Stegal67 Blog

Saturday, April 21, 2018

Anger(a) Games



Prima che cominci il periodo di impegni infernali del mese di maggio, nel quale la profondità del mi cassetto di mutande sarà messa a dura prova, rimane il tempo per una menzione sulla gara bi-sprint disputata domenica scorsa ad Angera, sulla sponda del Lago Maggiore: una prima assoluta per me, non per tanti altri che avevano già assaggiato nel novembre 2015 il terreno misto asfalto-campagna della cittadina su cui vigila la Rocca omonima.

In una gara bi-sprint la prima difficoltà da affrontare è il dover far ripartire le gambe (ed il cervello) quando comincia la seconda manche. Per me sarà quasi l’ultimo dei problemi, in quanto sabato sera vengo preso da un forte attacco della mia sinusite ormai cronica: la notte prima della gara risulta parecchio travagliata e soprattutto non risolutiva, cosicché al mattino di domenica dovrei prendere un’altra dose di medicine, ma non mi azzardo perché devo guidare fino appunto ad Angera. E non riesco nemmeno a fare colazione. Come ovvia conseguenza, arrivo alla partenza della prima manche che sono una specie di sacco vuoto ed ho appena preso la medicina per la sinusite che mette un po’ di sonnolenza.


Il percorso prevede una partenza davvero cattiva: fatta salva la prima lanterna, cui fa da guardia un bel capanno che non è sbagliabile, basta muovere qualche passo in direzione nord-est che tutti i particolari della mappa in scala 1:4000 mi vengono letteralmente addosso: credo di immaginare che le scalette riportate in mappa saranno molto più visibili di quanto lo siano nella realtà, poi vedo poco più in basso Dario Galbusera punzonare una lanterna che mi figuro “albero isolato” (ma non lo trovo in mappa). Mentre attorno a me tutti corrono in ogni direzione, mi astengo dal chiedere a Dario il codice della sua lanterna e continuo a muovermi come una gallina senza testa: quando arrivo ad un punto di controllo in un piccolo terrapieno, e leggo il codice “67”, mi dico “Ok, sono finito alla mia quarta lanterna…”. La lanterna che Dario stava punzonando, per la cronaca era la mia 3. Per andare al secondo grappolo di punti, giro in senso orario perché non mi fido più ad attraversare i vigneti. Poi altro giro da nord per andare dalla 8 alla 9, ed una volta terminata la salita verso la 10 non rimane che lasciar andare le gambe verso il lago fino al traguardo.

Una volta qui, commetto l’errore cruciale di giornata: passo dal ritrovo a scaricare il chip della prima manche ma mi fermo a parlare de percorso e non mi rifocillo con un Enervit o un Carbogel che mi sarebbero tanto serviti


(la foto - by Mariano Maistrello - in realtà è del post-seconda manche, perché abbiamo in mano le carte di gara, ma il concetto è lo stesso)

Sacco-vuoto-2-la-vendetta parte per una seconda manche che prevede una prima serie di rimbalzi tra punti molto ravvicinati, una parte centrale “a lunghe percorrenze” (che non sono affatto sicuro di aver interpretato correttamente) ed un finale ancora tanto movimentato fino alla “volata” sul lungolago.

Percorso gradevoli, con Maurizio Todeschini che ha tirato fuori quanto di meglio di poteva fare per una doppia sprint intrigante e variata. Il titolo del blog non ha nulla a che fare con la parola italiana “rabbia”: sarebbe stato un gioco di parole quasi perfetto se ne avesse con la parola “fame” che però in inglese è “hunger”. Ma se di Hunger Games si fosse trattato, a causa delle condizioni in cui ho gareggiato i tributi del Distretto 2 mi avrebbero fatto secco nei primi minuti di gioco…

Saturday, April 14, 2018

Elettrificato a Mussolente


Qualche settimana fa, prima ancora di essere nominato Speaker Federale di Riferimento (con quella che potrebbe deve essere stata l’ultima delibera del Consiglio Federale appena decaduto) ho ricevuto una telefonata da Bepi Simoni e Luigi Bordignon per andare a fare lo speaker ai World Ranking Event di MTB-O a Nove e Mussolente. Sapevo già che quel fine settimana sarebbe stato abbastanza libero da altri impegni, e in fondo andare ad aiutare due amici come Bepi e Luigi ad una distanza da casa gestibile (poco più di tre ore di auto) era fattibile.
Così ho riportato la mia unica richiesta: avrei voluto provare a fare le due gare anche io prima di mettermi al microfono. Memore di quello che avevo fatto un bel po’ di anni fa ai Campionati Italiani vicino a Como (entrambe le volte i percorsi Esordiente) e due anni fa a Lavarone, dove ero partito per provare il percorso Elite almeno il sabato e dove infine avevo fatto ancora i due percorsi Esordienti, memore degli ammonimenti di Ivan Gasperotti “tu non sei un biker!”. Sia Bepi che Luigi mi avevano tranquillizzato: “Nema problema!”. E così sabato mattina in una bella giornata di sole mi sono messo alla guida ed ho affrontato le tre ore di strada che mi avrebbero portato a Nove, sugli stessi terreni dell’area golenale del fiume Brenta che mi avevano visto nel corso degli anni impegnato sia nella C.O. (una divertentissima gara di campionato regionale sprint nella quale me la ero cavata anche bene) che nel Trail-O (una tappa per me poco felice all'interno di un Campionato Italiano che Marco ricorderà a lungo per una lanterna posizionata un po’ “a muzzo” e per la spiegazione ancora più “a muzzo” con la quale successivamente venne motivata la posizione della lanterna…).

