Stegal67 Blog

Saturday, July 22, 2017

Una storia molto complicata…

“... Ma se è come dice lei, e questo sentiero non porta da nessuna parte, lei da dove sta arrivando???”
“Signora… è una storia molto complicata…”


Per la serie: drammi in due battute, ecco la cronaca di un breve incontro su un anonimo sentiero carrabile nel bosco. Sul lato sinistro del ring, tre viandanti con accento romano e con le loro brave bacchette da Nordic Walking; sul lato destro, una specie di zombi vestito con più colori di una maschera di carnevale. Lo zombi ovviamente sono io, e in quel momento sono in una situazione un po’ particolare: sto svenendo. Lo scenario è quello del lunedì che precede il martedì il quale a sua volta segna l’inizio della Primiero Orienteering Week; ed attorno a noi c’è il bosco di San Martino di Castrozza, ed io ho da poco trovato il mio undicesimo punto di controllo, gareggiando contro i miei evidenti limiti fisici sul percorso Elite che si disputerà di lì a 5 giorni nel sabato conclusivo della Primiero Orienteering Week. Avevo detto fin da subito che questa era una storia molto complicata…
Una storia che comincia l’estate scorsa, quando comincio a vedere in giro i volantini della gara, e che prosegue poi ad inizio autunno con uno scambio di mail tra Roberto Pradel ed il sottoscritto: io sono nelle vesti dello spiritosone di turno che dice che sono ancora disponibili le iscrizioni tramite il sito della gara, e Roberto che mi dice che devo portare pazienza prima di iscrivermi in Elite, ma che comunque potrei pensare di salire a Fiera di Primiero a fare lo speaker. Quando le iscrizioni finalmente si aprono, sono ancora “caldo” dei campionati italiani di Sgonico e, memore delle parole di Roberto, mi iscrivo repentinamente nella categoria Elite, senza neppure fermarmi un attimo a riflettere sul fatto che le gare di San Martino di Castrozza e Passo Rolle sarebbero state veramente molto dure su due dei terreni più temibili delle nostre montagne (e che avrei avuto un altro anno in più sul groppone...). Soprattutto non potevo sapere in quel momento che il 2017 sarebbe stato un anno veramente difficile.


Passa solo qualche giorno dalla mia iscrizione e mi arriva una mail dal Primiero: Pierpaolo Corona ha visto la mia iscrizione e mi dice che stanno pensando di accorciare i percorsi dell’Elite per consentirmi di arrivare al traguardo in giornata. Ovviamente questa cosa, anziché ridurmi alla ragionevolezza (in fondo potrei cambiare categoria fino all’ultimo giorno ed iscrivermi in M35, M40, M45… persino M50!), mi spinge a pensare che ce la potrei fare anche questa volta. Solo “a pensare”, eh?, mai per un minuto mi è passato per la testa di allenarmi di più! Pensa che ti ripensa, ogni tanto fa capolino nella mia testa anche l’immagine della gara di Passo Rolle ai JWOC nella bufera di neve (in luglio), o quelle di San Martino d Castrozza all’Alpe Adria sotto il diluvio, sempre all’Arge Alp sotto la neve (terzo posto a staffetta con Claudia e Roberta) o ancora ai JWOC sotto il diluvio + sotto la neve. Sono immagini che fanno parte dell’epica dell’orienteering di questo secolo… e insomma! Non è che ogni volta che vado in Primiero devo trovare la furia degli elementi. O no?
Breve salto di scena ed è il momento di spiegare perché, nel pomeriggio del lunedì 3 luglio, a Primiero Orienteering Week non ancora cominciata, io sto svenendo nel bosco di San Martino di Castrozza sul sentiero che esce dal punto 11…


Arrivo a Fiera di Primiero da Coredo. E’ lunedì e sono il primo ad affacciarmi nella sede dell’US Primiero all’apertura del centro gare. Ritiro la busta, scappo a San Martino di Castrozza, scarico i bagagli di tutto il gruppo GOK, mi cambio al volo, afferro la cartina con il percorso Elite che è già stato predisposto e mi precipito nel bosco. Attraversando San Martino, incrocio qualche orientista curioso, ma mi affretto a prendere la strada della partenza: so che il mio percorso sarà molto lungo e che le ombre della sera calano in fretta, allo stesso ritmo con il quale aumenta la probabilità di incorrere in qualche temporale serale. C’è solo un piccolo problema: non solo non ho fatto colazione e non ho nemmeno pranzato, ma per dimenticanza o euforia dimentico di prendere con me il camelbak con la riserva di acqua: l’intelligenza ed il senso di responsabilità devono averle distribuite mentre io facevo la coda altrove.
(il padrone di casa del tratto di prato sopra Malga Ces)

Il primo punto della gara è facile: mi chiedo addirittura perché non posso avere qualche punto anche nella sassaia tra la partenza ed il laghetto. Il secondo punto è banale. Ma Prima di arrivare al terzo punto ho esaurito dalla mia sacca delle parole il numero di volte in cui mi sono dato del pirla da solo; intanto parecchie energie che mi dovevano bastare per tutta la gara se ne sono già andate. Alla 4 mi appoggio al piccolo corso d’acqua (anche se la sponda è molto più selvaggia di quanto mi aspettavo), ed è già il momento della tratta lunga 4-5 che mi sembra un incubo ad occhi aperti; per dirla con le parole di Max Peter Bejmer (che sarà vincitore a Tonadico) “I don’t like nightmares” e la mia scelta è quella di affrontare la montagna facendo il giro lungo da destra, andando a prendere la strada e poi il sentiero a bordo prato. Da lì è una sofferenza continua, con il tentativo di andare a fare scelte sicure - appoggiandomi ai sentieri - che cozzano con le curve di livello e gli inevitabili errori per via della fatica. Finché, sul sentiero in uscita dal punto 11, incrocio i viandanti persi che stanno cercando di arrivare a San Martino di Castrozza ma si sono persi già all’altezza di Malga Ces. Io invece ho un coccolone per la fatica ed il caldo…


Da lì l’assenza di acqua e di benzina nel motore fa diventare il tutto un piccolo calvario: faccio tante scelte il più possibile sicure, andando a fare dislivello inutile per potermi riportare sulle strade forestali appena possibile (ad esempio per andare alla 16), usando molta circospezione e dicendo tante preghiere in zona punto in tutti i 30 minuti che impiego per fare il loop dalla 17 alla 20 dove praticamente butto l’occhio dietro ad ogni pietra del bosco. Per mia fortuna l’incubo alla fine finisce, anche se la mia velocità è tale che sui punti dal 21 alla 23 vengo superato anche dalle famiglie con i passeggini. Quando schiaccio lo stop del cronometro sono passati 178 minuti dalla mia partenza, sta venendo sera, sono sfinito e non posso che augurarmi che tra coloro che frequentano il parchetto del centro sportivo a bordo strada non ci siano orientisti che mi vedono arrivare in condizioni pietose. Mi tolgo però lo sfizio di fare una telefonata al buon Sergio Nicolao:
“Sergio! Ho appena finito il percorso elite di San Martino. Maaaaaa… siete sicuri sicuri di lasciare come tempo massimo le due ore di gara?”
“No Stefano, è davvero lungo e quindi abbiamo deciso che il tempo massimo sarà di tre ore…”
“Bene! Allora sono ancora in gara!!!


Dopo una cena abbondante durante la quale avrei addentato anche le gambe del tavolo, ed una notte abbastanza tranquilla, arriva martedì mattina. Nella pianificazione ufficiale della Primiero Orienteering Week è in programma la prima tappa sprint a Transacqua. Nei miei piani, quelli che ho ipotizzato per cercare di completare tutte le tappe del percorso, bisogna alzarsi presto, puntare verso nord ed andare a fare la long di Passo Rolle. Qui mi aspetta una giornata con un sole fantastico, una partenza in discesa ed una risalita “tranquilla” (come no?) sulla malga verso il secondo punto che sarà quello ad altitudine più alta in questa settimana.


Un errore terrificante alla 3 (ancora!!!) quando praticamente scendo lungo i prati fino all’altezza del settimo punto, e poi un’altra gag al telefono con Sergio Nicolao quando arrivo davvero al punto 7 dopo un bel loop nel bosco, nonostante abbia dovuto attraversare una zona terrificante con gli alberi abbattuti tra la 3 e la 4: “Sergio scusa… ma perché al punto 47 c’è il paletto della 52 e, soprattutto, non c’è uno straccio di canaletta qui attorno?”. Sergio è una persona di gran buon cuore, ascolta la mia telefonata ansimante dal bosco con la rassegnazione di quello che si è portato a casa un matto… ed in effetti tale devo sembrare quando telefono durante la MIA gara e dico che c’è un paletto posato nel punto sbagliato (cosa che in effetti non è: quel paletto era rimasto da un allenamento nel bosco, a una decina di metri dalla canaletta e dal punto vero che troverò pochi secondi dopo!).
La 52 fa davvero parte del mio percorso (punto 8) e ci arrivo percorrendo il Sentiero dei Cacciatori. Dopo la scalata terrificante numero 1 verso la malga per andare a prendere il punto 9 dall’alto, arriva la scalata terrificante numero 2 per evitare i valloni e raggiungere il bellissimo cocuzzolo del punto 10 ancora dall’alto. Fino alla 16 vado via molto più preciso, passando al punto spettacolo della lanterna numero 15 in un’ora e 55 minuti: non posso saperlo, ma sarei soli 90 secondi dietro ad Andrea Brandolini. Dalla 16 alla 17 faccio il “giro del fullo” andando a prendere il sentiero che porta ai bellissimi laghetti di Col Bricon: il sentiero è molto frequentato e sono costretto a “darmi un tono” ogni volta che incontro qualche comitiva. Per arrivare alla 18 per fortuna c’è un sentiero che si interrompe provvidenzialmente in una palude, consentendomi di capire quando è il momento di lasciarlo, sentiero che vado a riprendere per arrivare al taglio di bosco che mi porta alla 19. Dalla 19 alla 20 vado verso sud per la linea di massima pendenza, per andare a cercare un altro sentiero, e quando (sempre “dandomi un tono” perché ci sono in giro un sacco di turisti) mi butto giù di un paio di curve di livello per arrivare ai sassoni, penso che la gara sia finalmente finita perché per trovare la 21 “basta arrivare al fiume”.


