Stegal67 Blog

Monday, January 28, 2019

Piovono Mazzate

Ogni tanto mi capita di raccontare, in mezzo a qualche cronaca dal vivo o più spesso durante le premiazioni nelle occasioni in cui ci sono un sacco di scandinavi, il vecchio adagio relativo agli orientisti che si ritrovano davanti al caminetto nelle lunghe e buie serate invernali a raccontarsi aneddoti risalenti a competizioni vecchie di settimane o mesi, ma più spesso vecchie di anni se non di decenni. Sono sicuro di averlo detto in più di una occasione (si, lo so, invecchio e tendo ad essere ripetitivo). Recentemente mi è capitato di partecipare a due serate a tema orientistico: prima la celebrazione dei 30 anni del Trofeo Lombardia, poi l'annuale ritrovo dell'Unione Lombarda. In entrambe le situazioni, nonostante l'assenza di caminetti accesi, di scandinavi e di metri di neve all'esterno, mi sono accorto di aver raccontato a qualcuno che mi stava a sentire lo stesso identico episodio, capitatomi proprio agli inizi della mia carriera orientistica (si, lo so, invecchio e tendo ad essere ripetitivo... l'ho scritto appena sopra!).


L'episodio è legato a quella volta che mio padre mi ha accompagnato a due gare in Brianza che si disputavano a poche ore di distanza l'una dall'altra: la prima, il sabato sera a Carate Brianza (quando la Valassina era ancora una strada con i semafori e non arrivava al bivio di Giussano), la seconda poche ore dopo, domenica mattina a Monza. La prima gara a formula score è rimasta celebre nella memoria di chi c'era per le 5 lanterne (su 25) che vennero incendiate da una banda di simpatici ragazzotti locali che volevano divertirsi a spese degli almeno 200 concorrenti al via; il conseguente caos all'arrivo, con la gente in coda che sentiva quali lanterne non avevano potuto punzonare quelli davanti, e le aggiungevano all'elenco delle lanterne che essi stessi non avevano trovato, è rimasto parimenti impresso nella memoria.


Nella seconda gara ho incocciato per la prima volta in una squalifica per punzonatura mancante, dopo che al termine del percorso in H21 avevo portato come "coriandolo", e testimonianza del passaggio da una lanterna che era stata spostata, un lembo del classico foglio "Non toccare la lanterna - gara di orienteering in corso". Il direttore gara stabilì che il lembo che avevo consegnato all'arrivo "fittava combaciava" con il foglio di carta rimasto a terra, ma che il foglio, il telo ed il paletto (senza punzone, portato via) erano stati gettati ad una decina di metri di distanza dal punto esatto; di conseguenza, essendomi io fermato all'altezza del telo buttato per terra, non ero arrivato al punto e quindi non avevo completato il percorso. Sono ancora convinto che, nella cervelloticità della decisione, la mia squalifica sia più o meno allo stesso livello del mancato rigore sul contatto Iuliano-Ronaldo in Inter-Juventus di qualche anno fa. Parlo di squalifica perché io venni inserito in classifica come SQ, e non come PM. Mio padre, seppur abituato negli anni precedenti alle squalifiche comminate dalla commissione giudicante della Federazione Italiana Pallacanestro allo scapestrato figliolo (perché in fondo Ron Artest è solo un simpatico imitatore...), era rimasto perplesso davanti ad una squalifica comminata durante una gara di corsa (di orientamento, ok, ma sostanzialmente di corsa...). Corsa che, per di più, avevo concluso con il viso coperto di sangue in quanto l'ultima lanterna era posizionata proprio sotto un segnale stradale, di cui non mi ero accorto e che quindi avevo colpito in pieno nel tentativo di punzonare il cartellino cartaceo velocemente. Facendo 2+2, il suo ragionamento era stato pressappoco il seguente: "intanto io ti accompagno alle gare con la mia auto, visto che tu non ce l'hai, rubando tempo al mio sacrosanto riposo... che io lavoro ancora e tu studi ancora. Poi ad una gara sento parlare di lanterne incendiate. Infine ti fai squalificare. Sei sicuro che questo sia lo sport per te?".


Chissà... forse la risposta giusta sarebbe stata che l'orienteering non era lo sport per me.


Racconto questo perché, dopo quella prima volta a Monza, mi è capitato altre volte in carriera di concludere la gara con una PM: assimilabile in alcune situazioni ad un "mi ritiro consapevolmente e passo dall'arrivo ad avvisare di non far uscire il soccorso alpino", in altre ad un "ehhhhh??!?!? ma no!!! ma io da lì ci sono passato!!! aspetta... come mai non mi ricordo di aver fatto questa tratta??? ... scusate, non vi faccio perdere altro tempo". Tuttavia non mi era mai capitato di iniziare una stagione sportiva con due gare già nel mese di gennaio e terminare PM in entrambe le occasioni. Come dire che il buongiorno si vede sicuramente dal mattino, ma la sveglia è suonata mentre io sono alla base scientifica Outpost31 e fuori dalla porta c'è un cane siberian husky incaxxato. E se non avete riconosciuto la citazione, chiudete il blog perché non vi voglio nemmeno conoscere... e si! Anche la frase "non vi voglio nemmeno conoscere" viene spesso citata nei miei commenti dal vivo, ma se ancora non l'avessi detto, invecchio e tendo ad essere ripetitivo.


PM numero 1 - MOO notturno
"Quel gran genio del mio amico (Remo), lui saprebbe cosa fare..." con una mappa a disposizione fa miracoli! Il miracolo del MOO notturno si ripete il 9 gennaio alle Tre Torri di Milano, luogo ameno adatto alla vita notturna, nel bel mezzo del progetto CityLife di riqualificazione della vecchia Fiera Campionaria. L'appuntamento con i mai banali percorsi in notturna, con una gara raggiungibilissima in metropolitana e con la novità tecnologica della punzonatura via lettore QRcode o via tecnologia NFC comincia ad essere sentito da una platea orientistica sempre più numerosa; di conseguenza sale anche l'adrenalina all'approssimarsi della serata. Io esco dal 2018 con il bel responso cronometrico della gara di Moncucco, sono gasato, sono lanciato, sono incattivito e ho proprio voglia di iniziare la stagione 2019 con una bella prestazione. Inoltre, per la prima volta disporrò di una luce frontale degna di questo nome, in grado di darmi visibilità su quello che succede attorno a me e a cui vado incontro. Sono caldo, sono convinto del fatto mio, sono sicuro che farò bene. Carico le pile della frontale una, due, tre volte per essere sicuro che non mi pianti al buio a metà percorso, e per ulteriore stimolo attivo sul mio Ipod di primissima generazione una playlist da paura che Rambo si va a nascondere (no... non dirò cosa c'è sulla playlist perché in fondo le canzoni che ci danno stimolo sono diversissime da persona a persona, e magari nella scala di apprezzamento di quei tamarri che trovo sulla linea tram del 15 Linda Valori è meno apprezzata di Josh MCK).