Una breve sosta sulla piazza della chiesa di San Pietro in Gu che mi piace tanto per la tranquillità ed il silenzio, nonostante la vicinanza con la provinciale ed i negozi…
… ed alle 12.30 circa sono al centro gara alla palestra di Nove. Insieme a me ed agli organizzatori, l’unica altra presenza è quella di Olga Vinogradova: si tratta della sempre sorridente e solare campionessa del mondo di MTB-O ma meno campionessa di lettura delle istruzioni di gara, visto che ha interpretato l’orario di apertura del centro gare (13.30) come orario di inizio gara. Chiedo alla campionessa se ha portato le medaglie d’oro mondiali da farci ammirare e lei risponde: “Perché tu sai chi sono io e io non so chi sei tu?” ed io rispondo “Perché tutti conoscono Peter Sagan, ma Peter Sagan non conosce tutti!”. Segue sguardo perplesso della campionessa che si smorza solo quando concludo dicendo “… e tu sei la Peter Sagan della MTB-O!”.
Passano pochi minuti e Luciano Sonda arriva a portarmi la MTb che userò “in gara”: si tratta di una bellissima e fiammante E-Bike! Il primo pensiero è di pura preoccupazione: già non sono bravo ad andare in bici… quell’aggeggio avrà un costo di qualche migliaia di Euro e la propulsione di un piccolo motorino, ed io in motorino non ci sono mai andato in vita mia. E poi dai, che vergogna, mi tocca fare il giro-speaker con la bici elettrica! Dico a Luciano di impostare la pedalata assistita sul minimo sindacale e, con un pensiero alla mia Fondriest bianca rimasta in box ed una occhiata di disgusto alla E-Bike, salgo in sella e accendo il motore do il primo colpo di pedale.

Figata! Figatissima!!!
Trattasi di amore a prima vista. Non ci sono parole adatte per descrivere la sensazione provata nello schiacciare il pedale (partire per me è sempre l’azione più a rischio caduta, come sanno bene i vagabondi che mi hanno visto cadere da fermo durante il Be Green di Monza di qualche anno fa) e sentire il velocipede che parte da solo. In sella al mio nuovo amore, mi dileguo velocemente verso l’area golenale del Brenta e pochi minuti dopo sono in partenza
La mappa è quella che già conoscevo, ma venirne a capo in sella ad una bicicletta a pedalata assistita è una impresa. La prima cosa di cui mi accorgo è che ci sono troppe cose da fare contemporaneamente: trovare la strada, agire sul rapporto della ruota posteriore, agire su quello della ruota anteriore, azionare i freni, stare in piedi, orientare la mappa e tenere il segno sulla posizione in mappa… qualcosa bisogna eliminare! La prima cosa che elimino è “orientare la mappa”: ciò che mi riesce così naturale quando corro nei boschi, diventa un gesto innaturale in bicicletta. Per i rapporti, mi limito ad aiutare o rinforzare la pedalata solo quando proprio è indispensabile, ed agendo solo sul pignone posteriore per togliere un’altra variabile: faccio sempre confusione tra le due levette, mi sono sempre chiesto (e me lo chiedo ancora) perché ci sono due levette diverse su ciascuna manopola…, che agiscono tra l’altro in modo una contraria all’altra.

Non mi resta quindi che pedalare, stare con le mani incollate ai freni perché sembra di essere ad un rodeo, e trovare le lanterne. Il che si dimostra non così facile come pensavo speravo: la prima lanterna sembra da Esordiente facile, ma alcuni sentieri proprio non si vedono e alla fine ci arrivo tagliando per i prati perché scorgo il “nasone” che va da nord ovest a sud est. Nasone che poi, per andare alla 2, ovviamente confondo con uno dei sentieri e mi tocca farlo avanti e indietro… Alla 3 comincio a prendere dimestichezza con i sentieri ed il fondo sconnesso, meno con i rovi e la vegetazione che si spingono ad invadere i sentieri: finirci addosso alla velocità di un ciclista non è proprio un piacere, e capisco perché i bikers utilizzano i guantini per proteggere le dita (che sono le prime ad incocciare contro rametti e cespugli).

Con la E-Bike è un piacere sviluppare tanta potenza in più nei tratti come quello 7-8-9, poi dalla 11 alla 12 dove sulle rive del laghetto faccio scappare via un branco di oche starnazzanti. Sull’argine dalla 13 alla 14 incrocio qualche passante e distinguo chiaramente i commenti “guarda quello lì con la bici elettrica!” e mi sento come il milanese imbruttito in Corso Buenos Aires con la Lamborghini a sentire i commenti di quelli sul marciapiede… Gran giro completo dalla 15 alla 16, ripassando dalla 1, per godermi ancora una volta le prestazioni della E-Bike fino ad arrivare sul greto del Brenta con una lanterna al pelo dell’acqua, prima del finale in un labirinto di sentieri dove bisogna stare con le mani ben incollate ai freni e gli occhi ben incollati alla mappa.

Il rientro al ritrovo a consegnare il destriero al legittimo proprietario è accompagnato dai frizzi e lazzi degli atleti che nel frattempo sono arrivati nel paddock. Si va dal ritornello “guarda quello lì con la bici elettrica!” al “ma allora è vero! C’è anche LUI!!!” che mi fa sembrare una specie di Papa sulla papamobile…

La E-Bike si manifesta in tutto il suo splendore anche la mattina di domenica. E’ prevista infatti la gara di World Ranking Event sulla distanza media, con un percorso di 22 km che a me sembra eterno; ma con un aggeggio simile posso provare a fare anche tutto il percorso Elite, il che è proprio quello che faccio partendo alle 7.40 del mattino.
Dopo una prima difficoltà per uscire dal muro del Koppenberg situato proprio dopo la partenza, e dopo una discesa nei prati da “vento nei capelli” per arrivare alla prima lanterna che sembra di essere a Gardaland, la E-Bike diventa un piacere nella lunga tratta a bordo carta per arrivare alla seconda lanterna. Le lanterne successive sono abbastanza distanziate tra loro da consentirmi di dover memorizzare solo concetti semplici come “la terza a destra, poi sempre dritto” (anche se il sentiero è tutto tranne che dritto, ma basta stare sulla linea principale).
Per arrivare alla 6 c’è un bel pezzo di strada asfaltata da fare. E ancora di più per andare alla 7 e poi alla 9 fin dentro l’abitato di Sant’Eulalia. Proprio su queste tratte capisco due cose: la prima è che siamo proprio nella zona dove spopolano i cicloamatori, perché ne incrocio a mucchi (dagli isolati, a quelli che vanno in coppia, alle squadre complete). La seconda è che anche tra i ciclisti c’è una netta distinzioni in classi sociali, e che quelli con la E-Bike stanno proprio all’ultimo gradino nelle considerazioni degli altri che faticano: gli insulti e le battutacce che non mi sono sentito rivolgere! Nessuna pietà per il mio abbigliamento che non ci azzecca nulla con il ciclismo, nessuna pietà per lo strato di fango che ricopre ormai buona parte della carena e della mia schiena. Le piogge abbondanti degli ultimi giorni hanno trasformato buona parte dei sentieri tra i campi in piccole piscine di acqua o di fango, alcune elle quali talmente profonde da trasformare la E-Bike in una specie di hovercraft. Dopo aver fatto tutto il giro del colle di Liedolo, e alle 9.30 circa rientro alla base con la E-Bike anch’essa abbastanza esausta. Lo stato dei miei vestiti è la testimonianza del fatto che sono andato anche io ad affrontare le piste dei bikers, ma è solo grazie alla E-Bike che ho potuto davvero provare a completare il percorso e vedere con i miei occhi dove sarebbero passati gli atleti.
(lato A)
(lato B)

