Stegal67 Blog

Monday, March 12, 2012

UN UOMO, SOLO, IN FUGA


Tanti anni fa, ma forse ne sono passati proprio pochini, gli orientisti di ogni latitudine non avevano ancora preso possesso di internet e non c’era ancora una proflusione di colleghi che raccontavano, ognuno a modo suo (chi meglio chi peggio, chi in italiano chi in italiese, chi in modo coinvolgente chi in modo un po’ pedestre) le avventure orientistiche più assurde o noiose, più aneddotiche o didascaliche, viste dal fondo classifica di una gara promozionale o dalla cima del podio di un Campionato del Mondo. Solo alcuni anni fa, e Pedro e OriBea mi possono credere, persino WorldofO non era noto a tutti; l’orienteering non sembrava proprio uno sport capace di portare così tante persone a raccontarlo su internet.

E così lo scambio di nuovi indirizzi internet remotamente scovati in qualche meandro della rete avveniva solo se tale scambio di informazioni fosse stato proficuo per entrambi; il tutto ricordava quelle pratiche di baratto che coinvolgevano la preziosa figurina di Pizzaballa, il numero di telefono della compagna di classe procace, quel passaggio “ottativo aoristo” di una versione di greco particolarmente ostica, un vecchio numero di Skorpio con l’inserto con le foto di Corinne Clery…

E tra i pochi siti che una volta si potevano consultare, c’era quello mantenuto (credo) da Denny Pagliari. Che un giorno nemmeno tanto lontano uscì con un titolo laconico: “Tavernaro stops with professional orienteering”. Quello fu uno shock per tanti. Io, per esempio, ero uno di quelli che credeva che Tavernaro avrebbe fatto l’orientista per sempre, che in qualunque occasione io mi fossi presentato su un campo di gara a praticare il mio gioco preferito, Tavernaro sarebbe stato là a guidare la classifica, a fare da punto di riferimento irraggiungibile per tutta la platea, fossero essi gli altri Elite italiani, i semplici appassionati o un impiegato panzottello.

Io non ho davvero nessuna pretesa di essere un punto di riferimento per chicchessia, quindi il paragone con il Michele nazionale è assolutamente forzato. Eppure mai come domenica scorsa, quella della gara di Alzate Brianza, sarei stato pronto a scrivere sul mio meno illustre blog “Stegal stops with orienteering”… ovviamente non quello “professional” che non mi riguarda! Semplicemente l’orienteering, il mio gioco.

Quello appena passato è stato un lungo inverno che, nonostante i primi tepori di inizio marzo, per me non si è ancora chiuso ed anzi minaccia di essere tale ancora per un tempo impronosticabile. E’ stato un lungo inverno fatto di qualche acciacco di troppo, di qualche pensiero di troppo, di qualche preoccupazione di troppo, di qualche ansia di troppo. Infine, ciliegina sulla torta, è arrivato anche il mio improvviso (dal lunedì al martedì, ed ero appena riuscito a sistemare altre cose) e non richiesto trasferimento in una remota località del medio-nord Europa. L’unica località, probabilmente, nella quale non esiste nemmeno una federazione di orienteering… (attenzione alla sintassi della frase: “l’unica probabilmente nella quale” è diverso dal dire “l’unica nella quale probabilmente”).

Ma se anche ci fosse una federazione di orienteering, qui con me non ci sono i miei cari amici, i miei affetti; praticando questo sport da quasi 20 anni con (inde)fessa costanza, le persone che ho più care sono anch’esse tutte rappresentanti del magico gioco che si pratica con una cartina e (se non sei Pasi Ikonen) una bussola. Mi sono improvvisamente sentito lontano dal GOK, dai boschi, da quegli amici ticinesi o trentini o veneti o di qualunque posto essi siano originari che incontri magari alla gara di Coppa Italia cinque volte all’anno ma che senti vicini ogni volta che cerchi una lanterna a qualunque latitudine del globo. E’ venuto a mancare il mio gioco e con esso anche tante certezze che hanno accompagnato la mia vita negli ultimi 20 anni: come diceva Andrea “Rebelot” Gianotti, ho trascorso 20 anni facendo passare le giornate solo come accompagnamento tra una occasione di giocare e quella successiva (mica di vincere, mica di “gareggiare”, solo di giocare).

Ho dovuto aspettare fino al 4 marzo per cercare di porre fine a questo inverno dell’anima, per cogliere l’occasione propizia e tornare a praticare il mio gioco preferito, ma le cose non sono andate come speravo. Un attacco di panico, o di ansia, o di paura mi ha colto tra le lanterne 12 e 13 (credo fosse quella la tratta), proprio mentre mi accingevo ad saltare una specie di fossato di cemento in mezzo ad un prato. Solo qualche ora prima, mentre posavo le lanterne al Parco Forlanini insieme all’amico Alessio (lui si che è un membro del GOK ad honorem), ci eravamo trovati davanti ad un attraversamento simile per ampiezza, senza le rive in cemento ma con un corso d’acqua: un fosso che in altra età e con altro peso avrei saputo scavalcare “per il lungo”. Credo che Alessio ed io ci siamo soffermati proprio lì a pensare a ciò che certi fossati rappresentano non solo per un atleta che pratica l’orienteering, ma soprattutto per le tutte le persone impegnate a condurre una vita reale e normale e che cercano di mettere assieme quelle tessere che rendono le giornate degne di essere trascorse… e perché no? Cercando qualche lanterna.

A distanza di nemmeno 24 ore, un altro fossato mi è venuto addosso e non sono riuscito a tirarmelo via dalla mente. Un fossato che ha finito per rappresentare alcune difficoltà che credevo di saper gestire e davanti alle quali mi sono sentito indifeso come l’ultimo degli immaturi o dei “poco cresciuti”. Dal punto di vista orientistico, da quel momento in poi mi sono solo lasciato trascinare dalla corrente perché da solo non sarei stato nemmeno in grado di trovare la strada per il divano di casa: Luigi Giuliani una lanterna più avanti, poi Paolo Grassi ancora più avanti, un ragazzo svizzero con i capelli biondastri e poi forse Roberto Biella. Finché alla 18, per la prima volta in vita mia, ho trovato il bosco opprimente; l’ho percepito violentemente come un nemico che non mi faceva tornare a casa. Ho visto la mappa come un oggetto estraneo e indesiderato, che mi prendeva in giro e mi negava persino la libertà di scegliere come passare le poche ore che trascorro tra una trasferta di lavoro ed un’altra.

Panico ed ansia. Questi sono stati i miei compagni di viaggio nei 15 minuti che ho trascorso per fare i 150 metri che mi separavano tra la lanterna 17 e la 18. Nei quali ho finito per coinvolgere anche la povera Ombretta Milesi, alla quale mi sono aggrappato con tutte le forze per farmi portare fuori dal bosco, perché da solo non sarei mai riuscito a trovare la strada (grazie ancora Ombretta, e scusami!). Credo che la faccia con la quale mi ha visto Ivano Benini al traguardo sia stata sufficiente per evitargli di rivolgermi qualunque domanda: non avrei saputo nemmeno cosa dire, da tanto che ero sconvolto.

Scrivo tutto questo sul blog senza nemmeno lasciare, a chi fosse arrivato in fondo a questa miseranda e poco avvincente storia, la possibilità di lasciare un commento. Perché lo faccio?

Perché il lavoro mentale che sto facendo sul sottoscritto parte anche da qui. Parte dal tentativo di rendere me stesso, o la mia ombra, consapevoli del fatto che gli inverni finiscono… ma la mia ombra deve essere la prima disposta a crederci. Così adesso anche lei avrà un posto dove andare a leggere che un certo Stegal67 le sta dicendo di piantarla lì con i pensieri negativi e di cercare di tornare a sorridere. Come diceva Daniele Silvestri “Più in basso di così \ c’è solo da scavare”, ma a me nessuno è ancora venuto a regalare una pala!

(la foto è di Alessandro Manzoni, un regalo di Natale che speravo di usare per un post più bello)

Saturday, February 25, 2012

UNA LANTERNA MI SALVERA' ?