Sfiga. La giornata del 9 gennaio, che nelle ipotesi era del tipo "esco dall'ufficio alle 17.30, metto la playlist, mi carico ben bene, arrivo a Tre Torri, mi cambio, parto e spiano tutti quelli che incontro" si trasforma in una di quelle giornate nelle quali sento tanto la mancanza dell'ippopotamo di ghisa che stava sulla mia scrivania a perenne ricordo (per i colleghi) del fatto che l'ippopotamo poteva anche mettere le ali ed atterrare violentemente sulla tempia di disturbatori ed affini. Alle 18,40 sono ancora in ufficio a litigare su alcuni contratti. Decido che ne ho abbastanza, mi cambio alla scrivania, pianto lì le discussioni sterili e perditempo ed esco come una furia dallo storico palazzo di Piazza Scala, diretto alla metro gialla che, con cambio alla metro lilla, mi porterà alle Tre Torri. Ho dimenticato qualcosa? Si: l'Ipod. L'errore è stato quello di mettermi ugualmente le cuffie... ero già abbastanza carico, e "Il caffé della peppina" avrebbe potuto contribuire a calmarmi un po'. Invece la musica è stata l'equivalente di assumere tutto il blister di integratore di caffeina in capsule per uno che aveva già bevuto dieci caffé doppi. Il risultato è che sono arrivato alle Tre Torri con le pulsazioni e la pressione minima a 3 cifre, condizioni per nulla adatte ad iniziare una corsa. Al freddo della sera del 9 gennaio si è aggiunto il vento gelido che ha agitato i cartoncini sui quali avrei dovuto leggere con lo smartphone il QRcode e registrare la punzonatura. Smartphone che, come nella precedente esperienza a San Donato, si è dimostrato lento ed inaffidabile (ehi! ma sto descrivendo proprio il sottoscritto! Evidentemente lo smartphone ha preso proprio da me): lento al punto da costringermi a stazionare anche 30 o 40 secondi su parecchie lanterne (che hai voglia ad inseguire e cercare di tenere il passo di Luigi Giuiani o Federica Negri se poi sto fermo 30 secondi per punzonare) ed inaffidabile per avermi abbandonato attorno al decimo o undicesimo punto, quando l'app ha continuato a dare ok ai miei passaggi dalle lanterne, senza però registrare alcunché. Ovvio risultato finale di PM, il che non mi impedirà di prendere parte alle prossime edizioni del MOO in notturna, ma probabilmente in modalità "allenamento puro": i tempi parziali e finale me li registro con il vecchio Casio Lap Memory 30, e le app le lascio a chi è più giovane di me di qualche generazione.


PM numero 2 - Abbadia Lariana
Ogni tanto mi capita di citare anche il detto "Nirvana a destra - io a sinistra". Ovviamente scherzo, perché di società che organizzano gare ed allenamenti come i nirvanici "Inscì a vèghen". Il riferimento è ad alcune gare organizzate dal Nirvana Verde nelle quali uno come me deve cercare l'iscrizione in una categoria "precauzionale" (di partecipare ai loro raid, invece, non se ne parla proprio): sono tutti cari amici ed amiche, tutti ragazzi e ragazze in gamba, ma sono davvero i più tosti del reame, e da sempre le loro gare sono le più dure, le più massacranti, le più sofferte del territorio di Lombardonia e non solo. Ovviamente tra i ricordi citati dai più, in occasione della festa per il trentennale del Trofeo Lombardia, c'erano le terrificanti mazzate ai Piani Resinelli... ma perché la Coppa Italia a San Primo che cosa vi ha fatto? O la notturna di Magreglio? Comunque il Nirvana ha messo in piedi da qualche tempo il "CLOM" che ho spacciato a destra e sinistra come "Circuito Lariano Orientamento e Mazzate" e invece sta per "Como Lake Orienteering Meeting". Il primo appuntamento è stato per l'appunto ad Abbadia Lariana, su un percorso ("nero" per me) pieno di cambi di direzione e lanterne vicinissime, inframmezzate da tratte lunghissime e per nulla banali di spostamento tra un nucleo di case e l'altro.


E' venuta fuori una gara divertente, con i fiocchi di neve caduti proprio nel finale, con una analisi post-mortem con il tracciatore Maurizio Todeschini che ha evidenziato che le scelte lunghe le ho fatte proprio tutte bene. Quello che non ho fatto bene deve essere stato il passaggio dalla lanterna 20, perché Andrea G. al traguardo mi ha detto "eh... manca la punzonatura della lanterna 20...".
Ovvio risultato finale di PM, il che non mi impedirà di prendere parte alle prossime edizioni del... CLOM!

Perchè è vero che io mi ripeto, mi ripeto, mi ripeto sempre... ma quando le cose si fanno dure, i duri continuano a giocare. Anche a costo di mettere insieme altre PM.





Friday, January 04, 2019

Nelle nebbie del tempo: 21 maggio 2004, il primissimo "MOO"


Milano. Una di quelle sere nelle quali tornano in mente le parole di Alberto Fortis “Mi piacciono i tuoi quadri grigi, le luci gialle e i tuoi cortei. Oh Milano sono contento che ci sei”. In sere come queste uscire dall’ufficio è lieve e dolce come l’ultimo giorno di scuola prima delle vacanze, ho voglia di fare tutto, di sentirmi vivo fuori e di sentirmi vivo dentro...
Mi hanno detto che l’appuntamento è a Porta Ticinese, proprio in mezzo al piazzale. Ma poiché è una di queste sere strane, io parcheggio l’auto un po’ lontano e poi continuo a piedi lungo Via Col di Lana, tra i negozi che chiudono lentamente le saracinesche e i tram che passano portando a casa i lavoratori usciti tardi e che ancora non trasportano i lupi della notte verso i locali. Infatti sono il primo ad arrivare al ritrovo.
Ma ecco i miei amici, Remo e Tatiana. Probabilmente hanno appena finito di fare il giro e di controllare che tutto sia a posto. Arrivano Oscar, Luca ed Alberto, i vari Stefani, Emanuela, Paola, Farah con le sue amiche, altri ragazzi che non conosco, il microcosmo degli Stankanov quasi al completo: ragazze e ragazzi che riescono a trovare una idea comune del divertirsi e dello stare insieme che va al di là delle età e della provenienza di ognuno di loro, per questo li invidio molto. Spiegazioni rapide delle caratteristiche della gara, poi mi ritrovo in mano la cartina: è un gesto che faccio 60 o 70 volte all’anno, ormai dovrei esserci abituato.