La MTB-O rimane una bella disciplina, ma io posso trovarmi a mio agio solo se il terreno non è troppo pendente o troppo tecnico, e se i sentieri rimangono privi di ostacoli. Altrimenti è un rodeo, ed io non sono pronto per precipitare da cavallo ogni due svolte. Perché questi che fanno MTB-O non sono soltanto dei campioni con i muscoli d’acciaio, ma sono anche degli autentici funamboli. Complimenti a loro, io torno a fare la C.O. dove mi freno da solo e dove tutto quello che devo fare è orientare la mappa.

Anche se il ricordo di quella E-Bike verrà con me ancora tanto a lungo…

Wednesday, March 28, 2018

L’ingresso è gratuito…



… è per uscire che bisogna pagare. Parole e musica degli “L(P)”, gruppo musicale che si fregia della presenza di Lorenzo Pinna alla chitarra e, a partire da domenica scorsa al Montello, della “quote” di inizio delle premiazioni ogni qualvolta si tratterà di andare a combattere gareggiare in un terreno adatto a “Rambo in the Jungle”.

L’ingresso nell’annata sportiva 2018 è stato caratterizzato da una carenza di allenamenti quasi totale (colpa mia che trascorro troppo tempo in ufficio) + motivazione abbastanza assente (colpa mia che consumo tutte le mie energie nervose al lavoro) + peso forma fuori scala (colpa mia che arrivo a casa e non ho più voglia\tempo\forza di mangiare qualcosa che non sia precotto). Non sono nemmeno riuscito a mantenere la promessa di scrivere con cadenza periodica sul blog, di conseguenza adesso i miei tre due lettori si devono beccare il resoconto minuto per minuto dei primi tre week-end di gare, tutti in una volta: Cantù + Monza + gare nazionali al Montello.

Terrorizzati per la lunghezza di questo blog? Dispiace. A me, dopo aver affrontato le lanterne 10-11-12 della gara di Coppa Italia, non fa più paura nulla. Ci vuole altro per spaventare quelli come me che hanno infilato bussola, bricchetto, mani e braccia nel tritacarne e ne sono usciti intatti!


(… insomma… più o meno intatto)

La prima uscita a Cantù, per l’inizio delle gare lombarde, è avvenuta sotto un diluvio che lévati. Da far passare la voglia a tutti, tranne a coloro che erano in piena astinenza da lanterne. Sono salito a Cantù fiducioso e speranzoso in una bella gara, che mi potesse riconciliare con le sprint made by Oricomo: è risaputo che l’anno scorso, in occasione della bi-sprint disputata proprio a Como, ero andato a casa un po’ con le pive nel sacco a causa di un tracciato non del tutto corrispondente alle mie aspettative; di questa gara non avevo parlato sul blog dell’anno scorso, infatti, ma il titolo era già pronto: “Seconda strada a destra” a rappresentare le scarse, se non nulle, difficoltà del percorso 2017 che aveva davvero poco appeal per essere una gara sprint in città.

Arrivato a Cantù sotto la pioggia diventata man mano sempre più copiosa, ho raccattato al ritrovo la descrizione punti del mio Percorso Nero ed ho avuto il primo shock: solo 12 punti di controllo. Ancora? Va bene che è una gara sprint, ma ormai 12 punti di controllo sono davvero pochini per un percorso Elite… infatti c’erano categorie con meno di 10 punti, e la categoria dei bambini forse 6 o 7, quando ormai è chiaro che i bambini più piccoli vengono anche solo per il divertimento di punzonare le lanterne, ce ne fosse una ogni 10 metri. Presagi foschi mi portano quindi ad affrontare il freddo e la pioggia fino alla partenza, dove scopro che partirò allo stesso minuto di una Giovane Promessa dell’orienteering lombardo (da qui in avanti la chiamerò G.P.) che sta crescendo proprio nella mia piccola ma onesta società.

Nonostante le infauste premesse, la gara si dimostrerà comunque attraente, con un risultato finale di prestigio ottenuto grazie ad una scelta particolarmente efficace. Una scelta di percorso? No. La scelta di imbustare nella apposita cartellina trasparente la “carta antispappolo” consegnata in partenza. Accade infatti che due minuti prima di me parte Stefano De Favari il quale, con la di gara carta umida, le mani umide e la cartelletta di plastica umida impiega un minuto e mezzo per infilare la mappa dentro la protezione plastificata. Mentre assisto al piccolo dramma di Stefano, due cancelli di partenza dietro a lui si svolge il seguente teatrino dell'assurdo.


Primo atto:
Stegal: “Posso avere la cartelletta per proteggere la mappa?
Addetto alla partenza, paziente: “Certo… eccola…”
G.P. chiede anche lei la cartelletta

Secondo atto:
Stegal: “Ma la carta è antispappolo vero?”
Addetto alla partenza, meno paziente: “Certo… era scritto sul comunicato…”
Stegal rimette la cartelletta al suo posto.
Anche G.P. rimette la cartelletta al suo posto
Terzo e ultimo atto:
Stegal pensa: “Oddio! Non è che magari la carta non è proprio antispappolo e G.P. rischia di perdere la gara perché fa quello che faccio io?
Stegal: “Però… ripensandoci… non è che posso avere la cartelletta lo stesso?
Addetto alla partenza, disappointed: “…”
G.P. ri-chiede anche lei la cartelletta.
Risultato finale: tutti coloro che partono senza cartelletta arriveranno al traguardo con in mano una sorta di “bolo” fradicio, facendo a memoria gli ultimi punti o accodandosi a qualche concorrente partito dopo. Tra “PM” e ritirati per scioglimento del papiro, alla fine mi ritrovo nono in classifica persino molto vicino a concorrenti assai più forti di me.