Negli ultimissimi tempi molte cose sono arrivate a rendere meno fluido il rapporto speciale che ho intrattenuto per lunghissimo tempo con l'orienteering. Cose molto personale che si riflettono nella serenità con la quale occorre pianificare per tempo certi appuntamenti, nella predisposizione a guardare a medio o lungo termine quando gli amici cominciano a raccontare "cosa facciamo quest'estate?" alludendo alle multi-days estive che dal 1997 mi vedono presente.

Nulla di trascendentale, nulla di drammatico, nulla di definitivo, nulla di perpetuo. Ma l'inquietudine crescente, quella si. Quella pressione interna che ti fa sentire sulla corda, che ti fa balenare nella testa l'idea che i giorni non passano solo come intervallo di tempo tra una gara e l'altra ma come puntate di una soap-opera che può prevedere in qualunque momento uno spin-off che ti porta a vivere una avventura diversa con obiettivi diversi da quelli con i quali pensavi di trascorrere un altro anno; anche se, per ogni spin-off ben fatto, c'è sempre un personaggio come Alan Shore che è in grado di dettare il bello ed il cattivo tempo sia nella serie televisiva dove è nato sia in quella ("Boston Legal") dove si è trovato "spin-offato". Sarà così anche per me?

La fotografia che cerco di avere davanti agli occhi è quella di una lanterna che compare, sulla cima di una collina, magari controsole: una lanterna, se l'hai cercata da solo, offrendo il tuo corpo e la tua testa alla fatica, rappresenta pur sempre qualcosa che ha a che fare con obiettivi. La vita, come una bella tratta orientistica, ci sposta ogni giorno dal punto A al punto B e molto spesso sono le nostre decisioni personali, le nostre predisposizioni, le nostre tranquillità e certezze contrapposte alle nostre ansie, a progettare la strada per andare da A a B.

Quante volte accade che la mappa sia stata rilevata anni prima, e che nel frattempo sul nostro percorso si frapponga un imprevisto "verde 3"? Quante volte il nostro piano si rivela fallace perchè quando andiamo a gettare lo sguardo in una buca o raggiungiamo la cima della collina non troviamo la lanterna cercate? Dove abbiamo sbagliato? Il risultato della nostra ricerca non poteva che essere lì... nel posto in cui siamo arrivati! Perchè non c'è? Dove abbiamo sbagliato? O, peggio (ma non è capitato a tutti di pensarlo?) CHI ha sbagliato? A posare, a cartografare, a segnare il punto in un posto dubbio... come se gli errori dipendessero sempre e comunque dall'imperizia altrui e non da noi stessi.

E' in quel momento che non bisogna perdersi d'animo, rileggere la strada percorsa, fare la pace con se stessi mentre magari intorno infuria la battaglia e riflettere sui prossimi passi. Un po' quello che sto facendo io in queste settimane... Sono certo che i giorni riservino ad ognuno momenti di scoramento e momenti di gioia, che ci siano situazioni nelle quali "giriamo la cartina dall'altra parte" e prendiamo in tutta coscienza direzioni opposte a quelle che sembrerebbero perfettamente logiche.

Ad ognuno di noi è capitato di trovarsi nei passi nel povero master francese che, ai mondiali WMOC, era finito a quasi 3 km dal punto, dalla parte opposta della carta, e non avevo saputo che dirgli "désolé"... ho ancora in mente la sua andatura perplessa, mentre si allontanava da me lungo un sentiero sabbioso della foresta di Marinha Grande. Forse anche lui si sarà sentito perso e incapace di trovare la strada giusta, ma passo dopo passo avrà ripercorso il suo piano di gara ed i suoi errori, ed avrà avuto la forza di riportarsi sulla via giusta.

Il Signore mi scampi sempre dal conoscere l'orienteering così bene da rendermi monotono o semplicemente ovvio il gesto di trovare una bella lanterna in un bel bosco. Perchè ho avuto la fortuna di cimentarmi in un sport nel quale ci sono poche cose più belle che vedere comparire una lanterna controsole, in cima ad una collinetta, dopo aver messo testa e corpo al servizio di un obiettivo: perchè quella lanterna, trovata con fatica, sudore e preoccupazione, rappresenta assai più che un nuovo tempo intermedio registrato sulla sicard. Rappresenta la risposta ad una domanda molto semplice che ci poniamo ogni volta che andiamo dal punto A al punto B: ce la farò?

***

La foto è stata presa al Parco Lambro, in occasione della seconda tappa di Milano nei Parchi.
Come è andata a finire quest'ennesima organizzazione? Spero che tutto sia andato (abbastanza) bene. Da quel che ho potuto vedere, zoppicando qua e là per il parco, gli agonisti hanno avuto una occasione per provare le gambe in vista delle prime gare di Trofeo Lombardia, mentre gli esordienti hanno trovato la possibilità di cimentarsi in uno sport nuovo, con una organizzazione tutto sommato veloce (poche attese ai cancelli di partenza, pochissime formalità burocratiche da rispettare). Alcuni hanno fatto più giri su più percorsi, come abbiamo sempre previsto. Non ho idea di quanti nomi compaiono nelle classifiche: alcuni pacchi di cartellini li hanno presi i prof delle scuole, ma se c'erano 320 cartine stampate e alla fine ne sono avanzate solo una trentina, i calcoli sono presto fatti.

Peccato, ma sicuramente gli impegni istituzionali sono prevalenti, che non si sia potuto avere il Presidente Grifoni al Parco Lambro. Avrebbe potuto vedere con i suoi occhi, o persino provare, una promozionale cittadina in quel di Milano con qualche centinaio di iscritti... e la consulta delle società lombarde era solo ad un paio di km di distanza nel pomeriggio.

Il percorso che, con ampio anticipo, avevo preparato per gli agonisti era una specie di
"concept race"; questo è accaduto forse per la prima volta, sicuramente grazie agli scambi di mail con Andrea Gianotti che cercava di contagiarmi con il virus del tracciatore (difficile... perchè non sono tracciatore!). Ho voluto fare una gara di distanza X (non me ne frega nulla di quanto viene lunga, tanto sicuramente in un parco e senza le sicard non arrivo a 5 km!) con una prima scelta già in partenza, tratte luuuuunghe e monooooootone per cominciare, poi l'accorciamento progressivo delle tratte e poi un finale stile "giro dele Fiandre": sono andato a cercare tutte le possibili collinette del Parco Lambro, con lanterne a distanza magari di 40 metri con un su e giù di 10 metri da fare. Infine "lo Stelvio" del Parco Lambro (atteso dagli aficionados, d'altra parte mi conoscete... cosa volevate venire a fare al Parco Lambro se non il su e giù dal collinone?) a ricordare la mia terza gara da orientista, corsa proprio al Parco Lambro, l'unica volta in 18 anni che mia mamma è venuta a vedermi in una gara di orienteering.

So di essere stato maledetto da Julia S., e sicuramente anche da qualcun altro. Ho visto i sorrisi di Andrea, Julien e tanti altri che si sono divertiti, e questo mi basta. Ho visto i ragazzi della Besanese fare scelte diverse sul primo punto, e ne sono ancora più contento. Spero di aver offerto a tutti coloro che sono venuti al Parco una esperienza sufficiente a ripagarli per il tempo che mi hanno dedicato.

Siamo sempre più a corto di tutto, di tempo e di soldi... Milano nei Parchi ha ancora il pregio di poter essere gratuita grazie ad uno sponsor che non vuole essere nominato, ma comunque ci sono sempre da considerare i soldi che le persone spendono per prendere una auto e pagare un casello autostradale, il tempo che rubano alla famiglia, agli affetti, alla spesa settimanale che poi ti fa andare nell'ora di punta nel momento di maggior caos, alle pulizie di casa che poi diventa "vituperata" come la mia povera casetta.

Nonostante i tempi duri che stiamo passando, è ancora un sintomo di grande umanità il fatto che ci siano gruppi di persone in grado di fidarsi gli uni delle altre fino a mettere il proprio bene più prezioso, il tempo, a disposizione di qualcuno che a sua volta rubando tempo qua e là cerca di preparare un appunmanento nel migliore dei modi, affinché esso sia non solo buono per un "value for money" ma anche "value for time". E' difficile, talvolta è frustrante e vorresti piantarla lì e smettere di lottare e rendere tutto più facile; ma riuscirci vuol dire che in fondo, anche questa volta, siamo arrivati a scorgere "la lanterna in cima alla collinetta".