Non questa volta, però. La cartina sembra un oggetto strano, che mi lancia strane sensazioni ... come delle onde ... i rumori li sento attutiti e cambia la prospettiva di ciò che vedo intorno a me. Non vedo più nessuno, ma ovunque poso lo sguardo, colgo lampi in bianco e nero, fuori fuoco e sgranati dal tempo. So che devo andare... devo andare da quella parte, attraverso la strada che non è più una strada; è come se passassi in un tunnel, in un caleidoscopio, nel mio “stargate”. Non ho ancora raggiunto il marciapiede opposto ma so che sto puntando verso il piazzale della chiesa di Sant’Eustorgio, dove ci sono i bambini che giocano a pallone nell’unico spazio aperto disponibile; non importa se io sono quello che non è capace di colpire bene la palla, perché la darsena è lontana e non c’è pericolo che i miei tiri a banana facciano finire la palla in acqua… non importa se c’è Don Nino che viene fuori a mandarci lontano perché al posto della porticina usiamo l’ingresso piccolo nella cancellata e ogni tanto la palla finisce contro il portone della chiesa.
Poi esco dal piazzale ed entro in un altro quadro, mi sto infilando in una stretta viuzza del Ticinese e sto andando in giro con i sacchetti di riso e di pasta, a fare il fattorino della drogheria per le signore che si facevano portare la roba a casa... mi sembra di sentire in tasca il fruscio della prima banconota da 500 lire di mancia, che sono tornato al negozio come se avessi in tasca i diamanti, ma vergognandomi perché le 500 lire le avevo avute io e non Pinuccio, l’altro fattorino. I giardinetti in fondo alla via non c’erano ancora...
Vado avanti e di colpo è il 1984, sono in Via Correnti e c’è la sala giochi dove andare quando il prof di ginnastica all’ultima ora ci faceva uscire prima, una partita veloce a “time pilot” e poi via a pigiarsi sulla 97 per tornare a casa puntuali. Al di là del portico, all’angolo della strada, c’è ancora il vecchio baretto tre metri per sei... siamo lì il 12 giugno 1985, seduto attorno ad un tavolino in cinque: solo in cinque, pochi e maledetti, e stiamo per andare alla palestra dell’Ariberto a giocare la finale dei campionati studenteschi, senza cambi perché Andrea e Sergio si sono sbragati in malo modo facendo i cretini in moto per la strada, e sulla balconata dell’Ariberto non abbiamo nessuno che tifa per noi, perché nessuno crede che possiamo vincere... l’altro Andrea arriva all’Ariberto con lo Zundapp, è l’unico motorizzato, è quello ricco col Monclair e le Timberland ma almeno sa giocare. Noi altri andiamo all’Ariberto a piedi, guardiamo malissimo l’altra squadra che si è portata pure le cheerleaders, lottiamo per tutta la partita e alla fine vinciamo di un punto dopo due supplementari ed andiamo a fare festa da soli sulle note di Don’t You Forget About Me. Ma quando giro in Via Lanzone sono passati solo pochi mesi, e chi si ricorda più del trofeo? Ci sono i ragazzi dell’85 per le strade a protestare per lo stato delle scuole italiane, 17 giorni di fila di scuola occupata, e per la prima volta abbiamo dovuto organizzarci le lezioni da soli perché ci sono gli esami di maturità e i commissari se ne fregano se abbiamo saltato la scuola per un buon terzo dell’anno scolastico, nonostante i gran premi di Formula 1 in tv siano annunciati dalla sigla “i ragazzi dell’85 e i ragazzi dell’86 – tutti insieme sulla strada del 2000”.
Non devo aspettare il 2000 per girare attorno al Corso, perché adesso è il ’93: sono già grande e mi tocca studiare sul serio per laurearmi, anche di sera in osservatorio a Brera che è il posto più silenzioso e lugubre dove si può stare il sabato sera mentre fuori c’è la vita; qui invece al posto delle finestre abbiamo i tendoni di plastica che fanno ululare di più il vento, e se c’è corrente le porte sbattono come in un film di Dario Argento, e se all’improvviso suona il telefono in laboratorio si salta sulla sedia con i capelli dritti e la pelle d’oca spessa... meglio tornare verso casa, passando da Piazza Fontana, che è un luogo che qualcosa rappresenterà pure nel modo in cui ognuno di noi è cresciuto, nel bene e nel male, anche se siamo ancora qui adesso a capire cosa è successo veramente e forse nessuno ce lo dirà mai; meglio tornare verso casa, passando giù per Via Olmetto dove andavo a portare le buste con i biglietti del Milan e dell’Inter, e questo succedeva prima che passasse il ciclone di Tangentopoli... e chissà quante persone sono passate di qua a consegnare qualcosa, senza immaginare che stavano entrando in una storia brutta, solo perché era il loro turno nel tabellone delle consegne.
E’ il momento di tornare verso casa passando per i giardini di Piazza Vetra, la ex casa dello spaccio, adesso Parco delle Basiliche ma quante volte da ragazzo ho visto arrivare le ambulanze per portare via i ragazzi per via delle dosi tagliate male, e magari io avevo in borsa “I ragazzi dello zoo di Berlino” che a scuola ci hanno fatto leggere nella speranza che qualcuno capisse e non ci cascasse dentro, ma Andrea Antonio e Pinuccio non ci sono più ... loro quel libro non hanno fatto in tempo a leggerlo e la lurida maledetta fottutissima neve se li è portati via da ragazzi, che non è la neve dell’85, quella caduta copiosa che ci faceva dire “torno a casa a piedi da scuola e speriamo di arrivare”... Voglio andare via da questo giardino che non mi piace perché è un buco nero nei miei paesaggi, è un quadro offuscato in cui il mio sguardo si perde in lontananza e non riesce a fissarsi su nulla, perché da quando Pinuccio se n’è andato dentro lì per me non c’è davvero nulla che valga la pena di ricordare...
A pochi passi da lì ci sono le colonne di San Lorenzo, un tram numero 15 che passa per portarmi a casa e chissà quante volte l’ho preso di corsa, ma questa volta lo lascio passare perché non ho fretta, non devo andare a casa a studiare, c’è il sole e voglio sentire il tempo che passa sulla mia pelle e risentire tutti i momenti di questa giornata, perché ho appena visto il tabellone con i voti della maturità e per questa volta posso andare a casa orgoglioso del lavoro che ho fatto. E poi a vedere i risultati c’era anche Alessandra, che è venuta a salutare me anche se lei la maturità l’ha fatta l’anno scorso, è fidanzata con Andrea e aspetta un bambino da lui, ma io l’avevo aiutata a preparare greco quando la maturità toccava a lei, e se ne è ricordata ed è venuta a salutarmi ed è stata l’ultima volta che l’ho vista, sono convinto che lei non si ricorda più di me, ma io si perché di quel giorno in cui ho vinto la mia prima battaglia non dimentico nulla.

Adesso il tunnel si restringe e in fondo vedo quasi le luci, non è più il bianco e nero di prima, sono in Corso di Porta Ticinese e là in fondo c’è il mio presente, quello per il quale vale la pena di vivere tutti i giorni, sento che ho in mano una cartina e sono felice come un bambino. Intorno a me la gente guarda e non capisce ma forse percepisce anche solo per un istante che sono felice. Ecco. Sono tornato dal mio viaggio. Vedo Porta Ticinese e lì ci sono Remo e Tatiana. Ci metto un po’ a rientrare nel presente perché qualcosa di me è rimasto agganciato al passato: è il fardello e la piuma che mi porto dietro tutti i giorni in tutte le cose che faccio. Nel bene e nel male sono passato attraverso tanti stargate ed ognuno mi ha lasciato una cicatrice, un segno, un capello bianco ed un sorriso, e stasera ne ho rivissuti tanti... avrei dovuto essere qui a festeggiare un compleanno (un altro stargate per un amico ed un compagno di squadra), invece resto sovraeccitato a pensare al regalo che proprio io ho ricevuto questa sera. Tornare a casa lungo la Col di Lana non mi sembra nemmeno vero, alcuni negozi sono ancora aperti per il popolo della notte ed i tram continuano a passare semivuoti perché i lupi si muovono per i fatti loro... per il mondo sono passate due ore, per me è passato molto di più.

Monday, December 31, 2018

Ultimi scampoli di 2018

E’ il pomeriggio del 31 dicembre. Guardando davanti a me, vedo il 2018 che si appresta a completare la sua fatica passando il testimone al 2019. Come al solito si avvicina anche per me il tempo dei bilanci, per scrivere di quanto ho visto e vissuto di positivo, ma anche di negativo, nel corso dell’annata appena trascorsa. L’ultimo mese e mezzo non è stato proprio così disastroso, e se non posso proprio dire che la mia annata 2018 sia stata fenomenale, penso di poter chiudere l’ultimo pezzo “corso e orientato” del blog con più di una nota positiva.


