Stegal67 Blog

Tuesday, May 28, 2019

Sempre acqua sopra la testa



Qualche anno fa il bardo Dario Stefani coniò una frase che mi fa sorridere ancora adesso: “Fino al clear&check è andato tutto bene...”. Sabato scorso sono riuscito a fare di meglio: non mi è andato bene nemmeno il clear&check. L’occasione di fare meglio (o peggio, a seconda dei punti di vista...) del Bardo mi è capitata alla Bi-Sprint di Vedano al Lambro, in una giornata nella quale il cielo ha scaricato ancora una volta sulla testa degli orientisti secchiate di acqua a volontà.

La gara prevedeva due distinte manches con partenza mass start (ho già detto che odio le mass start?), la prima con sviluppo nel parco di Monza in prossimità dell’ingresso di Vedano dell’autodromo, la seconda nelle vie del paese (poco “storico”) di Vedano. L’afa dei pomeriggi di gara a Vedano è ormai un classico, ma le previsioni meteo garantivano l’apertura delle cascate del Niagara più o meno attorno alle 16, proprio in corrispondenza del via alla seconda manche.

Recentemente mi è capitato di fare spesso due gare nel giro di due giorni, e mi sono accorto che se faccio ogni sorta di nefandezza orientistica nella prima gara, la seconda invece mi riesce benissimo. Recentemente, ad esempio, mi è successo di commettere ogni sorta di oscenità a Pennabilli e di essere molto in palla il giorno successivo agli italiani middle a Carpegna. Ancora più recentemente, ho terminato la gara middle distance nel sabato dell’Altopiano della Vigolana mettendoci oltre 100 minuti (in Elite, ma sono sempre più di 100 minuti…) e poi, nonostante il diluvio, ho corso proprio bene il giorno dopo (in M40, sulla stessa carta e con tre punti del percorso identici a quelli del giorno prima, ma mi sono sentito davvero bene).

Se tanto mi da tanto, dopo tutto quello che ho combinato a Vedano, il giorno dopo avrei potuto vincere il Campionato del Mondo…

Alla partenza sono schierato in prima fila con il fior fiore dell’orientamento Elite lombardo. Alla mia sinistra Davide Garufi, alla mia destra Cesare Mattiroli. Davanti a me, a soli 4 o 5 metri di distanza, un albero a largo fusto che sembra messo lì apposta a prendere le mie misure. Arriva l’uomo clear&check, e la mia sicard non da segni di vita. Passano 10… 15 secondi e ancora nulla. Intanto attorno a me ci sono tutti quanti gli altri che devono eseguire l’operazione di reset del chip, e che cominciano a pensare “questo ha la sicard veloce tanto quanto lui!”. Mi arrendo all’evidenza e torno di corsa al ritrovo a farmi dare una nuova sicard. Arrivo alla partenza già abbastanza trafelato, quando mancano ormai pochi secondi al via, e mi rimetto in corrispondenza della mia cartina tra Garufi e Mattiroli: meno 10 secondi… 5 secondi… 3, 2, 1, via! Prendo la carta e mi muovo in avanti, concentrato come sempre per eseguire l’operazione che mi riesce più difficile: trovare il triangolo di partenza…

… L’ALBERO!!!!!!!

Va bene. La partenza non è andata per il verso migliore. Mi tocca rincorrere il gruppone che si avvia verso il primo punto. Da qui vado al secondo punto, il centro della “farfalla”, e poi al terzo punto ovvero il primo della serie di "ali di farfalla"

(qualcuno nota qualcosa di strano?)

Quando arrivo al punto successivo (dopo il 3 che cosa viene?), colgo con la coda dell’occhio un mio avversario che, dal punto precedente (sempre lui, sempre il 3), ha fatto una scelta di direzione diversa. Io arrivo al punto, controllo la mappa… punto 10!!! Ma come?!?!?!? Manco a Vedano al Lambro riesco a tenere la direzione per più di 50 metri?. Proseguo verso il cerchietto che indica il punto 4, dove “l’avversario” visto precedentemente ha già punzonato, punzono a mia volta e mi accingerei persino a tornare verso il centro della farfalla… se non fosse che la linea rossa che disegna l’ala mi spinge invece a proseguire verso sud-ovest al di là della strada. Arrivo al punto successivo, controllo la mappa e… punto 9!!! Ma che cavolo sto combinando?!?!?

