Stegal67 Blog

Wednesday, November 15, 2017

Dopo 18 anni, di nuovo posatore (alla Besozza)



Ebbene è successo! Dopo millanta tamanta (cit.) anni dall’ultima organizzazione di una gara di Trofeo Lombardia, l’Unione Lombarda torna a calcare le scene delle gare regionali (adesso mi pare che si chiamino “di secondo livello”) con la gara al Parco della Besozza di domenica 12 novembre. Non è certo la Foresta del Cansiglio, o la piana di Millegrobbe, ma a correre nella zona del Lago Malaspina sono arrivati in 140, e tanto basta per una gara di fine stagione che più fine stagione non si può. Il titolo dovrebbe alludere proprio a loro, alla “gente della Besozza” che ha sacrificato una fredda mattina di una domenica di metà novembre per farsi una corsetta con cartina e bussola nell’unico posto al mondo dove non c’è una curva di livello manco a pagarla! (al parco di Trenno c’è una depressione nella parte sud della cartina, quindi le curve di livello ci sono anche lì!).

Abbiamo celebrato i vincitori durante le premiazioni, tutti quanti hanno avuto la loro brava foto al traguardo, tutti più o meno sono arrivati a casa ad un orario decente per il pranzo domenicale e la pennichella post-prandiale. Bravi tutti. Ma un piccolo monumento al “posatore ignoto” non vogliamo proprio farlo?

Ecco: il posatore. L’eroe apònimo delle nostre domeniche orientistiche. Colui che se le cose vanno bene (leggi: i punti ci sono e sono posati bene) ha fatto solo il suo dovere, e comunque gareggia per il premio “bastardo dell’anno” per aver messo una lanterna proprio dietro all’unico tronco in grado di nascondere ogni pixel bianco ed arancione visibile da lontano. Se le cose vanno meno bene, c’è il rischio che la gara vada in malora… Poi non c’è nemmeno da chiedersi il perché uno si sveglia nella notte tra il sabato e la domenica in preda al panico, dopo aver sognato di essere in gara in un Fot-O a Conegliano (5 punti di controllo, tutti riferiti a monumenti\dipinti\graffiti con figure di cani… ma quanto si deve mangiare pesante la sera per passare una notte del genere?). Schieramento dei posatori alla Besozza? Eccolo qua.
Al primo carrello Remo: ha fatto lui la cartina ed il tracciato, ed è campione europeo di trail-O. Direi che basta e avanza. Al secondo carrello Lucia: al Parco della Besozza praticamente ci ha costruito le ultime 13 vittorie consecutive nella classifica generale di Coppa Italia. Direi che basta e avanza. In coda al gruppo come zavorra il meravigliosamente vostro redattore del blog… e non si può aggiungere altro. Quando mi hanno chiesto di posare i punti ho pensato “che problema ci sarà?”. Ecco… andare a cercare “un albero diverso dagli altri nel fitto del bosco là dove non c’è una curva di livello manco a pagarla…” per esempio potrebbe essere uno dei problemi. La giornata era partita bene, perché l’organizzazione si è dotata di paletti futuribili in scocca di carbonio, del peso di pochi milligrammi, ben diversi da quelli che mi scarrozzo sulle spalle alla Milano dei Parchi, che pesano una tonnellata e hanno spuntoni metallici dappertutto, cosìcché alla fine di ogni tappa ho la pelle delle braccia e delle mani che sembra che mi sono infilato nel tritatutto fino ai gomiti.

Partito con tutto il mio armamentario di borse, pali, teli e scatole come nemmeno l’arrotino e l’ombrellaio, ho scopetto che persino al Parco della Besozza riesco ad incastrarmi e avvilupparmi nel fitto dei rami e del sottobosco: non conto le volte che i rami mi hanno portato via il berretto, ed in una occasione sono riuscito persino a perdere gli occhiali! Dopodiché ho scoperto le delizie della “posa del XXI° secolo” (giacché l’ultima volta che avevo posato per una gara seria era stato alla Coppa Italia di Golasecca di fine secolo scorso, di cui avevo già parlato qui ); cosa succedeva, per l’appunto, nel secolo scorso? Succedeva che, trovato il punto giusto, piantavi il paletto, piazzavi la lanterna e via verso mille altre mirabolanti avventure (leggi “punti”). Alla Besozza, alba del XXI° secolo appunto, una volta che ho avuto la fortuna di trovare il punto giusto, la posa diventa una roba che al confronto la checklist della partenza dello shuttle è una versione semplificata del “unisci i puntini da 1 a 56: cosa apparirà?”:

prendi la stazione, infilala nel contenitore-cassaforte a prova di bomba\furto\esplosione atomica, spingi bene… non incastrarla, stupido!... ecco, ora che da bravo babbeo l’hai incastrata e non va più né avanti né indietro, passa i successivi 5 minuti a tentare di disincastrarla con le mani gelate… ora che non ce l’hai fatta, scassina il contenitore-cassaforte, estrai la stazione a viva forza usando pure i denti,… riprova che sarai più fortunato… inseriscila bene, controlla che il chip si possa infilare nel contenitore ed anche nella stazione, e che la lucina che lampeggia corrisponda all’altro buco del contenitore metallico… ora inserisci nei fori appositi il blockster per fissare il contenitore… cerca la chiave del blockster in un mazzo da 32 chiavi come nemmeno quello di San Pietro!… comincia a snocciolare i nomi dei Santi del Paradiso… quando arrivi più o meno a nominare il santo del 27 aprile, finalmente trovi la chiave giusta… chiudi il blockster, che improvvisamente da pezzo di ferro inanimato e anelastico prende vita propria e si annoda vorticosamente posizionandosi in modo da nascondere il codice presente sul contenitore… riprendi la chiave… come sarebbe a dire che hai già rimesso in tasca tutto il mazzo??? … Riparti dal 28 aprile e continua a nominare Santi… riapri il blockster, ricolloca il contenitore, ora prendi una lanterna, legala da qualche parte, NON COSI’ STRETTA!!! che quando ti toccherà andare a riprendere i punti dopo la gara dovrai consumarti le unghie per sciogliere i nodi!... sistema la lanterna in modo che abbia un minimo di appeal, un minimo di forma di prisma e non sembri uno straccio buttato lì nella rumenta!... attacca il bigliettino “gara di orienteering in corso – si prega di non spostare” (credo che il Terzo Segreto di Fatima sia la risposta alla domanda “ma che cosa se ne fanno quelli che rubano una lanterna?”), attacca il punzone che ci serve per portare a casa la gara se la stazione elettronica non funziona… rimetti tutto nella scatola, rimetti tutto nelle borse, rimettiti tutto in spalla e avanti con il prossimo punto.
AH NO! ASPETTA! RICORDATI DI ACCENDERE LA STAZIONE ELETTRONICA CON IL TUO CHIP! Come sarebbe a dire “dove avrò messo il chip…”? (continua… continua… continua per altri 13 punti di controllo…)

Sarà un caso che il gioco nel quale da bambino mi sono sempre dimostrato incapace era il Meccano?!? SGRUNT!!! Con tutte le cose inutili che si inventano a questo mondo, un pensierino alle lanterne autoposanti ed alle stazioni di controllo virtuali io lo farei.
Tutto questo per spiegare come mai sono stati aggiunti al rettilineo di arrivo quei 30 metri in più (che, in caso di pioggia, mi sarebbero serviti per accogliere i concorrenti stando al riparo della tettoia): erano semplicemente la vendetta per le unghie nere e le dita maciullate… che poi: posare 14 punti in 120 minuti vuol dire impiegare quasi 10 minuti a punto: se mi avessero chiesto di aiutare a posare alla Foresta del Cansiglio, avremmo assegnato il titolo italiano Elite sabato sera a tarda ora!