(la carta di Cantù: un autentico francobollo, ma il percorso è stato davvero carino)

Una settimana più tardi è il momento di andare a gareggiare a Monza, per una seconda gara sprint su un terreno arci-noto. Gli organizzatori della Polisportiva Punto Nord hanno però ampliato la carta alla zona “Monza sobborghi”: un po’, immagino, con l’idea di variare il percorso rispetto agli anni passati e, magari, un po’ anche per evitare gli slalom alla Alberto Tomba degli orientisti tra i monzesi paludati a festa e dediti al rito del cappuccino e brioche in centro della domenica mattina. Questo va un po’ a discapito delle difficoltà orientistiche trovate in gara che, soprattutto nel finale quando si tratta di ritornare in zona ritrovo, non possono che essere limitatissime visto che sostanzialmente si tratta di correrecorrerecorrere (specialità che non mi vede tra i suoi principali protagonisti)

(il memorabile post di Edoardo Tona…)

La mia gara parte già con il botto… il regolamento della gara non prevede una partenza con la griglia prefissata: ci si mette in coda nel corridoio di partenza corrispondente al proprio percorso, in fondo al quale si trova la propria carta di gara nella unica cassetta ivi predisposta. Il distacco in minuti dal concorrente precedente sostanzialmente ce lo decidiamo da soli (può essere un minuto, due minuti,... enne minuti se nessuno si presenta nel corridoio di partenza…). Io vedo partire davanti a me Matteo Molteni (vincitore a Cantù) poi Francesco Radice e dietro di me si prepara Federico Navarra. Francesco mi ha battuto di pochi secondi a Cantù (ma non so ancora che è stato uno dei concorrenti penalizzati dallo spappolo della carta) e mi piacerebbe provare a raggiungerlo, mentre Federico mi prenderà di sicuro ma vorrei provare a rendergli la vita dura. Di conseguenza esco dal cancelletto di partenza come un assatanato, prendo la carta dall’unica cassetta davanti a me che recita “Percorso Nero” e mi butto all’inseguimento di Francesco. Piego la carta, piego leggermente a destra, sento il mio emisfero destro che dice al sinistro “ma guarda che pochi punti che ci sono in questa parte di mappa!” e l’emisfero sinistro che risponde “saranno tutti nella parte di mappa che hai appena piegato!”.

Sto per arrivare al punto 1, che non è nulla di difficile, e mi vedo correre incontro Matteo: avrà sbagliato scelta… eh si ‘sti ragazzi corrono come lepri ma tecnicamente non sono in grado di tenere il passo di un esperto come me… ehi! Anche Francesco mi sta correndo incontro!!!Stefano! Controlla la mappa perché il percorso è sbagliato!”. Frenata da 5 a zero in un nano secondo (nell'ultimo posto du dopolavori.blogspot.com, Dario Pedrotti frena da 100 a zero: di conseguenza io freno da 5 a zero). Controllo la descrizione punti stampata nell'angolo della mappa: percorso Azzurro. Ma porc...! Dietro front, mi butto all’inseguimento di Matteo e di Francesco. Nel frattempo incrocio Federico, partito dopo di me: “Federico! Controlla la mappa perché il percorso è sbagliato!”. Ritorniamo tutti quanti in gruppetto alla partenza, dove Luigi Fantin e Irene Tomiello cominciano a gestire la situazione con calma e tranquillità davvero encomiabile (o qualcuno aveva messo loro una abbondante dose di Prozac nel cappuccino). Matteo riparte, poco dietro parte Francesco. Poi lascio andare avanti Federico (che si butta a sinistra e qualche secondo dopo ripassa a tutta velocità andando verso destra, in piena trance agonistica) e infine parto anche io.  
(la mappa… quella giusta)

Ecco. Diciamo che dopo questa partenza con il botto, il mio animus pugnandi è andato un po’ a donne di facili costumi. Non che avessi velleità di vittoria... ma così mi sono ritrovato già un po' smonato. Mi limito quindi a caracollare stancamente lungo il percorso, cercando di mimetizzarmi con i dintorni durante i passaggi nel centro di Monza per evitare di farmi vedere da qualche collega di lavoro che sicuramente era in giro per il rito mattutino del bar pre-pranzo. Il mio tempo finale mi posiziona abbondantemente, meritatamente e coerentemente a fondo classifica, perché quella è la mia posizione, anche se poi viene “limato” per un tempo pari al “tempo che più o meno ha perso Navarra per l'inconveniente in partenza, però tu sei un po’ più lento di Navarra… diciamo che ti togliamo quattro minuti”. Oh! Io mi ero divertito lo stesso! (secondo me una soluzione era quella di togliere a tutti il tempo impiegato per arrivare alla prima lanterna, e far “partire la gara” dalla 1… ma va benissimo così).

Dopo la gara di Monza si comincia a preparare il trolley verde, quello avuto in regalo con i punti dei Ringo Boys, per andare alla prima trasferta nazionale in provincia di Treviso. Il weekend prevede la sprint a Susegana e la middle sulla collina del Montello: per questa seconda gara i bene informati dicono “presenza di ampia sentieristica, ma una vegetazione da entrarci con il machete e l’armatura”. Vedremo…

La gara di Susegana si sviluppa per la prima parte in mezzo ai vigneti: diciamo che praticamente è come correre in mezzo alle case (che non sono attraversabili, così come non lo sono a norma di regolamento i filari di viti), solo che ci puoi vedere attraverso. Di conseguenza l’intera zona di gara appare tappezzata di lanterne ovunque, sembra lo scenario di una gara di Trail-O tracciata da un matto che oltre alle consuete piazzole Alpha-Bravo-Charlie… ha messo anche ...Whiskey-XRay-Yankee