L’orienteering è quello sport nel quale ogni metro che percorri non è detto che ti porti più vicino al traguardo”. Non sono certo un novello Oscar Wilde, ma persino io posso andare orgoglioso per una citazione semplice, essenziale e così realistica da essere stata citata persino da Dario Pedrotti nel suo “Confessioni di un runner d’alta quota”. Quando l’ho spiegata in inglese al grande Per Forsberg, mi ha guardato come se gli avessi svelato chissà quale segreto. Ma non è la mia frase preferita, che rimane “La vita è una metafora dell’orienteering” con la quale ho accompagnato la partenza della prima Night Hawk attorno al laghetto di Passo Coe; mi lascio guidare da questa frase e provo a guardare indietro agli ultimi due mesi, riavvolgendo il nastro a ritroso e ritrovando sorrisi e paure, orgoglio e disastri in abbondanza fino all’oblio. Ogni tanto nel nostro sport bisogna fermarsi e guardare indietro alla strada che si è appena percorsa, a meno che non ci si chiami Tero Fohr e nel bosco si preferisca guardare sempre avanti verso la cima della prossima collina, anche quando si cammina all’indietro per riportarsi sulla curva di livello giusta (ho paura che questa la capiranno solo Marco e coloro che hanno gareggiato alla Due giorni del Ticino di qualche anno fa… nella famosa sfida stellare Finlandia-Svizzera).
***
Qualche ora fa: 21° StraMoncucco


Non ho ancora deciso se la stagione agonistica comincia o finisce a Moncucco di Vernate. Anche quest’anno Marco ed io siamo riusciti a rispettare la tradizione ed andare a correre tra le nebbie e nel gelo della “bassa” al confine tra le province di Milano e Pavia. Il percorso è ormai consolidato, non cambia più ogni anno come le prime volte che l’ho affrontato, e quindi ne ricordo bene le curve, i cambi di direzione ed i due passaggi sopra l’autostrada che ne costituiscono le uniche salite 


Un’altra cosa che ricordo bene è lo stato pietoso nel quale mi ero presentato al via l’anno scorso. Di solito le cose vanno così: io parto con qualche minuto di anticipo su Marco e lui mi raggiunge da qualche parte lungo il percorso: l’anno scorso mi aveva raggiunto al km 2,5 e, al traguardo, mi aveva dovuto aspettare tanto a lungo e al freddo. Quest’anno non volevo che andasse nello stesso modo e sono partito più tranquillo per accelerare lungo il percorso. Ho passato il km 2,5 e di Marco neppure l’ombra, poi il ristoro dei 5,5, le curve all’altezza del km 8 ed il rettilineo infinito dei km 10 e 11. Ho tagliato il traguardo andando a 4 minuti e mezzo al km ed è subito partita una contrattura al polpaccio destro. Un istante dopo è arrivato al traguardo marco, il cui tempo per completare il percorso… beh… diciamo che non sarà una sorpresa per me vederlo battagliare nelle parti altissime della classifica con i vari Anuchkin, Beltramba, Brambilla e Dalla Santa: io vi ho avvisato!
***
Qualche giorno fa: San Donato – MOO in notturna.


Le volte che ho scritto che odio le gare in notturna non si contano più. Probabilmente non si contano più nemmeno le volte che ho scritto che Remo M. è un maledetto genio. L’ultima sua trovata è l’organizzazione di una serie di allenamenti infrasettimanali in notturna nei quali le tradizionali punzonature con chip, o testimone cartaceo, sono sostituite dall’utilizzo dello smartphone e di una applicazione che legge i QR code con cui sono contrassegnate le lanterne (quelle per fortuna ci sono sempre). L’applicazione si potrebbe sostituire, così mi dicono, con una tecnologia “NFC” che consentirebbe persino di punzonare al volo senza doversi fermarsi ad inquadrare il QR code… ma io non ci capisco un’acca e la mia descrizione della soluzione tecnologica si ferma qui.
Il primo allenamento a cui partecipo si svolge a San Donato, che secondo la definizione di Remo è “sprint paradise da periferia sovietica”. Sarà per quello che l’ultima volta che ero andato a posare lì un allenamento mi avevano praticamente arrestato? Comunque si corre di notte, e a me questa cosa non piace: sarà per il fatto che non ho mai potuto disporre di una luce frontale “Fiamme Gialle style” in grado di illuminare a dovere sia il punto dove poso i piedi sia l’ambiente circostante. Sarà per via di alcune terrificanti notturne trentine (in particolare quella del 2003 a Bedolpian) tracciate in perfetto stile diurno “tanto ci sono i catarifrangenti sulle lanterne”. Sarà per il fatto che ho bisogno di vedere bene tutto attorno e non, alternativamente, la carta di gara o il metro di terreno immediatamente davanti a me o uno scenario lontano confuso. Sarà per una serie di cose, ma a me correre le gare in notturna mette davvero paura. Il che per contrappasso si traduce nel fatto che, se posso, mi iscrivo ancora a questo tipo di gare per cercare di guarire dalle mie idiosincrasie: portandomi dietro tutte le mie paure di cadere e farmi male o di perdermi irrimediabilmente nella notte fonda, e sapendo che durante questo tipo di gare arriva sempre il momento nel quale penso “chi me lo ha fatto fare???”.


Quindi si va a San Donato. Dove Remo mi tiene in corso veloce durante il quale imparo ad usare l’app per scansionare i QR code… insomma, più o meno imparo. La lucina frontale (che non è il faro di cui disporrò già al prossimo allenamento) illumina, debolmente, uno spazio molto piccolo attorno a me, e per evitare guai corro con lo smartphone in una tasca che tengo sulla spalla sinistra. Rispetto ad altri partecipanti meno impediti di me, la mia azione risulta un po’ raffazzonata: trovare il punto nel buio pesto di San Donato è già una mezza impresa, poi devo trovare il cartellino con il QR code, estrarre lo smartphone dalla tasca senza far scattare con le mie ditacce il blocco della tastiera, sbloccare lo smartphone se occorre con le dita mezze congelate, spostare la mappa dalla mano destra a qualunque altra posizione dove non impiccia (in bocca, per terra, nelle mutande, tra le ginocchia), inquadrare il cartellino ed il QR code con la lucina, inquadrare il tutto con lo smartphone senza fare ombra al QR code, aspettare che l’app decodifichi il codice… poi rimettere tutto a posto (mappa in mano, smartphone nella tasca, lucina frontale) e ripartire per il prossimo punto.
San Donato è San Donato: ovviamente è lo sprint paradise annunciato da Remo (che non è solo un maledetto genio, ma anche un ottimo tracciatore e per questo mi sarebbe piaciuto correre lo stesso tracciato di San Donato di giorno e per una gara ufficiale). Altrettanto ovviamente non poteva mancare il solito punto sottratto da chi, evidentemente, pensa che il parchetto non recintato davanti a casa è roba sua e che i tizi che corrono con le frontali possono essere solo ladrimalfattoripocodibuono… L’allenamento serale rimane molto divertente nonostante la mia incapacità con le tecnologie: da ripetere, con (finalmente!) il mio faro nuovo sulla testa per vedere l’effetto che fa: magari mi passa anche la paura!
***
Qualche giorno prima: 50 lanterne a Brivio


L’anno scorso, più o meno in questo periodo, scrivevo del mio clamoroso secondo posto dietro al solo Samuele Curzio nella “50 lanterne 2017” Da una simile performance non è saltata fuori nemmeno una convocazione per la nazionale, sgrunt! Quest’anno la Besanese ha riproposto la 50 lanterne, ma in una versione più edulcorata e tranquilla: ci sono sempre i 50 punti sparsi sulla mappa, c’è sempre un tempo limite entro il quale rientrare alla base pena squalifica, ma stavolta la carta non è un’area che fa provincia bensì il delizioso paese di Brivio, dove avevo già corso benino anche se con un risultato negativo . Due ore il tempo massimo rispetto alla classica mazzata da tre ore, e la novità di 15 lanterne da fare “a memory” con il solo ausilio di due mappe posizionate nella parte ovest del percorso.