Saturday, October 07, 2017

Promozionali’s Karma


Il mio blog non segue necessariamente in ordine cronologico le vicende che mi portano a girare per boschi con una cartina ed una bussola in mano alla ricerca di una lanterna o del Sacro Graal, cose che talvolta coincidono, soprattutto quando le lanterne si dimostrano altrettanto introvabili.
Se ci fosse un ordine cronologico, qui ci dovrebbe essere un resoconto dettagliato delle gare alla Foresta del Cansiglio, valide per i Campionati Italiani Long Distance e Staffetta: queste due gare mi hanno lasciato nell’anima una sensazione impagabile, ma dopo averne scritto anche per Azimut, e dopo aver girato (metaforicamente, via outlook) come una trottola per trovare le foto dei protagonisti, ho deciso che mi regalerò “IL” pezzo definitivo sul Cansiglio per la giornata di Natale. Il filo logico del blog ricomincia quindi dalle gare post-Cansiglio; il che, va detto a difesa di queste gare, è un po’ come salire sul palco del Live Aid dopo che ne sono appena usciti i Queen…
Di tutti i possibili posti nei quali andare a correre nella prima uscita post-Cansiglio, il destino mi ha portato a Vergo Zoccorino per una gara promozionale organizzata dalla Polisportiva Besanese, come se fosse una specie di celebrazione non preventivata dei successi che la squadra brianzola ha mietuto agli Italiani. Dicevo “di tutti i possibili posti” perché fino al giorno stesso della gara io non avevo la più pallida idea che esistesse un posto chiamato Vergo Zoccorino… In una giornata caratterizzata dal solito crollo fisico post-Campionati Italiani, ho capito a malapena che avrei dovuto prendere la “solita” Valassina, il “solito” bivio per Carate, imboccare il “solito” bivio verso Besana, e poi da qualche parte dopo il rettilineo del “Campo delle cento Pertiche” avrei dovuto trovare le indicazioni per questa località. Sono così arrivato davanti al “solito” bivio per Veduggio prima del passaggio a livello, e proprio lì ho trovato bello chiaro il cartello per Zoccorino. Che deve esserci sempre stato! Ma è proprio vero che il cervello funziona (quando e se funziona) in modo selettivo: di conseguenza, pur essendo passato mille volte da quel bivio, non mi ero mai accorto di quella scritta.
La gara è stata quanto di più easy si potesse immaginare (easy ma degnamente organizzata!): iscrizioni volanti, partenze libere e volti rilassati, anche quelli di tutti coloro che fino ad una settimana prima se le sono date di santa ragione. Un sacco di esordienti veri, che magari in un paio di anni andranno a rinforzare la corazzata Besanese, e cartine che pian piano vengono esaurite a rappresentare il successo della manifestazione e l’ottima attività di promozione della gara. Il percorso Agonisti non può offrire molti voli pindarici, a parte un paio di trappole rappresentate da lanterne “civetta” messe strategicamente in bella vista (ma quelle degli Agonisti sono nascoste a qualche metro di distanza).
Finisco la gara più o meno a metà classifica, facendo segnare un tempo del 50% più alto di quello del vincitore. Davanti a me e dietro a me in classifica spuntano i nomi dei soliti amici, con distacchi davvero risicati su un percorso che obiettivamente non poteva fare tantissima differenza (anche se non ho potuto evitare di farmi passare sulle orecchie da Fabrizio Berni, uno che non ho chance di battere in nessuno degli sport che entrambi pratichiamo). Al traguardo vedo la faccia nota di un mio collega di 20 anni fa, che abita proprio a Vergo Zoccorino e che ha portato la figlia a gareggiare. Nemmeno il tempo di mandare un messaggio e scrivere “sapete che sono a Vergo Zoccorino a fare una gara e ho visto un nostro ex collega che abita qui?” che ricevo in risposta “si, so che Tizio abita lì, salutamelo!”. Peccato che Tizio non sia la persona che ho incontrato! Al che deduco che a Vergo Zoccorino (paese di due case, una chiesa ed un campo di calcio) abitano due ex colleghi. Poi Attilio si fa vivo al telefono per dire di passare dalla pasticceria di Vergo Zoccorino a comprare le paste, pasticceria che trovo con facilità perché per puro caso ci ho parcheggiato davanti… ora: a parte che le paste sono davvero buone e costano una frazione di quanto le avrei pagate a Milano, non è che ho scoperto che l’ombelico del mondo non sta a Parigi o a New York ma che tutte le strade portano proprio a Vergo Zoccorino? Boh!
Il weekend successivo si sale a Vestreno e Sueglio, due paesini arroccati sulla sponda orientale del Lago di Como, proprio a strapiombo sulla più celebrata Dervio dove quest’anno abbiamo già corso una tappa della Sprint Race Tour. Inizialmente pensavo di cogliere l’occasione per passare un fine settimana di assoluto riposo, ma poi su facebook si scatena il tam-tam degli orientisti perché la gara, messa a calendario come Trofeo Lombardia, è “declassata” a promozionale in quanto c’è qualche strana magagna che coinvolge regolamenti, standard di mappatura del terreno, scala della mappa, equidistanza delle curve di livello… comunque sempre roba che riguarda i regolamenti (bleah!).
Breve interludio: io non sono contro i regolamenti. Io sono contro la regolamentite (già declinata e cassata su queste pagine web un paio di anni fa). Ma forse la mia idiosincrasia è legata anche ai ricordi d’antan, di quando si andava a fare le trasferte di pallacanestro alla Terzerina di Pregassona dove il campo era nettamente in discesa e nessuno faceva un plissé… che di campi non proprio “in bolla” ne avevamo anche dalle mie parti, e in uno di questi il post basso di una delle aree era perfettamente presidiato da una pertica (non nel senso di giocatore alto e magro ma proprio di pertica, quelle incastrate in un buco nel pavimento ed in una griglia appesa al soffitto), ma pur di giocare una partita di campionato ci si faceva bastare anche questo genere di posti.
Comunque alla fine si sale fino a Vestreno, per fare una delle gare più belle dell’anno! Una fatica da bestie, d’altra parte l’organizzazione è Nirvana Verde ed il tracciato è di Mario Ruggiero, ma in uno di quei posti che a fine gara mi fanno dire che la fatica ed il tempo sono state ben spese e ripagate. Il terreno di gara, anzi i DUE terreni di gara, sono quanto di più lontano dal consueto di possa trovare:
Praticamente una specie di Venezia con le scale a mandare tutti su e giù. Soprattutto “su” per andare al primo punto di controllo, e poi da lì è tutto un continuo salire e scendere sui gradini, cercando di tenere il segno sulla mappa (sennò bisogna ricostruire la strada dalla lanterna precedente per capire a quale bivio si è arrivati). Vado ovviamente molto piano, ma è la classica gara che ho persino qualche possibilità di vincere! Infatti, mi dico, se tutti quanti fanno una punzonatura errata o una punzonatura mancante ed io no, alla fine vinco io. Sfiga! Solo un terzo dei concorrenti sbaglia percorso, e assicuro che non è facile fare il percorso corretto quando, soprattutto nel finale, gli occhi “vanno insieme” e la testa non va più alla stessa velocità dei piedi. Dicevo: un terzo sbaglia percorso ed è escluso dalla classifica, ed io mi piazzo proprio a due terzi della classifica. Mi sembra chiaro, no?
L’ultima delle gare di questa sequenza mi vede protagonista (già, come no?) a Serrada di Folgaria, il che praticamente è come tornare a casa. E’ una promozionale sui generis, made by Roberto Sartori che approfitta dell’occasione per celebrare la medaglia d’oro mondiale del suo atleta Luca Dallavalle: c’è la possibilità di gareggiare nella C.O. (a piedi), nella MTB-O (in bicicletta) e di fare un duathlon. La maggior parte dei presenti viene per il duathlon, ma comunque sono tutti dei fenomeni della bicicletta come quello che fa l’inviato “a bombazza!” di Striscia la Notizia. Inoltre la giornata ci riserva un trattamento meteorologico tra lo schifoso ed il suggestivo: o piove, con la conseguenza che il percorso in bici diventa una specie di calcio saponato, o le nuvole si abbassano rendendo il campo di gara paragonabile a quello di Belgrado durante il celebre Stella Rossa-Milan di tanti anni fa quando c’erano Sacchi e Gullit; a tratti bisogna usare la bussola anche per trovare le lanterne nei prati a 20 metri di distanza, perché non si vede da qui a lì.
Anche in questo caso la competizione è serrata ma gestita in modo assolutamente amichevole. In sottofondo si potrebbe persino sentire la musica del Trio Lescano che canta “le gocce cadono ma che fa…” e, in occasione dei non rari incroci tra i concorrenti, ci si saluta come se in fondo la classifica fosse una cosa che si, insomma, conta ma fino ad un certo punto, tanto siamo venuti a Serrada solo per divertirci insieme, no? La mia gara non è proprio magistrale, d’altra parte sono appesantito dall’allenamento che il giorno prima mi ha portato, lungo la direttissima in salita, fino a Forte Cima Vezzena (dove sono praticamente collassato). Ma, nonostante le nuvole e la pioggia, andare via da Folgaria mente sempre un po’ di malinconia.
Promozionali di settembre. Quelle che introducono al finale di stagione pirotecnico. “Sembrano” solo delle promozionali, ma lasciano sempre dentro il cuore qualcosa di buono da ricordare.