Memorabile la salita dalla 3 alla 5 dove bisogna usare la piccozza sulle zolle di terreno del vigneto. Dopo la tirata dritta che dalla chiesa (punto 10) porta verso il piccolo nucleo di case attorno all’ansa del fiume, d’altra parte non c’erano altre scelte possibili, passo al punto spettacolo confidando nel fatto che tutti gli atleti siano rimasti al ritrovo, che dista dall’arrivo qualche centinaio di metri. Invece tutti gli atleti sono in zona arrivo e mi vedono passare bolso come un ronzino sfiatato. Anche nell’ultima parte di gara ci sono lanterne posizionate molto vicino l’una all’altra, e da speaker penso che questo potrebbe creare una ulteriore difficoltà per gli atleti che si giocano la gara sul filo dei secondi: infatti gli under 20 saranno falcidiati uno dopo l’altro, cosa che contribuirà molto al brio dato al commento in diretta (l’altra cosa che contribuisce al commento in diretta è la gara pazzesca – no shit! – di Mattia Ferrari in Elite… nono classificato alla sua quarta gara di orienteering). Finisco la gara con un tempo davvero rivedibile, e poi mi dedico alla consueta pantomima di chiedere ai favoriti di non "doppiarmi" impiegando anche un solo secondo in meno della metà del mio tempo: precauzione che reputo inutile, tanto sono reduce da Monza dove alla fine in classifica ho un tempo di gara che è solo il 60% in più di quello di Tenani… ma la previsione è davvero incauta: il vincitore (lui, sempre lui, Riccardo Scalet) impiegherà DUE secondi meno della metà del mio tempo. Sgrunt!

Il sabato sera che precede il cambio da ora solare a ora legale è sempre quello nel quale si vive il patema di animo “lo smartphone aggiornerà l’orario da solo o la mia sveglia suonerà con un’ora di ritardo?”. Situazione vieppiù complicata dal fatto che dormiamo in pieno Montello, dove non è che Tim e Vodafone abbiano piazzato ripetitori su ogni albero, e quindi la rete internet è ridotta ad una bava sottile che si capta qua e là. L’”operazione sveglia” viene comunque assolta secondo i piani predisposti da Gabriele Bettega: è pur vero he ho dormito un’ora in meno, ma questo non influirà sulle mie prestazioni atletiche (nel senso che “peggio di così…”). Quando alle ore 7.45 circa prendo il via della prima gara di Coppa Italia Elite 2018, ho letteralmente tutta la collina del Montello a mia disposizione.



Ampia sentieristica. Almeno su questo i bene informati erano nel giusto. Praticamente la mia tattica è sentiero... sentiero... sentiero... “zona di bosco aperto dove le tracce un po’ si mescolano tra loro”... sentiero... punto di controllo subito a destra! Poi sentiero... sentiero... sentiero... e al bivio mi butto a destra con il punto che è subito sotto. Rapido taglio nel bosco... sentiero e poi alla curva mi butto di sotto in un’altra canaletta. Sentiero sentiero sentiero… faccio un po’ il giro del fullo ma l’ultimo sentiero mi porta praticamente a 20 metri dalla lanterna 4 che è subito sotto. In pratica è un po’ una HB dei vecchi tempi.

Per la 5 sentiero carrabile e poi sentierino, e dalla curva di quest'ultimo si vedono benissimo le due collinette in mezzo alle quali si trova la lanterna, anche se tra il sentiero e la lanterna comincia a stendersi un sipario di vegetazione rognosa senza soluzione di continuità. Sono intanto a 25 minuti di gara e comincio a sperare che in fondo potrei finire il tutto attorno ai 60 minuti (si, certo, e Scalet negli stessi 25 minuti sarà al traguardo… mi dice l’omino nel cervello!). Così per andare alla 6 prendo il sentiero che porta alla 7 per utilizzare il prato come punto di attacco, improvvisamente vengo assalito da un intenso profumo di wurstel che arrostiscono sulla brace: prima ancora di pensare che sto diventando matto, scopro di essere finito in mezzo alle tende degli scout! Ma quale cavolo di scout mangia wurstel alle 8 del mattino???

Dalla griglia dei wurstel Dalla 7, scendendo nel prato e poi risalendo i vari avvallamenti in mezzo ad una insalata di rovi, arrivo alla 6. Poi torno alla 7, prima lanterna in 25 anni di orienteering che posso trovare a olfatto! Per arrivare alla 8 non devo fare altro che lottare con un altro po’ di vegetazione, arrivare alla strada forestale, poi al prato: c’è una specie di basso cunicolo tra i rovi in fondo al quale si vede benissimo la lanterna numero 8. E’ chiaro che tra rovi, wurstel, tende degli scout e ulteriore comprensibile casino, la mia velocità ha avuto un crollo paragonabile solo a quello delle azioni Facebook dopo lo scandalo Cambridge Analytica. Ma penso ancora che potrei finire la gara in meno di 1 ora e 10 minuti… tanto la 9 non è lontana, alla 10 ci potrei arrivare facendo la circonvallazione di tutti i sentieri, la 11 è vicino ad un disbosco e la 12 è la lanterna prima dell’arrivo e di solito si trova, no?

Povero illuso che sono!

Intanto dovrei trovare la 9: è la classica lanterna che mi fa mandare una preghiera al Geometra dell’Universo (che però quando ha creato il Montello doveva essere parecchio nervoso…) e dire “aiutami a trovare questa che le altre poi le trovo da me”. Purtroppo manca la rete, e la connessione con il Geometra dell’Universo non è possibile: il risultato è che passo parecchi minuti a combattere nella giungla più nera cercando un avvallamento che corre da sud a nord, e trovando solo valloni che non ne vogliono sapere di orientarsi nella direzione che dico io (ed ogni vallone mi costa un combattimento corpo a corpo con la vegetazione). La velocità scende tanto quanto le percentuali del PD alle ultime elezioni, e quando finalmente trovo il punto più per culo che per anima, penso che anche un tempo di 1 ora e 20 minuti mi potrebbe andare bene, o no?

No.

Intanto bisogna scendere sul sentiero e fare la tangenziale fino quasi a tornare al punto 2. Poi scendere lungo la strada forestale verso sud fino al punto dove sta la croce. Da lì il piano originale mi vedrebbe scendere lungo un qualunque avvallamento fino in fondo al vallone dove passa il sentiero, e poi percorrere il citato sentiero fino all’avvallamentone grosso dove sta la 10. Tutto giusto?

