Elite, di cui mi è stato detto un gran bene, che si sviluppa nella zona della rocca di Bobbio e del centro storico, poi del ponte romano e della zona lungo il Trebbia.
(carta by www.alessiotenani.it)
La mia partenza, un’ora prima del lancio dei primi frazionisti è spiata da parecchi concorrenti che vogliono vedere da che parte mi dirigerò una volta raggiunto il centro della piazza di Bobbio. Per questo motivo, non avendo appunto una staffetta con la quale gareggiare, mi dirigo volutamente dalla parte sbagliata, ad ovest: faccio il giro del castello in salita, scendo dalla parte opposta del castello verso il punto 1 e poi risalgo per affrontare il labirinto del castello. Che tale si rivela, almeno al mio cervello che ha una concentrazione pari a zero e per il quale l’orario delle 12.30 corrisponde di fatto alle 5.30 del mattino cui ero ormai abituato. Per venire a capo del castello ci metto un’era geologica, e per fortuna che da lì e per qualche punto di controllo si tratta solo di lasciar andare le gambe in discesa.
Mentre sto per andare dal sesto al settimo punto, dietro al primo angolo incrocio una coppia di giovani. Lui è decisamente belloccio, ben piantato e tutto sommato credo che farebbe la sua porca figura da Abercrombie & Fitch. Lei è semplicemente una fata bionda che in una scala da zero a cento prende il voto “copertina di Playboy”. Sapete quelle sensazioni che capitano ogni tanto, no? Beh… io sto correndo la mia gara e cerco solo di darmi un tono, ma la voce che sento da dietro è femminile e dice distintamente “Heja! Heja!”. Mumble mumble… se quella è bionda e mi urla dietro “Heja!”, può venire da un solo paese al mondo, no? Ma chissà se mi ricapita di incontrarli… e infatti, mentre vado al punto 10, rieccoli! La ragazza urla più forte “Heja! Heja!” ed io, esalando l’ultimo respiro, chiedo “Where are you come from?”. Lei risponde con un ovvio “Sweden!” e a questo punto è il ragazzo che mi indica ed esclama “Ehi! This is the O-Ringen!!!”. Già… perché io sto gareggiando proprio con la maglietta dell’O-Ringen. Chissà che cosa avranno raccontato di Bobbio una volta che saranno tornati a casa!
Il finale di gara, dopo un tratto sulle sponde del Trebbia nel quale rinuncio ad ogni velleità agonistica, è abbastanza scontato: per tornare in zona arrivo c’è una sola possibilità di scelta, ma la gara è stata davvero soddisfacente per me (non come tempo di percorrenza, certo!) per via di tutte le variazioni di terreno che ho incontrato nel giro di 25 minuti. Passerò poi le due ore successive a raccontare in campionato italiano nella postazione “da occhi di mosca”: infatti il passaggio dal punto spettacolo e l’arrivo sono disposti a 180° tra loro, ed è solo grazie all’aiuto di Anita Cozzi ed Irene Tomiello che riuscirò (non sempre riuscendoci) a non perdere la maggior parte dei passaggi e degli arrivi). Mi perdo invece del tutto la volata nella categoria under-16 perché la categoria non prevede passaggio in zona speaker e, di conseguenza, mi accorgo che il titolo italiano è stato assegnato quando ormai tutto i protagonisti sono arrivati al traguardo.
Poi arriva sera, ed io finalmente vado a letto distrutto dal sonno. Tappi nelle orecchie per difendermi da un autentico Trans Europe Express che dorme nello stesso stanzone (la definizione non è mia!), fascia sugli occhi, pantaloni imbottiti e pile. La catalessi è ancora una volta immediata. Alle 5.50 del mattino suonano le varie sveglie per sbrandare i protagonisti-organizzatori della gara di Coppa Italia in programma a Ceci. Lungo il trasferimento al rifugio che ospita il centro gare, a 40 minuti di auto, la strada è tutto un susseguirsi di curve, nebbia, curve con nebbia, talvolta nebbia che non fa vedere se davanti c’è una curva o un rettilineo. Tuttavia sono anche in grado di distinguere una luce, ed è quella nella mia testa: sarà che quella appena passata è la prima notte di sonno autentico da quasi 10 giorni, ma mi sento concentrato al massimo e le gambe una tantum sembrano persino rispondere bene.
Quello che mi succede nei 66 minuti successivi è un replay della sensazione di totale coinvolgimento con la carta di gara, come mi succede ormai sempre più di rado. Ma quando succede… La carta di gara qui sotto è sempre quella con il percorso di Alessio Tenani ma, fatte salve le due scelte per andare al punto 3 e al punto 5 dove mi sono appoggiato ai sentieri, posso tranquillamente dire che fino al punto 10 ho corso sulle tracce di Teno (o Teno sulle mie… vai a sapere!).