Friday, August 25, 2017

Notti da lupi


E' evidente che il mio Angelo Custode legge due blog a tema orientistico: il mio (e ci mancherebbe pure altro) e quello di Dario Pedrotti. Dario ed io non facciamo sempre le stesse gare, soprattutto da quando Dario ha cominciato a cimentarsi a piedi su percorsi che non sono mai più corti di una distanza per la quale dovrei fare il pieno all'auto a metà strada (per non parlare del dislivello), che poi riversa con dovizia di particolari sia nel blog che nei suoi libri.

A proposito di libri, ormai non posso girarmi da nessuna parte senza vedere il suo nome su qualche locandina o in qualche bacheca di una libreria famosa... che sia la Feltrinelli in Piazza del Duomo a Milano o un'altra..., o ai Racconti d'autore a Lavarone con partecipazione di Veronica Pivetti, Gherardo Colombo ed altri personaggi di questo calibro, oppure oltre confine in Canton Ticino. Quando il mio Angelo Custode confronta Dario e me, la comparazione è impietosa. Lasciamo perdere l'abilità di raccontare le proprie avventure e limitiamoci ai meri risultati agonistici: non è solo una questione di allenamenti, di velocità e tempo di gara, di vittorie e piazzamenti riportati in questa gara nazionale o in quella sagra stra-paesana; l'orienteering non è uno sport che si pratica in pista, dove le corsie sono (quasi) tutte uguali e solo Dino Ponchio è capace di dire che se agli italiani capita la corsia interna sono sfigati perché è più difficile fare la curva, se capita la corsia esterna sono sfigati perché non ci sono punti di riferimento e se capita la corsia centrale sono sfigati perché quelli vicino partiranno tutti fortissimo e questo fa male al morale (ogni riferimento ai recenti Mondiali di Atletica è puramente casuale).

No.

Orienteering significa correre su terreni sconnessi (tanto sconnessi), passare in pochi secondi dal praticello alla sassaia, dalla salita dove si va su con le mani alla discesa dove si va giù con il culo (o "a culo" quando questo rimane l'unico modo per trovare la lanterna...). Questo è il bello del nostro sport, ed è anche l'aspetto che alla fine della gara crea le differenze piccole o grandi in classifica. Tutti i ragazzi con i quali mi confronto in gara mi batterebbero agevolmente sui cento metri piani; alla fine però, tolti i commenti sul fatto che solo per la mia stazza ho invaso sia la corsia alla mia destra che quella alla mia sinistra, evidenziato che potrei persino inciampare sulla linea del traguardo, la differenza per uno spettatore non sarebbe poi così marcata (una volta che ha terminato di ridere alle mie spalle). Quando invece si tratta di arrampicarsi in posti assurdi o scendere dagli stessi, di affrontare un sottobosco che ti ingoia i piedi, di scavalcare alberi caduti e ramaglie, la differenza tra me e chiunque altro si dilata in modo molto sensibile. Non è un caso se, statistiche alla mano (lasciando perdere quelle del 2017 per evidente senilità unita alla carenza di allenamento), io di solito impiego l'80% in più del tempo del vincitore in una gara sprint, tra il 90 ed il 100% in più del tempo del vincitore in una middle e tra il 100% e l'infinito in più in una long bella tosta.

A questo proposito mi viene ancora in mente una gara di tanti anni fa, un campionato italiano? o una multi-days estiva? Correvo in un bosco bello tosto e cercavo di mantenere una velocità che consentisse ai miei piedi di non farsi avvolgere dal sottobosco pesante. Una ventina di metri alla mia destra, eravamo su un lieve collinozzo, è passato alla velocità del tuono Klaus Schgaguler. Mi è parso evidente che Klaus aveva trovato un sentiero o una traccia di sentiero: nessuno poteva muoversi a quella velocità in quel sottobosco! Ho deviato dalla mia rotta e mi sono spostato nel punto esatto dove avevo visto Klaus (che ne frattempo si era dileguato a velocità assurda) ed ho guardato il terreno: il sottobosco era IDENTICO a quello dove correvo io. Di tracce nemmeno l'ombra. Semplicemente: quelli bravi sono capaci di cose che io non sono capace di fare (inutile dire che quella volta ho proseguito sulla stessa linea di Klaus ed ho continuato a farmi avvolgere i piedi dal sottobosco).

Ma non si tratta solo di velocità ed abilità fisiche. Sono anche le (dis)avventure! Tornando all'esempio di Dario Pedrotti (un mito una leggenda) da quando lui ha smesso di correre a Gardolo e conseguentemente di farsi infilzare dalle cancellate facendo figure da gatto Silvestro, il mio Angelo Custode ha potuto confrontare anche i suoi resoconti di atleta tenace, sempre a caccia del titolo italiano che ancora gli manca (ancora per poco credo), ed i miei racconti di episodi ai confini della realtà comica o tragica o tutte e due le cose insieme.

Fino a quando, dopo l'ultimo episodio alla Wolf-O (o Notte del lupo) disputata a Lavarone, ha chiosato: "è sicuro: tu sei Wile Coyote e Pedrotti è il Road Runner!".


Non posso che essere d'accordo con il mio Angelo Custode (che si è impegnato a fondo e mi ha sicuramente salvato la pelle sabato pomeriggio). Alla Notte del Lupo, Dario P. non ha partecipato, ma la presenza di tantissimi ragazzi e ragazze (soprattutto del Primiero e del Pavione) hanno assicurato una tantum alla gara un aspetto fresco, allegro, competitivo il giusto; guardando le classifiche, per una volta, ho visto che il numero di partecipanti nelle categorie under 12, under 14 e under 16 superava di gran lunga quello delle categorie master.
Guardando il volantino promozionale della gara, invece, avevo visto il mio nome segnato come speaker e mi ero parimenti rallegrato: una estate trascorsa a fare la spola con il Trentino (Coredo) non poteva che concludersi a Lavarone in quella che sarebbe stata una rivisitazione in chiave italiana della Night Hawk cui avevo partecipato l'anno scorso a Passo Coe: in entrambi i casi ci sarebbe stato un lago a fare da scenario alla partenza della gara in notturna (proporrei per l'anno prossimo il lago di Coredo, se non ci fossero così tanti problemi con la proprietà della carta e se, soprattutto, questa fosse aggiornata!), un bel bosco nel quale mandare i concorrenti per le tre gare in programma, un bellissimo fine settimana da trascorrere con gli amici.

Arrivando a Folgaria due settimane prima della gara per qualche giorno di "vacanza attiva", leggi uscite in montagna con tanto dislivello, avevo visto (oltre all'onnipresente nome di Dario Pedrotti intento a presentare il suo ultimo libro) che la sera del 19 agosto sarebbe stata in programma al Lago di Lavarone, il nostro teatro di gara, una cena sul lago e sulle sponde per celebrare la fine della settimana di ferragosto.