(dedicato con un abbraccio a Tommy Civera che era al Parco Lambro sabato mattina. Ti vogliamo bene, ragazzo!)



Friday, February 17, 2012

LA VERA STORIA DI QUESTA STORIA

E accadde allora che nella seconda decade il Signore si accorse che i segni del cielo erano premonitori di grandi sventure per il Suo Popolo. E gli armenti smettevano di produrre, e le nuvole seguitavano ad accumularsi, ed il sole non splendeva più alto nel cielo ed il canto degli uccelli si era tacitato.

E il Signore comprese che la Sua Onnipotenza non sarebbe bastata a salvare il Popolo Suo e gli animali che pascolavano la terra ed i pesci che abitavano nell’acque profonde. Ed allora Egli convocò a Se gli eroi cui avrebbe affidato i destini delle future stirpi, coloro i quali soli potevano ergersi contro le sciagure e le sventure che si stavano profilando.

Ed Egli si compiacque vedendo arrivare nella piana di Pad-an i due eroi tra i quali avrebbe scelto colui che avrebbe condotto la stirpe degli uomini al di là degli opprimenti destini, due eroi luccicanti di gloria e di agòne, di tensione e di forza. Si accorse appena, gli occhi ebbri di gratitudine per il loro coraggio della lacera e misera figura che vicino a loro si era accoccolata sotto un palmizio.

E il Signore si rivolse al primo eroe: “Tu, dimmi il tuo nome! Mostrami le tue virtù e le tue poderose capacità, e se Io ti sceglierò sappi che sarai innalzato al di sopra di ogni altro umano prima e dopo di te”.

E l’eroe rispose con voce tonante: “Io sono An-ni-bàll-Smitt, capo della tribù degli Ei-Tìm. Io per anni sono stato cacciato dai malvagi, imprigionato con la mia tribù in luoghi deserti ed angusti. Grazie alla mia purezza d’animo sono stato capace ogni volta di ricavare carri armati da trebbiatrici in disuso, lanciafiamme e fiamme ossidriche da accendini esausti, armi mortali da reti di materasso, bombe lacrimogene dalle lacrime delle vergini del mio popolo. Mai ci fu una volta in cui venimmo cacciati in una stanza vuota, completamente vuota!, e sempre fui in grado di guidare il mio popolo oltre i nemici e la sconfitta, verso la gloria!”

E grande fu la gioia del Signore nell’ascoltare le parole gonfie di orgoglio e di sapienza di An-ni-bàll-Smitt, capo della tribù degli Ei-Tìm; forse costui avrebbe potuto prendersi sulle vigorose spalle il futuro del Popolo Suo ed assicurare un futuro alle genti.

Ma adesso il Signore voleva ascoltare il secondo eroe, ed ancora Egli non dedicò più di uno sguardo al miserando figuro che, sotto il palmizio, sembrava intento solo a togliersi la terra da sotto le unghie…

E il Signore si rivolse al secondo eroe: “Tu, dimmi il tuo nome! Mostrami le tue virtù e le tue poderose capacità, e se Io ti sceglierò, sappi che sarai innalzato al di sopra di ogni altro umano prima e dopo di te”.

E l’eroe rispose con voce tonante: “Io sono Mècc-Gàiver, solitario errabondo di una tribù che vive al di là delle grandi acque. Io per anni sono stato cacciato dai malvagi, imprigionato da solo in luoghi deserti ed angusti. Ma mai sono stato perquisito! E grazie alla mia purezza d’animo, alla mia chioma fluente ed alla mia laurea in fisica ma soprattutto ad un attrezzo inventato dalla tribù degli oltre-Brogeda, sono stato capace ogni volta di ricavare mitra e proiettili da scatolette di tonno al naturale, bombe protoniche dalla carta igienica usata, trappole micidiali da copertine di fumetti manga giapponesi, oltre naturalmente alle bombe lacrimogene dalle lacrime delle vergini del mio popolo. Mai ci fu una volta in cui fui rinchiuso in una stanza vuota, completamente vuota!, e perquisito per bene. Sempre fui in grado di guidare il mio mezzo di trasporto ricavato dall’intelaiatura di una poltrona Frau oltre i nemici e la sconfitta, verso la gloria!”

E enorme fu la letizia del Signore nell’ascoltare le parole gonfie di sapienza e di orgoglio di Mècc-Gàiver; anche costui avrebbe potuto prendersi sulle vigorose spalle il futuro del Popolo Suo ed assicurare un futuro alle genti disperate in preda alla paura causato dall’approssimarsi dei terrificanti eventi.

Ma prima di scegliere il nome del Suo eroe, il Signore voleva dare una solenne lezione all’errabondo personaggio che, sotto il palmizio, stava togliendo strisce di tela adesiva fangosa dai suoi lerci piedi …

“TU! Tu come ti permetti di presentarti costì, al cospetto Mio e di questi eroi che ho convocato per salvare il genere umano e anche la tua miserrima progenie! TU! Reca subito alla mia attenzione il tuo nome e le tue capacità, affinché il Popolo Mio possa esecrare nei secoli dei secoli la tua incapacità e la tua nequizia!”

Ed il vagabondo si levò a fatica in piedi e con voce stanca osò rispondere: “… ho appena organizzato una gara di orienteering…”.

Ed immediatamente il Signore levò la Sua mano al di sopra di lui, ed ENORME fu la contentezza del Signore nell’accorgersi che quel povero tapino era in realtà il Solo ed Unico Eroe in grado di risollevare gli esiti del destino avverso e di guidare tutto il Suo Popolo verso un futuro prospero. Solo quell’eroe sarebbe stato in grado di affrontare tutti gli eventi nefasti, le disgrazie impreviste ed improvvise, gli amari scherzi del destino. Egli solo, senza nemmeno il conforto di un Project Manager di Accenture o di un foglio excel, avrebbe potuto organizzare tutto il Popolo Suo, e gli animali ed i pesci e le piante senza dimenticare indietro neppure i due leocorni.

Mentre la mano del Signore provvedeva a ridurre in polvere An-ni-bàll-Smitt e Mècc-Gàiver, la cui superbia aveva osato alimentare in loro una speranza di essere superiori in pianificazione e gestione degli imprevisti al Vero Eroe, la Sua voce dolce e stentorea chiese:

“Dimmi, Mio Eroe, qual è il tuo nome; affinché nei secoli dei secoli le genti lo possano celebrare ed innalzare allo zenit del rispetto, affinché ti possa essere dedicata una disciplina “Gestione dell’imprevisto e dell’inaspettato” all’università Luiss, affinché generazioni e generazioni di consulenti ti eleggano a loro modello, o Tu che con la tua esperienza sei riuscito a gestire una gara di orienteering, l’Evento più caotico, casinista, imprevedibile e incerto che l’Onnipotenza del Signore abbia mai creato. Pronuncia il tuo nome! E’ forse esso Stìv-Giobs? O Bìl-Gheiz? O forse Leonardo?”

“No, è…”

“Noè… perfetto! Semplice e conciso. Nelle firme sui documenti in calce va sempre bene, e poi gli scultori non perderanno molto tempo nell’incidere il nome sul basamento delle statue. Ora, Noè, ascoltami. Una firmetta qui e puoi andare… In fondo è una cosetta da niente: un’arca, qualche persona (ricordati le fanciulle), tutte le coppie di animali che puoi trovare, i pesci anche se ti fanno schifo, le piante, gli uccelli, pure le zanzare… hai appena finito di gestire una gara di orienteering, che sarà mai questo compito? Una Passeggiata di Salute!!! Tranquillo Noè, ricorda: save the cheerleader, save the world!”

E Noè chiese: “Cosa vogliono dire queste tue oscure parole, o Signore?”

“Niente Noè, lascia perdere, ne riparliamo tra qualche anno. Ma mi raccomando: quando devi scegliere chi salvare, pensa prima alla cheerleader! Capisc’ ammé…”.

(... continua ...)