Ma non è così: il fiume non è mancabile, ma come scelta orientistica è un autentico suicidio perché nel disastro di enormi sassi che si trovano sulla sponda sud devo perdere un paio di minuti per capire dove sta la mia lanterna. Erano le ultime energie, e se ne vanno: la risalita alla 22 è penosa, e solo la forza di volontà mi fa muovere i piedi attraverso la malga verso il punto 23, il 24 e l’arrivo. Qui fermo il cronometro sui 170 minuti di gara: 8 in meno rispetto alla gara di San Martino di Castrozza, e solo 1 in più rispetto al tempo che farà tre giorni più tardi Andrea. Ma sono felice per aver finalmente domato una gara al Passo Rolle, e quando arriva il mezzogiorno di fuoco è il momento di scendere a Transacqua per affrontare la gara sprint e la prima uscita come speaker: in entrambi le situazioni mi devo limitare a fare del mio “meno peggio”, con le gambe imballatissime, le energie al lumicino ed il cervello abbastanza in panne che ancora crede di rimbalzare tra un masso e l’altro sulla carta del Rolle.


Mercoledì 5 luglio si inverte il piano di volo. Al mattino presto arrivo a Tonadico e, dopo la gara disputata tra i villaggi di Tonadico e Siror e le relative premiazioni, annuncio al pubblico la mia intenzione di spostarmi nel pomeriggio in Val Venegia per affrontare la terza ed ultima tappa (mia), quella che l’indomani mattina per tutti gli altri sarà la prima tappa middle della parte boschiva della Primiero Orienteering Week. Lo scenario che mi trovo davanti quando scendo dalla macchina in Val Venegia è questo:
Ce ne sarebbe di che stare lì a bearsi del panorama e chissenefrega dell’orienteering, ma il dovere chiama… e per fortuna! La prima parte del percorso è davvero molto scorrevole, e non sento nemmeno la salita al cocuzzolo del primo punto; le successive lanterne lungo il fiume fino al punto 6 sono in uno scenario cinematografico, con tutti gli attraversamenti del corso d’acqua gelido in punti molto facili da guadare. Nel loop tra la lanterna 8 e la 11 mi fanno compagnia una quantità di caprioli e cervi che scappano da tutte le parti, e nonostante un errore alla 9 ed un altro alla 11 mi sento perfettamente a mio agio con la carta di gara. Dopo il punto 12, ultimo attraversamento del fiume in un punto davvero profondo e con la corrente molto forte (ne esco con i piedi ghiacciati, e non solo i piedi!) ma poi continua il festival dei punti che piacciono proprio a me: mi appoggio spesso al sentiero che attraversa quella parte di bosco ma faccio anche tanto orientamento fine in zona punto. Dal cielo cominciano a rombare i tuoni, ma il rumore che sento più spesso è il tràppete tràppete dei miei piedi nel bosco: i sassi grandi come villette multifamigliari mi fanno da riferimento preciso per arrivare dritto ai punti, e l’unica cosa davvero impegnativa di tutta questa parte di percorso è la salita che porta al punto 21 e 22, e poi fino al traguardo dove arrivo in 87 minuti circa
Terminato anche il percorso in Val Venegia, il sollievo per avercela fatta si mischia al rimpianto: la mia Primiero O-Week da atleta è finita e sono riuscito a completare tutte le 5 gare in soli tre giorni. E’ stato faticoso, ma è il prezzo da pagare per poter pensare di dedicarmi con una certa tranquillità al compito di speaker, che voglio fare al mio meglio per “vendicare” le tensioni che si erano verificate ai Mondiali 2009 quando, di fatto, avevo abdicato al mio ruolo per i litigi con gli altri speaker (eravamo in troppi… non si sono mai visti 4 speaker internazionali ad una unica gara).


Sollievo quindi ma anche un po’ di invidia per coloro che nei giorni successivi avrebbero preso la strada per il bosco. Io dovrò aspettare altri due anni per tornarci; credo che nel 2019 l’US Primiero dovrà davvero mandare indietro gli iscritti con le ruspe: se riuscirà a trovare la settimana giusta, e se gli orientisti che hanno gareggiato nel 2017 racconteranno nelle lunghe notti invernali della Scandinavia cosa hanno trovato alla Primiero Orienteering Week, allora vi garantisco che tra due anni avremo un autentico pienone.
"Matthias, il tempo da battere a Passo Rolle è quello dello speaker: 2 ore e 50. Pensi di farcela con le tue due medaglie d'oro mondiali?"
"... are you kidding me?..." 


 "Samantha! Sei la storia dell'orienteering a stelle e strisce! Cosa ci fai qui a gareggiare nella categoria Open CortoooooOOOOPSSSS!!!"

Sunday, July 02, 2017

I’m not Superman… (con sorpresa finale)


Io non sono Superman, anzi: negli ultimi tempi mi sono scoperto vulnerabile come mai prima. Ma ho una cosa in comune con Superman: così come l’uomo d’acciaio aveva la sua Fortezza della Solitudine dove riposarsi e dove custodire gli oggetti a lui più cari, anche io ho una mia Fortezza nella quale riesco a rimettere insieme ricordi e pensieri, scacciare le ansie e riprendere slancio per proseguire il cammino. Superman, con un certo qual snobismo, non si accontenta di un luogo meno peculiare del Polo Nord per ubicare la sua fortezza. Io, più modestamente, mi accontento di un piccolo paesino della Val di Non al quale si arriva percorrendo una unica strada senza altre uscite: Tavon.

Casa.

Qui ci sono i ricordi, ci sono alcuni “what if…” della mia vita passata, ci sono cose belle di quando ero bambino e cose molto meno belle di quando ero ugualmente bambino. Non c’è un solo mattone, metro di strada, finestra che non mi ricordi qualcosa, anche se l’urbanizzazione della provinciale tra Coredo e Tavon non me la sarei mai immaginata quando, da bambino, andavo a giocare nei campi di papaveri a bordo strada con le mie amiche Claudia e Luciana.

Non c’è un altro posto nel quale preferirei trovarmi quando ho bisogno di tornare a sentirmi me stesso. Mentre torno a scrivere il blog, posso guardare fuori dalla finestra e vedere il campanile, vedere la Forcola e la Val di Non che digrada lentamente verso la Rocchetta e, in fondo, la Paganella e il Bondone se la giornata è particolarmente tersa, o guardare dall’altra parte e guardare la conca del Monte Peller che mi accompagna da quando ero bambino. Per questo motivo sono tornato qui appena possibile, con mia madre, a tre settimane dalla scomparsa di papà: perché volevo ritrovare me stesso e perché sapevo che l’orienteering avrebbe potuto aiutarmi, e con il mio sport anche tutta la famiglia allargata di amiche e amici che da lontano avevano saputo degli ultimi eventi e che mi hanno sostenuto con messaggi, telefonate, l’affetto mostrato in mille modi diversi e sempre con un unico obiettivo: essermi vicino. Volevo ritrovare tutti quanti e, insieme a loro, ritrovare anche me stesso.

L’occasione propizia è venuta con il fine settimana di Campionati italiani Sprint e Middle, e con essi la gara del venerdì sera disputata a Mezzolombardo per il Trofeo “Carlo e Franco”, ovvero Carlo Dorigati e Franco Casatta cui l’Orienteering Mezzocorona dedica ogni due anni un trofeo alla loro memoria. Per me è stato un privilegio poter essere chiamato ancora una volta a coprire il ruolo di speaker; immaginavo che non sarebbe stata “una volta come tutte le altre” perché la mia mente ed il mio cuore ancora adesso reagiscono in modo imprevisto ai ricordi ed alle emozioni. Mi sono preparato mentalmente venerdì mattina, girando per conto mio per Tavon e Coredo e per i boschi della mia infanzia, andando a cercare con la memoria i ricordi di mio papà ed i miei personali.

Casa. La mia Fortezza della Solitudine.

Quando mi sono sentito pronto, ho imbarcato a bordo dell’auto mia madre e sono sceso a Mezzolombardo. Era il momento di ricominciare a far girare anche questo ingranaggio della ruota (un ingranaggio che gira da 25 anni). Ingranaggio della ruota… la ruota della vita che ricomincia a girare… mi sentivo tutto imbottito di una certa “retorica dell’assimilazione del lutto”.