Mumble mumble... e noi allora da dove passiamo? Rapida telefonata con un orientista che resterà anonimo e che chiamerò Mister X, conciliabolo e l'organizzazione della notturna deve rivedere i propri piani e far girare la sfilata degli atleti da un'altra parte. Sembra quindi che non ci sia nessun problema: il Gronlait Team ha una organizzazione affidabile e, se ci sono correttivi da apportare in corsa all'ultimo momento, è sicuramente in grado di provvedere.

Il piano sarebbe quello di arrivare il 19 agosto a mezzogiorno al Lavarone-Cappella pronto per una 24 ore molto intensa come concorrente e come speaker. La premessa di tre gare sprint + middle (notturna) + middle (diurna domenica) mi fa propendere per una iscrizione in Elite (tanto è sprint) + Elite (tanto è middle e se sono speaker la dovrò fare verso sera prima degli altri) + Direct perché la domenica mattina non avrei la forza di alzarmi alle 6 per andare a fare un altro percorso Elite.

La realtà delle cose comincia invece a sembrare diversa quando Mister X mi comunica che il mio nome è necessario per chiudere una delle staffette Elite a tre concorrenti: mi toccherà quindi alzarmi all'alba per fare anche la gara di domenica nella categoria più competitiva. La linea telefonica con Mister X diventa poi bollente mercoledì 16, quando escono le lunghezze delle singole gare. Sprint: nulla da dire. Middle della domenica: ok tutto come previsto (mi tocca alzarmi veramente all'alba). Middle in notturna del sabato: 7 chilometri e mezzo + 350 metri di dislivello.

GASP! Questa sarebbe una middle? In notturna per giunta?

Mentre sono al telefono con Mister X, il mio cervello analizza rapidamente le possibilità. O hanno sbagliato a scrivere le lunghezze, o hanno lasciato le lunghezze di un'altra gara, oppure è uno scherzo destinato a me soltanto: dopo anni passati a ricevere l'unica cartina sbagliata di tutto il lotto di concorrenti, adesso il Gronlait pubblica una lunghezza a mio solo uso e consumo, per spaventarmi e farmi sobbalzare sulla sedia.

Ma Mister X è impietoso. Mi dice che la lunghezza è quella giusta, praticamente 11 chilometri sforzo, ma il primo chilometro è tutto piatto attorno al lago (il che mi fa solo pensare "ok, ma poi ci sono ancora 10 chilometri sforzo in notturna...") ed il percorso è stato provato: "a livello Elite si rimane nella forbice di 35 +o- 5 minuti di gara prevista dal regolamento". La mia mente analitica fa calcoli frenetici: 11 chilometri sforzo... mumble mumble... metti che il tempo stimato sia sulla parte alta della forbice a 40 minuti di gara... mumble mumble... aggiungici altri 5 minuti per stare comodi e sono 45 minuti... mumble mumble...

4 minuti al chilometri sforzo? Nel bosco di Lago di Lavarone?? In notturna??? Really??? Ma Mister X è implacabile: i percorsi sono stati preparati apposta... fidati... è tutto ok.. vai tranquillo! Il pensiero che rimane a frullare in testa per un paio di giorni è sempre lo stesso: o si corre davvero solo su sentiero, oppure qualcosa non mi torna.

Restiamo al piano originale: arrivo il 19 agosto a mezzogiorno a Lavarone-Cappella. Fin qui è facile. Alle 12.30, con un passo che NON E' quello dei giorni migliori, prendo il via per la mia gara sprint in solitaria.
Per arrivare al traguardo impiego un tempo assurdo (altro che "80% del tempo del vincitore"), solo parzialmente motivato dal fatto che la ricerca delle fettucce che testimoniano che sono arrivato nel posto esatto mi porta via qualche minuto, soprattutto nella prima parte di gara che si sviluppa su un terreno molto spinoso e dal sottobosco decisamente irritante. Una volta terminata la gara, e assolti i miei compiti di speaker, prendo la strada per il Lago di Lavarone per vedere come diavolo è questo percorso da quasi 11 chilometri sforzo che i concorrenti dovrebbero fare in notturna.

E mi viene un coccolone!

Passi per la risalita dal lago dritta verso il guard-rail, passi per l'arrivo al triangolo di partenza nel quale devo scavalcare alberi caduti e ramaglie, ma davvero il primo punto di controllo dell'Elite e degli under 18 che, fortunelli, sono "accorpati" agli Elite (e se ho capito bene anche della M35 e M45) è quello laggiù in fondo alla rumenta più nera, o più verde, del Lago di Lavarone?

Mi metto in modalità "fai tutto come se fosse davvero una notturna" e mi accingo a fare la gara facendo scelte solo su sentiero, a costo di fare tante volte il giro del fullo attorno al depuratore di Lavarone. La strada per il primo punto è fatta di sentieri, talvolta larghi talvolta stretti, ma quando da nord arrivo ad una cinquantina di metri dal punto, la traccia si limita ad uno spazio di pochi centimetri di rovi pestati dai piedi del controllore del percorso. Really? Il punto, per di più è posto ai piedi di una bella roccia alta e di difficile raggiungibilità persino (per uno come me) di giorno. Really? Non penso a Mamleev o a Beltramba, ad Aaron Gaio ed ai più forti che non avranno difficoltà a raggiungere quel punto neppure di notte. Penso invece a coloro, meno forti, che si sono iscritti in categoria prima che venissero rese note le lunghezze, senza avere idea della difficoltà del percorso (e sono ancora al primo punto), pensando ad una middle di fine agosto inserita in una kermesse come la Wolf-o che non ha uno standard di tracciatura definito. E penso che forse il percorso della sprint, che si è completato con le tante lanterne poste al parco Palù, sarebbe stato più adatto per una notturna.

Per andare al punto 2 torno sui miei passi: le striscie nere sulla carta sono pareti rocciose di tutto rispetto e mi chiedo come sarebbero apparse alla luce della lampada frontale. Mi chiedo con una ansia ed una angoscia sempre crescente se io sarei stato in grado di trovare il varco giusto tra le rocce per scendere fino al prato. Anche il terzo punto è ai piedi dell'unica roccia posizionata nel punto di massima pendenza del costone.

Ma il colpo di grazia al mio morale, e soprattutto manda fuori scala il mio ansiometro e angosciometro, è il punto 6. Ci arrivo da nord, ripassando dal depuratore, poi dalla palude del biotopo e infine seguendo il sentiero fino al tornante che si trova ad est del punto. Guardando verso l'alto, osservo una risalita di 11 curve di livello (really?) da fare in pochi metri per arrivare al punto 7, il centro della "farfalla". Guardando dritto davanti a me, vedo una roccia sul bordo del cerchietto e decido di passare accanto ad un albero che sta sopra la roccia spiovente.

E' un attimo: il terreno molle cede sotto i miei piedi


E' l'albero che mi salva: allungo un braccio e mi aggrappo, nell'incavo del gomito, ad un ramo sporgente. Resto lì appeso per qualche secondo (è proprio vero che sembra una enormità di tempo, ma si deve essere trattato solo di qualche secondo).

Lucido. Resta lucido, mi dico. Niente panico. Comincio a dondolare, dando solo una fugace occhiata ai piedi che penzolano a tre metri di altezza con sotto altre rocce. Un altro dondolio e con i piedi arrivo a toccare la parete con erba mista a sassi mista a terra davanti a me. Appoggio il piede, mi spingo forte con il braccio e arrivo ad appoggiare anche l'altro piede. Mi giro, guadagno un passo verso l'alto, poi un altro e finalmente esco dalla situazione di pericolo.
E adesso? "Via di qui!" mi dico. Via di qui con tutta la velocità che riesco a mettere nelle gambe! La salita al punto 7, inutile dirlo, la farò lungo il naso che porta alla zona di rocce... solo per trovare un punto posato in mezzo ai sassi ma anche posato in mezzo ad alberi caduti, ramaglie, una radice (really?). Sull'ala di farfalla 8-9 mi metto più tranquillo: questa è una bella parte del bosco del Lago di Lavarone, ma per arrivare alla 11 ritorno alla modalità "se fosse davvero notte ed io non avessi problemi di tempo, cosa farei?"; poiché la scalata della parete rocciosa è inutile anche di giorno, ed il suo aggiramento mi porterebbe di notte a vagare chissà dove, decido di salite a nord lungo il biotopo, poi ad est fino alla strada e poi a sud fino al punto. Mantengo la mia idea che la tratta 11-12, di notte, non è proprio una delle cose più belle da proporre al popolo orientistico, e mi concedo una digressione orientistica per tornare alla 13 girando attorno alle pareti rocciose. Anche la 14, vista con gli occhi della notte non è questa passeggiata di salute, ma ormai ho capito che la tragedia l'ho scampata al punto 6 ed ho ancora parecchi punti davanti a me. Nel frattempo si è messo anche a diluviare...