Ci ho messo qualche manciata di secondi a capire che nella stampa della carta ci deve essere stata qualche inversione di punti. Nel frattempo attorno a me succede un po’ di tutto, con la gente che si chiede reciprocamente che cosa bisogna fare, tipo “ma tu che regola ti sei dato per farle nell'ordine giusto?”. Diciamo che nell’aria si diffonde anche un po’ di scaxxo generale. Io non capisco più quali lanterne ho fatto e quali no e in quale sequenza, di conseguenza decido diligentemente (o stupidamente) di tornare al centro della farfalla come se fosse di nuovo il mio punto, poi andare alla 3, poi andare al cerchietto contrassegnato con il 4… poi però torno a non capirci più niente di quello che sto facendo e completo le ali di farfalla ed i punti un po’ a casaccio!

Quando mi allontano dal punto 11, avrà punzonato già una ventina di lanterne. per trovare il punto 12 si tratta solo di entrare nel sentierino giusto per evitare di dover bucare un verde rognosetto. Percorro il sentiero, lascio alla mia sinistra un albero caduto al suolo con la sua bella enorme radice in bella mostra, vado a quella che considero la “vera” radice segnata in carta (che sta 10\15 metri più in là…) e non trovo nulla. Accipicchia! Controllo… nulla. Controllo per scrupolo anche la radice dell’albero caduto… nulla. Esco verso nord a rivedere a luce e mi dico che il sentiero che avevo imboccato era quello giusto. Torno dentro e sento la voce di un ragazzo che dice “corri corri che di orientàti ce n’erano ancora!”. Un ragazzino compare sullo sfondo con la lanterna in mano che viene buttata là dove mi aspettavo di trovarla la prima volta…

Andiamo benone!

Dopo questa cosa, il mio personale morale è parecchio sotto i tacchi, e decido quindi di completare il percorso come piccolo allenamento (tanto immagino – a ragione – che la manche sarà annullata). Nella zona della seconda farfalla c’è solo da prestare attenzione alle tracce di sentiero, senza preoccuparsi delle salite e delle discese di questa zona dove ogni tanto si allenano quelli che provano la mountain bike…

Attenz…!!! SBEMMMM!!!

Avevo detto mountain bike? Detto… fatto, anzi centrato! Un bel manubrio nel fianco! Il biker che mi ha centrato, poveretto, si fa qualche metro a pelle di leone sul terreno. Quello dietro tira una derapata da lasciare giù mezzo copertone, quello dietro ancora gli finisce sopra ed il quarto completa l’ammucchiata di corpi e mezzi meccanici! Resto per un po’ lì in zona, un po’ perché il fianco mi fa male, un po’ perché voglio essere sicuro che transiti anche il gruppone dei ritardatari, un po’ perché ormai non posso nemmeno più parlare di “morale sotto i tacchi” dato che il mio ha trivellato il terreno fino a scoprire un nuovo giacimento di petrolio.

Finisco la manche camminando, tenendomi il braccio come Beckenbauer.

E mancano pure pochi minuti alle ore 16 del lancio della seconda manche. Ci arrivo dopo essere già stato dato per ritirato, causa incidente con la bici che era stato segnalato all’arrivo. La seconda manche si svilupperebbe in modo più consono, se non fosse che alle 16.07 si scatena una bomba di acqua che trasforma Vedano in una piscina da pallanuoto. L’asfalto diventa scivoloso, diventa difficile persino leggere i codici sulla mappa e si punzona “sulla fiducia” perché la visibilità è quella che è. Sotto la bomba di acqua, diventa poco significativo “indovinare” che sotto al numero "6" si nasconde un passaggio per accedere al cortile (io me lo ricordavo dalla gara di due anni fa) o “interpretare” che, nella tratta 8-9 del primo pezzo della seconda manche, lo sghiribizzo rosso in mezzo alla strada rappresenta una scaletta a scendere nella zona dei garage e poi a risalire, scelta che consente di superare un cancello non attraversabile: la mia interpretazione, genio e\o sregolatezza a piacere del lettore, è che se c’è un segno nero di cancello non attraversabile ma ci hanno messo attorno un segno rosso come quello (indistinguibile da qualunque altra cosa, sotto il diluvio) allora vuol dire che forse si passa…

Infine perdo la volata per la penultima posizione, perché sotto la cascata di acqua torno al triangolo di partenza anziché andare al cerchietto del punto 9, e finisco la gara di nuovo come Beckenbauer, senza nemmeno la soddisfazione di sapere che a 4 anni di distanza dal 3-4 di Città del Messico potrò vincere io la coppa del Mondo di calcio.