Poi è arrivato papà Pezzé. A lui devo ancora una birra per aver reso possibile, con una sola frase di incitamento alcuni anni fa, il completamento dell’ultima Orienteering Marathon cui ho partecipato. E’ andata più o meno così: dal momento che sono lo speaker, non posso partecipare ad una gara a staffetta che prevede due soli frazionisti per squadra e tre cambi di testimone per quattro frazioni in tutto; ma dato che sono lo speaker e che faccio sempre le gare prima degli altri (talvolta anche il giorno prima…), ho proposto di correre da solo tutte e quattro le frazioni della gara di Mezzolombardo (nella classifica la mia squadra vede come componente femminile una certa SHAron D. OWen, ovvero la mia ombra femminile che per una volta è scesa dall’Aventino ed è venuta a darmi una mano). Primo giro: mi sentivo bello vispo e pimpante, d’altronde corro quasi in casa; le gambe girano bene e mi sento persino atletico e ginnico!
Primo cambio per il secondo giro: quando affronto la prima salita, le gambe mandano un messaggio chiaro “Pistola! Devi fare tutti i quattro giri da solo! Gli altri partiranno più freschi o si riposeranno tra un giro e l’altro… rallenta!” e ho rallentato. Secondo cambio e inizio del terzo giro: sfiga. Rispetto al changeover precedente, sono arrivati un bel po’ di concorrenti che mi vedono passare ansante e paonazzo come una barbabietola o una cipolla di Tropea. Tra questi papà Pezzé. Vorrei cercare di fare bella figura ma… insomma… faccio quello che posso! Terzo cambio e inizio del quarto giro: passo di fianco al gruppo del Gronlait e sento distintamente la voce di papà Pezzé “Ma pensi di essere sulla ruota del criceto?!?”. Il concetto di ruota non è mai stato esposto più chiaramente e più efficacemente come da Roberto in un caldo pomeriggio di Mezzolombardo: ho affrontato i gradini all’inizio del quarto giro ridendo di gusto come un matto, come non facevo da tanto tempo, e ho smesso di ridere soltanto quando la scelta era se continuare a ridere o trovare l’aria per finire la mia staffetta individuale.

Grazie Roberto!

La gara “vera” ha visto andare in scena una kermesse di livello eccezionalmente alto, con le squadre che si sono date battaglia dal primo all’ultimo metro, tutti incuranti del fatto che nei due giorni successivi sarebbero state assegnati i titoli italiani e che qualche tossina avrebbe potuto rimanere nelle gambe. Sono stra-sicuro che Carlo e Franco, dall’alto, abbiano approvato.

Sabato mattina spostamento a Vigolo Vattaro per i Campionati Italiani Sprint. Una gara sotto il solleone, prima dell’arrivo dei circa 800 concorrenti, nella quale sono andato a cercare i passaggi all’ombra per evitare di mandare il motore (già abbondantemente sfiatato di suo) in ebollizione! Dalla 7 alla 8 vivo un autentico “Tenani-moment” in quanto capisco che le due tratte che mi portano al cambio carta sono talmente lunghe, ma a tratti talmente dritte, da consentirmi di studiare in corsa la seconda parte di gara; mi sento talmente reattivo che riesco a studiare (non a mandare a memoria, ma quasi) le tratte fino al punto 12: ovviamente poi sbaglio la 13! Ma si tratta proprio del finale di gara, talmente veloce che mi ritrovo proiettato al traguardo in un battibaleno. Il mio Campionato Italiano Sprint è finito e sono pronto a dare il calcio d’inizio a quello degli altri: il commento al microfono, a tratti fantasioso, è evidentemente condizionato dalle tre birre che mi vengono offerte dagli organizzatori per compensare la caldazza del pomeriggio di Vigolo Vattaro.
Premiazioni e tutti a nanna. Tutti compreso lo speaker, che all’alba di domenica è atteso dal percorso Elite del Campionato Italiano Middle. E finalmente posso dire di essere tornato a fare una bella gara in un Campionato a Media Distanza! Il mio tempo è valido per una delle ultime posizioni, ok, ma sono decisamente contento del fatto mio e, soprattutto, di aver fatto volare tutte le lanterne della parte alta della carta, quelle che mi hanno fatto pensare per una mezz’ora abbondante “ma posso avere tutte le lanterne messe in questa parte di bosco?”. In una descrizione della mia gara lanterna per lanterna “comme un Dariò Pedrottì” dovrei dire:

pusillanime alla 1 = strada, sentiero verso nord-est, al bivio a sinistra e poi dritto al punto (detto anche “giro del fullo”)

imbarazzante alla 2: l’avvallamento alla fine l’ho trovato, ed ero 4 curve di livello più in alto

lentissimo alla 3, cauto alla 4 e poi improvvisamente mi sento pervaso dallo spirito di Daniel Hubmann alla 5, alla 6 (era un avvallamento?), alla 7 in un bosco scuro ma bellissimo, alla 8 in un bosco ancora più bello. La 9 ha il suo bel rudere a fare da sentinella, alla 10 sono Robin, alla 11 sono Batman e quando percorro le tratte dalla 12 alla 14 sono immerso nel bosco delle fiabe e non ho un solo pensiero negativo in circolo.

Dicono le leggende del nord che nel bosco dimorano delle creature fantastiche che ogni tanto giocano qualche piccolo scherzo innocente all’occasionale viandante. Qualcuno chiama queste creature folletti o elfi o gnomi. Ma tutti quanti sappiamo che si tratta solo di leggende, no? Ecco: non proprio. Ci sono occasioni nelle quali la spiegazione più razionale alle mie peregrinazioni nel bosco è che ci sia in giro qualche folletto che sta cercando di farmi fesso: sono lì con la mappa in mano, una mappa che dovrebbe spiegarmi tutto per filo e per segno… “lì c’è il verde, lì c’è la salita, lì spiana…” e l’unica spiegazione davvero razionale che mi passa per la testa è che ci sono in giro i folletti. Probabilmente è anche una questione di concentrazione! Nella domenica di Sabbionare, i folletti e gli elfi sono in giro davvero, ma sono tutti lì per darmi indicazioni di dove troverò la prossima lanterna!

Sono in gara da ormai un’ora e mi sembra impossibile riuscire ad identificare così bene i particolari del terreno che trovo disegnati in mappa. Leggo tutti gli avvallamenti e le canalette ed i cambi di vegetazione, e quando infine trovo il paletto del punto 18 più per culo che per anima (ero salito tra le due collinette più per dare una occhiata intorno che sicuro del fatto mio) mi dico che se avessi abbastanza tempo mi farei dare una seconda cartina (magari la W Elite) per poter tornare nel bosco. La 19, se presa dalla curva della strada a nord est, non è sbagliabile nemmeno bendato perché c’è un “imbuto” (definizione by Andrea Rinaldi) che mi porta dritta al punto. Per la 20 c’è un avvallamento\fossato che parte dalla strada e che va giù dritto al punto come la canna di un fucile. Per la 21 si tratta “solo” di scendere e risalire dalle voragini che si frappongono tra me e l’area di semiaperto, ed alla fine di quell’area mi appare lo zio di tutti i cocuzzoli e so che la mia gara è finita. Persino lo schuss finale è in leggera discesa!

Si. Ok. Le 4 ore successive di commento al microfono saranno a tratti leggermente enfatiche e con un tono che avrebbe fatto passare Giampiero Galeazzi per il conduttore del TG1 degli anni ’70. Ma ormai si sarà capito il motivo per il quale lo speaker va nel bosco prima degli altri: per tutte quelle quattro ore di commento ero ancora pervaso dalla bellezza del bosco nel quale ho gareggiato dalla quarta alla quattordicesima lanterna. E anche dallo spirito sportivo e di amicizia delle squadre che sono venute a Mezzolombardo a ricordare Carlo e Franco.

E, si, dal fatto di essere tornato a casa. Domani mattina si parte per un’altra avventura: Primiero Orienteering Week. Stasera sono a casa, nella mia Fortezza della Solitudine, e mia madre legge qui seduta al tavolo di cucina le parole che senza alcuno sforzo e senza bisogno di alcuna correzione fuoriescono dalla tastiera. Guardo a sinistra, vedo l’orologio del campanile all’altezza della mia finestra. Tres è sullo sfondo, la Forcola non ha il cappello di nuvole e quindi c’è da sperare nel bel tempo.

Sono a casa. Finalmente.

*** ***

Post scriptum: oggi al Lago di Coredo ho assistito alla quarta edizione del “Predaia Boat”, una gara sprint per i dragon boat. Ecco la foto dello speaker e della aiutante speaker:

Non sperate di vedermi conciato così alla prossima edizione dei Campionati Italiani Long e Staffetta al Cansiglio! Non ci sperate proprio!!! (ma dove l’hanno trovata una co-speaker come lei?)

Monday, May 29, 2017

Brivio bollente e io… e… SQuagliato e SQualificato


Ancora una volta un bel percorso sprint in una gara organizzata dalla Pol. Besanese, e questo è il miglior viatico per la gara dell’anno prossimo che sul terreno di Merate varrà per il circuito nazionale Sprint Race Tour; una gara dalla quale mi aspetto tanto perché, per quello che può valere il mio parere, il terreno di Merate valeva davvero una edizione di Campionato Italiano Sprint.