Gli ultimi punti dopo l'attraversamento della strada sono ancora una volta da "really?": il punto 18, ma soprattutto il 20 ed il 21 li raggiungo lasciando abbondanti striscioline di pelle delle gambe sull'infame sottobosco che cresce sotto le linee elettriche, ed è solo dopo oltre 2 ore e 10 minuti che completo la mia fatica al Lago di Lavarone.

Giunto a questo punto decido che ci sono alcune cose che devo fare. La prima è ovviamente quella di dire a Mister X che il mio nome non deve comparire in alcuna staffetta, perché mai e poi mai e poi ancora mai sarei stato in grado di terminare quel percorso di notte, nemmeno avendo a disposizione TUTTA la notte (molto probabilmente sarei stato trovato dai concorrenti della gara diurna, ancora in gara o forse sfracellato da qualche parte). Poi prendo da parte il direttore gara ed esprimo tutte le mie perplessità sul percorso, dicendo che non credo che corrisponda alle caratteristiche di una gara middle, o di una notturna sostanzialmente aperta a tutti.

Mi viene concesso di dare qualche avvertimento ai concorrenti, soprattutto agli under 18 che dovranno fare il percorso Elite, ed alle under 18 che si sono effettivamente già iscritte sul percorso Elite. La mia stima è che meno della metà dei concorrenti sarebbero stati in grado di fare quel percorso, e che probabilmente saremmo andati tutti quanti in cerca di grossi guai senza un qualche ripensamento, magari di spostare tutti quanti inuna categoria con un grado di difficoltà meno elevato.

Mi prendo ovviamente ogni responsabilità (o colpa) per quanto dico, ma adesso vorrei spiegare una volta per tutte il mio pensiero: nel mio ruolo di speaker-apripista mi sento molto responsabilizzato di fronte al fatto che sono in grado di vedere il percorso prima degli altri concorrenti. Tante volte, davvero tante, fin dall'inizio della mia avventura al microfono ho indicato agli organizzatori fili spinati non segnati, aree pericolose o fili metallici posti ad altezza d'uomo da fettucciare, recinti segnati come attraversabili presidiati da cani randagi o cavalli portati al pascolo il giorno prima, rave party di cui non si sapeva nulla...

E' una responsabilità che sento nei confronti di tutti gli orientisti, soprattutto quelli di seconda fascia che magari si iscrivono ad una gara con un entusiasmo che travalica le reali possibilità, o con una aspettativa di gara che diventa completamente diversa rispetto alla realtà delle cose. Soprattutto quando vengono proposte gare con un formato insolito, gare notturne in primis (soprattutto quando non sono "notturne di Coppa Italia" bensì regionali o promozionali), credo vada posto ancora di più l'accento sulla salvaguardia dell'incolumità di tutti i concorrenti. Poi Mamleev e tutti coloro che sanno veramente fare orienteering troveranno da soli il modo migliore di fare allenamenti in notturna per preparare le varie staffette Jukola e Tiomila, e quante volte siamo rimasti svegli la notte a fare il tifo per loro aspettando gli aggiornamenti della pagina dei risultati, nella speranza di veder comparire prima possibile il nome di Misha, di Klaus, di Alessio...


Come è andata a finire, poi, lo sanno tutti coloro che hanno visto la news sul sito Fiso nei giorni precedenti la vittoria di Luca Dallavalle al mondiale di MTB-O: dal cielo ha cominciato a venire giù di tutto... grandine, acqua, tuoni, lampi, un vento da regata che ci ha costretti a metterci in 6 per tenere ancorati i gazebi a terra. Mentre i concorrenti, quelli rimasti, aspettavano nelle macchine una decisione, la giuria di gara ha stabilito che non ci fossero le condizioni di sicurezza sufficienti per lo svolgimento della notturna, ed ha rimandato tutto alla mattina dopo.

Il percorso in notturna, fatto alla mattina, si è rivelato come effettivamente è: una bella middle allungata, a tratti davvero tecnica, che avrebbe potuto essere persino una Coppa Italia, in un bosco molto bello da affrontare di giorno. Ma tutti quanti i concorrenti, nessuno escluso (nemmeno Misha!) si sono astenuti dal dire che di notte quello stesso percorso sarebbe stato "molto difficile" (parole di Misha stesso) o molto pericoloso, o che non ci sarebbe stata alcuna possibilità di completare il percorso. Mi scuso con il tracciatore Samuele T. che ci ha messo sicuramente l'anima per realizzare quel tracciato (e forse lui, con i suoi 20 anni e le sue capacità, è tra i pochi in grado di farlo in qusi totale sicurezza), ma credo che Qualcuno lassù abbia visto giusto e, spedendo sulle nostre teste quel po' po' di uragano, ci abbia risparmiato parecchi grattacapi.

A proposito: Misha domenica mattina è arrivato al traguardo in 52 minuti... chi è che ha provato il percorso e ce ne ha messi 40? E' stato Mister X? (segue smile)

 Il resto della domenica trascorre sotto un cielo finalmente amico. I concorrenti finiscono la gara, si pongono la domanda in merito a cosa sarebbe successo di notte, seguono premiazioni (che premiano sempre i soliti, ma questo è il significato della parola "sport") e le parole di elogio per il Gronlait Team che seppure in una situazione ai limiti dell'impossibile ha trovato ancora una volta la soluzione giusta al problema. Durante il pomeriggio, per i pochi rimasti, c'è la possibilità di riprendere la strada del bosco per provare anche il percorso che originariamente era previsto per domenica mattina, ovvero la middle della staffetta


Ci provo anche io, rimanendo in giro quasi 100 minuti e spendendo le ultime energie, al punto che rientrerò poi domenica sera a Coredo bollito oltre ogni dire.

In definitiva credo che la Wolf-O sia una esperienza da ripetere, soprattutto per il periodo nel quale viene proposta, per i boschi nei quali viene organizzata, per il clima competitivo ma anche di comunità che si crea quando per 24 ore si fa sport con le stesse persone accomunate dalla stessa passione.

Solo, per favore, per il prossimo percorso in notturna abbiate pietà!