Stare dentro le due ore non è un problema. Venire a capo delle 15 lanterne a memory lo è un po’ di più, perché sbaglio in pieno la strategia di memorizzazione: in pratica, anziché fissarmi nella testa la posizione delle lanterne, cerco di ricordare la sequenza delle svolte destra-sinistra-avanti-indietro che devo fare (forse ho visto troppe volte in televisione Marcel HIrscher che mima lo slalom speciale…). Il risultato è che la mia RAM va in overflow troppo presto e mi tocca passare tre volte (una volta di troppo) dai tavolini dove sono posizionate le mappe con tutti i punti. Nonostante ciò, la classifica mi gratifica con una serie di scalpi mica da poco… in una gara che vede un altro “Clamoroso al Cibali!” ovvero la vittoria in MElite di un neofita dell’Unione Lombarda, cosa che credo non si verificava dai tempi di Giorgio “The Great” Deligios! Ma lo scalpo che avrei veramente voluto portare a casa è quello del passante che in pieno svolgimento della gara si ferma a pisciare a 50 centimetri dalla lanterna numero 45 proprio mentre la sto punzonando, e alle mie rimostranze replica con un seccatissimo “Quando scappa, scappa…!”.


***
Fine novembre: “El Clasico” al Monte Stella


L’inizio della “MiPa 2019” (Milano nei parchi) non poteva che svolgersi alla mitica Montagnetta di San Siro. Per il quattordicesimo anno di fila cerco di cavare fuori dall’unica mappa in scala 1:3.500 del circonDario qualche cosa che risulti: comprensibile per chi si cimenta per la prima volta, comprensibile ma un pelo più sfidante per chi magari ha qualche anno in più rispetto ai più piccolini ma non è ancora arrivato alla seconda uscita orientistica, infine abbastanza sfidante da attirare qualche agonista che vuole sfidare la salita… perché al Monte Stella c’è quella (la salita) e poco altro, soprattutto per chi ci ha già corso in tutte le altre 13 occasioni. Mi sono inventato un percorso “corto”, due percorsi “medi”, due percorsi “lunghi” con un transito in cima al Gran Premio della Montagna, ed un percorso “agonisti” che prevedeva tre passaggi ed un cambio carta.
La storia dei numeri degli iscritti al “Clasico” è sempre quella: fino al martedì prima della gara riceviamo qualche sporadica iscrizione che fa pensare ad un autentico fallimento. Poi Marco Lombardi comincia a macinare numeri che crescono come lo spread nei periodi davvero brutti: 90 iscritti, poi 140, poi 200 in totale, che diventano improvvisamente 220 iscritti sul solo percorso medio… alla fine conteremo 420 iscritti, che scenderanno a poco meno di 400 alla conta dei testimoni cartacei. Oggigiorno poco meno di 400 partecipanti, che hanno sfidato la pioggia gelida caduta fin dal mattino presto durante la posa, non te li tira dietro nessuno signora mia!
Non saranno sicuramente 400 tesserati in più per la FISO, ma saranno quasi 400 persone che avranno una possibilità di rispondere correttamente ad una delle domande più insidiose formulate in uno dei programmi-bufala più penosi e pietosi della storia recente della RAI Radiotelevisione Italiana:
E pensare che in televisione l’hanno sbagliata TUTTI!
***
Metà novembre: campionato regionale sprint a Barzanò


Una giornata fredda nonostante il sole, ma le mie condizioni fisiche non sono proprio le migliori: la settimana era cominciata sette giorni prima con la gara organizzata dall’UL al Parco Nord di Milano, dove cerco di contribuire come posatore e come giudice di arrivo (passando altre tre ore al freddo e sotto la pioggia) ma era proseguita come peggio non si poteva; di conseguenza la gara di Barzanò è arrivata come il cacio sui maccheroni per assicurarmi qualche ora di stacco mentale, anche se ero sicuro che avrei fatto più fatica di quanto sarebbe stato lecito. Luigi Giuliani ha tirato fuori un bel percorso divertente, e a giudicare dalla mappa di gara secondo me restano ancora zone adatte per farci passare la gara già annunciata per il calendario 2019. Dato che è una gara sprint, le partenze sono ogni minuto ed io ce la devo mettere tutta per non farmi passare sulle orecchie da Angelo Occhi già al primo punto in salita.
Qualche svarione qua e là (leggi: scelte di percorso non proprio ottimali nelle tratte 2-3 e 4-5) ma il percorso mi aiuta a non mollare mai. Sul rettilineo finale ci presentiamo in tre con lo stesso tempo a giocarci il terzultimo, il penultimo e l’ultimo posto: anche se non mi sembra di essere andato proprio piano, l’amico Fabio Gaspari dell’UTOE Bellinzona (vecchiaccio quasi quanto me, ma anche lui coraggiosamente iscritto in M21) mi rifila due secondi e mi lascia in penultima posizione.


***
Inizio Novembre: Toscana Orienteering Classic


Continuo con il rewind. Ultima tappa a Montalcino, dove avevo cercato invano di correre nel 2016 nei giorni più duri per la fascite plantare, in una notturna con mass start nella quale la luce frontale mi aveva abbandonato subito costringendomi ad un ritiro quasi immediato in preda sia al dolore che al panico. Montalcino 2018 va in scena di domenica mattina, io sono speaker e l’organizzazione dell’IK Prato mi consente di provare il percorso Elite con un certo anticipo rispetto alla gara che, almeno per quanto riguarda gli atleti Elite, parte in una zona remota del bellissimo borgo medioevale. Cerco di fare del mio meglio e darmi un tono, o perlomeno di giocare le mie residue energie quando lungo il percorso incrocio gli orientisti che cercano parcheggio o fanno colazione o escono dai loro B&B, ma sono veramente stanco dopo una settimane di gare che arrivano in un periodo dove non sono al mio meglio fisicamente.