Tutto sbagliato. Il primo problema è rappresentato dalla discesa dalla croce verso il fondo del vallone, che è allucinante: sento la mancanza di una armatura o di un machete, ma anche il tenente colonnello Bill Kilgore (Robert Duvall) e la sua Cavalcata delle Valchirie potrebbero aiutarmi mandando giù dal cielo una massiccia dose di napalm… Quando infine ho fatto surf percorso il sentiero e arriv ai piedi del vallone, mi scappa da ridere: per la risalita alla lanterna 10 mi servirebbe la piccozza (ma l’ho lasciata nel vigneto di Susegana), i ramponi e i guanti da saldatore per potersi almeno aggrappare ai rovi (alcuni dei quali grossi come un alluce del mio piede). La discesa dalla 10 verso il fondo del vallone la faccio sul mio nobile posteriore… che è anche un modo per rimanere quanto più possibile vicino al terreno ed evitare i rovi. Mi dico che almeno adesso è finita, e che in fondo va quasi bene lo stesso terminare la gara in 1 ora e 30 minuti. Prendo il sentiero verso sud est e poi verso sud fino alla strada. Dalla strada parte un bel prato, che mi lascia su un sentiero, che mi conduce ad un disbosco, e nell’angolo di quest'ultimo dovrei trovare la lanterna. Sarà l’idea giusta almeno questa volta?

Nemmeno per sogno. La lanterna 11 in effetti sta nell’angolo del disbosco, ma uno o due piani sotto al livello del disbosco. E non c’è ascensore, ma solo una specie di inferno di di rovi e sterpaglie. Mi affaccio dal bordo e guardo giù, dove so che c'è la lanterna (invece no, e troverò solo la fettuccia): un solo pensiero “Il primo che decide di passare da qui è un eroe”. Ma io di fare l’eroe non ne ho proprio voglia: le chiazze rosse sui pantaloni e l’appiccicaticcio che mi cola sulla faccia sono più che sufficienti per oggi, e quindi opto per fare il giro sul sentiero ed entrare nel canalone dalla porta di servizio a nord. Anche il mio primo tentativo per arrivare alla 12 verrà completamente respinto dalla vegetazione, cosicché alla fine mi riduco a scendere lungo la strada asfaltata (incurante del fatto che da quella strada stanno arrivando le macchine che conducono gli orientisti al ritrovo… figura di m…!) e a risalire lungo il sentiero per affrontare l’ultima insalata di rovi e vegetazione impossibile lungo la linea più breve.

1 ora, 38 minuti, 59 secondi e spiccioli per una media distanza di Coppa Italia. Walter Peraro è solito dire “abbiamo affrontato il bosco e abbiamo vinto”, ma non sono sicuro di poter dire la stessa cosa questa volta. Più probabile che il verdetto sia una specie di “no contest”. Per i soli finali: “La FISO era rappresentata dal Presidente FISO, Tiziano Zanetello che ha premiato i concorrenti ed ha insignito Stefano Galletti di un riconoscimento ufficiale in quanto speaker federale di riferimento”. Sono stato tentato di pensare che Per Forsberg non sarebbe mai andato nel bosco a farsi spatassare la faccia e le gambe dai rovi, ma poi mi sono detto:

Per Forsberg sarà mai stato nella sua vita “speaker federale di riferimento”?
Probabilmente no. Quindi stavolta vinco io

Sunday, March 04, 2018

Tutti i colori del MOO


Lo dico subito, a scanso di equivoci. Sono innamorato del MOO. Lo trovo affascinante. Una iniziativa meravigliosa partorita dalla mente di un genio.Lo penso al punto che, ogni volta che vengo interpellato da questo o quello per tirare fuori una idea nuova per fare orienteering "... dai! Sei nel giro da 25 anni, possibile che proprio tu non sei in grado di partorire una idea nuova per attirare le masse a fare orienteering???", la mia risposta è sempre la stessa: l'idea nuova c'è già. Si chiama MOO. Ed è una idea definitiva.
A parte che queste domande mi fanno sembrare una specie di "grande vecchio" dell'orienteering italiano (sono vecchio, ma non così tanto, e sono grande, ma mai come tanti altri). A parte che, se davvero io avessi una idea buona pronta in saccoccia, la vengo a dire a voi? L'ultima idea buona che ho avuto è stata la Milano nei Parchi, e correva ancora l'anno 2005 e c'era il Governo Berlusconi III: il fatto che stiamo già lavorando al calendario Milano nei Parchi 2019 mi dimostra ogni volta di più che l'idea era buona davvero! Poi sulla questione del prossimo governo ci ragioniamo domani mattina 5 marzo...
Ma perché sono così innamorato del MOO? Perché è una gara? No, la classifica in quanto tale è l'ultima cosa che mi interessa. Perché si corre a Milano? Ma io non vedo l'ora che Remo trasformi tutto questo in un format nazionale: un ROO (Roma), un TOO (Torino o Trieste o Trento), un *OO dove "*" significa "la qualunque". Arrivo addirittura a pensare che se un'arma "Fine di mondo" dovesse far scomparire tutte le carte da orienteering sulla faccia della terra lasciando solo quelle del MOO, io penserei: "ok, posso sopravvivere a questo!". Perché le lanterne del percorso sono spesso degli enigmi da risolvere con il cervello bene attaccato? Mmmmmhhhh... qui già ci avviciniamo molto agli argomenti che da sempre toccano il mio interesse e stimolano la mia curiosità. Perché traccia Remo? Beh... io con Remo, il deus ex machina del MOO, mi sono trovato a discutere spesso: talvolta dalla stessa parte della barricata, altre volte su posizioni decisamente contrapposte.
Ma io voglio dare a Cesare quello che è di Cesare, ovvero a Remo quello che è di Remo: il MOO mi piace perché non si limita alle mappe, alla gara, alla corsa da un posto all'altro, ai quesiti. Il MOO secondo me è una storia che Remo ci racconta ogni anno, una narrazione che si dipana attraverso le mappe e che costa al suo autore una fatica che non è in alcun modo commisurabile alle 5 ore di durata della gara in se stessa. Per dirla tutta: vogliamo parlare della mappa della Stazione Centrale realizzata con i soli camminamenti dedicati ai non vedenti? Oppure alla mappa della zona di Piazzale XXIV Maggio che urla una denuncia per il modo in cui certi arredi urbani deturpano una piazza altrimenti meravigliosa? O la mappa "a livelli" del City Life (dove non ero mai stato prima del MOO) oppure quella del Parco Trotter (idem). Qualcuno era a conoscenza della nuova toponomastica dei quartieri attorno a Piazzale Loreto, che nella mente di Remo sono diventati "NOLO" e "SUCA"?
Credo di poter dire che in questi ultimi 3 anni ho scoperto più cose su Milano attraverso il MOO di quante ne ho scoperte vivendo la città negli altri 364 giorni. Il tutto, mi ripeto, attraverso un racconto che Remo ci sciorina negli ultimi minuti prima della partenza, emozionato come un artista che sta per svelare la sua opera al pubblico, avvincente al punto da farci pendere incantati dalle sue labbra e farci dimenticare che, come ogni anno, mentre Remo parla e ci ipnotizza come il pifferaio di Hamelin (siamo tutti novelli bambini e le mappe ci attirano come la musica del pifferaio) alle nostre spalle succede SEMPRE un preparativo della prima fase del MOO.
Finché Remo con uno schiocco di dita ci libera dall'ipnosi con il consueto "la prima mappa è alle vostre spalle". E' il primo atto del MOO, comincia lo sballo (e soprattutto, per il prossimo anno ricordarsi di questa cosa: occhio a quello che succede alle nostre spalle mentre Remo da le ultime istruzioni! Si Remo, lo so che questo ti costringerà a trovare un altro trucco... ma confido che ce la farai a distrarci ancora una volta).
 