Certo che nella mia non irresistibile carriera orientistica mi era capitato di vincere una gara a pochi metri dall’arrivo, ma questa è la prima volta che mi capita di essere squalificato a pochi metri dall’arrivo. Che poi “squalificato” è una brutta parola… Quando giocavo a pallacanestro, essere squalificato voleva dire aver fatto delle cose proprio cattive! (io le facevo, e di conseguenza venni squalificato più volte). Anche ad una delle prime gare di orienteering venni squalificato: nel lontano 1993 a Monza, dovetti spiegare per bene a mio padre che non avevo fatto proprio nulla di male… mi ero limitato a non punzonare un punto di controllo perché la lanterna era stata presa da qualcuno e buttata via, ma avevo omesso di raccogliere da terra un “coriandolo”, limitandomi a strappare un angolino dell’onnipresente foglio “NON SPOSTARE LA LANTERNA – GARA DI ORIENTEERING IN CORSO” ed arrivando al traguardo con quello (ero l’ultimo in griglia di partenza: speravo che fosse sufficiente chiedere di controllare il foglio rimasto sul terreno di gara con il pezzetto di carta che avevo strappato io).

A Brivio sabato scorso non ho fatto nulla di trascendentale (questo lo dico a beneficio dei colleghi che guardano le classifiche e che mi troveranno “squalificato”). Ho corso addirittura meglio di quanto potessi immaginare, dato che non muovo un passo di corsa da inizio aprile, nonostante la caldazza disumana che si è addensata sulla pianura padana nel fine settimane, con punte superiori ai 30 gradi che neppure il vicino fiume Adda ha potuto calmare. Da qui il fatto che a Brivio mi sono letteralmente SQuagliato… costretto ad andare a cercare i lati ombreggiati delle strade per trovare un minimo di sollievo, ed a guardare con voluttà le poche fontanelle distribuite lungo il percorso (ma non mi sono mai fermato).

Il percorso di Brivio è stato davvero carino, considerato il fatto che il tracciatore poteva contare su un paese già minuscolo di suo, con una sola minima parte un po’ intricata. Il fatto che all’arrivo sono riuscito a mantenere il distacco da Andrea Seppi sotto il doppio del suo tempo vuol dire NON che io sono andato forte, NON che Andrea è andato piano, ma vuol dire che disponendo di punzonatura elettronica e di un cambio cartina per il percorso Elite maschile Mary Crippa è riuscita a tirare fuori un tracciato sul quale anche i più forti hanno dovuto lavorare di testa e non sono usciti esenti da errori.
Io ho cannato il primo punto di una ventina di secondi almeno… potenza del fatto che non riesco mai ad identificare il triangolo di partenza in un tempo decente (eppure questa volta era facile!). Poi ho fatto del mio meglio per districarmi nella prima parte del percorso, in una occasione grazie ad una bella botta di culo che mi ha fatto svoltare al momento giusto quando pensavo di essere finito chissà dove. Proprio mentre pensavo a dove poteva già essere Andrea Seppi, che partiva 4 minuti dietro di me, ho sentito alle mie spalle un galoppo furioso e ho capito che Andrea stava arrivando: il tutto tra il punto 13 e 14, cosicché per venire a capo del grande puzzle del sottopasso non ho dovuto fare altro che seguirlo.

Nella seconda parte del percorso ho rantolato più del dovuto, ma ormai i vicoletti della parte “storica” di Brivio erano diventati più famigliari, così come gli avventori del bar della piazzetta che mi hanno visto passare davanti al loro tavolino almeno 4 volte ed in condizioni sempre più vergognose. Quando sono arrivato “in gruppetto” al punto 25, ho guardato dove era il punto 26 e poi il punto 27 dove di fatto si chiudeva la gara… e sostanzialmente ho messo via la carta (e la testa!) perché il percorso era finito ed i 30 gradi sotto il sole mi avevano ormai bollito.
Invece la gara non era finita, ahimé. Una volta punzonata la 16, mi sono diretto verso il fiume (sempre “in gruppetto”) per la via più breve, e quando ho svoltato l’angolo ho quasi sbattuto contro il ristoro! Ho avuto per qualche istante il dubbio che da lì non si potesse passare… ma in fondo non è la prima volta che mi capita di arrivare al traguardo da una direzione assurda, e anche altri come me stavano passando proprio lì. Volata finale (stesso tempo di Irene Pozzebon!) e vado a cercare con i polmoni un po’ di aria ancora bollente. Dopodiché controllo la carta di gara: tra la 26 e la 27 la mia scelta di percorso è passata proprio nel grigliato rosso! Traduzione: sono passato in una area non attraversabile. Squalificato. Segnalo il mio errore ma vado via tranquillo perché si è trattato, per l’appunto, di un mero errore; nulla che possa inficiare la mia soddisfazione per aver ricominciato a mulinare le gambe dopo quanto successo negli ultimi tempi.
Nel dopo gara mi verrà chiesto se la mia dichiarazione di essere passato nell’area non attraversabile “equivale ad una dichiarazione di auto-squalifica” (cit.), domanda alla quale rispondo che “si, certo, non è che adesso cambio idea e dico che non sono più passato da lì”. Curioso anche il fatto che nelle classifiche trovo solo altri due concorrenti con una SQ a fianco del nome, e nessuno di loro era con me nel gruppetto che è arrivato al traguardo… mi permetto di suggerire che in futuro, in presenza di una situazione simile, occorrerà dotarsi di un qualche strumento di controllo più sofisticato della autocertificazione o del “questo lo conosco, questo no” o della autocertficazione.


Ma tutto questo non cambia la sostanza: divertito mi sono divertito, ed a Merate l’anno prossimo sono sempre più convinto che ne vedremo delle belle!

Sunday, May 21, 2017

Vuoto


Quando guardi il mondo con gli occhi di un bambino, l'eroe di cui vuoi imitare le imprese è tuo padre. Così è stato per me. Mio padre non era una persona di quelli "... guarda invece che scienziati, che dottori, che avvocati, che folla di ministri e deputati". Era un lavoratore onesto, instancabile, di quelli che hanno visto la guerra da bambino e che si era rimboccato le maniche prestissimo per aiutare la famiglia a mantenersi dignitosamente, poi per farsi strada nella vita, poi per costruire la propria famiglia attorno ad un piccolo negozio di generi alimentari, di quelli che ormai sono stati soppiantati dai supermercati, dagli ipermercati, dai fantamercati. Una persona come lui avrebbe potuto costruire una famiglia solo con una donna con gli stessi valori e la stessa dedizione al duro lavoro quotidiano. Questa è mia madre. La leggenda, ma nemmeno tanto, di casa dice che il mio nome è "Stefano" perché il giorno di Santo Stefano era l'unico nel quale i miei erano sicuri che il negozio sarebbe stato chiuso... tenevano aperto anche il giorno di Natale.

Papà amava lo sport. Tutto. Aveva giocato a pallone (non diceva mai "a calcio") vincendo un campionato italiano militare, mi raccontava di quando da ragazzo andava ad imparare il ping pong dai primi cinesi giunti a Milano (poi portava a casa le coppe dei tornei amatoriali...). Ed era tanto buono e paziente, anche se questa cosa la si sente dire di tutti quelli che se ne vanno. Lui mi ha trasmesso l'amore per lo sport, passandomi gli inserti dei giornali che parlavano della storia delle Olimpiadi negli anni in cui imparavo a leggere, parlandomi dei suoi miti: nomi come quello di Peter Snell, Pekka Vasala, Kresimir Cosic o Juha Mieto... Per via del lavoro, sempre per il lavoro, non ha avuto molte occasioni per vedermi giocare a pallacanestro (ma ha avuto molte occasioni per trasportarmi a scuola con una caviglia o un ginocchio rotti in partita...). Quando poi ho cominciato a praticare l'orienteering, ero abbastanza grande per muovermi in autonomia. Ma era sempre pronto a chiedermi come era andata la gara, e soprattutto se mi ero divertito. Aveva capito che per me praticare l'orienteering era soprattutto una questione di divertimento, mentre la pallacanestro soprattutto negli ultimi tempi era diventata una specie di incubo. ad occhi aperti. Era orgoglioso di me, di quello che faccio, non solo nel lavoro ma anche nello sport, e gli piaceva sapere che avevo trovato una dimensione anche come speaker, lui che di sera a Tavon spesso allietava le serate in gruppo cantando o raccontando qualche barzelletta o qualche storia. Ed io ero felice che lui fosse felice per me.

I quattro respiri con i quali se ne è andato venerdì scorso, mentre ero seduto al suo fianco e cercavo di parlargli e dirgli ancora una volta che era il più grande papà del mondo, sono arrivati alla fine di un incubo terribile di 28 giorni, dopo che la malattia aveva cercato di portarselo via una prima volta a novembre 2015.

Ora ci vorrà un po' per riaprire la pagina del tempo che scorre. E fermare le lacrime che sono partite anche pochi minuti fa, quando è suonato il campanello di casa e per un singolo istante la mia mente ha pensato che era l’annuncio del rientro a casa di papà.

Mia madre è rimasta stupita nello scoprire quante persone mi hanno scritto parole di affetto nelle ultime ore. A tutti coloro che mi sono vicini vorrei dire che non sono state solo parole: sono stati momenti di luce nei giorni più brutti che io abbia mai vissuto. Quindi grazie a tutti, dal profondo del mio cuore.

Tornerò nei boschi, tornerò a scrivere il blog. Spero che non mi sentirò in colpa per la voglia di tornare a sorridere, scherzare e parlare con leggerezza, o almeno di provarci. La ragione in fondo è molto semplice: me lo chiederebbe mio padre.