Tuesday, January 24, 2012

LA VITA COME METAFORA DELL’ORIENTEERING

Ogni tanto penso che l’orienteering sia uno sport crudele. Voglio dire: tutti coloro che fanno sport, invecchiando, non riescono più a performare nello stesso modo e con gli stessi risultati assoluti di quando erano più giovani. I corridori vanno più piano. I saltatori si fermano qualche centimetro o decimetro prima, o più in basso. I lanciatori ottengono misure più modeste.

Una costante degli sport di squadra, però, è che l’anello è sempre a 3 metri e 5 centimetri di altezza, la rete è sempre alla stessa altezza (come nel tennis), la porta ha sempre la stessa larghezza e altezza. Magari non si è più in grado di fare certi movimenti con la stessa scioltezza, con lo stesso grado di dinamismo, ma questo fa parte della vita. La vita, intesa come metafora dello sport, ti insegna ad imparare dal passato anche se quel passato non può più tornare. E imparando si smorzano i toni accesi della gioventù, le immagini di una tenzone agonistica vissuta più come battaglia vera e propria che come momento nel quale due o più persone giocano insieme perché insieme hanno coltivato questa o quella passione…

Non dimenticherò mai le parole di Adolfo Consolini, che a fine carriera raccontava di come fosse cambiato il suo rapporto con il lancio del disco, la disciplina che lo vide campione olimpico a Londra ’48: “Una volta lanciavo il disco e gli gridavo dietro tutta la mia rabbia e la mia tensione affinché volasse più lontano. Oggi mi limito a lasciarlo andare con amore, e ad augurargli buon viaggio e buona fortuna”.

Ma l’orienteering assume tratti a volte decisamente crudeli. Mi è capitato, ancora nel secolo scorso, di parlare con atleti fortissimi che di punto in bianco avevano lasciato; io che non ero in grado di mettere assieme due lanterne decenti di fila, sentivo la mia voce trasformarsi in un lamento quando accennavo al fatto che questi ragazzi stessero sprecando il loro talento sull’altare di uno stato di forma poco meno che perfetto, di una impercettibile stanchezza fisica che non li metteva più in grado di gareggiare sotto quella tal soglia di minuti al chilometro. E poco effetto sortivano le mie provocazioni sulla bellezza e la soddisfazione di “azzeccare” questa o quella tratta particolarmente tecnica, quando mi trovavo di fronte ad atleti che ormai erano in grado di dominare qualunque difficoltà orientistica, fosse anche una lanterna infilata nel posto più impossibile.

Non avevo ancora capito che invecchiare come orientisti (o, almeno, questo capita agli orientisti forti… mica a me!) significa aver immagazzinato un tale bagaglio di esperienza e di conoscenza che farebbe la fortuna di tanti atleti ed atlete che vanno ai Campionati Mondiali, ma al tempo stesso (a meno di avere il fisico di Carlo Rigoni) trovarsi alle prese con cartine e percorsi che non sono più in grado di offrire la stessa sfida e la stessa soddisfazione. Si… la soddisfazione può arrivare guardando la classifica: magari, invecchiando, si scopre di essere rimasti più freschi e più in forma dei rivali di un tempo. Magari, invecchiando, si trova il proprio nome in classifica davanti a quello dell’amico-rivale che ci ha sempre bastonato. ECCHECCAVOLO!!! Capiterà anche a me di arrivare una volta nella vita davanti Stefano Maddalena o Carlo Rigoni, no? (quando ho dichiarato che il mio obiettivo è vincere due volte l’Oringen in H100, il Madda mi ha risposto che una volta anche posso vincere ma che poi arriva anche lui in categoria…). Però la classifica è solo una parte della soddisfazione, una PICCOLA parte della soddisfazione.

Perché l’asticella, il limite, il problema da risolvere… diventano più facili: il campo di gara rimane sempre quello, ma il percorso diventa più facile. L’M40 magari è ancora abbinata alla WElite, ma l’M50 no (a meno che non si vada all’Oringen… ho portato a casa delle cartine della W70 con certi percorsi che… insomma… si, magari uno le lanterne le trova, ma forse!!!), l’M60 nelle gare regionali è talvolta abbinata alla W14, ed i tracciatori tendono necessariamente a salvaguardare le ragazzine inesperte rispetto ai marpioni con 30 anni di esperienza nei boschi. Anche in una gara (che non si farà) di cui (non) ero tracciatore, il percorso M60 era abbinato alla W16… e sicuramente i vari Federico Cancelli, Carlo Nessi, Cesare Spacca non si sarebbero divertiti molto.

Già… Federico Cancelli. Pensare ad uno come lui, che l’ultima gara di Trofeo Lombardia la gareggia ancora in MA perché ormai la classifica generale della M60 è consolidata, mi da ancora una gran carica; lui come quell’altro matto di Dieter Wolf che continua imperterrito a correre in Elite anche se ormai gli anni sono più di 60: una volta gli abbiamo chiesto chi glielo facesse fare, e lui ha risposto che finché era in grado di terminare il percorso entro il tempo massimo avrebbe sempre gareggiato in Elite. A proposito: mi pare che da un paio di anni Wolf abbia a che fare con gli allenamenti della nazionale New Zealand… ecco, lasciando perdere quel pazzo di Chris Forne, quando a La Feclaz vediamo i risultati del team All Blacks forse potremmo vederci dietro il tocco magico del vecchio lupo. “A proposito bis”: in occasione di non so più quale gara di non so più quanti anni fa ero andato a cercare con Google i risultati degli Elite stranieri per vedere se qualcuno avesse esperienze mondiali; arrivato a Wolf avevo trovato un omonimo che si divertiva a fare podio negli anni ’70… un omonimo, appunto! (per fortuna Andrea “the magician” Rinaldi venne a salvarmi dalla brutta figura di livello imperiale).

E allora io, che sono da MOLTO meno sia di Dieter Wolf che di Federico Cancelli quanto a prestanza atletica e tecnica orientistica ma che sono MOLTO più matto di tutti loro due messi insieme (e quanto a follia sul piatto opposto della bilancia possono salire anche tante altre persone) ho deciso che anche quest’anno

  • nonostante il regolamento reciti che la classe di ferro 1967 è passata in M45…
  • nonostante le scarpette numero 50 da orienteering o da corsa abbiano visto il mio piedone puzzone per l’ultima volta ad inizio dicembre…
  • nonostante il corpo dia evidenti segni di sfacelo (tra poco si entra in bacino di carenaggio per qualche giorno)…
  • nonostante ciò possa evidentemente nuocere al mio futuro di tesserato ASTi Ticino (la tuta turchese dell’AGET è sempre bene adésa al giro-vita)…
  • nonostante la personale vergogna, nonostante i pareri contrari del medico, degli amici, dei parenti, dei conoscenti, dei compagni di lavoro, dei capi, del ministro Passera (ex collega di lavoro), della Protezione Civile, del Comandante Schettino, di Er-Team, di Dario Pedrotti, di Larry e della nazionale di trail-orienteering…

sarei andato a Casorate Sempione all’allenamento della squadra nazionale e, al momento di iscriversi, ho dichiarato forte e chiaro “percorso lungo, grazie!”.

(immagine tratta dal sito di AlesTenar: www.alessiotenani.it . A me mancano sempre una rotella in testa e uno scanner in ufficio...)

Se ci fosse stata una classifica, l’ultimo posto a grande distanza dal penultimo non me lo avrebbe tolto nessuno (1h33m con cedimento “da svacco” nel finale – lanterne 19-20-21 – dove si poteva solo correre dritto); ma volevo vedere l’effetto che fa… volevo vedere se da qualche parte sotto strati e strati adiposi balùgina ancora (il verbo è complicato, lo so, ma oggi ho stupito il cliente con “tautologico” e so che posso fare di meglio…) una fiammella, un guizzo, una voglia sopìta di entusiasmo che vuole essere più forte della fatica, del dolore (e che letto di dolore, nel pomeriggio di domenica!) e della vocina del cervello che continua a ripetere inperterrita “chi te lo ha fatto fare! Chi te lo ha fatto fare!”. Ma perché dovrei risparmiarmi anche ad un solo metro? Per arrivare (forse) a metà classifica in M45? Perché dovrei rinunciare a vedermi superare a gran velocità nel bosco da Riccardo Scalet (a breve sarà al Mondiale, quello importante!), da Elisa Lucian (a breve sarà al Mondiale, quello importante!... ma quanto sono cresciuti in altezza ‘sti due ragazzi durante l’inverno???,), da Gian, AlesTenar, Marco ed Emi? E giuro che mi sono smazzato le 21 lanterne senza nemmeno azzardare un taglio, perché una cosa come questa non avrebbe avuto alcun senso e non è tagliando un paio di centinaia di metri (come ha fatto qualcuno… e l’ho beccato!) che mi sarei guadagnato la strada del Paradiso.