Ah… ma se domenica avessi potuto gareggiare (anziché stare a letto a riprendermi dalle botte), sarei sicuramente diventato campione del mondo! Altro che Gardolo, caro Dopolavori…

Monday, May 13, 2019

Mobile-O: buona la prima!


Era da tanto tempo che volevo organizzare una cosa del genere, e finalmente anche il Mobile-O è andato in porto: la prima gara di questo tipo nella storia dell’Unione Lombarda Milano! Forse non è stato un successo organizzativo paragonabile ai numeri della Milano nei Parchi, ma i sorrisi dei partecipanti alla fine della gara testimoniano che l’esperienza è stata gradita, che tutti sono andati via contenti (anche per non aver preso sulla testa l’uragano che si sarebbe poi scatenato mentre chiudevo nel baule pali e teli) e che la cosa sarà da ripetere, magari come manifestazione di contorno ad una gara ufficiale. D’altra parte anche la MiPa, la Milano nei Parchi, era cominciata in una giornata assurda e con pochi fedelissimi inarrestabili partecipanti… e a 15 anni di distanza siamo ancora qui a rifarla!
(a perenne ricordo della primissima MiPa - Parco di Trenno - 3 dicembre 2005)


Intanto, per i meno attenti: cosa è il Mobile-O? E’ una competizione a coppie: i componenti della squadra gareggiano restando in contatto tra loro via telefono cellulare. A turno un componente della squadra, che dispone della mappa e che rimane fermo in una zona di partenza delimitata, “guida” l’altro componente del team (che può portare solo la bussola) alla ricerca dei punti di controllo, che sono da punzonare nel corretto ordine, come in una classica gara di orienteering. Al termine del primo giro, i ruoli di "guida" e "corridore" si alternano su percorsi leggermente diversi. La classifica viene stilata sulla base della somma dei tempi dei due giri.

(primo giro) 


Noi avevamo provato questa disciplina in Ungheria (e dove sennò?). Qui il Mobile-O è una specie di religione con sponsor mega-galattici, con gare da centinaia di iscritti che coinvolgono anche gente che si solito fa i mondiali di corsa d’orientamento. La prima volta in assoluto, in un Mobile-O “boschivo” al Thermenland Open, eravamo stati felici di aver trovato 1 (uno!) punto di controllo, perché in un bosco come si può trovare il punto senza mappa, appoggiandosi solo ai suggerimenti che arrivano via telefono da parte di chi non ha idea di dove mi trovo? Sembra facile, ma non lo è per niente! Va bene finché ci sono i sentieri da seguire, e non devono nemmeno essere troppi perché altrimenti si perde il contatto con la distanza percorsa e ad un certo momento non corrisponde più nulla… ma quando si tratta di entrare nel bosco per un paio di centinaia di metri per trovare un avvallamento… faccio già fatica a trovarlo potendo disporre io stesso della carta, grazie!

Le due volte successive, all’Hungaria Kupa (Paradfurdo e Miskolc), in ambiente parco cittadino, era stato tutto molto molto più divertente, appassionante, appagante e competitivo! Bisogna sfruttare una certa affinità nella comunicazione, bisogna che la guida sia in grado di dare fiducia al corridore, incitandolo nei momenti di difficoltà, bisogna superare i momenti nei quali “gira a sinistra…” “fatto!” “... entra nella piazzetta…” “fatto!” “... vai all’albero isolato e punzona…” NON C’E’ NESSUN ALBERO!!!” (scena autenticamente vissuta a Miskolc 2009) perché in quel momento ci si cava di impaccio solo se entrambi collaborano e non ci si insulta a vicenda. E quei momenti di totale perdita di rotta ARRIVANO SPESSO!



Sentito io con le mie orecchie commenti da parte delle guide del tipo "Vai dritto! Dritto ti ho detto!!! Ok perfetto, adesso fermati alla fine del sentiero... COME NON SEI SUL SENTIERO!?!?!... Dritto ti avevo detto! TORNA INDIETRO!..." e via discorrendo amabilmente.