Stefano

Tuesday, April 04, 2017

Sancho Panzottello contro i cancelli al vento


Dedicato a chi mi dice davanti a tutti che non leggerà mai il blog fino in fondo perchè è troppo lungo (ed ai "tutti" che ascoltano e fanno vigorosamente cenno affermativo con la testa). Dedicato a chi mi dice in privato che non si vuole perdere una sola riga del blog, perché ci sono più messaggi tra le righe nel mio blog di quanti ce ne siano in un anno di notizie ufficiali di stampa. Dedicato a chi dice che i blog hanno fatto il loro tempo, ma che mi dice che quando vuole sapere dove era e cosa stava facendo in un determinato fine settimana va a vedere qual era l’argomento del blog.

Quello trascorso dal MOO milanese ad oggi è stato un periodo parecchio difficile: ancora non vedo se la luce dal fondo del tunnel è quella del sole o se è il solito Frecciabianca in arrivo a "Paaaarma, stazione di Paaaarma" che mi sta venendo addosso. Ma sono a casa con l’influenza, ed ho abbastanza tempo per scrivere qualcosa, saltando a piè pari (non se ne esclude una ripresa in futuro, appena le cose andranno meglio) le mie avventure nel Far-South del Mediterranean Open Championship, il primo duro impatto con il nuovo Trofeo Bi-Sprint lombardo a Como e persino la conclusione di una esaltante "Milano nei parchi 2017" nella quale anche quest'anno abbiamo superato il migliaio di partecipanti.

E’ più facile riprendere il mio racconto dall'ultimo episodio, quello che ha avuto come teatro delle operazioni le lande marchigiane. Avevo lasciato Massimo Bianchi e Matteo Dini, ovvero IK Prato e Picchio Verde (ma ovviamente non solo loro), sotto la pioggia di Siena al termine della Tre giorni di Toscana che chiudeva la stagione 2016. A pochi mesi di distanza li ritrovo alla Tre giorni delle Marche, inizio della stagione 2017. Per vari motivi mi sono avvicinato alla Tre giorni con parecchi patemi d'animo: oltre alle preoccupazioni e fatiche accumulate, faccio sfoggio di una condizione fisica da immediato ricovero in ospedale (o anche in ospizio) e di una freschezza mentale appena superiore a quella dimostrata al Mediterranean Open Championship (dove non sarei riuscito a fare assolutamente nulla se non fosse stato per la presenza di PLab come cane guida e di un ragazzone svedese alto e bellissimo di nome Emil che è venuto a darmi man forte nei momento più difficili...).

Nonostante una ansia alle stelle ed una condizione mentale ai limiti dell’encefalogramma piatto, sono intenzionato a dare il meglio di me come speaker, e nonostante le condizioni fisiche pietose mi sono iscritto a tutte le gare in Elite... tanto il piano prevede due sprint in centro storico e una middle nel bosco. Che sarà mai, mi chiedo? Ecco. Un giorno troverò la risposta a questa domanda, anche se so già che sarà la risposta sbagliata. E un giorno qualcuno mi convincerà del fatto che sono approdato nella categoria over-50, che non è detto che il fatto di correre in un centro storico equivalga ad avere una gara in formato sprint e che, in ogni caso, sarebbe ora che il sottoscritto tirasse un po’ i remi in barca! Invece io continuo ad andare avanti con cieca incuranza di ogni dato anagrafico, fisico e mentale. Con i risultati che poi si vedono in classifica (ma, anche senza vedere la classifica, con i risultati che può vedere chiunque abbia la ventura di vedermi passare).

 
Comunque la classifica alla fine parla chiaro. Signore e Signori: salutate e rendete omaggio e gloria al vincitore della Tre giorni delle Marche nella Categoria Elite maschile, che è... l'Impiegato Panzottello!!!! TA-DAAAAAA!!! Fuochi artificiali, pyros, Warren Beatty che prende su la busta con il nome del vincitore dell'Oscar e la usa per scopi meno nobili... Ebbene sì: ho vinto la Tre giorni delle Marche. Perché? Non c’era la classifica data dalla somma dei tempi delle tre gare? O ingiustizia delle ingiustizie! Ma io sono infatti l'unico ad aver completato in Elite le tre gare del Castello di Gradara, di Bosco delle Cesane e di Urbino! Perché non c’era una classifica apposita? Abbiamo delle premiazioni che durano una era geologica, premiamo anche la categoria dei lavoratori del terzo settore ma solo se hanno careggiato con una divisa monocolore ed il cognome non contiene la lettera “E”… premiamo TUTTI! come mi dicono ogni volta i sindaci, gli assessori, gli sponsor, i funzionari, i notabili che si installano ai piedi del palco e che alla ventesima premiazione cominciano a guardare nervosamente il sottoscritto e chiedere per quanto dobbiamo andare ancora avanti… e non premiamo chi ha vinto la somma dei tempi nella Tre giorni delle Marche in Elite? (mi sarebbe piaciuto andare sul podio con Heike Torggler, vincitrice tra le donne, ma a lei però sarebbe piaciuto  meno). Insomma: mi meraviglio che una vittoria di questa portata non sia stata adeguatamente celebrata durante le premiazioni! Ma si sa che io sono una personcina timida e modesta e non voglio portare via attimi di gloria ai vari Caraglio, Tesarova (di cui dispongo di un cimelio rarissimo fornitomi da Roberto Sanna: il file audio con la pronuncia corretta del cognome!) e via discorrendo.

Però qui sulle pagine del mio blog lo posso scrivere. Tanto quasi nessuno è arrivato fino a qui a leggere... E’ stata una vittoria sudata, meritata, conquistata con coraggio e un pizzico di incoscienza (forse più di un pizzico), ottenuta nonostante io mi sia trovato a lottare con ostacoli ed imprevisti che avrebbero tarpato le ali a chiunque: i cancelli. Adesso fate tutti quanti quel paio di "page down" con i quali riempirò righe e righe di azzeccati calembour tra "cancelli" e "Cancelli", al secolo "Tonio Cancelli", uno degli amici che da anni vedo sui campi di gara, uno degli avversari più corretti e cordiali con i quali mi sono trovato ad avere a che fare (e il cui quarto posto nella over-40 al Bosco delle Cesane mi farà sbavare di invidia per tutto il 2017...).

Finiti i “page down”? Ancora non si vede uno straccio di cartina? Consolatevi: a questo punto, dei 10 lettori al massimo che ha il blog, siete rimasti al massimo in due o tre. Siete sul podio! Ed è arrivato il momento di partire dal venerdì sera al Castello di Gradara; località nella quale, scoprirò poi, i miei genitori erano stati in viaggio di nozze. La gara che mi aspetto è cittadina, con il castello che ha fatto da cornice alla storia di Paolo e Francesca che fa da cornice alle lampade frontali degli orientisti, ed alle parole dello speaker che parla con dovizia di particolari del quinto girone dell’Inferno di Dante, quello dei lussuriosi! Nella mia mente (bacata) dovrebbe trattarsi di un percorso sprint dal quale spero di uscire meno malconcio rispetto alla gara di Montalcino che aveva aperto la Tre giorni di Toscana… insomma: un buon modo per me per entrare in clima-gara. Tutte ipotesi che fanno a pugni con:

  • la lunghezza ed il dislivello della gara che mi faranno penare le pene dell'inferno
  • la distribuzione dei punti nei pratoni circostanti l’abitato (sequenza 3-9 e poi 11-13) dove le mie scarpe da running "suola liscia più soletta per aiutare la fascite plantare" mi faranno procedere come se io stessi affrontando una lastra di ghiaccio, e infine... infine...
  • all’ ”infine” ci arriviamo presto.
Diciamo che Edoardo Tona ed io affrontiamo la "mass start" dopo che la posa dei punti è appena completata. Edo si scapicolla giù per la discesa, ed al primo punto è davanti a me solo di qualche metro (perché in discesa “anche i sassi rotolano e non fanno muschio”). Balziamo insieme sulla strada sottostante, ed io lo vedo partire per il secondo punto andando dritto verso sud. A quel punto scatta il momento nel quale nella mia testa viene girato tutto un film (completo di titoli di testa e coda): mi immagino di essere uno dei fratelli Hubmann nel loro video "Go Hard or Go Home", e mi viene naturale pensare che la scelta di percorso migliore è quella di buttarmi verso nord a prendere la strada in discesa che mi dovrebbe portare ad un cancello aperto opportunamente segnato in carta con il caratteristico doppio trattino magenta. Da lì, prenderei la stradina verso ovest, poi un volo attraverso il prato, attraverso il cortile della villa fino a piombare sul punto. Già mi vedo mentre punzono, bello e solare come Clint Eastwood ne “Lo straniero senza nome” quando scompare all’orizzonte nel fonale del film, e dal basso potrò vedere Edoardo che risale faticosamente lungo il prato, con la sua scelta di percorso completamente diversa… e completamente perdente. Ecco il mio film.