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L'opera quest'anno ha avuto un prologo. Bellissimo ed entusiasmante come le musiche di Andrew Lloyd Webber nel Jesus Christ Superstar prima che la voce di Carl Anderson attacchi l'immortale "Heaven on their minds". Il prologo è cominciato mentre ero in trasferta di lavoro. Mercoledì, con il MOO ancora abbastanza lontano. Improvvisamente lo smartphone si anima, i commenti si susseguono, i messaggi si affastellano l'uno sull'altro: pare che Remo abbia pubblicato su facebook una foto nella quale compaiono alcuni angoli delle mappe che saranno usate
Io non so se Mr. Whattsapp abbia registrato un picco di messaggi tra mercoledì sera e venerdì. Quello che so è che da mercoledì sera le migliori menti del pianeta (... più o meno...) hanno lasciato lì gli studi sul Teorema di Riemann, sulla biologia molecolare, su come compilare quella cacchio di scheda elettorale senza incorrere nell'annullamento della stessa, e si sono buttate full time anima e corpo nel tentativo di scoprire indizi da questa foto. Così ho scoperto persino che la mia squadra (il "Crypto Team"... ci arrivo tra poco) era diventata praticamente una succursale dei RIS di Parma. Prima Marco riesce, dall'angolo "Corpi Santi" della mappa numero 6, ad identificare l'intera mappa storica di Milano, che io provvederò a corredare con una mappa google dello stesso formato per riuscire a leggere le due mappe sull'altra. Poi, unendo la "TR" del nome della mappa numero 5 e l'indizio del "Portello" sulla mappa generale sono io a scoprire che una delle mappe di gara sarà quella delle Tre Torri del City Life. Infine dalla "C" sulla mappa numero 2 ed il simbolo delle lunghe scale mobili che corrono in direzione est-ovest capiamo che un'altra delle mappe di gara sarà quella della Stazione Centrale.
Ovviamente tutto questo non ci serve praticamente a nulla perché poi i quesiti proposti da Remo sono impossibili da identificare a priori e bisogna davvero andare al centro del cerchietto e trovare la vetrina, l'oggetto, la targhetta giusta. A dire proprio tutto il vero, c'è una cosa che riusciamo ad identificare, e cioè che alla zona delle Tre Torri potremo arrivare servendoci della metropolitana Lilla ma che potremmo uscirne andando a prendere la linea Rossa alla fermata di Amendola (il che sembra una banalità ma, quando sei in giro da 4 ore ed il cervello tende ad andare in pappa, è una intuizione alla Ellery Queen che consente di salvare energie e tempo...).
Ma io so che mentre il 90% delle squadre si scervella su questi indizi, ecco una rara foto di Remo che se la ghigna allegramente... perché so benissimo che la pubblicazione di quella foto era volutamente tesa a scatenare l'inferno già da mercoledì sera:
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Il Crypto Team.
(Piedone e i Piedoni)
Dopo quanto scritto sopra, appare evidente che mi ero segnato da tempo sul calendario a caratteri cubitali la data del MOO 2018: evitate cresime, comunioni, eventi lavorativi, pranzi con i parenti, convocazioni con la nazionale di orienteering... Giusto, no? Invece sbagliato. Io quest'anno al MOO non avrei dovuto esserci. Con mio ENORME rammarico. Quando ho scoperto che un altro appuntamento, per il quale mi ero già dato disponibile, coincideva con la data del MOO mi sono detto "Ma noooooooooo!!!". Delusione. Così ho dato buca al mio compagno di avventure al MOO, Marco "Rusky", che necessariamente si è dovuto cercare una squadra alternativa dato che al MOO non si può correre da soli. Poi succede che "l'altro appuntamento" non si concretizza: la data del MOO torna ad essere libera ed io mi inserisco di nuovo in squadra con Marco, con il terrore che lui nel frattempo abbia costruito attorno a se un team di corridori ultrastrong da meno di 4 minuti al chilometro, e di ritrovarmi come nel 2017 a fare la zavorra. La storia del MOO dimostrerà poi alcune cose:
1) che nonostante gli allenamenti stiano a zero, il MOO ha la capacità di farmi muovere le gambe più velocemente di quanto io non faccia in gara di solito
2) che Marco non ha nulla da imparare da nessuno dal punto di vista della lettura di una carta orientistica;
3) che Marco ha sempre uno stile tutto suo per motivare i compagni di squadra durante la battaglia
(... questo stile... e garantisco che a Marco il sergente Hartman fa solo una grossa pippa)
D'altra parte è chiaro che un team Rusky-Stegal vedrà sempre Rusky nella parte del Wolfgang Hoppe ed il sottoscritto come Dietmar Schauerhammer (nel senso che lo freno). Il nostro risultato finale in classifica avrebbe potuto essere migliore, ma anche peggiore. Il divertimento-metro invece è sempre stato fuori scala dall'inizio alla fine. 
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E il MOO? E le carte? Eccole:
l'inizio nella zona dei murales per arrivare al Parco Trotter
la mappa del Parco Trotter fotografata sul cellulare, necessaria per arrivare al punto di consegna delle carte


la carta della zona Garibaldi, o "Gariboldi" (I can't stop laughing) dove purtroppo abbiamo perso la metropolitana per un soffio e siamo stati fermi 8 minuti in banchina, e poi ancora abbiamo mancato di un altro soffio il treno "passante" per scoprire che i due treni successivi erano stati cancellati...