Il pomeriggio precedente, sabato, ho ricoperto gli stesso ruoli di apripista-Elite e speaker a San Giovanni d’Asso. Mi sento in dovere di riprendere un commento fatto già da Dario Pedrotti sul suo blog: la carta non è proprio il borgo medioevale nel quale mi sarei aspettato di correre, ma evidentemente l’organizzazione deve fare i conti con dei permessi negati all’ultimo momento (il pensiero mi corre spontaneo ad alcune situazioni che, in passato, hanno costretto le organizzazioni ai salti mortali quando qualcuno ha cercato di lucrare all’ultimo momento qualche compenso extra per il passaggio su un proprio terreno…). Rimaneggiamento dopo rimaneggiamento, la gara sprint è partita su una autentica “creta senese” che mi si è incollata ai piedi in quantità inaudita, appesantendo la mia già faticosa andatura.
Non oso pensare a cosa devono essere state quelle zolle dopo il passaggio di tanti concorrenti! Prima discesa verso il ritrovo e passaggio al punto spettacolo cercando di darmi “il solito tono”, cosa per niente facile visto che gli orientisti sono sparsi lungo tutto il percorso! Il secondo giro per fortuna non ripassa dalla zona della creta senese, ma mi trovo ugualmente coinvolto in un paio di situazioni decisamente curiose: la prima quando giro l’angolo della lanterna 15 e mi trovo improvvisamente immerso nelle lenzuola stese di traverso lungo tutto il passaggio, come in una comica degli anni ’30; la seconda alla 20, con la lanterna posizionata sopra le ciotole per i gatti: appena giro l’angolo per punzonare, partono gatti da tutte le parti!
Le gambe, ma soprattutto il mio stato d’animo, era stato messo alla prova la sera precedente a Castelnuovo dell’Abate durante la notturna che faceva da collante tra le prime due gare in bosco al Monte Amiata e le ultime due gare sprint in centro storico. Notturna a sequenza libera: ce n’è a sufficienza per farmi salire l’ansia anche adesso che sono seduto al tavolo di casa! Giusto per la cronaca, sono talmente affannato che il solo portarmi sulla linea di partenza diventa una impresa… dapprima mi metto in fila con dietro ai concorrenti già presenti, ma mi rendo conto solo dopo qualche minuto che ho con me la bussola ma non ho preso il chip. Torno alla piazzola dove ho posato lo zaino, vicino ai ragazzi dell’Orsa Maggiore Roma, prendo il chip e ritorno in coda. Qui vedo Alessandra Gariboldi che mi guarda perplessa: io guardo perplesso lei, perché la luce frontale che indossa, e che mi punta negli occhi, mi acceca… la frontale! Ho dimenticato la luce frontale! Torno allo zaino e poi ritorno a mettermi in coda. Dove vedo che tutti i concorrenti indossano il pettorale con il numero e la categoria di iscrizione… il pettorale! Non ho preso il pettorale! Avanti e indietro ancora una volta… scoprirò l’ultima dimenticanza solo dopo aver preso il via: non ho indossato le scarpe da corsa, e terminerò il percorso con i miei vecchi scarponcini Nike azzurri.
La parte nel piccolo borgo medioevale è davvero suggestiva, ma finisce troppo presto e le discese verso il punto 43 prima ed il 36 dopo non sono delle più agevoli su sentieri sconnessi, con i sassi che affiorano qua e l e qualche rovo che potrebbe farmi lo sgambetto ad ogni passo. La luce frontale appena comperata per pochi euro presso la ferramenta di Montalcino è davvero fioca (non è il faro che userò il 9 gennaio, supportato dalle nuove pile arrivate per Natale) ed è solo per la presenza di altri orientisti che riesco a disimpegnarmi al punto 32. La maestosa Abbazia di Sant’Antimo per fortuna è abbastanza illuminata di suo da consentirmi di trovare il punto 33 e 34 senza problemi, ma il punto 35 è cacciato in una zona più buia del lato oscuro della Luna, con la lucina frontale insufficiente in una zona completamente aperta e senza alcun fondale a fare da punto di riferimento (per non parlare della creta senese che abbonda e degli scarponcini inadatti…). Gli ultimi scampoli di luce li uso per evitare di sfracellarmi sul filo spinato che ad est separa la creta senese dalla strada, mentre gli scarponcini li distruggo definitivamente sui sentieri del vigneto per andare e tornare dal punto 37. Notturne? Sono sempre un disastro!


Le prime due gare boschive al Monte Amiata non sono proprio da annoverare tra le mie migliori prestazioni orientistiche del 2018. Nella prima tappa, complice forse anche il lungo viaggio di andata da Milano, ho abbandonato ogni velleità di classifica già al primo punto di controllo affrontato per la direttissima sotto la linea rossa: il fondo del terreno, argilloso come pochi, ha respinto a lungo i miei tentativi di arrampicata dal fondo del torrente… quanto sarebbe stato più vantaggioso fare il giro in senso antiorario lungo la strada! E nonostante la maggior parte della strada per arrivare al punto 2 si potesse fare utilizzando un sentiero, sono riuscito a trovare quel punto solo accodandomi ad una amica ticinese che stava andando ad un punto di controllo completamente diverso, e facendomi dire da lei la posizione una volta che lo abbiamo trovato insieme (il suo punto!).


Andando al punto 3 sono stato così lento e impreciso da continuare a pensare che la carta di gara segnata al 1:10.000 fosse in realtà rilevata al 1:15.000 : nulla mi sembrava a posto, ed i miei punti di riferimento sembravano non arrivare mai. La vegetazione, poi, nella mia percezione non ha quasi mai combaciato con la realtà! Sia come sia, il primo punto che ho fatto decentemente nella prima tappa all’Amiata è stato il punto 4 (d’altra parte il laghetto davanti al punto non era mancabile), ma di quella tappa ce ne sono stati gran pochi di punti che ho fatto bene: anche in quelli vicino al traguardo tra le case mi sono perso.
Infatti durante la seconda tappa ho badato più a controllare quelli che mi correvano vicino, sperando che fossero loro a portarmi ai punti, che a fare orienteering da solo. Il primo che mi è capitato vicino è stato il mio amico svedese Ola Skepp, che qualche Tiomila e qualche Jukola le ha fatte durante la sua lungimirante carriera piena zeppa di successi: stavamo cercando insieme il punto 66, e ad un certo punto mi ha detto “looking for sixty-six?” e io ho pensato “cazzarola! Ola Skepp sei tu! Trovala tu per me la lanterna, che io ti vengo dietro!”. Beh… per una volta nella vita che decido di seguire un toro come Skepp, la lanterna 66 la troverò prima io.
La tappa alla fine la porterò a casa con fatica e qualche buon punto di controllo, ma nonostante io sia andato più forte e più preciso rispetto al primo giorno, la mia posizione in classifica sarà decisamente peggiore…


***
Fine ottobre: Mezzano e Caltena


Risalendo il corso del tempo, arrivo alla gara di Mezzano valida come Campionato Italiano Sprint Relay… Un momento! Come sarebbe a dire “Mezzano”? La staffetta sprint è stata disputata al sabato, e la domenica era in programma la Coppa Italia long a Caltena. Vuol forse dire che non ho corso alla Coppa Italia? Non esattamente. E’ successo invece che per una serie di fortunate circostanze io sono riuscito a correre la gara di Coppa Italia il sabato mattina. Ed ho fatto il percorso Elite, perdindirindina! Mettendoci, chiaro, una iradiddio di tempo, ma arrivando al traguardo ancora con un minimo di energie per potermi cimentare a pochi quarti d’ora di distanza sul percorso M50 della staffetta sprint nelle vesti di terzo frazionista dell’OK Trzin Slovenia.
Vado con ordine. Succede che in settembre, in un giorno imprecisato, vengono pubblicate le lunghezze della Coppa Italia long di Caltena, tracciata dal mio buon amico Fabio Dalla Riva a fianco del quale ho combattuto innumerevoli battaglie. Io leggo e trasecolo: 11 km + 650 di dislivello a Caltena non sono uno scherzo per nessuno… quella sera stessa mi attacco a Facebook e mando un messaggio a Fabio, avendo anche letto la sua intervista per il sito Fiso.