Saturday, July 29, 2017

Ritorno alla Orienteering Marathon


Ci sono coloro che affermano che ormai se si corre meno di due ore non va la pena fare lo sforzo nemmeno di allacciare le scarpe. E poi ci sono quelli che se si corre più di due ore hanno già finito la benzina alla prima ora. E’ ovvio che in un mondo normale i primi non parlerebbero mai ai secondi, e nello stesso mondo normale i secondi invidierebbero da morire i primi. Ma c’è una gara, una sola nel calendario orientistico, che fa sentire gli uni e gli altri come appartenenti ad un solo unico gruppo: quelli della Orienteering Marathon degli Altipiani.
Andrea Segatta nel suo blog lo ha scritto come meglio non si potrebbe, e vito che il plagio è una forma d’arte ma non è molto sportiva, oltre al link mi permetto anche di riportare qui le due frasi che mi hanno davvero fatto tornare con la mente sul pratone di Forte Cherle, dove era posta la partenza della edizione 2017: “La O-Marathon è davvero una gara diversa da tutte le altre, altrimenti non mi spiegherei come si possa provare addirittura soddisfazione nel cimentarsi in una competizione che già in partenza sai che può durare dalle 3 alle 4 ore (…) L'atmosfera che si respira prima della partenza della O-Marathon è comunque particolare. Si respira un clima di quasi solidarietà generale, sapendo già la sofferenza che ti sta per aspettare, e quindi è più naturale che il clima competitivo lasci spazio alla goliardia e al reciproco incoraggiamento”.
Parole sante Andrea! Per parte mia devo solo rettificare uno zinzinello la stima “dalle 3 alle 4 ore”: la mia Orienteering Marathon, e di edizioni ne ho fatte parecchie, ha sempre abbattuto la barriera delle 4 ore, spesso delle 5 ore. In questa occasione avrebbero potuto diventare anche 6 se non avessi avuto la fortuna di trovare fin da subito un compagno di viaggio. Ma come in tutte le altre occasioni, la fatica è valsa davvero la pena! Credo che la Orienteering Marathon sia una di quelle gare in grado di esaltare allo stesso modo sia le doti di chi si allena tutti i giorni, i campioni e tutti quelli veramente bravi che impiegheranno meno di 3 ore per fare un percorso assurdo, sia le doti di chi magari è appena meno preparato e deve mettere in conto le 4 ore, sapendo che come nella maratona vera ogni piccolo miglioramento può essere fatto solo al prezzo di sforzi inimmaginabili in allenamento.
Ma vorrei anche spendere qualche parola per coloro che arrivano al traguardo dopo 5 o 6 ore. Questi sono (siamo…) i tapascioni della domenica, quelli che non si allenano, quelli che si iscrivono alla Orienteering Marathon mentre un brivido scorre tra le dita che digitano sulla tastiera il proprio nome e cognome: siamo noi, quelli delle 5 o 6 ore, che diamo il senso maggiore alla “avventura lunga un giorno” nata nella mente di Luigi Girardi e che il Gronlait Orienteering Team mette in scena ogni anno.
Diciamo subito che l’edizione 2017 non poteva che celebrarsi sotto i migliori auspici. Innanzitutto, nonostante l’anno in corso, ci arrivo a distanza di 10 giorni dalle gare long in Primiero; di conseguenza sono abituato, o meglio so come ho reagito solo pochi giorni prima, a uscite di quasi 3 ore in bosco (la follia è nel fatto che so già che la Orienteering Marathon durerà il doppio…). La carta di gara ideale per la O-Marathon è da sempre quella di Forte Cherle, appena davanti nelle mie preferenze a Millegrobbe: dove si gareggia nel 2017? A Forte Cherle. E poi c’è il sole: si parte con il fresco alle 9 e si arriva dopo le 14 ma non si dovrebbe patire né il caldo né la bufera. Infine quest’anno si parte e si arriva nello stesso posto, il che magari fa perdere un po’ di fascino a quel tipo di gara che prevedeva trasferimenti dai monti alle valli e poi ancora ai monti fino ai paesi, ma consente (a chi non ha la fortuna di avere dalla propria parte una “auto ammiraglia”) di poter lasciare gli indumenti in auto e di ritrovarli appena tagliato il traguardo, cosa che a me avverrà dopo 5 ore e 35 minuti di gara in ottava posizione nella categoria over-35 maschile.
Due parole a parte per le sante parole di Dario Pedrotti, vincitore nella stessa categoria: “Il fatto che il manipolo non aumenti vuole probabilmente dire che qualcosa nella formula non ha funzionato, ma chi c'è si diverte sempre molto”. Io non sono così egocentrico da credere che ciò che piace a me debba piacere per forza a tutti gli altri; assicuro però che io alla O-Marathon mi sono sempre divertito un sacco: ci ho sempre scoperto qualcosa di me, ci ho sempre riversato un sacco di energie (anche quelle che non sapevo di avere) e che il mio consiglio è che tutti devono provare almeno una volta questa gara. Il fatto che io riesca a finirla dovrebbe da sempre essere un indizio del fatto che chiunque, davvero chiunque, la può finire!!! Non cambierei mai nemmeno la collocazione temporale durante l’anno: è una gara estiva, è una avventura tra le montagne da fare quando le possibilità di bel tempo sono più elevate. E’ una avventura e va presa come tale, e sono davvero felice quest’anno di aver visto la partecipazione di Gianni Guglielmetti, che non è allenatore della nazionale svizzera per caso! Ovviamente è una gara nella quale quelli come me salutano gli amici presenti al via PRIMA della partenza. Perché, come si è dimostrato anche quest’anno, la stragrande maggioranza di coloro che sono schierati alla partenza hanno preso la strada di casa, o hanno già le gambe sotto il tavolo, prima del mio arrivo.
 La gara, un paio di parentesi a parte, è stata davvero bella. Sui pratoni per andare al triangolo di partenza mi sono trovato già in coda al gruppo, ma il primo punto era posizionato esattamente dove sapevo che fosse. I punti 2 e 3 li ho trovati un po’ per caso (con il senno di poi devo dire che avevo proprio mirato giusto, ma nelle zone di rocce basta girare attorno al sasso giusto nella direzione sbagliata per perdersi). In uscita dalla 3 ho visto arrivare dall’alto anche Attilio e Roberta, e così da quel momento abbiamo deciso di viaggiare “in trenino”. Per andare al punto 4 siamo scesi lungo il sentiero fino al recinto, per poi prendere la “tangenziale” fino al ristoro e poi risalire il costone fino al sentiero che ci ha portato alla 4. Nuovo trasferimento aggirando il costone e le rocce fino al punto 8, dove siamo arrivati un po’ troppo a sinistra ma ci siamo riposizionati subito, e poi nessun problema fino alla 18.
Dalla 18 alla 22, ma direi in particolare sulla 20 e sulla 21, sono stati problemi grossi, di dimensioni paragonabili a quelli dei massi che popolano “la Norvegia del Kerle”. I primi due punti sono andati via ancora ancora abbastanza lisci, ma per arrivare alla 20 abbiamo dovuto attraversare una zona allucinante di sassi, scalate e discese in corda doppia nelle spaccature tra un sasso e l’altro, ed il punto lo abbiamo trovato veramente per caso. Alla 21 la frase “c’era il sentiero” non me la può dire nemmeno chi guarda la carta dal divano di casa: semplicemente il punto era irraggiungibile e lo abbiamo trovato solo gettando uno sguardo nel vuoto (per chi non soffre di vertigini) da tutti i sassoni soprastanti. Dopo che abbiamo trovato a 21 e tirato un sospiro di sollievo (soprattutto per la nostra incolumità… in fondo eravamo già a 3 ore di gara e quindi con una lucidità limitata), la 22 è andata via quasi liscia.
Al cambio carta Roberta si ferma, mentre Attilio ed io proseguiamo dopo esserci assicurati l’un l’altro che non avremmo forzato troppo con il rischio di ritrovarci esausti a tre quarti di gara. Sostenuti dal tifo di alcuni amici che avevano già finito la gara, ritorniamo sul pratone della malga e poi nel bosco. Tra la 3 e la 4, dopo aver passato la borraccia a Fabio Daves che stava completando la sua gara in Elite, riprendiamo la “tangenziale” e la 4 va via liscia. Capisco che sto avendo problemi mentre vado alla 5 perché sento distintamente che il cervello si sta spegnendo, cosa che diventa palese alla 6 che trovo solo grazie ad Attilio. La 7 per fortuna è sopra il sentiero, ma il cervello si spegne del tutto mentre vado alla 8 (che è il punto 4 fatto prima!): il bosco improvvisamente diventa buio e alieno, e mi prende una crisi di panico che riesco a placare soltanto con una decisione drastica: tornare al rifornimento posizionato a nord.
Ritornare alla luce, fuori dal bosco e in una zona “facile” mi calma e mi fa tornare quel poco di lucidità per ritornare nel bosco e tornare alla 8 rifacendo la stessa strada fatta prima. Alla 9 trovo Attilio che, visibilmente preoccupato, mi sta aspettando; da lì in poi procediamo di conserva lungo i chilometri che ci separano dal traguardo, evitando a malincuore di saccheggiare i barbecue dei gitanti che troviamo nei pratoni a sud della strada: il profumo di quelle costine, di quelle salsicce e di quella verdura grigliata avrebbe potuto far fermare persino un maratoneta lanciato alla conquista della medaglia d’oro olimpica!
Sbuchiamo insieme dal bosco prima del traguardo proprio durante le premiazioni (e non è la prima volta nelle mie O-Marathon!), in tempo per sentire Roberto Sartori che annuncia al microfono il mio arrivo, poi quello di “Stefano Galletti e un altro!” e poi quello di “Stefano Galletti con un suo amico!”. Da quel momento abbiamo deciso che candidiamo Attilio per il posto di Milite Ignoto!
E così mi sono messo in saccoccia un’altra O-Marathon. Dall’anno prossimo potrei persino pensare di iscrivermi in over-50… ma poi che ne sarebbe della mia (e non solo mia) “Avventura lunga un giorno”? 