Una strada sulla quale qualcuno ha inciso le parole, che ogni tanto mi fermo a rileggere, che lo scrittore statunitense Charley Rosen scrisse alla fine di un bellissimo capitolo in “More than a Game”: “Tornai a giocare per parecchi anni, a malapena in grado di rotolare da una linea di tiro libero all’altra, ma questa volta pronto più a ricordare che a dimenticare. Giocatori più giovani e più forti mi spingevano qua e là come se fossi stato di paglia (…). Avevo le ginocchia che pulsavano, l’anca sinistra che faceva male, ma mi divertivo a giocare. Passare mi dava più soddisfazione che segnare. Piazzare un bel blocco sul lato debole significava buoni tiri per i miei compagni. (…) Invece di giocare menando e sgomitando, arrivai a danzare di partita in partita meglio che potevo. Ammiravo e lodavo le giocate spettacolari di entrambe le squadre; felice tanto di vincere quanto di perdere, ero eccitato per il solo fatto di giocare. Diventato troppo vulnerabile per giocare con odio, dopo così tanto tempo arrivai finalmente a capire”.

Tuesday, January 10, 2012

PLAGIC MOMENTS

Gli orientisti sono dei gran buffoni. Più sono forti, più diventa fantasiosa la risposta alla classica domanda (domanda classica = domanda da giornalista cresciuto alla scuola di partito… mica le domande che fa l’impiegato panzottello!): “Questa vittoria ai WOC \ World Cup \ Tiomila \ fatevoi… è stata la tua gara perfetta?”. Ovviamente non lo è MAI! Caspita… hai vinto i Campionati Mondiali con 7 minuti di vantaggio sul secondo, ma ovviamente non è la gara perfetta perché hai fatto un metro di dislivello in più perdendo ben due secondi! E gli altri che han corso contro di te? Sono tutti dei pirla? Bah!

Poiché io la mia gara perfetta l’ho già corsa più volte, mi sembrava corretto nei confronti della stagione 2011 raccontare anche le migliori (o peggiori, a seconda dei punti di vista) boiate o perversioni orientistiche che mi sono capitate in 83 gare. Il fatto che il grande Dario P. abbia già pubblicato sul suo blog http://dopolavori.blogspot.com un bellissimo pezzo “Tragic moments” non può che darmi lo spunto per chiamare il mio “Plagic moments”, visto che potrei essere accusato di scopiazzatura…

Con una piccola differenza. Il grande Dario P. racconta i suoi “momenti” dal punto di vista di un Master che affronta tutte le gare per vincere, dalle promozionali ai Campionati Italiani; quindi alcuni momenti da dimenticare sono legati al Campionato Italiano su questa o quella distanza. L’impiegato panzottello… vabbé, diciamo che la gamma o lo spettro di gare è uno zinzinello più affievolito. Per questo non c’è classifica o countdown (“Non c’è count-down!” cit.): sono i 10 moments del 2011 da ricordare per un motivo opposto rispetto a quelli Magic.


Orientaconil – Conil de la Frontera (sprint). Ok Stefano. Tutto ok. Ci sono gli amici che ti guardano. C’è l’Halden SK che ti guarda. C’è Liis Johansson che ti guarda! Partenza secca, sparata. Vai dritto verso l’Oceano Atlantico… l’Oceano! Hai capito? Non puoi mancare l’oceano… Perfetto. Prendi la carta e via! Su IN SALITA! In salita? Quando mai si è visto che l’oceano sta più in alto del centro del paese??? Tra le rovine di Atlandide forse!!! 50 metri di corsa in salita, dietrofront e rapido ma non invisibile passaggio davanti alla platea in delirio…

Torcegno – notturna di Coppa Italia. Tutto perfetto: arrivo in Valsugana in ampio anticipo rispetto alla gara, esemplare nutrizione, vestizione con calma, relax e stretching e riscaldamento. E, al momento della partenza di massa, scoprire che le gambe non hanno nemmeno l’intenzione di spostarsi di un metro. Mentre tutti intorno a me si scapicollano qua e là in cerca dei primi punti, mi accodo come ultimo vagoncino al treno dei ritardatari per restare ben presto da solo in ultima, e poi ultimissima, posizione. Se almeno avessi fatto PM, avrei potuto dire che avevo rischiato per stare coi primi… Invece così è stato difficile persino salvare quel poco di dignità…

Passo San Boldo – Coppa Italia. Quando si sbaglia la prima lanterna, a meno di non essere a fondo griglia c’è sempre la possibilità di essere “ripescato” da chi ci parte dietro. Ma quando si parte ad orario speaker (circa le 7.30 del mattino) ci sono solo i posatori ai quali ci si può appoggiare. E’ quello che succede a me a Passo San Boldo; il posatore è Roland Pin, che mi vede armeggiare per un paio di minuti a 20 metri dalla lanterna e dopo aver immortalato il tutto con la sua fotografia decide, pietosamente, di indicarmi il punto con la mano sennò lo speaker non sarebbe arrivato nemmeno per le premiazioni…

OriNiclin – promozionale al Parco di Nichelino. Ogni tanto ho la sensazione che qualcuno “mi stia facendo su”, che le lanterne siano state portate via da un fantasmino. Impossibile mancare una lanterna in un parco? No, quello si può fare. Impossibile e da fuoriclasse è mancarla SEI VOLTE e trovarla solo al settimo passaggio. Nemmeno l’elettrodomestico RRRRUMBA! che fa le pulizie da solo avrebbe coperto efficacemente quell’area come me. Lanterna da 1 minuto e mezzo… per me segnare sette minuti grazie!

Kastav – Alpe Adria. Alle elementari si studiavano le Alpi con la filastrocca “Macongranpenalerecagiù”. All’università gli ammassi globulari erano del tipo stellare “Oh Be A Fine Girl Kiss Me Right Now!”. Di passaggio dalle medie, c’era “Ha 6 repubbliche, 5 popolazioni, 4 lingue, 3 religioni, 2 alfabeti”… Oggi in Yugoslavia non ci si va nemmeno più a prendere mazzate nel basket. E allora perché io sono finito in Croazia in quel di Kastav? Il racconto della gara middle lo trovate leggendo le mie avventure del mese di giugno: …

Folgaria – gara sprint. Altra partenza di notevole spessore da parte dell’impiegato panzottello, che decide come prima cosa di risalire una tonnata di curve di livello fino al punto 10! E poi mi chiedono perché sono stato io a scrivere sul sito ASTi svizzero della “Sindrome da primo punto”

6 giorni di Francia – sesta tappa. Beh… sulla Montagna Lachat ci ha lasciato la pelle persino Mamleev, e con lui tutte le donzelle della terza ed ultima frazione della staffetta mondiale. Ma non mi consola nemmeno un filo, pensando alla mia sciagurata prima lanterna. Per fortuna che Attilio era dietro di me solo di qualche minuto e che è arrivato lui sul punto ad indicarmi in quale cavolo di avvallamento si trovava.

Corvara – gara sprint. Nessun problema stavolta sulla prima lanterna, che è proprio appena fuori dalla zona di partenza. La sindrome si scatena quindi al secondo punto dove l’impiegato panzottello si trasforma nel terrore dei panni stesi ad asciugare dalle madri ladine… In tutto il mio dentro e fuori da qualunque cortile o anfratto del centro di Corvara riesco a trascinare nella mia follia anche il povero Fabio Hueller che partiva dietro di me e che (pur dubbioso) mi ha seguito per un pezzo non potendo immaginare che quello sciagurato (io) potessi sbagliare in un posto così facile. Da quel giorno Fabio non mi segue più nemmeno nella fila per avere i canederli gratis.