La risposta di Fabio è lapidaria come un guanto di sfida:
A questo punto il gioco era fatto. Sarei salito a Caltena il venerdì sera. Sabato mattina presto Fabio (e Fabiano, e Simone, e Ivano, e non so quanti altri…) avrebbero posato i punti di controllo perché la giornata coincideva con il compleanno della bimba di Fabio, e bisognava finire la posa molto presto. Io sarei andato dietro alla loro posa facendo il percorso Elite, e magari controllando qua e là se la posa era stata fatta a puntino.
Insomma: questa cosina qui:


Parto alle 7.52 e già sulle prime due salite per la 1 e per la 2 mi chiedo chi me lo sta facendo fare.
(uscita dal B&B…)
(luce e sorriso alle 7.52...)
La discesa agli inferi per la 3 mi vede incrociare le orme proprio di Fabio, ma poi il punto 3 me lo devo cercare da solo e sarà un avanti e indietro poco divertente. Da lì in poi mi sembra di vivere in una bolla: decido di appoggiarmi a tutti i sentieri, e trovo i punti proprio dove mi aspetto che sono anche a costo di fare una quantità di dislivello inaudita. Fabio mi aveva avvisato di stare molto attento alla salita micidiale per la 11, ed io sono il campione del mondo di fare attenzione: sentiero verso est, strada tortuosa fino al ristoro (che ovviamente ci sarà solo l’indomani), sentiero verso nord fino alla malga dove la proprietaria mi chiede se ho una sigaretta da regalarle (!), poi sentierino verso nord fino al fiume e da lì ci si mette la carta in bocca, le mani sul terreno, la testa a sfiorare il terreno stesso ed arrivo al punto 11 senza nemmeno la sensazione di aver fatto tanta fatica!
(… espressioni varie in gara…)


(in cima al mondo, prima della discesa…)
(lo sfondo delle Pale… prima della 14)
La 12 e soprattutto la 13 vanno via come se niente fosse, ma il conto da pagare arriva salato alla 14 ed alla 15 che costano uno sforzo supplementare imprevisto e non auspicabile, visto che sta per arrivare l’ora della micidiale pietraia di Caltena. Pietraia che affronto con la stessa circospezione di un cercatore d’oro, ottenendo all’inizio gli stessi risultati di Paolino Paperino: il nulla cosmico! Ad un certo momento mando a ramengo la “circospezione” e comincio a muovermi nella zona tra le rocce con una sola tattica: nella pietraia ci sono solo le lanterne dell’Elite, basta che ne trovo una e da lì faccio il punto per localizzarmi e trovare le altre… adesso capite perché Gueorgiou in questo momento ha una lancinante fitta al duodeno! Sia come sia, alla fine mi imbatto in un telo che risulta essere quello della 18. Da lì è (quasi) uno scherzo arrivare alla 19 (c’è il sentiero, sia ringraziato lui) e poi alla 20 (sette minuti per fare 150 metri). Per la 21 si usa il sentiero verso sud e, al bivio, ci si butta dentro fino al cocuzzolo… si, col caxxo! Al terzo tentativo lo trovo! La 22 semplicemente non è sbagliabile, o meglio non posso sbagliare a trovare il masso che è grosso come un condominio, ma sbaglio arrampicandomi sulla cima del masso quando la lanterna è alla base. Uscito dalla pietraia, la 23 è banale come un bivio di sentiero al Parco di Trenno, l’orrido vallone tra la 23 e la 24 lo scalo mentre parlo al telefono con Marco che nel frattempo sta arrivando a Mezzano, e le ultime lanterne sono altrettanti bivi di sentieri al Parco di Trenno.

(nella sassaia… e la faccia è cambiata!)
Finale in debito di energie e traguardo in tre ore, cinquantanove minuti e cinquantanove secondi. Si. È vero, ho perso una decina di minuti a fare le foto alle lanterne, ma in meno di 3 ore e 45 minuti non ce l’avrei mai fatta. Però ogni tanto bisogna fare qualcosa di pazzo, o no? (cit. Rudolph Ropek-Carsten Jorgensen per gli orientisti più anziani). La cosa pazza non sarà, a conti fatti, provare il percorso long Elite di Caltena, ma presentarmi al via di Mezzano anche solo per la frazione a staffetta M50; convincere le gambe a ripartire è impossibile, e mi tocca aspettare di essere sul percorso con il bravissimo tracciatore Emiliano Corona per avere quello stimolo (si chiama orgoglio) per muovere le gambe ad una velocità superiore rispetto a “strisciare sul terreno”. A proposito di tracciato, ancora complimenti ad Emiliano per aver tirato fuori da Mezzano un tracciato mai banale e davvero impegnativo, ed aver utilizzato l’escamotage delle barriere artificiali in modo da rendere ancora più intricato il percorso.


Dovrebbe essere tutto per quest’anno, ma forse è già ora di ricominciare: 9 gennaio notturna alle Tre Torri di Milano, con la speranza di essere un po’ più puntuale anche nell’aggiornamento del blog (e con tante altre speranze per il 2019).


Auguri a tutti!


Monday, October 15, 2018

Tutti i miei orrori a Moncalvo


Questo pezzo, che in un impeto compulsivo esce a soli tre giorni dal precedente dedicato alle mie recenti gare Middle, avrebbe dovuto intitolarsi “Tutti gli orrori del Mon…calvo”: un simpatico (???) calembour che, tuttavia, avrebbe potuto dare l’impressione di una critica verso la gara di Moncalvo. Si sa che ultimamente la maggior parte delle persone legge solo i titoli dei giornali, e che i titoli vengono fatti per lo più da titolisti sottopagati, o da strapagati specialisti nel creare la frase acchiappa-click che però talvolta non si avvicina nemmeno al contenuto dell’articolo. Quindi, per evitare di dare adito a qualsiasi congettura, dico subito che il titolo fa riferimento esclusivamente alla mia gara disputata ieri a Moncalvo (Asti) ed ai miei errori, anzi alle mie due tappe bi-sprint ed agli orrori che vi ho disseminato.

Cominciamo però dalla tabella riepilogativa:
PESO
DIMINUITO MA NON ABBASTANZA
STATO DI ALLENAMENTO
HO CORSO PER NON PERDERE IL TRAM
SALUTE
ANSIA
RUOLO
CONCORRENTE IMPIEGATO PANZOTTELLO
CATEGORIA
PERCORSO NERO
STATO D’ANIMA PRE GARA
PERPLESSO
SONO PASSATO
PER MATTO
IL TEMPO
PIU’ BELLO DI COSI’
LA GARA MI HA REGALATO
LIVIDI IN POSTI IMPENSABILI
I FAN SONO RIMASTI
SPAVENTATI
Innanzitutto va detto che la gara era una prima assoluta: carta realizzata e raccomandata da Remo Madella, organizzazione by OriNichelino che insieme all’OriCuneo sta rinfrescando a prezzo di tanti sforzi le presenze piemontesi alle gare di orienteering. Un impegno che, quindi, cerchiamo di ripagare andando a gareggiare in questa gara di 1° livello con i percorsi suddivisi per colori, da bianco a nero, per livello di difficoltà e lunghezza. Al ritrovo, avendo poco sopra menzionato l'azione di "refresh" dei quadri orientistici locali, devo ammettere che anche lo “speaker del popolo” si arrende all’evidenza: riconosco infatti Miniotti, lì ci sono Luigino e Carla, vedo laggiù Faetanini e Carbone, vicino a me ha parcheggiato il prof. Zamperin, là c'è un altro gruppetto di storici orientisti torinesi, ma il 90% delle presenze (costituite, cosa ancora più interessante, per lo più da tanti giovani!) mi è del tutto sconosciuta. Sembra quasi di andare a correre all’estero, eppure ho fatto solo 90 minuti di macchina e sono nella regione vicina… Sulla piazza principale di Moncalvo convergono quindi gli orientisti, i viandanti interessati alla Fiera del tartufo, una decina di appassionati in auto d’epoca che “sgaseranno” spesso e volentieri nei pressi della partenza e dell’arrivo. A proposito: parecchie di quei modelli di auto esposti in piazza me li ricordo da quando ero bambino… vuol dire che anche io ormai sono d’epoca?!?!?!?!? (/mode “tristezza inside” on).
(foto by Dario Bertolini)
 E via che si parte per la prima tappa: mi aspetto pendenze importanti in salita ed in discesa ma sono accompagnato dal ricordo della mia bella sprint a Martina Franca e sono fiducioso. Il primo punto, in effetti, è ancora nella piazza Carlo Alberto dove è sita la partenza, ma poi ci si butta subito per le stradine del paese in discesa. Purtroppo ho un primo calo di concentrazione per andare alla 4 (un errore da autentico principiante): confondo infatti il cerchietto del punto 4 con il 14, perdo subito un minuto buono e con esso tutta la mia fiducia in me stesso, mentre vedo sfrecciarmi accanto il primo dei ragazzini in tuta OriCuneo in gara sul mio stesso percorso.