Comunque non ci sono stati né divorzi né liti famigliari né rotture di amicizia su facebook...







E’ una modalità di gara molto divertente. Ovviamente, finché non ci prenderemo un po' la mano, i percorsi dovranno essere quasi sprint e comunque “tutelati” in un parco nel quale c’è la possibilità di rimettersi in sesto dopo una strambata, senza dover tornare alla partenza con le pive nel sacco, altrimenti non è più divertente.

 

E QUINDI NOI LO RIFAREMO ANCORA !

Monday, April 22, 2019

Linee di arresto



Quando ho pubblicato l’ultimo pezzo per il blog, quello dedicato al MOO, avevo già in mente in piano editoriale degli argomenti ai quali avrei dedicato la mia produzione successiva. Avrei voluto dare spazio all’ultima tappa del MOO notturno disputato in Via Candiani, in occasione del quale (finalmente!) sono riuscito a venire a capo della lettura dei QR Code in modo da essere così inserito per la prima volta in una classifica. Poi avrei dedicato qualche parola, ma non tutte sarebbero state simpatiche a dire il vero, alla mass start di Taino: un sabato nel quale prima mi sono incaponito (ma solo per colpa mia) nel percorrere in auto sentieri sterrati nel bosco per trovare il luogo del ritrovo, e poi mi sono incaponito (in ottima compagnia!) a percorrere per un’ora altri sentieri nel bosco nel tentativo di raggiungere la partenza del percorso, non segnalata e persino più ostica da trovare rispetto ad alcuni dei punti sparsi lungo il percorso, almeno quelli che non erano stati ficcati nel verde rognoso reso ancora più impenetrabile dall’inverno clemente. Infine avrei voluto dedicare adeguato spazio alla 3-gare-in-1-giorno di Piacenza, dove avrei voluto rimettere le gambe ma soprattutto la testa in sintonia con le ragazze ed i ragazzi della nazionale, in vista del primo impegno con le gare nazionali coincidenti con la due giorni di Mantova.

In mezzo ai vari impegni, avevo anche trovato il modo di mettere insieme un paio di tappe carine della Milano nei Parchi, sfruttando per l’occasione la possibilità di tracciare percorsi in modalità “quasi micro-sprint”. Purtroppo il piano post-Piacenza ha subìto una imprevista linea di arresto che mi ha portato lontano dai terreni di gara sia fisicamente che mentalmente: ancora oggi, sto guardando al calendario gare con quella pianificazione minima che mi consente solo di non “bucare” le iscrizioni alle gare in tempo utile (o, devo ammettere, anche fuori tempo massimo in un paio di occasioni…).

La prima uscita importante dell’anno è diventato quindi il fine settimana delle gare nazionali organizzate a Castiglione dei Pepoli ed a Pian del Voglio dalla Polisportiva Masi. Un appuntamento nel quale avrei gareggiato (ma in quali condizioni?) sui percorsi Elite sprint e middle, e nel quale avrei cercato di dare il mio meglio (ma, anche qui, con quali motivazioni?) come speaker. Avvicinandomi alla Valle del Sambro, non ero particolarmente tranquillo per nessuna delle due situazioni.

Poi qualcosa di imprevedibile, oppure comincia ad essere troppo prevedibile?, è successo quando l’auto è arrivata in prossimità di Castiglione dei Pepoli, ed abbiamo cominciato a trovare i cartelli indicatori per raggiungere il ritrovo. Ho cominciato a sentire la mente più leggera, le spalle meno cariche dalle tensioni e dalle preoccupazioni delle settimane precedenti, e una volta imboccata l’ultima curva prima del ritrovo ero già in “modalità gara”, incurante del freddo o del pensiero della fatica che stavo per affrontare.

La prima gara del weekend è stata la sprint, alla quale mi sono avvicinato dopo un intenso briefing con Alessio Tenani che con poche ma efficaci parole mi ha descritto lo scenario dell’arena e che cosa avrei potuto tenere d’occhio al momento topico di commentare gli arrivi più importanti. E’ stato in quel momento che, una delle primissime volte nella mia “carriera” ho deciso che mi sarei immediatamente tolto dalla classifica: con gli ultimi due punti della gara non ancora posati, il mio arrivo sarebbe diventato visibile a tutti gli Elite che non avevano ancora raggiunto la zona di quarantena, con conseguente perdita dell’effetto sorpresa che, a conti fatti, qualche vittima l’ha fatta.