Di conseguenza corro giù per la discesa come Peter all’inseguimento di Heidi (un Peter che ha l’età del nonno di Peter), curva a destra, svolta a sinistra e vedo il cancello. Chiuso. Ma porc...! E' un cancello di notevoli dimensioni, mica uno di quei cancelletti che fanno accedere all'area-cani dei nostri giardini pubblici. Ma ri-porc...! Vabbé. Questi sono gli inconvenienti dell'apripista. Non posso fare altro che ritornare sui miei passi camminando, mugugnando, imprecando qualcosa verso Edoardo che ha fatto una scelta sbagliata ma che gli consentirà di arrivare al punto senza problemi (e che si chiederà, come in effetti sta facendo da un po’, che fine ho fatto io). Bofonchio qualcosa circa le gare del venerdì sera in Toscana che non mi portano fortuna (ma realizzerò solo in seguito che sono nelle Marche!) e stringo in mano nervosamente la mia carta di gara che riporta in bella vista il mio numero di pettorale 83 e la mia categoria MElite. Poi mi cade l'occhio sull'angolo in alto a destra della carta: dice "M-35". Ma ri-ri-porc...!!! Vuoi vedere che ci sono stati dei problemi nell'abbinamento tra le cartine e le categorie? "Massimo! Massimo! Abbiamo due problemi!". Quando gli organizzatori mi vedono ritornare così al traguardo, capiscono che il primo problema se lo sono creati da soli quando mi hanno chiesto di fare lo speaker… “Abbiamo un cancello chiuso, ed abbiamo le mappe dei percorsi che potrebbero non combaciare con le categorie”. In un istante Massimo “Whites” Bianchi si precipita a passarmi la mappa di un percorso Elite e scatena la crew del Piccho Verde per andare a controllare il percorso.

Scoprirò lo strano finale solo dopo essere arrivato al traguardo, dopo altri 50 minuti, dalla direzione giusta e con tutte le punzonature: il cancello era chiuso, ma in realtà era aperto, nel senso che sarebbe bastato spingere quel cancellone... cosa che mi ero ben guardato dal fare visto che già una volta ero stato fermato dalla pubblica sicurezza per essere entrato in una area privata. Ma soprattutto Massimo aveva avuto il tempo di controllare tutte le carte di gara e verificare che la mia mappa era l'unica a non avere il percorso coincidente con la categoria. Di conseguenza ero l’unico tra tutti gli iscritti ad avere una mappa sbagliata. E quindi, Signore e Signori!, annuncio con gioia a tutti di aver ulteriormente migliorato ilrecord del mondo per l’unica cartina di gara sbagliata in una competizione orientistica: l'unica carta tra tutte quelle preparate dall’organizzazione! L’unica mappa errata presente in una qualunque cassetta posta dopo la partenza.

Dopo una notte di riposo agitato, per il sabato mattina il menu mi offre come colazione il percorso Elite sulla carta del Bosco delle Cesane. Ho chiesto di poterlo fare nella mattinata di sabato perchè: 1) i punti sono già quasi tutti posati e 2) il giorno dopo scatta l'ora legale e non ce la faccio ad alzarmi alle 5 del mattino per andare a provare il percorso. Colgo anzi l'occasione per segnalare che, quando sarò Presidente IOF vieterò la messa in calendario di qualunque gara nel giorno in cui scatta l'ora legale che fa dormire un’ora in meno! (ce ne sono di cose che devo fare da Presidente IOF...). A me si unisce ancora una volta Edoardo Tona, così almeno non avrò la sensazione di essere nel bosco completamente solo. Edoardo parte due minuti davanti a me, ma le nostre scelte per andare al primo punto di controllo sono completamente diverse: lui prende la strada di destra mentre io vado dritto in salita cercando di limare i metri di strada da percorrere. La mia direzione verso il primo punto di controllo sembra essere quella buona finché non supero l'ultimo vallone ad ovest del punto: supero la collina, mi sembra di trovare il sentiero segnato in mappa che taglia in costa (ne percorro per qualche metro uno ben tracciato) e mi lascio cadere sulla roccia dove dovrebbe essere il punto. Sfiga. E’ evidente che si tratta di uno dei pochissimi punti che non sono ancora stati posati. Cerco in lungo ed in largo il segno di una fettuccia, ma non vedo nulla: la parete rocciosa è molto estesa, dai bordi vagamente taglienti, ed il fondo del vallone in quel punto è abbastanza impervio. Tuttavia sono abbastanza sicuro del fatto mio perché la traccia di sentiero che avevo trovato poco prima è inequivocabile, e le altre due pareti rocciose presenti nel vallone sono abbastanza distanti. Decido dunque di uscire dal punto in bussola, lungo la linea di massima pendenza, in direzione del punto 11: se arriverò dritto sul punto, allora vorrà dire che la fascetta c'era e non l'ho vista; certo che se non troverò il punto... sarò già nei guai! Mentre risalgo penosamente la salita, dal fianco del costone sento la voce di Edoardo: "Stefano... mi sa che ti devo salvare da una Punzonatura Mancante!".
Giro sui miei passi e lo raggiungo in discesa. Per farla breve: ero veramente sulla roccia sbagliata, quella più a sud del punto (ed il sentiero che ho visto? Qualcuno mi dirà nel dopo gara di non averlo nemmeno considerato...). Scendo di nuovo nel vallone, risalgo penosamente qualche curva di livello ed arrivo su un'altra roccia: decisamente più piccola, molto meno accentuata, con un bell'albero che sporge sopra di essa... ed una fascetta a fare bella mostra del punto dove dovrà essere posata la lanterna (qualcun altro mi dirà nel dopo gara che la roccia del punto 1 era segnata in carta in modo molto evidente, seppure nella realtà molto più piccola di quella che avevo trovato io, perché più adatta per la posa di un punto di controllo...).

Vabbé... adesso che Tona mi ha salvato dalla Punzonatura Mancante, cerchiamo di fare le cose per benino (il mio tempo di gara è già quasi la metà del tempo che farà caraglio per completare TUTTA LA GARA!). Il punto 2 non è sbagliabile perché è la roccia alla fine di un avvallamento. Il punto 3 si vede arrivandoci di fronte (e intanto ho raggiunto Edoardo). Il punto 4 è in cima al dosso e una volta fatta la coppia di punti 5 e 6 c'è già la sensazione che si stia tornando verso l'arrivo. Menzione particolare per il punto 11 del percorso, quello che mi ero messo in testa di cercare 45 minuti prima per fare il punto della situazione: lo trovo arrivando dal punto 10, ripassando dal punto 2 e poi, una volta che sono ul dosso, "indovino" che lo spazio di un paio di metri che separa in modo abbastanza netto i due lati del boschetto è a tutti gli effetti il sentiero segnato in carta.

Questo "indovino" si rileverà la parola giusta perché trovo il punto in un tempo ragionevole, stacco Edoardo che è andato in crisi di fame (e al quale riuscirò a recuperare il distacco assurdo che mi aveva dato a Gradara), ma soprattutto impiego sulla tratta 10-11 un tempo di 2'45" inferiore a quello dell'atleta che in quel punto l’indomani mattina si troverà in testa alla gara Elite, e che proprio in quel punto ci lascerà le penne. Dalla 11 in poi devo solo far andare quel che resta delle poche energie, per arrivare con un tempo di poco superiore all'ora e mezza di gara (e pensare che una volta mi accontentavo di impiegare il doppio del tempo del vincitore...).
Dopo aver bevuto tutto quello che potevo bere per reidratarmi, arrivano le 12.30 del sabato ed il menu del pranzo del sabato propone la prova del percorso Elite di Urbino. La mia prima considerazione in merito è che Urbino è bellissima, un posto esageratamente bello per farci orienteering… o almeno così mi hanno detto tutti: io ho passato la maggior parte del tempo di gara con le mani sulle ginocchia e la testa bassa, a guardare i piedi e a sentire lo stomaco che aspettava solo di rovesciarsi. A questo proposito dovrei proprio scusarmi con la coppia di ignoti fidanzatini che stavano beatamente limonando sulla rampa di scale che portava verso il punto 13, e che hanno distintamente sentito, anche al culmine del loro ardore, il sottoscritto che una rampa di scale più in alto stava rumorosamente svuotando lo stomaco di acqua e succhi gastrici vari. Ma perché le mie scelte di percorso devono sempre trovare qualche ostacolo imprevisto (leggi: cancelli) lungo la strada?
Accade infatti che per andare dal punto 4 al punto 5, dopo aver fatto il percorso di bob sulla strada dato che non sono riuscito a capire un cavolo delle piccole aiuole con pendenza del 70% (in verde mi sarebbero balzate all'occhio di più) decido di fare la scelta a sinistra e infilarmi quindi nella scala a chiocciola che mi dovrebbe portare al livello del piazzale. Primo giro: scendo ancora. Secondo giro: scendo ancora. Terzo giro: forse non sono ancora al livello giusto, ma tanto c'è un cancello chiuso con tanto di catenaccio e lucchetto che mi impedirebbe di uscire. Quarto giro: altro cancello con catenaccio e lucchetto. Quinto giro: ... comincio a pensare che qualcosa non va per il verso giusto... Sesto giro: sono arrivato in fondo alla scala a chiocciola. Sono praticamente nelle catacombe di Urbino, c'è un po’ di immondizia rotolata fino in fondo alle scale, tanta polvere e terra ma di una uscita nemmeno a parlarne. E comunque sento distintamente che le ruote delle automobili passano SOPRA la mia testa. Ma porc…! Risalgo. Settimo giro: nessuna uscita. Ottavo giro: cancello con catenaccio. Nono giro: cancello con catenaccio. Decimo giro: nessuna uscita. Undicesimo giro: sono di nuovo in cima alle mura.