Saturday, July 22, 2017

Una storia molto complicata…

“... Ma se è come dice lei, e questo sentiero non porta da nessuna parte, lei da dove sta arrivando???”
“Signora… è una storia molto complicata…”


Per la serie: drammi in due battute, ecco la cronaca di un breve incontro su un anonimo sentiero carrabile nel bosco. Sul lato sinistro del ring, tre viandanti con accento romano e con le loro brave bacchette da Nordic Walking; sul lato destro, una specie di zombi vestito con più colori di una maschera di carnevale. Lo zombi ovviamente sono io, e in quel momento sono in una situazione un po’ particolare: sto svenendo. Lo scenario è quello del lunedì che precede il martedì il quale a sua volta segna l’inizio della Primiero Orienteering Week; ed attorno a noi c’è il bosco di San Martino di Castrozza, ed io ho da poco trovato il mio undicesimo punto di controllo, gareggiando contro i miei evidenti limiti fisici sul percorso Elite che si disputerà di lì a 5 giorni nel sabato conclusivo della Primiero Orienteering Week. Avevo detto fin da subito che questa era una storia molto complicata…
Una storia che comincia l’estate scorsa, quando comincio a vedere in giro i volantini della gara, e che prosegue poi ad inizio autunno con uno scambio di mail tra Roberto Pradel ed il sottoscritto: io sono nelle vesti dello spiritosone di turno che dice che sono ancora disponibili le iscrizioni tramite il sito della gara, e Roberto che mi dice che devo portare pazienza prima di iscrivermi in Elite, ma che comunque potrei pensare di salire a Fiera di Primiero a fare lo speaker. Quando le iscrizioni finalmente si aprono, sono ancora “caldo” dei campionati italiani di Sgonico e, memore delle parole di Roberto, mi iscrivo repentinamente nella categoria Elite, senza neppure fermarmi un attimo a riflettere sul fatto che le gare di San Martino di Castrozza e Passo Rolle sarebbero state veramente molto dure su due dei terreni più temibili delle nostre montagne (e che avrei avuto un altro anno in più sul groppone...). Soprattutto non potevo sapere in quel momento che il 2017 sarebbe stato un anno veramente difficile.


Passa solo qualche giorno dalla mia iscrizione e mi arriva una mail dal Primiero: Pierpaolo Corona ha visto la mia iscrizione e mi dice che stanno pensando di accorciare i percorsi dell’Elite per consentirmi di arrivare al traguardo in giornata. Ovviamente questa cosa, anziché ridurmi alla ragionevolezza (in fondo potrei cambiare categoria fino all’ultimo giorno ed iscrivermi in M35, M40, M45… persino M50!), mi spinge a pensare che ce la potrei fare anche questa volta. Solo “a pensare”, eh?, mai per un minuto mi è passato per la testa di allenarmi di più! Pensa che ti ripensa, ogni tanto fa capolino nella mia testa anche l’immagine della gara di Passo Rolle ai JWOC nella bufera di neve (in luglio), o quelle di San Martino d Castrozza all’Alpe Adria sotto il diluvio, sempre all’Arge Alp sotto la neve (terzo posto a staffetta con Claudia e Roberta) o ancora ai JWOC sotto il diluvio + sotto la neve. Sono immagini che fanno parte dell’epica dell’orienteering di questo secolo… e insomma! Non è che ogni volta che vado in Primiero devo trovare la furia degli elementi. O no?
Breve salto di scena ed è il momento di spiegare perché, nel pomeriggio del lunedì 3 luglio, a Primiero Orienteering Week non ancora cominciata, io sto svenendo nel bosco di San Martino di Castrozza sul sentiero che esce dal punto 11…


Arrivo a Fiera di Primiero da Coredo. E’ lunedì e sono il primo ad affacciarmi nella sede dell’US Primiero all’apertura del centro gare. Ritiro la busta, scappo a San Martino di Castrozza, scarico i bagagli di tutto il gruppo GOK, mi cambio al volo, afferro la cartina con il percorso Elite che è già stato predisposto e mi precipito nel bosco. Attraversando San Martino, incrocio qualche orientista curioso, ma mi affretto a prendere la strada della partenza: so che il mio percorso sarà molto lungo e che le ombre della sera calano in fretta, allo stesso ritmo con il quale aumenta la probabilità di incorrere in qualche temporale serale. C’è solo un piccolo problema: non solo non ho fatto colazione e non ho nemmeno pranzato, ma per dimenticanza o euforia dimentico di prendere con me il camelbak con la riserva di acqua: l’intelligenza ed il senso di responsabilità devono averle distribuite mentre io facevo la coda altrove.
(il padrone di casa del tratto di prato sopra Malga Ces)

Il primo punto della gara è facile: mi chiedo addirittura perché non posso avere qualche punto anche nella sassaia tra la partenza ed il laghetto. Il secondo punto è banale. Ma Prima di arrivare al terzo punto ho esaurito dalla mia sacca delle parole il numero di volte in cui mi sono dato del pirla da solo; intanto parecchie energie che mi dovevano bastare per tutta la gara se ne sono già andate. Alla 4 mi appoggio al piccolo corso d’acqua (anche se la sponda è molto più selvaggia di quanto mi aspettavo), ed è già il momento della tratta lunga 4-5 che mi sembra un incubo ad occhi aperti; per dirla con le parole di Max Peter Bejmer (che sarà vincitore a Tonadico) “I don’t like nightmares” e la mia scelta è quella di affrontare la montagna facendo il giro lungo da destra, andando a prendere la strada e poi il sentiero a bordo prato. Da lì è una sofferenza continua, con il tentativo di andare a fare scelte sicure - appoggiandomi ai sentieri - che cozzano con le curve di livello e gli inevitabili errori per via della fatica. Finché, sul sentiero in uscita dal punto 11, incrocio i viandanti persi che stanno cercando di arrivare a San Martino di Castrozza ma si sono persi già all’altezza di Malga Ces. Io invece ho un coccolone per la fatica ed il caldo…


Da lì l’assenza di acqua e di benzina nel motore fa diventare il tutto un piccolo calvario: faccio tante scelte il più possibile sicure, andando a fare dislivello inutile per potermi riportare sulle strade forestali appena possibile (ad esempio per andare alla 16), usando molta circospezione e dicendo tante preghiere in zona punto in tutti i 30 minuti che impiego per fare il loop dalla 17 alla 20 dove praticamente butto l’occhio dietro ad ogni pietra del bosco. Per mia fortuna l’incubo alla fine finisce, anche se la mia velocità è tale che sui punti dal 21 alla 23 vengo superato anche dalle famiglie con i passeggini. Quando schiaccio lo stop del cronometro sono passati 178 minuti dalla mia partenza, sta venendo sera, sono sfinito e non posso che augurarmi che tra coloro che frequentano il parchetto del centro sportivo a bordo strada non ci siano orientisti che mi vedono arrivare in condizioni pietose. Mi tolgo però lo sfizio di fare una telefonata al buon Sergio Nicolao:
“Sergio! Ho appena finito il percorso elite di San Martino. Maaaaaa… siete sicuri sicuri di lasciare come tempo massimo le due ore di gara?”
“No Stefano, è davvero lungo e quindi abbiamo deciso che il tempo massimo sarà di tre ore…”
“Bene! Allora sono ancora in gara!!!