Il percorso mi è piaciuto, e tanto! Nonostante la fatica si facesse sentire metro dopo metro (le mie gambe non ne volevano proprio sapere di andare avanti), fin dal primo punto ho capito che Lucia ed Alessio avevano attinto a piene mani dal loro bagaglio di esperienze internazionali di gare sprint, e che ad ogni punto mi sarei trovato di fronte a quelle scelte di percorso che poi Alessio puntualmente analizzerà nel blog sprintorienteering.blogspot.com con tanto di lunghezze a confronto, tempi dei migliori e via discorrendo. Un percorso lungo il quale la strada più evidente per andare da un punto all’altro non si è quasi mai rivelata essere quella diretta.

(da qui in avanti c’è la descrizione del mio percorso punto per punto: può interessare solo un amante dell’orrido, o chi soffre irrimediabilmente di insonnia, o infine chi trova un morboso piacere nel leggere gli allegati alla Gazzetta Ufficiale)

Dopo aver puciato i piedi nell’area grezza per andare alla 1, ho optato per fare tutta la scalinata da fondo a cima per andare alla 2 (ed improvvisamente mi sono sentito come se fossi ancora a Mantalcino), per poi ripercorrerne metà per andare alla 3. Su per le scale e poi giù per le scale e poi ancora una piccola salita per andare alla 4, da dove sono uscito in direzione sbagliata di 180° (andando in discesa, anziché in salita) fino a ritrovarmi in piazza! In questi casi il terrore arriva dalla possibilità, mai remota, di ritrovarmi faccia a faccia con qualche orientista… Risalgo rabbiosamente lungo le scalette fino alla strada, solo per il gusto di togliermi le orecchie da asino che mi sembra di sentir crescere ogni volta che faccio una cappella del genere, punzono il punto 5 e mi lascio andare in discesa lungo la strada, incrociando i passi della tracciatrice che sta facendo un ultimo controllo del percorso. Per fare la tratta 8-9 ci sono almeno 6 scelte di percorso diverse: io probabilmente prendo la peggiore di tutte, continuando a correre lungo la strada verso nord-est e poi salendo i vari livelli lungo la stradina a zig-zag; nella piazzetta tra la 9 e la 10 ci sono già i vigili ed i volontari della protezione civile che deviano il traffico e, al mio passaggio, si chiedono se la gara è già cominciata…

Subito dopo aver punzonato la 10 subisco una imboscata dalle scalette a chiocciola in cemento che si protendono sopra di me mentre, ingobbito a studiare la scelta successiva, comincio a girare attorno all’edificio. Da qui comincia una parte ancora più divertente del percorso: la 11 la affronto girando in senso antiorario, scendendo lungo la stretta via che si conclude con le scalette; per la 12 ritorno sui miei passi verso nord-est perché non mi accorgo subito che l’unico modo per arrivare al piazzale sono le scalette che scendono da un livello all’altro. La 13 sta a 50 metri in linea d’aria dalla 12, ma a conti fatti bisogna fare il giro di mezzo quartiere: io scendo le scalette verso nord, imbocco la corsia a forma di uncino che porta al parcheggio, salto dall’uno all’altro dei muretti grigi cercando di mettermi in mostra davanti ai cameramen che riprenderanno quella parte della gara (e che giustamente non mi si filano nemmeno di striscio…) per poi imboccare la stradina che porta nella zona della scala a chiocciola su cui si era dilungato il bollettino di gara. Scala a chiocciola che diventa l’ovvia soluzione per arrivare alla 14, e sono gli ultimi metri di salita. Da lì infatti si tratterebbe solo di lasciar andare le gambe fino alla 15, ma sono ormai in debito di ossigeno e sbaglio l’ingresso alla 15, infilandomi nel primo pezzo di cortile che è sbarrato da un bel recinto non attraversabile. La prima discesa verso la 16 la faccio “a culo”, nel senso che appena metto il piede sull’erba tiro una pattinata che mi fa arrivare in tempo record contro “la siepe che il guardo esclude” a ridosso del primo condominio. Seconda discesa a rotta di collo, terza discesa a rotta di collo e vedo i tetti dei camper che stazionano nel parcheggio dell’arena. La mia testa dice che appena mi infilo sulla strada devo girare a destra e poi buttarmi nel primo passaggio che trovo ancora a destra, di qualunque passaggio si tratti… ed è quello che faccio anche se per un paio di secondi mi sembra di infilarmi nell’androne nel condominio dove ci sono i citofoni… le voci di qualcuno che sopra di me sta finendo di pranzare sul balcone non mi rassicurano molto, ma basta un attimo ed un filo di esperienza per infilarmi nel sottopasso del garage, trovare la lanterna e dichiarare chiusa la mia competizione.