la carta della Stazione Centrale realizzata con i soli sentieri dedicati ai non vedenti... una cosa che l'assessorato alle Politiche Sociali dovrebbe dare un premio a Remo per il solo fatto di averci pensato
la carta "storica" di cui abbiamo visitato solo i tre punti nella zona ovest
foto di Marco sotto la neve davanti alla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli
 

la carta NOLO-SUCA con i bellissimi enigmi attorno a Piazza Caiazzo

la carta del City Life, dove Marco ha tirato come un pazzo e si è orientato come nemmeno Gueorgiou
la mappa generale del MOO 2018
Si, ok, ma il racconto punto per punto, metro per metro, quesito per quesito? Quello non c'è. Sarebbe troppo lungo da scrivere e soprattutto non aggiungerebbe nulla alle emozioni provate durante le 4 ore e 50 minuti passate in gara. Mi viene solo da dire: provate anche voi! Così conoscerete tutti i segreti del MOO. Io in queste tre edizioni credo di averne scoperto il "fil rouge", che parte dalla testa di Remo e si espande fino a coprire le sensazioni proposte da una intera area metropolitana. Venite a provare anche voi nel 2019. Non ve ne pentirete, parola mia!

Sunday, February 11, 2018

Rompendo il ghiaccio...


Finalmente sono entrato a tutti gli effetti nella stagione sportiva 2018. Con pochi allenamenti alle spalle, con un anno in più sul groppone, con qualche chilo parecchi chili di troppo sulla tartaruga. Ma con un paio di scarpe nuove da orienteering che mi calzano a pennello come un paio di pantofole e mi fanno dimenticare che un anno fa, a quest’ora, mi svegliavo di notte in preda ai dolori della fascite plantare.
Tra tutti i posti possibili per iniziare l’anno sportivo, il 3 febbraio sono andato ad infilarmi in una gara del circuito promozionale organizzato dal Nirvana Verde in quel di Civate, nella zona assai scoscesa che si affaccia sui due bacini del lago di Annone.
Ovviamente io e tutti gli altri abitanti di Orientonia sappiamo che “Nirvana Verde” è sinonimo di fatica e di sofferenza fisica: d’altra parte da sempre i ragazzi del team che una volta aveva sede a Bellano e adesso proprio a Civate corrono tutti come bestie, si allenano facendo su e giù per il monte Bolettone e mangiano chiodi e ferri di cavallo. Altrettanto ovviamente, ho pensato che per un circuito promozionale non avrebbero calcato troppo la mano: di conseguenza quando Piero ha fatto le iscrizioni e mi ha scritto su whattsapp il messaggio “Va bene il percorso Nero per te?” ho pensato “Ma si dai! Cosa sarà mai? E’ una promozionale…”. Pensiero che è tornato a sfiorarmi la mente quando dall’auto (eravamo ancora sulla strada statale) ho guardato a sinistra ed ho capito quando era ripido il crinale sovrastante l’abitato di Civate. Infine la sensazione di aver appoggiato il cul0 (il mio, bello grosso) sulla pedata è stata forte e chiara quando Piero mi ha detto che il comunicato gara diceva qualcosa a proposito del Percorso Nero.
Sono andato a leggere e ho scoperto che il percorso al quale mi ero così incautamente iscritto si sarebbe svolto dapprima su un “corridoio”, cioè su una mappa di cui era stampata solo la sottile striscia di terreno che congiunge le lanterne entro la quale bisogna necessariamente rimanere (il che non è proprio la mia specialità). Da lì si sarebbe passati su una parte di mappa - grande come un francobollo di una volta dell’Italia Turrita da poche decine di lire - stampata “al completo”, cioè con tutti i particolari al loro posto. Infine gran parte della gara si sarebbe svolta su una carta stampata senza i sentieri, ma con una tale abbondanza di curve di livello in salita da rendere il tutto praticamente marrone.
Ho già detto che io odio le gare in notturna e le gare con partenza di massa? Aggiungo un terzo fattore di odio: le mappe nelle quali, volutamente, non sono riportati tutti i dettagli. Intendiamoci: io adoro correre su terreni dove non c’è uno straccio di sentiero nemmeno a pagarlo. Se, però, i sentieri effettivamente non ci sono nemmeno a pagarli. Ma se ci sono, li voglio trovare in mappa (anche a costo di non percorrerne nemmeno uno). Di conseguenza mi sono girato verso il buon Stefano Gottardi e, con tutto il carisma e la credibilità data da 13 anni e 228 gare come speaker, cioè praticamente implorando, ho tolto il cul0 dalla pedata ho chiesto di essere spostato sul Percorso Rosso per correre su una mappa normale. Oh! Non ho nulla né contro chi ha organizzato quel percorso né contro chi lo ha fatto… ma non è proprio nelle mie corde: io la mappa la voglio completa. Punto!
Comunque anche sul Percorso Rosso c’erano dei varchi spazio temporali mica da ridere: i due secondi impiegati dalla 2 alla 3 me li spiego solo ipotizzando che ho punzonato la numero 2 per due volte, e così si spiegano anche i 5 minuti per andare dalla 3 alla 4 in quell’impasto di case-strade-rocce (ho girato i tacchi per evitare di passare in casa di un indigeno, e invece era proprio da lì che dovevo passare). Di sicuro non ho impiegato 36 minuti per andare dalla 7 alla 8, ma sono sicuro che degli 11 minuti impiegati per andare dalla 8 alla 9 ne ho passati almeno la metà a sbucciarmi il naso contro la salita, da tanto che era ripida. Ne è valsa la pena però, perché dal punto 10 in poi è stato davvero divertente, con il punto 14 collocato in una specie di Monte Livata in miniatura trasferito nel lecchese. Discesa dalla 16 alla 17 a cercare di non distruggersi le ginocchia (non si sono distrutte) e volata finale con Oscar fino al meritato traguardo.
Il giorno successivo, clamoroso a dirsi, non ho nemmeno un dolorino alle articolazioni. Cosa che non si può dire del post-Milano nei parchi al Parco Forlanini del 10 febbraio. Ma questa è tutta un’altra storia.