Trail-O al Parco Miraflores di Nichelino. Per essere uno che non voleva nemmeno fare una gara di trail-O nel 2011, il mio inizio è stato un po’ all’insegna del disimpegno. Talmente rilassato da saltare in pieno una lanterna ed accorgersene solo in vista del traguardo, quando già manca pochissimo tempo allo scadere del limite. Tornare indietro o non tornare indietro? E’ la lanterna più lontana… sforare il tempo massimo vuol dire sommare penalità all’errore inevitabile. Nonostante tutto, sotto la canicola torinese mi lancio (vestito di tuta, pile e giaccone) in una corsa pazza verso il punto; lo raggiungo, punzono praticamente a caso e rifaccio all’indietro tutta la strada correndo a perdifiato come l’omino Michelin. Al traguardo sono paonazzo, ho 85 di pressione massima, vomito pure il panettone di Natale e sono sudato come se avessi corso la O-Marathon con 99,9% di umidità per lo sconcerto ed il voltastomaco dei presenti. Ovviamente il punto l’ho cannato! Ah… dimenticavo: il fatto che il sottoscritto sia in testa alla lista base nazionale di fine anno 2011 del trail-O è cosa che non risulta spiegabile da nessuna legge fisica razionale…

Campionati Italiani di Trail-O a Cavalese – seconda tappa sotto la caldazza. Gareggio a fondo griglia nelle ore più calde della giornata, il percorso è improbo per le mie possibilità ed arrivo al traguardo cotto, sfinito e con “un mal di testa fotonico” (cit.). Restano i punti a tempo. Sul primo il giudice è Owe Fredholm, gran marshall dei mondiali di trail-O. Mi siedo. “There are five flags… Alpha… Bravo…”. Un momento, un momento! Non ne vedo nemmeno una! Dove sono le lanterne? Fredholm ricomincia “There are five flags… Alpha… Bravo…”. Un momento! Un momento!!! Non le vedo, non le vedo proprio! Ok, dice l’omino del cervello: sto proprio facendo la figura di merd… del baro e del furfante che cerca di avvantaggiarsi. Fredholm mi gira intorno, mi guarda, prende la mia testa tra le mani e delicatamente la gira di 45 gradi: “There are five flags… Alpha… Bravo…”… poi la risposta l’ho cannata lo stesso. Fredholm però si è ricordato di me ai Mondiali, quando lui era il super-mega-marshall ed io cercavo di intrufolarmi sul percorso come addetto stampa per fare qualche foto. Si è ricordato di me e mi ha lasciato girare indisturbato.


Una collezione niente male per uno che ancora gareggia tra gli esordienti, no? E pensare che tra poco, forse quasi pochissimo, saranno MILLE GARE!!!

Saturday, January 07, 2012

The Park side of the moon

Approfittando delle prime “ore d’aria” del 2012, ho completato ieri i percorsi della seconda e terza tappa di Milano nei parchi 2012. La maggior parte del tempo l’ho trascorsa al Parco Lambro, sulla carta di gara realizzata da Remo Madella: la tappa del 18 febbraio è abbastanza lontana dalle prime gare del Trofeo Lombardia, e questa volta penso di esserci andato giù un po’ più pesante rispetto ad altri tracciati fatti anche nel recente passato… se non altro dal punto di vista atletico.

Ho cercato di sfruttare in modo “orientistico” l’ostacolo naturale costituito dal fiume, e anche nel 2012 ci sarà il “punto Renate Fauner”, dedicato alla pluri campionessa italiana con la quale un giorno mi trovai a punzonare la lanterna 13 del Meeting Internazionale di Venezia, con la 14 a vista non più distante di 50 metri… ma come ovviamente possono immaginare i patiti del Meeting veneziano, quei 50 metri si rivelarono in realtà molto più lunghi! In quell’occasione Renate tirò giù una parolaccia in tedesco ben comprensibile anche da me, ed io mi misi a ridere… Certo, potrei anche chiamarla “tratta Eduard Shutkovsky” e non ci sarebbe niente da ridìre o da rìdere, se non fosse per il modo in cui il grande russo risolse la questione (al Parco di Monza?) durante una promozionale invernale di qualche anno fa.

Aggirandomi per il Parco Lambro con la cartina in mano, colonna sonora di Francesco Salvi “E questa lanterna qua devi metterla làaaaaa…” ho pensato spesso che le cartine dei parchi cittadini (non solo quelli di Milano) potrebbero essere sfruttate meglio, non solo per gare promozionali come ad esempio la “Milano nei parchi” che da sette anni è ad iscrizione gratuita (i soldi per coprire le spese, ovvero stampe di gara, lanterne, paletti, testimoni cartacei ce li mette la mia società e quindi in buona sostanza i tesserati) ma anche per qualche evento più importante o più ufficiale: e non parlo del solito vecchio trail-O che al Parco Lambro ed al Parco Forlanini ha già visto una edizione della Coppa Italia… perché se ci si mette nelle mani di due tracciatori competenti come Remo e come Marco Giovannini, beh!, sarebbero capaci di tirare fuori qualcosa di eccezionale anche da una aiuola spartitraffico.

Parlo invece magari di un Trofeo Lombardia, di un Campionato Regionale Sprint, di qualcosa di più concreto (dal punto di vista agonistico) del solito rivedibile percorso che l’impiegato panzottello butta giù in un paio o tre di uscite sul campo, con un occhio rivolto esclusivamente al divertimento per i pochi agonisti che decidono di dedicare un sabato mattina ad una corsa nel parco con una cartina in mano anziché ad un allenamento atletico.

E’ vero che le ragazze ed i ragazzi della squadra lombarda non diventeranno più bravi e non miglioreranno la loro posizione nelle classifiche nazionali gareggiando al Parco Lambro o al Parco Nord (dove comunque con lo sport ident si potrebbe tracciare una O-Marathon, se non per dislivello e difficoltà tecniche almeno per lunghezza); mi sembra però che nell’ottica della “semplificazione” richiesta dal Comitato Regionale Lombardo e della promozione richiesta dalla FISO (è un caso che sul sito Fiso da quest’anno ci sia una sezione a parte dedicata al calendario delle gare promozionali?) dovremmo essere tutti quanti mentalmente più pronti ad accettare che in calendario ci sia qualche gara più “ruspante”, magari su una carta che non è omologata come se ci dovessi correre un mondiale, magari tracciata da chi non ha fatto il corso di tracciatore, magari una middle su carta al 5000 o al 7500 anche se i soloni scandinavi (che non hanno il problema di far conoscere il loro sport alla gente, perché da quelle parti l’orienteering va in prima serata) non sono d’accordo.

In Svizzera fanno tracciare i ragazzi di 16 anni, e poi certo i più esperti danno una occhiata e danno qualche utile suggerimento, e non si fanno problemi a correre il Campionato Ticinese su una carta 1:4000 se quello è il formato più consono a garantire la leggibilità del campo di gara! O a decidere il Trofeo Miglior Orientista in una gara fatta di tre tappe sprint corse una dopo l’altra, l’ultima delle quali con la mappa “curve di livello”, che riscuote anche l’apprezzamento dei campioni… ma in fondo cosa vuoi che ne capiscano di regolamenti gente come Hubmann, Merz e Hertner?

Non faccio fatica a comprendere che nella testa degli orientisti, o perlomeno di parecchi di loro, la stessa gara, lo stesso percorso, la stessa organizzazione, risultano poco efficaci come evento ufficiale se non vengono rispettati completamente fino all’ultima virgola i regolamenti e soprattutto se c’è il rischio che non vengano assegnati i MALEDETTI PUNTI DELLA MALEDETTISSIMA LISTA BASE, ed invece tutto torna ad essere divertente se l’evento è assolutamente promozionale, ad iscrizione libera, vado-partoquandovoglio-laclassificameladiconotregiornidopo…

L’anno 2012 dovrebbe essere quello della semplificazione, che è un ottimo concetto condiviso da tutti coloro che vestono una componente dirigenziale; purtroppo non tutte le rivoluzioni copernicane si confezionano nel breve volgere di una stagione sola, e gli orientisti (non tutti, ma la maggior parte ancora si) vestono i panni dell’atleta per gareggiare in competizioni che danno i bei punti in lista base, vittorie ufficiali di cui parlare o scrivere, occasioni per mostrare di essere più forti dei rispettivi avversari, ecc.ecc.; secondo me anche da cartine come quelle del Parco Lambro (o del Parco Nord, o del Parco delle Cave) potrebbero uscire classifiche che rispecchiano i veri valori in campo anche se la scala di gara non è di impronta IOF (il Parco Lambro è in una scala 1:5.500, cosa che può fregare sono nel trail-O), anche se magari un percorso potrebbe risultare più lungo (se sprint) o più corto (se middle) di quanto prevedono le tabelle, anche se l’omologazione è po’ zoppicante (se ci sono delle zone dubbie, è compito del tracciatore non mettere lì i punti o non farci passare i percorsi).