Mi viene quasi da piangere. Comunque ho abbastanza tempo per finire il mio giro senza dover avvisare immediatamente gli organizzatori (in un perfetto remake di quanto successo il giorno prima a Gradara). Facendo il giro del fullo, raggiungo il punto 5 rischiando la vita per evitare le macchine ed i bus che stanno parcheggiando sul piazzale. La 7 e la 8 sono davvero carine nei vicoletti, ma la strada per la 9 è solo dolore per la salita, la discesa e la risalita. Si sale ancora per andare alla 10, una salita veramente da sbucciarsi il naso. Si sale ancora in cima al mondo per andare alla 11 e, quando dalle mura della fortezza di Albornoz guardo davanti a me e capisco che l'arrivo è più o meno alla stessa altitudine alla quale mi trovo, ma con l'orrido vallone in mezzo, penso che la mia vita potrebbe essere assai meno complicata di così.

Per andare alla 12 scendo dal passaggio ad ovest della fortezza: una nuova scala a serpentina che termina... in mezzo ad un bancale di formaggi! Mi chiedo se ci siano altri orientisti che possono raccontare le peripezie che capitano a me!!! La strada ad ovest della fortezza, infatti, è teatro il sabato mattina del mercato ambulante. Alle 13 tutti i venditori sbaraccano i loro bancali, e quello posizionato proprio ai piedi delle scale non ha trovato niente di meglio da fare che posizionare il bancale dei formaggi contro l'uscita del passaggio per fare spazio al camioncino con il quale deve portare via tutto. Questa è la volta che mi porto via la caciotta, il pecorino e anche tutta la forma di grana... altro che punzonatura! "Ehmmm... scusi... mi darebbe una mano a passare, che dovrei fare una gara e non vorrei rovesciare a terra tutta questa roba?".

L'ambulante si avvicina perplesso, sposta il bancale di quel poco che basta per farmi passare, e così posso riprendere il mio percorso. Discesa in picchiata verso la 12, la risalita-con-vomito fino alla 13 e poi ultime lanterne fino al traguardo. Da qui, nelle due ore successive, lo speaker dovrà cercare di spiegare ai concorrenti che tutta l'area attorno all'arrivo (che è situato proprio al centro della piazza) è zona gara. Il tutto ovviamente senza spoilerare troppo il percorso… Alla fine della mia fatica mi verrebbe da stimare quanto tempo mi sono costati il passaggio chiuso nella scala a chiocciola ed il bancale di formaggio da far spostare, ma sono convinto che resterei ugualmente adesso alle bassissime posizioni della classifica.
Ma poi a me che mi frega? Mi era sufficiente terminare la gara di Urbino per vincere la Tre giorni delle Marche in Elite! Ed è stato esattamente ciò che ho fatto, anche se nessuna premiazione era mai prevista per questa classifica e se nessuno ci crederebbe mai. Sancho Panzottello: il vincitore della Tre giorni delle Marche in Elite. Nonostante i cancelli aperti, chiusi, semichiusi e accostati, e nonostante i formaggi: quelli ingurgitati e quelli schivati lungo il percorso. Continuo a preferire quelli che metto nel piatto, ma deve essere la prima volta che mi tocca schivare una caciotta per arrivare al traguardo: forse potrei inaugurare una nuova classifica, tanto ormai la leadership assoluta totale universale dell'orientista che ha ricevuto più volte l'unica mappa sbagliata di tutto il percorso è mia per i secoli a venire!
Ps: nelle Marche e in Toscana BISOGNA tornare a gareggiare. La prossima volta però chiederò ai sindaci di far votare una legge regionale che impone l’apertura di tutti i cancelli con due giorni di anticipo sul fine settimana. E dico “due giorni di anticipo” perché se il mio stato di forma fisica decade in modo lineare, tra un po’ mi toccherà provare i percorsi il giovedì per essere sicuro di poterli commentare al microfono la domenica!

Wednesday, March 01, 2017

Milano vista con gli occhi di Remo


“Mi chiamo MOO. Milanio Orbitalio Orientistico, fulgido esempio di confronto agonistico, punto di approdo per legioni di felici corridori, icona memorabile dell'unico vero genio Remus Madellus. E avrò la mia vendetta, in questa edizione o nell'altra!

Si. Io sapevo che il MOO avrebbe avuto la sua vendetta. Su di me, intendo. Solo su di me. La prima edizione del MOO, di cui scrivevo su questo blog circa un anno fa ancora inebriato dall’adrenalina, è corsa nelle mie vene per 12 mesi, trascorsi in attesa di una nuova edizione nella quale cercare di fare ancora meglio che all’esordio. Una edizione 2016 davvero tanto esaltante, tanto memorabile, e persino tanto epica era stata per me (e per la squadra di cui facevo parte), terminata con una incredibile lunghissima corsa sotto la pioggia battente in compagnia del mio compagno di squadra Marco. Proprio lui: Marco... quello che tanti anni fa riuscì nell’impresa, che non fu quella di vincere due campionati italiani a staffetta in squadra con altri atleti forti quanto lui, ma di vincere un campionato regionale a staffetta da solo, a tal punto che persino il cronista dell’archivio federale FISO scrisse che era inutile citare il nome del suo compagno di squadra perché Marco - matematica alla mano, mica opinioni - con il suo tempo di gara avrebbe vinto insieme a qualunque altro staffettista. Che andrebbe detto pure, per inciso, che il cronista ero io: venni pure ricoperto di insulti per aver lasciato nell'ombra, senza neppure uno straccio di citazione, quel povero orientista che aveva corso con Marco e che comunque quel titolo regionale in qualche modo lo aveva vinto lui pure!....

MOO 2016 era rimasto memorabile per tante cose. Due di queste: il quinto posto in classifica finale ed il il pezzo che scrissi sul blog; a detta di alcuni amici presenti all'edizione 2017, un pezzo che aveva contribuito a dare loro motivazione e carica per iscriversi e prendere parte alla seconda edizione, che si sarebbe presentata sicuramente come ancora più dura (atleticamente) e ancora più ricca di insidie (tecnicamente e mentalmente) rispetto alla prima edizione. Ed un pezzo che, nella mente di alcuni pazzi lettori, aveva immediatamente catapultato Marco e me nella ristretta cerchia dei favoriti per la vittoria della seconda edizione (oh! Io continuo a dire che il pezzo più bello che ho letto sul MOO 2016 è quello scritto da Alessandro Di Pace sul sito del Varese Orienteering…).

Purtroppo per questi pazzi lettori, ahimé!, nulla di tutto ciò che avevo fatto per prepararmi al MOO 2016 l’ho potuto (o voluto) ripetere nel 2017. Ripensando a 12 mesi fa, in questo periodo scrivevo dei miei allenamenti costanti, di quel po' di dieta che aveva contribuito a riportare il mio peso ad una quota tale da evitare di farmi imbarcare nella stiva come bagaglio ingombrante. A distanza di 12 mesi, sbarcato sul 2017, potrei scrivere un blog dedicato alla fascite plantare (ed ai rimedi suggeriti per guarire: il primo è sempre "stai fermo!"), ad un peso fuori controllo, agli stati ansiogeni al limite del classico tòpos fantozziano "manie di persecuzione e miraggi". Ogni giorno che passa, il diario degli allenamenti resta desolatamente vuoto: d'altra parte, dopo le 12 o 13 ore quotidiane in ufficio, le forze residue non sono dedicate ad uscire a correre ma solo ad aprire il primo barattolo che passa per le mani (irrespective of whether the expiration date has passed or not).

Ma poi arriva la data del MOO, ed i casi sono due: o si resta a letto a dormire ed invidiare tutti gli altri, oppure ci si convince che almeno quel giorno i piedi bisogna essere pronti a muoverli per 5 ore o giù di lì, sperando che la fascite plantare non si faccia sentire sul più bello.

"I pali della darsena" (Marco ed io) si sono schierati al via del MOO 2017 con la stessa formazione 2016; in realtà avevamo in serbo (ma sarebbe più credibile dire: in sloveno) una sorpresa per tutti. Un terzo elemento che si sarebbe inserito in squadra all'ultimo momento, ma uno in grado di spostare le sorti della tenzone a nostro favore. Il nome "I Pali della darsena" era un richiamo al nostro unico errore del 2016 (nonostante ci sia stato qualcuno che, ironizzando, ha pensato che fosse una specie di allusione a determinate doti amatorie...), ma anche un evidente richiamo alle doti di mobilità e di elasticità del sottoscritto, soprattutto nella zona articolare inferiore. A questo punto devo ammettere che non so ancora con che nome potrei iscrivermi alla terza edizione del MOO 2018, anche se temo che potrebbe venire fuori qualcosa di troppo lungo: una prima opzione suggerita dallo sponsor Luxottica potrebbe essere “quello che in metropolitana preferisce guardare le ragazze perché non ha abbastanza diottrie per guardare fuori dai finestrini”, ma lo sponsor Zanichelli potrebbe ribattere con “quello che dopo 4 ore di corsa non capisce più la differenza in italiano tra le parole quali e quanti”. Alla fine penso che potrebbe prevalere l’impresa di pompe funebri San Siro con un bel “quello che gli tocca invadere il cimitero per andare a leggere le scritte sui vetri della chiesetta” (sempre in collaborazione con Samoiraghi).