Dopo una cena abbondante durante la quale avrei addentato anche le gambe del tavolo, ed una notte abbastanza tranquilla, arriva martedì mattina. Nella pianificazione ufficiale della Primiero Orienteering Week è in programma la prima tappa sprint a Transacqua. Nei miei piani, quelli che ho ipotizzato per cercare di completare tutte le tappe del percorso, bisogna alzarsi presto, puntare verso nord ed andare a fare la long di Passo Rolle. Qui mi aspetta una giornata con un sole fantastico, una partenza in discesa ed una risalita “tranquilla” (come no?) sulla malga verso il secondo punto che sarà quello ad altitudine più alta in questa settimana.


Un errore terrificante alla 3 (ancora!!!) quando praticamente scendo lungo i prati fino all’altezza del settimo punto, e poi un’altra gag al telefono con Sergio Nicolao quando arrivo davvero al punto 7 dopo un bel loop nel bosco, nonostante abbia dovuto attraversare una zona terrificante con gli alberi abbattuti tra la 3 e la 4: “Sergio scusa… ma perché al punto 47 c’è il paletto della 52 e, soprattutto, non c’è uno straccio di canaletta qui attorno?”. Sergio è una persona di gran buon cuore, ascolta la mia telefonata ansimante dal bosco con la rassegnazione di quello che si è portato a casa un matto… ed in effetti tale devo sembrare quando telefono durante la MIA gara e dico che c’è un paletto posato nel punto sbagliato (cosa che in effetti non è: quel paletto era rimasto da un allenamento nel bosco, a una decina di metri dalla canaletta e dal punto vero che troverò pochi secondi dopo!).
La 52 fa davvero parte del mio percorso (punto 8) e ci arrivo percorrendo il Sentiero dei Cacciatori. Dopo la scalata terrificante numero 1 verso la malga per andare a prendere il punto 9 dall’alto, arriva la scalata terrificante numero 2 per evitare i valloni e raggiungere il bellissimo cocuzzolo del punto 10 ancora dall’alto. Fino alla 16 vado via molto più preciso, passando al punto spettacolo della lanterna numero 15 in un’ora e 55 minuti: non posso saperlo, ma sarei soli 90 secondi dietro ad Andrea Brandolini. Dalla 16 alla 17 faccio il “giro del fullo” andando a prendere il sentiero che porta ai bellissimi laghetti di Col Bricon: il sentiero è molto frequentato e sono costretto a “darmi un tono” ogni volta che incontro qualche comitiva. Per arrivare alla 18 per fortuna c’è un sentiero che si interrompe provvidenzialmente in una palude, consentendomi di capire quando è il momento di lasciarlo, sentiero che vado a riprendere per arrivare al taglio di bosco che mi porta alla 19. Dalla 19 alla 20 vado verso sud per la linea di massima pendenza, per andare a cercare un altro sentiero, e quando (sempre “dandomi un tono” perché ci sono in giro un sacco di turisti) mi butto giù di un paio di curve di livello per arrivare ai sassoni, penso che la gara sia finalmente finita perché per trovare la 21 “basta arrivare al fiume”.


Ma non è così: il fiume non è mancabile, ma come scelta orientistica è un autentico suicidio perché nel disastro di enormi sassi che si trovano sulla sponda sud devo perdere un paio di minuti per capire dove sta la mia lanterna. Erano le ultime energie, e se ne vanno: la risalita alla 22 è penosa, e solo la forza di volontà mi fa muovere i piedi attraverso la malga verso il punto 23, il 24 e l’arrivo. Qui fermo il cronometro sui 170 minuti di gara: 8 in meno rispetto alla gara di San Martino di Castrozza, e solo 1 in più rispetto al tempo che farà tre giorni più tardi Andrea. Ma sono felice per aver finalmente domato una gara al Passo Rolle, e quando arriva il mezzogiorno di fuoco è il momento di scendere a Transacqua per affrontare la gara sprint e la prima uscita come speaker: in entrambi le situazioni mi devo limitare a fare del mio “meno peggio”, con le gambe imballatissime, le energie al lumicino ed il cervello abbastanza in panne che ancora crede di rimbalzare tra un masso e l’altro sulla carta del Rolle.


Mercoledì 5 luglio si inverte il piano di volo. Al mattino presto arrivo a Tonadico e, dopo la gara disputata tra i villaggi di Tonadico e Siror e le relative premiazioni, annuncio al pubblico la mia intenzione di spostarmi nel pomeriggio in Val Venegia per affrontare la terza ed ultima tappa (mia), quella che l’indomani mattina per tutti gli altri sarà la prima tappa middle della parte boschiva della Primiero Orienteering Week. Lo scenario che mi trovo davanti quando scendo dalla macchina in Val Venegia è questo:
Ce ne sarebbe di che stare lì a bearsi del panorama e chissenefrega dell’orienteering, ma il dovere chiama… e per fortuna! La prima parte del percorso è davvero molto scorrevole, e non sento nemmeno la salita al cocuzzolo del primo punto; le successive lanterne lungo il fiume fino al punto 6 sono in uno scenario cinematografico, con tutti gli attraversamenti del corso d’acqua gelido in punti molto facili da guadare. Nel loop tra la lanterna 8 e la 11 mi fanno compagnia una quantità di caprioli e cervi che scappano da tutte le parti, e nonostante un errore alla 9 ed un altro alla 11 mi sento perfettamente a mio agio con la carta di gara. Dopo il punto 12, ultimo attraversamento del fiume in un punto davvero profondo e con la corrente molto forte (ne esco con i piedi ghiacciati, e non solo i piedi!) ma poi continua il festival dei punti che piacciono proprio a me: mi appoggio spesso al sentiero che attraversa quella parte di bosco ma faccio anche tanto orientamento fine in zona punto. Dal cielo cominciano a rombare i tuoni, ma il rumore che sento più spesso è il tràppete tràppete dei miei piedi nel bosco: i sassi grandi come villette multifamigliari mi fanno da riferimento preciso per arrivare dritto ai punti, e l’unica cosa davvero impegnativa di tutta questa parte di percorso è la salita che porta al punto 21 e 22, e poi fino al traguardo dove arrivo in 87 minuti circa
Terminato anche il percorso in Val Venegia, il sollievo per avercela fatta si mischia al rimpianto: la mia Primiero O-Week da atleta è finita e sono riuscito a completare tutte le 5 gare in soli tre giorni. E’ stato faticoso, ma è il prezzo da pagare per poter pensare di dedicarmi con una certa tranquillità al compito di speaker, che voglio fare al mio meglio per “vendicare” le tensioni che si erano verificate ai Mondiali 2009 quando, di fatto, avevo abdicato al mio ruolo per i litigi con gli altri speaker (eravamo in troppi… non si sono mai visti 4 speaker internazionali ad una unica gara).


Sollievo quindi ma anche un po’ di invidia per coloro che nei giorni successivi avrebbero preso la strada per il bosco. Io dovrò aspettare altri due anni per tornarci; credo che nel 2019 l’US Primiero dovrà davvero mandare indietro gli iscritti con le ruspe: se riuscirà a trovare la settimana giusta, e se gli orientisti che hanno gareggiato nel 2017 racconteranno nelle lunghe notti invernali della Scandinavia cosa hanno trovato alla Primiero Orienteering Week, allora vi garantisco che tra due anni avremo un autentico pienone.
"Matthias, il tempo da battere a Passo Rolle è quello dello speaker: 2 ore e 50. Pensi di farcela con le tue due medaglie d'oro mondiali?"
"... are you kidding me?..." 


 "Samantha! Sei la storia dell'orienteering a stelle e strisce! Cosa ci fai qui a gareggiare nella categoria Open CortoooooOOOOPSSSS!!!"