Così si potrebbe dare nuova dignità al Parco Lambro o al Parco delle Cave o al Parco Nord, senza nemmeno trascurare alcune zone come il quartiere Terrazze a sud di Milano, o il quartiere Adriano con i suoi parchi nella zona nord-est (queste ultime sono cartine che, se non cambiano le cose, nonostante tutta la buona volontà potrebbero non vedere mai la luce perché i tempi ed i denari da dedicare all’orienteering sono sempre meno…). Quando ho cominciato a fare orienteering, si gareggiava tre volte all’anno al Parco di Monza: una volta era una gara di Trofeo Lombardia, una volta era una staffetta, una volta era il “Trofeo del Parco”: quest’ultima era una gara nella quale tanti orientisti che sono ancora o sono stati Elite si sono SCANNATI per vincerla… altro che il Campionato Italiano che comunque lo vincevano sempre le Fiamme Gialle!!! Quest’anno dal 18 febbraio all’11 marzo si prova a tornare nei parchi: Parco Lambro e Parco Forlanini per la Milano nei Parchi, e Parco di Monza (11 marzo) per il Trofeo Lombardia (e qui per fortuna degli orientisti i percorsi ce li mette – credo – Paolo Mario Grassi).

Sicuramente i miei tracciati non sono del tipo “una volta che hai corto su un tracciato dell’impiegato panzottello, la carta del mondiale middle alla Montagna di Lachat ti fa un baffo!”. Ed è probabile che su un percorso di parco cittadino potrebbero emergere dei vincitori che non sono coloro che ti tirano un azimut di un chilometro sbagliando di un metro o che sanno trovare la strada a colpo sicuro nei Rock Paradise o nelle foreste scandinave. Ma se ogni tanto vince il più veloce e non il più tecnico, se ogni tanto corriamo una sprint o una middle un po’ troppo lunga o un po’ troppo corta o troppo poco aderente al concetto di sprint\middle, o su una carta già usata…

Oltre alla maledetta lista base, nell’elenco dei regali che ho chiesto a Babbo Natale c’era di toglierci dalla testa la maledetta FREGOLA PER LA CARTA NUOVA: di mappe “Taino-Monte della Croce” (giusto per dire un posto dove mi ci hanno portato pure per un evento aziendale outdoor) o di “Valli Pegorino e Cantalupo” ne ho un pacco così a casa. Ma per chi conosce l’orienteering nell’anno di grazia 2012, sono carte nuove! E magari più appetibili (come distanze da casa, come impegno per partecipare ad una gara da esordiente, per farsi portare da un genitore…) del posto nuovissimo, bellissimo, fighissimo, con le curve di livello talmente incasinate che se non hai corso almeno tre Oringen ti mandano in crisi… e ovviamente trattasi di posto in culo ai lupi (scusate il francesismo) perché altrimenti sarebbe già stato scoperto 20 o 30 anni fa.

Se, a fronte di queste “penalizzazioni” che suonano atroci alle orecchie dei puristi, riusciamo a tornare a proporre un calendario continuativo, qualche gara in più facilmente raggiungibile e che consenta ai padri e madri di famiglia di tornare a casa in tempi certi ed orari decenti senza dover investire una intera giornata per una gara regionale… Se riusciamo a FARCI VEDERE un po’ di più dai neofiti e dai potenziali orientisti del prossimo decennio senza andare a ficcare ritrovi ed arrivi di gare regionali e soprattutto nazionali in posti assurdi dove nemmeno il sindaco del paesino viene a vedere che cosa cavolo stanno combinando quei tizi che hanno chiesto il permesso di mettere giù tre gazebi… se riusciamo a trovare la quadratura del cerchio tra le gare di altissimo spessore, che capiscono solo i fini gourmet, e le occasioni meno ghiotte ma più adatte a palati meno raffinati, siamo proprio sicuri che andremo a rimetterci? “Semplificazione” è un concetto che non dovrebbe limitarsi all’aspetto organizzativo, ma dovrebbe diventare qualcosa che è dentro le nostre teste, nella nostra mentalità, che ci fa accettare qualche compromesso. Forse, così facendo, un giorno avverrà che l’MELite che oggi non è ancora nemmeno nato guarderà a chi starà correndo l’M80 o giù di lì dicendo “Questi sì che hanno inventato uno sport con controfiocchi”, come noi oggi pensiamo di chi 30 anni fa ha avuto il coraggio di proporre lo sport che pratichiamo. 30 anni fa i primi orientisti sono partiti dalle cose semplici, dalle basi: perché non ho mai visto costruire (o ricostruire) un edificio dal tetto, dalla punta, dalla cima della classifica.

Semplificazione per me vuol dire partire, o ripartire, dalle basi ed accettarne anche le ovvie conseguenze. Altrimenti si corre il rischio che rimanga uno sterile esercizio di dialettica.

Tuesday, December 27, 2011

Mentre altrove qualche blogger riceve un mio misterioso post da pubblicare come "guest" (sempre che quel post passi un minimo di censura), riempio queste settimane di forzoso silenzio con la mia personale top-eleven delle gare del 2011. "Top-eleven": così, visto che ancora una volta arrivo al traguardo con ampio ritardo rispetto a Dario Pedrotti, mi prendo lo sfizio di celebrare una avventura in più!

Dal 10° al 6° posto:

Ex-aequo al 10°: la Coppa Italia ad Oltrebrenta e la gara di Piz Sorega in Alta Badia. Ricordo la prima gara con emozione perchè ha rappresentato il mio ritorno in Coppa Italia in M35, su un terreno non facile sia per la lettura che per il solo e semplice rimanere in piedi... Dovrei ricordarla anche per le furibonde polemiche del dopo gara e per alcuni commenti sul mio blog fatti da chi, evidentemente, non sa leggere alcuni racconti personali per quello che sono: personali, appunto.

La gara di Piz Sorega a quota 2000 metri è stata più semplice, tecnicamente, ma parecchio più faticosa ed il terreno di gara è una balconata sulla conca di Corvara che sembra di correre all'interno dell'ottava meraviglia del mondo. E poi una segnalazione per il nome del meraviglioso speaker di quella due giorni: Diego Clara, simpaticissimo, competente oltre ogni dire, abilissimo nella cronaca e nel raccontare le cose giuste al momento giusto e con il passo giusto; io lo segnalerei fin d'ora per un certo evento del 2014, se solo avessi voce in capitolo (e non ce l'ho!).

9° posto: Platak (Croazia). Qui siamo all'esatto opposto di Piz Sorega. Una atmosfera lugubre, un freddo ed un tempo da tregenda, una carta che sembra disegnata da un cartografo ubriaco alle prime armi con le curve di livello (e un po' tutto quanto il resto) messo lì alla rinfusa. Ma una gara long che stavo aspettando da un anno di correre per la Lombardia e che solo 12 ore prima mi era sembrata impossibile a causa di un terribile collasso che mi ha colto lungo la strada per Basovizza. Una gara di cui non devo ricordare il risultato (forse per nessuna delle gare citate), ma solo la testardaggine e soprattutto la follia che mi hanno mandato in partenza nonostante la pressione fosse sotto i limiti di guardia e gli occhi vedessero ben poco di quel che mi stava attorno.