Ma noi non eravamo quelli che avevano in squadra LA SORPRESA? Che è come dire che in una partitella tra amici avremmo schierato in campo Ibrahimovic a sorpresa (oh! Io di calciatori sloveni non ne conosco...). E sfido chiunque a non ammettere che Ibra è uno che, se scende in campo adesso con qualunque squadra, decide le sorti di qualunque partita. Purtroppo lo schieramento a sorpresa è saltato per aria sabato pomeriggio, a poche ore dall'inizio del MOO: mi chiama infatti lo stesso "Ibra" per dirmi che ha deciso di cambiare squadra. Che ha deciso che parteciperà al MOO ma non con noi, bensì in una squadra che schiera già (tanto per continuare con un esempio calcistico) un attacco con Cristiano Ronaldo e Leo Messi. Però "Ibra" mi dice anche che siccome questi due non sono non sono bravi come me a fare goal… è meglio se va a dare una mano a loro anziché a noi, così le sorti del MOO non sono troppo squilibrate a favore di me e Marco, che ci liberiamo liberi da una presenza ingombrante come la sua a centro area e possiamo manovrare meglio sulle fasce. Io resto lì come se fossi Gonon e qualcuno mi avesse detto a poche ore dal via dei WOC che la staffetta Gonon-Basset-Gueorgiou è diventata Gonon-Basset-Gallettì (con l'accento).

A questo punto è tornato buono il mio pronostico della prima ora. Nei giorni precedenti il MOO avevo studiato la composizione delle varie squadre, concentrandomi soprattutto su quelle che avevano in squadra nomi di orientisti. Suddividendo le squadre in varie fasce, avevo capito da subito che con ogni probabilità 8 squadre ci sarebbero finite sicuramente davanti. Con altre 6 ci saremmo giocati le posizioni di rincalzo. 8 + 6 = 14… Di conseguenza il mio animo negativo e pessimista (e ansioso) avrebbe puntato tutti i soldi della scommessa su un quindicesimo posto del tutto anonimo rispetto ai fuochi artificiali del 2016. Tuttavia... mano a mano che si avvicinava il MOO, ho cercato di farmi coraggio e quindi… dai!... magari non tutte le squadre di orientisti ci sarebbero finite davanti! Diciamo sicuramente le 8 più forti e magari solo 3 (su 6) tra quelle di orientisti meno accreditati. Risultato finale dell'elucubrazione: dodicesimo posto. Questo, ovviamente, senza contare le squadre composte da soli non-orientisti. Così è successo che, quando nel parterre del MOO 2017 ho visto attorno a me volti mai visti (come succede sempre alle elezioni federali FISO) ma fisici tonici con gambe guizzanti ed abbigliamenti super-tecnologici da Marathon des Sables, ho rapidamente messo da parte qualunque velleità di poter puntare alla top ten.

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Diciamo che alla fine arriva la domenica mattina del MOO. L'unica MOOmenica mattina in questo 2017. Siamo all’o la va o la spacca, insomma... Succede che già mentre sono sul tram, e mi accingo ad attraversare la città, capisco che la situazione non è delle migliori: penso infatti di essere sul 15 che mi porta a Missori, e poi da lì con la metro gialla alla partenza di Dergano, ed invece guardando attorno a me mi accorgo dopo un po’ di fermate che sono sul 3, che non incrocia mai nemmeno per sbaglio la linea gialla! Il senso di vertigine che mi prende mentre cerco, a mente, di raccapezzarmi con i collegamenti tra le linee metropolitane è paragonabile solo al panico che mi prende pensando che di lì a poco dovrò cimentarmi con lo stesso tipo di problemi, ma in corsa (o meglio: rantolando dietro a Marco) e in pieno acido lattico. Lo sbandamento che mi prende sul tram farebbe venire voglia di tornare a letto sotto le coperte, con le tapparelle chiuse e la stanza completamente al buio; oppure trovare un modo per non vedere nulla di quello che succede attorno a me…

Alla fine arrivo a Dergano. Dove in vita mia sono stato solo due volte. La prima volta ero molto giovane: ero andato in Via Candiani al solo scopo di comperare una stecca da biliardo per un amico di Piedicastello, una "fraschetta arlecchino" da trecentomila lire che per l'epoca, era un botto di soldi da far accapponare la pelle; ricordo che andai in Via Candiani con i soldi nelle mutande (giuro!) per evitare che me li rubassero (mia madre, sapendo che un mio amico era pronto a spendere 300 carte per una stecca da biliardo, pensava che io stessi frequentando una compagnia di delinquenti...). Il venditore di stecche da biliardo non ha mai saputo dove erano state fino a poco prima le banconote che mi avevo messo in mano…La seconda volta ci ero andato dopo il funerale della povera Mary D'Amelio, per accompagnare una amica.  Di conseguenza non è una zona che mi metta di ottimo umore. Mentre sono perso nei miei pensieri e vedo da lontano il ritrovo, si affianca una macchina: è quella del "Perfido". Un flashback. L'anno scorso, dopo che sul blog avevo decantato tutti i miei allenamenti, alla prima gara in notturna al Lago Nord di Paderno Dugnano, il "Perfido" aveva chiosato: "Beh...? Non gli fate i complimenti per tutti i chili che ha perso e per quanto è allenato??? E pensare che se non lo avesse scritto sul blog, a vederlo non mi sarei nemmeno accorto che si è messo in forma!”. Quello che il "Perfido" mi ha detto quest'anno, dopo aver parcheggiato la macchina e fatto scendere moglie ed eredi, non è riferibile...

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“Ma il MOO? Il MOO dove è finito??? Basta con queste descrizioni di quello che pensi e di quello che hai fatto 10, 20, 30 anni fa!!! E le cartine? Dove sono le cartine?? E le scelte di percorso???”

Cosa vi devo dire? Il MOO è Milano vista con gli occhi di Remo. Nel bene e nel male. O forse anche “nel bello e nel brutto”. Il MOO è una cosa che bisogna fare almeno una volta nella vita perché, soprattutto per chi a Milano ci vive, il MOO è sempre un po’ un viaggio dentro a sé stessi. Remo ci ha fatto vedere tante facce di Milano durante il MOO 2017. Qualcuno potrebbe tornare a casa pensando che il "bello" è il quadrilatero della moda con via Montenapoleone e via della Spiga, dove corrono le Ferrari e parecchia polvere bianca; qualcun altro potrebbe rispondere che il "bello" è il quadrilatero multietnico di Segesta (Remo è riuscito a farci utilizzare la stessa mappa per correre in entrambe le zone... là dove si diceva "il genio"), di cui ormai le cronache cittadine nemmeno si occupano più e che è ormai noto come "il quadrilatero del degrado a due passi dall'Eden".

Con l’altro palo della Darsena ho affrontano la prima tappa nel quartiere di Prato Centenaro, non lontano dall'Università Bicocca, in uno scenario post-atomico da domenica mattina in un qualunque posto nel quale è stato indetto il coprifuoco totale, dove Marco ha mostrato subito di avere un passo completamente diverso dal mio, ed i minuti di ritardo sul piano di volo hanno cominciato ad accumularsi. Poi ci siamo trasferiti nel quadrilatero del degrado di Segesta, dove una delle domande prevedeva il riconoscimento di un frutto che penzola da un albero... ed ancora una volta meno male che c’era Marco perché chiedere a me di riconoscere un frutto che penzola da un albero è come chiedermi di riconoscere un’automobile dal logo sul portello posteriore. Zona monumentale, con Marco che continua a correre imperterrito ed io che ormai sono in totale debito di ossigeno, e passaggio dal “punto orario” del Rock Burger dove incrociamo tante altre squadre che sono convenute lì da ogni punto della città. Poi il lungo trasferimento fino a Cascina Gobba (dove perdo la tessera del tram), e a quel punto dobbiamo ammettere che non ce la faremo mai a completare il percorso e quindi dobbiamo rinunciare o al quadrilatero di Montenapoleone o a quello di Porta Romana e Porta Vittoria. Per stare sul sicuro ci fermiamo a completare le punzonature della zona centrale di Milano (dove comincia a manifestarsi la fascite plantare) ma la delusione per non essere riusciti a completare il percorso è davvero troppo forte.

Alla fine siamo di ritorno in via Candiani in 4 ore e 46 minuti. Un tempo molto simile a quello dell’edizione 2016, solo pochi secondi di differenza, ma un risultato finale che va decisamente stretto alle doti orientistiche di Marco che ha corso e si è orientato per tutti e due: quindicesimo posto (vedi le considerazioni sopra). Purtroppo le squadre si muovono alla velocità del bisonte più lento, ed in questo caso era palese fin da subito che quel bisonte ero proprio io.

Mi rimangono del MOO 2017 tante cartine, ancora tanta adrenalina, bei ricordi e soprattutto la convinzione che Il MOO è Milano vista con gli occhi di Remo. Il mio invito, a tutti gli orientisti e non solo, è che l’anno prossimo veniate ancora in tantissimi a vedere la città con gli occhi di un orientista che definisco un po’ sognatore e un po’ genio, un po’ fuori dagli schemi e con un modo di pensare alle cose quotidiane un po’ diverso dal mio. Ma che nel MOO riversa tantissime energie e trova sempre il modo di sorprenderci. Così che anche io, l’anno prossimo e se tutto andrà bene, sarò ancora una volta al via del MOO 2018. Anche se non ho ancora deciso con quale nome…
(mappa generale)