Le tratte 5-6 e 6-7 sono un po’ il leitmotiv della mia intera giornata a Moncalvo: faccio una strada per andare al punto, e poi ritorno sui miei passi per andare a quello successivo. Fino alla 9 riesco a restare a tiro delle giovani tute dell’OriCuneo, ma l’elastico si allunga nelle tratte 10-11-12. Il passaggio nell’area grezza verso la 12 mi costa il primo ruzzolone di giornata ed i conseguenti lividi… Dalla 12 alla 13 ci sono due scelte: riguadagnare curve di livello in salita verso est o fare il giro attorno al recinto non attraversabile verso sud. Io mi invento la terza: tagliare attraverso il verde “a vegetazione bassa” per guadagnare qualche metro: purtroppo nessuno mi ha ancora insegnato il trucco per galleggiare sui rovi! Il mio tentativo si risolve in una perdita di tempo (per attraversare quel centimetro di verde impiego una eternità), di energie (spese per scavalcare alcuni rami di rovo spessi un pollice) e di pelle, lasciata appesa ai suddetti rovi. L’ultimo orrore di tappa alla 14: se all'andata avevo confuso il numero 4 con il 14, andando al punto sbagliato, al ritorno riesco a confondere il 14 con il 4…

 
Passa un’ora e mezza tra la prima e la seconda partenza. Quando riprendo il via cerco di essere concentrato, incisivo, e mi riprometto di andare a recuperare qualche posizione nella classifica fatta a somma dei tempi, cercando di tenere dietro il più possibile il ragazzino dell’OriCuneo che parte sempre dietro di me! Faccio un po’ di fatica ad identificare in mappa il punto 1, che sta “dietro” al cerchietto del punto 11 (ma questa possibilità era ben spiegata nel comunicato gara), ma finché si tratta di andare in discesa tutto va bene. Alla 2 non vedo ancora nessuno dietro di me, il ragazzino è ancora lontano, ma per andare alla 3 succede una di quelle cose che riescono a mandarmi totalmente in bambola…
[NdA: nella prossima parte del pezzo descriverò una situazione che si è verificata ieri: non lo faccio per dare una connotazione specifica sulla gara di Moncalvo (se volete un commento finale sulla gara, vi rimando direttamente all’ultima frase che ho scritto in questo pezzo), ma per illustrare una situazione generica che purtroppo capita ogni tanto agli orientisti nelle gare in centro storico: mi piacerebbe sapere come le gestite voi...] All’ingresso dell’area grezza poso ad ovest del punto 2, che vorrei attraversare per “salire di un livello”, trovo due persone che mi apostrofano pesantemente al grido di “dove credi di andare? Questa è un’area privata!” “Qui ci abito io e tu non ci puoi passare!” fino al classico refrain “adesso chiamo i carabinieri!” (nella mia testa risuona da sempre il celeberrimo “Mì mòlo i caniiiii!!!!!” sentito a Roncegno – Valsugana). Messo di fronte a queste situazioni, che purtroppo mi sono capitate più volte in tutti questi anni, considero sempre i seguenti fattori:
  • Quel che dicono i due tizi (anche se un po’ di garbo non avrebbe guastato, comunque…) potrebbe avere senso: è vero che siamo nel paese del “e qui comando io \ e questa è casa mia \ ogni dì voglio sapere \ chi viene e chi va”, ma è anche vero che potrebbero esserci dei lavori in corso, dei pericoli, dei bambini, cani liberi, qualunque cosa... potrebbe essere passato prima di me un concorrente che ha effettivamente creato un disturbo, i proprietari potrebbero essere ritenuti responsabili di qualunque cosa succeda in un loro terreno privata (ogni riferimento ai Campionati Italiani sprint a Lavarone di qualche anno fa è puramente voluto);
  • Io non sto gareggiando per un titolo italiano, o per qualcosa di irrinunciabile: sono sempre in gara per gli ultimi posti e questa è una gara promozionale, quindi posso decidere di ingoiare il mio malumore ed evitare (a me e a chiunque altro) di passare un guaio;
  • Se anche io decidessi di fregarmene e passare attraverso quell'area, dietro di me arriveranno altri concorrenti tra cui ragazzini e ragazzine. Che ne so io di quello che potrebbe succedere a quelli dietro?
  • Immagino che l’OriNichelino a Moncalvo vorrà tornarci, prima o poi: se questi tizi del terreno vanno dal sindaco a lamentarsi, questo potrebbe rimanere l’unico feedback (o quello più vivido) che arriva all’amministrazione comunale… poi col cavolo che danno ancora il permesso di correre a Moncalvo!
Mi posso trovare parzialmente d’accordo con chi gareggiava a Moncalvo (o altrove) per la vittoria e, dopo la gara, mi ha dato sull'accaduto un parere del tipo “se mi dovessi fermare a dare retta a tutti gli abitanti del posto…”. Resto molto più perplesso di fronte a chi, sempre a Moncalvo, ha avuto un approccio del tipo “se la carta mi dice che posso passare, io passo perché ha ragione la carta! E’ la carta che conta!”: credo che questo assunto possa cozzare contro qualche codicillo della legge… ma poca roba eh?
 


Alla fine di tutto, comunque, cerco di spiegare la situazione (invano), di rabbonire i due tizi (invano) e proseguo verso nord-ovest un po’ sballato e un po’ deconcentrato. Per “salire di livello” fino al punto 3 utilizzo ancora una volta l’area dove era il punto 12 della prima manche (ma evitando di ripassare tra i rovi!). Poi, una volta arrivato al punto 4, il resto della manche vola via con delle tratte davvero interessanti sotto le mura e la torre panoramica, e con i continui passaggi nella zona della chiesa, fino al traguardo.

(foto by Dario Bertolini)
A conclusione di questo racconto, non mi resta che identificare il nome del ragazzino che mi ha sverniciato nella prima manche, e che non ho neppure visto durante la seconda perché, piuttosto che affrontare i due locali arrabbiati, ha girato i tacchi ed è risalito alla 3 ripassando dal punto 1: si tratta di Edoardo Pellegrino Tecco (Oricuneo); nella classifica finale è arrivato terzo con un secondo ed un terzo posto parziale. Gli voglio dire solo una cosa: hai un gran talento, ragazzo mio, e dalle quattro chiacchiere fatte dopo la gara mi sono accorto che sei anche estremamente educato, sei spigliato e sei un ottimo sportivo. Quindi non posso che augurarti ogni bene per il futuro della tua carriera sportiva, a te così come che agli ragazzi e ragazze educati, spigliati e sportivi che ho incontrato a Moncalvo: il futuro dell’orienteering piemontese è cominciato da qui, ed io l’ho visto succedere con i miei occhi. Non potevo chiedere di meglio.