(fine della descrizione del mio percorso)

La mia giornata, ovviamente, non è ancora finita. Dal tavolo di commento avrò la possibilità di commentare la volata di Samuele Tait verso il penultimo punto di controllo, le vittorie di Tobia ed Elena, le nuove sfide che si svilupperanno lungo l’arco dell’anno nelle categorie giovanili a causa dei cambi di categoria. Quello che percepirò chiaramente sarà però il senso di serenità che mi ha accompagnato durante le due ore e mezza di commento, come se tutte le ombre ed i fantasmi e le preoccupazioni degli ultimi tempi siano rimaste lontane dal gazebo dell’arrivo.

Il giorno dopo, sotto un cielo che promette acqua ma che a conto fatti si lascerà andare a qualche goccia solo al termine delle premiazioni, salgo a ValSerena per affrontare la prima vera gara nel bosco della stagione sportiva. Fa freddo, ma le termiche sono fatte apposta per proteggere anche quelli come me che prendono il largo prima delle 8.30 del mattino e, quando dal furgone della Masi esce la cartina del mio percorso Elite, mi sembra di percepire radiazioni positive.

La prima parte del percorso non mi sembra che nasconda molte insidie: è vero che io mi muovo alla velocità del bradipo, ma per arrivare al primo punto non serve altro che correre lungo la strada fino alla canaletta giusta (perfettamente indicata dal campetto da calcio da un lato e dal recinto della casa dall’altro, risalire la collina tenendo la testa alta fino a sbarcare sulla carbonaia. Per il secondo punto ci sono una profusione di bivi di canalette a fare da mirino, ed io comincio a sentirmi in carta… ma il terzo punto nasconde più di qualche insidia. L’idea originale è quella di prendere il sentiero fino al recinto, e poi di percorrerlo tutto finché non sarò in cima alla collina, da dove non dovrei faticare a vedere dall’alto la carbonaia. Tutto bello, tutto giusto, tutto dal divano di casa. Nella realtà non riesco a percorrere la linea del recinto perché a tratti questo scompare, buttato a terra… il risultato è che perdo di vista la cima della collina, la carbonaia, la curva del recinto ed arrivo clamorosamente al sentiero posto nella parte più a sud della mappa. Come ci sono arrivato senza incocciare nel recinto non lo so, ma so che devo scendere e ritrovare la posizione. Poi succede che è il recinto che trova me:

Impiego una trentina di secondi a staccare il filo spinato dalla gamba e qualche secondo in più per capire che non sono buchi così grossi da impedirmi di proseguire. Terminato il primo loop, salgo a riprendere il sentiero ed arrivo al punto 6 dall’alto: anch’esso come i successivi punti 7-8-9 non è sbagliabile, con tantissimi punti di riferimento, anche se non è facilissimo trovare il paletto che si mimetizza benissimo sul terreno circostante:


Per entrare nel loop 10-13 decido di passare dalla strada ad est: incrocio una macchina della polizia che non mi degna di uno sguardo, ed una della Besanese che non ci pensa nemmeno ad offrirmi un passaggio (me la pagheranno…). Dopo aver trovato in bello stile il punto 10 ed il punto 11, con quel sasso piantato in una posizione innaturale, combino un disastro mancando completamente il punto 12 che non sarebbe sbagliabile nemmeno da un esordiente totale. Mi sembra di trovare altre due piccole piazzole posizionate più o meno nello stesso modo, ma non vedo paletti di sorta. Decido quindi di scendere in bussola verso il punto 13: se lo trovo, vuol dire che con ogni probabilità sono passato dalla carbonaia e non ho visto il paletto… ovviamente sbarco dritto al punto 13, dietro al quale trovo Mattia Greco che sta posando. Il dialogo che ne segue è sintomatico:

Io: “Mattia! Non hai ancora posato il punto nella carbonaia, vero?”
Mattia: “Certo che l’ho posato!