8° posto: Canos da Meca (Andalusia). Cambia ancora una volta l'ordine dei fattori: siamo in Spagna, ad inizio stagione, ed in partenza ci vado accompagnato dagli amici dell'Er-Team che danno una mano all'organizzazione di questo WRE. Gara solitaria da speaker, con alcuni passaggi in un bosco piatto e morbido con la sabbia che affiora dalle radici dei pini marittimi. Le tratte a due terzi di gara di pura violenta fisica per raggiungere il ristoro e poi le ultime lanterne sulla enorme collina sabbiosa sopra Canos da Meca e la discesa pazza a vita persa sulla sabbia che non cambierei con nessuna corsa su nessun ottovolante di nessun luna-park del pianeta. E l'arrivo in piscina, dove i nordici vedono arrivare lo speaker stravolto alle 9.30 del mattino e già di domandano come venga organizzato l'orienteering alle latitudini mediterranee...

7° posto: seconda tappa long della 3 giorni di Alsazia (Francia). Il percorso anti-Stegal per eccellenza: gara long-hissima con poc-hissime lanterne e tan-tissime curve di livello. Ma la Francia mi offre sempre qualche buon motivo per ricordare una trasferta: una sprint in un posto assurdo come l'Ecomuseo d'Alsazia, un paio di staffette mondiali da delirio... o una long in M40 nelle posizioni di bassa classifica ma con un finale palpitante e semi-rissa ridicola con una ragazza della D20…

6° posto: Campionati Italiani Long Distance di Bellamonte. Ancora una volta una gara in solitaria, con partenza a quota 2000 in pieno Parco del Paneveggio. Quasi due ore di gara con la sola compagnia dei corvi che volteggiano sopra di me alla lanterna 4, del maledetto fiume che mi tocca guadare non so quante volte e della funivia che passa sopra la mia testa accompagnando gli amici in partenza, mentre io sono impegnato nelle ultime tratte con le energie oltre la soglia di allarme rosso. Quasi due ore di totale beatitudine in un parco meraviglioso: potrei benissimo averlo visitato durante una escursione, passando negli stessi luoghi (insomma...), ma farlo con una cartina da orienteering in mano e con il percorso di Fabio Dalla Riva da sconfiggere... vale il prezzo del viaggio!

Ai piedi del podio:

5° posto: EinsatzKommando Kobra ai suoi ordini signore!!! Wiener Neustadt, gara middle della 6 giorni di Austria. Spettacolo puro. Un terreno mai visto, e chissà se mai più lo rivedrò. Un caldo asfissiante, una middle da tirare come se fosse una sprint in una delle ambientazioni più pazzesche della mia vita orientistica. Il panico pre-gara, osservando tutto attorno a me il terreno piatto sul quale ogni errore si paga carissimo. La tensione palpabile e di cui chiedersi l'origine... forse per una gara che si preannuncia essere troppo facile? Certo, come no... facile! Bastava provarci, essere lì e vedere quanto era facile trovare la buca giusta, il pertugio giusto, l'entrata giusta nei bunker, il vallone giusto nella pista da motocross. Un posto unico, incredibile per correre una gara di orienteering: il capogara che si chiede se gli 800 partenti apprezzeranno la scelta di una gara così singolare, e gli 800 partenti che... beh! Posso parlare solo per me: EinsatzKommando Kobra ai suoi ordini Signore!!!

4° posto: WRE di HInterbeck (Asiago), finale Elite del Campionato Middle. Sommare un posto meraviglioso, una cartina da sogno, un percorso perfetto, un tempo da lupi. Tutto questo è Hinterbeck, Val Giardini. Una località che non mi ha mai tradito una sola volta, un Altopiano che in ogni occasione si rinnova con qualcosa che non mi aspetto, e rilancia e va all-in con una gara incredibile dove passo dall'inferno al paradiso in meno di un'ora. Il giorno in cui, pur con la mia bassa velocità e pur con la mia scarsa perizia, anche io mi sono sentito Thierry Gueorgiou. Solo in una stagione con 83 uscite potevo trovare tre eventi da piazzare sul podio davanti ad Hinterbeck, anche se questa posizione in classifica un po' mi dispiace.

Il podio:

3° posto: Bad Fischau (Austria). Ancora una gara della 6 giorni di Austria. Ancora una volta la pioggia. Ancora una volta una gara middle ed ancora una volta un percorso incredibile, sul quale l'impiegato panzottello deve mettere in pratica il 110% di tutto quello che ha imparato in 18 anni di orienteering... e questo 110% è sufficiente per stare per qualche punto a contatto con il primo della classifica che su un percorso del genere non può nemmeno pensare di mettere il turbo e filare via a gran velocità. E un bosco impareggiabile, pura moquette: uno di quei posti nei quali vale il vecchio adagio "se dovessi perire durante la tenzone, seppellitemi pure qua". Mai avrei pensato di tornare al traguardo in pochi secondi più di un'ora esatta, come quel giorno a Bad Fischau, ma si sa che l'orientista panzottello è pure un po' sentimentale e si esalta nei boschi dove sbucano da ogni parte i cerbiatti ed i coniglietti col ciuffo bianco sulla coda!

2° posto: Croix de Nivolet (Francia). Se dovessi affidare 18 anni di orienteering ad una sola lanterna, forse sarebbe la tratta 10-11 di questa gara, vero Marco? Gara long della 6 giorni di Francia che ha accompagnato il Mondiale. Lo stesso terreno della gara long dei Mondiali. Un caldo asfissiante, un percorso allungato del 30% (era già long prima...) per farci arrivare sullo stesso traguardo dei vari Thierry, Pasi e Francois. Una salita inverosimile per arrivare in cima al monte, dove "non si può più salire perchè non c'è più niente da salire" (cit. questa la capisce solo Andrea Segatta). Gli ultimi metri prima della croce in mezzo a due ali di turisti che su una rampa da arrampicarsi con le mani ti danno la spinta e ti incitano a non fermarti; e se fino a metà salita ci arrivano le tue gambe, da lì al punto ti porta la gente. E poi un finale che sembra facile... ma dopo le due ore e passa di gara, quando stai solo cercando di sopravvivere dignitosamente, il passaggio attraverso La Feclaz sotto gli occhi e con gli incitamenti di tutti coloro che hanno già finito la gara ti danno ancora spinta per le ultimissime lanterne. Fino al ponticello, alla discesa sul traguardo e al crollo finale: "Sto bene... vai da quell'altro che sta peggio di me!" disse l'impiegato-panzottello al medico che stava un metro dopo il traguardo (quell'altro era uno spagnolo agonizzante...). Se non fosse per "quella maledetta passionaccia" (cit., e anche questa la capisce solo Andrea Segatta), questa sarebbe la gara numero 1 del 2011. Ma da qualche anno c'è sempre...

Numero 1: O-Marathon degli Altipiani.

Dubbio. Timore. La consapevolezza degli anni che passano, degli allenamenti che non passano, del peso che aumenta e delle energie che diminuiscono. Iscrizione ancora una volta in Elite, per spocchia, per vergogna, per sentirsi ancora una volta Peter Pan. Paura. Panico. Dubbi su dubbi e su dubbi. E la vergogna di aver tentato una cosa che non è più fattibile, non è più nelle tue corde; non ce la fai più, lo vuoi capire? Non arriverai alla fine, avrai sprecato tempo, energie, la pazienza dei tuoi amici, la preoccupazione nei loro occhi. La fatica che ti fa sbagliare anche le cose più elementari. La paura che ti impedisce di guardare l'orologio per capire quanto tempo è già trascorso. Poi la speranza che ti fa credere che qualche chilometro lo puoi ancora mettere alle tue spalle.

Poi i chilometri sulla carta tecnica, maledetta da molti e per una volta benedetta da te che scopri un passaggio dove non avresti neppure sognato di cercarlo. E le ultime salite, coi muscoli che mordono, con le gambe che vogliono solo fermarsi a chiedere un passaggio, solo la testa che vuole andare avanti nonostante il fisico. Fino all'ultima lanterna del finish. E chissenefrega se tutti mi hanno visto mentre baciavo quella maledetta lanterna, se tutti hanno pensato che sarebbe bastato iscriversi in MMaster... o stare a casa! Ecco dove avrei dovuto stare. Ma non quest'anno: il 2011 non è ancora l'anno nel quale (da sano) non riuscirò a finire una O-Marathon in Elite!

Auguri a tutti per un Felice 2012. Continuate a sognare, perchè i sogni si avverano più spesso di quanto possiamo pensare!

(credito per la foto: Fabrizio Donadini, papà di Eleonora, all'arrivo della MA del Lago di Montorfano)