La sagra delle cose strane comincia sulla strada per il primo punto, quando faccio una scelta “destra sul sentiero-sinistra sulla traccia” e poi già lungo il nasone: dal vivo (nel bosco, mentre sto correndo) mi dico da solo che è pusillanime e da vergognarsi, anzi mi sembra di sentire la voce del mio amico Marco che mi dice “corri per l’ultimo posto in classifica e non hai nemmeno il coraggio di buttarti fuori dai sentieri?”. Quando arrivo al primo punto di controllo, il mio tempo è di 3 minuti e 29 secondi. Che è sempre più del doppio di quanto ci ha messo il primo. In quel momento non posso sapere però che alcuni compagni di brigata impiegheranno 4 minuti, 7 minuti, 9 minuti, 11 minuti, 16 minuti per venire a capo di quel punto… Quello che so è che per motivi ignoti sono riuscito a fare il primo punto proprio bene, e che il mio secondo pensiero è di continuare così senza inanellare troppe vaccate.
Il secondo pensiero. Perché il primo pensiero è rivolto al cacciatore che, non lontano da me, sta sparando a qualche animale… Mentre già vedo il mio nome nei titoli di cronaca “Cacciatore di frodo spara nel culo a impiegato orientista panzottello” penso che potrei palesare a questo sciagurato il fatto che nel bosco stanno transitando anche persone oltre che selvaggina, mettendomi a parlare da solo. Già, ma che cosa mi metto a raccontarmi da solo? Potrei canticchiare qualcosa… ma non mi viene in mente niente! Finché, come nelle migliori tradizioni, non sono io che scelgo la canzone, ma è la canzone che sceglie me: ed è ovviamente quella che mi ha ispirato il titolo del pezzo sul blog.
I'm gonna wait till the midnight hour \ That's when my love comes tumbling down \ I'm gonna wait till the midnight hour \ When there is no one else around…
Dubito che ci siano caprioli che si mettono a cantare “In the midnight hour” nel bosco, e se ne accorge anche lo sciagurato che spara, che incrocio sul sentiero tra la 4 e la 5 mentre se la sta svignando di buon passo se non abbastanza precipitosamente e con il cappuccio tirato sul viso.
Fino alla 10 il percorso mi sembra persino fin troppo facile per una Elite middle di Coppa Italia: la lanterna 9 mi era parsa addirittura niente di più che un punto da esordienti in un classico bosco brianzolo, e la selletta con la 10 era evidentissima da lontano, soprattutto se ci si arriva passando al sasso di destra, quello più grosso che ha le dimensioni di un condominio (oppure se ripenso a tutte le selle e sellette della gara al Cansiglio…). Qui comincio a pagare cari i primi 45 minuti di gara, perché per andare alla 11 vado tutto a destra fino ad incocciare su un grosso sasso di evidente forma fallica, e su Francesco Buselli che sta facendo il suo giro di controllo nel bosco. Dal fallo sasso mi butto a sinistra e poi di nuovo a destra verso la 12 (facile), e poi per la 13 e la 15 è solo tanta fatica in un bosco disegnato con il colore verde che a me non sembra offrire grandi ostacoli. Per la 16 si tratta solo di “correre dietro ai miei piedi”, i quali evidentemente oggi di spingere ne hanno tanta voglia, ed è con enorme soddisfazione che per una volta posso dire a me stesso di aver davvero sfidato la velocità più elevata che posso produrre. Alla 17 ci arrivo seguendo le tracce dei posatori, ed è con orgoglio che metto assieme uno sprint finale degno di questo nome mentre il nebbione comincia ad invadere la zona arrivo.
Lo stesso nebbione che, una volta smessi i panni del concorrente “per una volta soddisfatto della sua gara” (ma i più forti ci hanno messo ugualmente meno della metà del mio tempo… SGRUNT!) e vestiti quelli dello speaker infreddolito, invaderà ad ondate successive e sempre più pesanti l’arena di arrivo; la conseguenza è che ad un certo punto, con una visibilità peggio di Stella Rossa Belgrado – Milan al Marakana di Belgrado, l’arbitro Zonato stava per dare il triplice fischio finale e mandare tutti quanti negli spogliatoi anzitempo…
Invece la gara riesce ad andare in porto regolarmente e pure le premiazioni, effettuate con una visibilità ormai da nebbione in Val Padana: dobbiamo qui ringraziare il Duca Della Vedova del reame di Lombardonia (e anche l’arbitro Zonato) per essersi piazzato a metà strada tra lo speaker ed il podio, a 10 metri dall’uno e dall’altro, perché dalla mia postazione non vedevo un palmo dal naso.
Come se tutto fosse successo “In the midnight hour”…