Io: “Ma no, è impossibile, non ho trovato nulla!”

Mattia: “Sarai passato dalla carbonaia più bassa…”

A questo punto dalla mia bocca fuoriescono cattive parole verso alcuni plenipotenziari del Paradiso, ed io riparto con cattiveria verso l’alto… ovviamente in bussola! Ovviamente rimettendo i miei piedi sulle orme che avevo lasciato scendendo! Altrettanto ovviamente, finisco sulle stesse due minuscole piazzole… la lanterna la troverò dopo qualche ulteriore secondo di indecisione, semplicemente perché attorno a me tra avvallamenti, muretti e cambi di vegetazione mancano solo i cartelli luminosi che mi indicano la posizione giusta del punto!

(MiniMe in azione del bosco – si riconosce dai classici pantaloni blu)

Mi rimetto in carreggiata andando alla 15, che non è sbagliabile per chi come me arriva dall’area aperta in giallo. Segue discesa sul culo nel vallone, risalita penosa dall’altra parte e poi si tratta solo di andare verso nord, raggiungere il bivio delle canalette e risalire quella più marcata, tenendo la collina alla propria destra. Quando ormai i piedi non ce la fanno quasi più, il terreno spiana leggermente, la sella che mi porterà verso il punto 15 si vede distintamente, ed i fiorellini gialli che puntellano tutta quella parte di terreno mi fanno pensare che potrebbero fare una brutta fine sotto i piedacci di tutti gli altri orientisti che passeranno da questa parte.

La zona pianeggiante a nord della carta rappresenta un mondo orientistico a parte. Per me è il paradiso: perché è proprio piatta, perché vado addosso ai punti con precisione, perché non capisco come si fa a sbagliare la 17 visto che basta stare a 20 metri dalla strada asfaltata e tenere gli occhi aperti… Tornato al punto 20, ripercorro la sella e la discesa lungo il fianco della collina, e una volta arrivato al sasso mi butto dentro fino all’avvallamento. Segue la parte di percorso che ribattezzeremo in sede di commento il “supergigante”: buttati di traverso, buttati in giù, ributtati di traverso, ributtati in giù! Mentre vado alla 23 ed ho i sette sensi concentrati per non finire lungo, mi imbatto in Mattia che sta finendo il controllo punti e mi lancia un incitamento… che per poco non mi fa venire un infarto perché l’ultima cosa che mi aspetto di sentire in quel punto del bosco (e della mia gara) è una voce umana! Credo di aver anche lanciato per aria la carta per lo spavento!

La risalita sulle rocce per andare alla 24 è un po’ penosa, ma la 25 è una certezza e a quel punto bisogna solo arrivare al sentiero e percorrerlo fino alla curva a gomito dove passa il ruscello… per scoprire solo in quel momento di essere 5 curve di livello sotto al punto di controllo!!! E’ l’ultima punizione prima di arrivare al traguardo, in un tempo solo di poco inferiore all’ora e mezza di tempo massimo, con la prospettiva di essere per la seconda volta di fila oltre il doppio del tempo del vincitore.

(i pantaloni segnati dal volo dopo la 14...)
Riguardo al commento post-mia-gara, posso sicuramente affermare che ancora una volta mi sentirò trasportato in un mondo parallelo, quello nel quale gli orientisti riescono a farmi immergere grazie ai loro sforzi ed alle loro fatiche. A me non resta che immaginare che cosa stanno facendo nel momento in cui il loro nome compare ad uno dei punti radio o al prewarning, e a quel punto dare fiato alla bocca e cercare di esprimere le stesse emozioni che io stesso ho provato qualche manciata di minuti prima.

Nelle classifiche Elite trovo i nomi di ragazze e ragazzi che ormai mi sembra di conoscere da talmente tanti anni che è strano che non siano già passati tra i Master: Erik Nielsen, Lorenzo Bazan e Alessio Dalfollo che fanno il loro esordio nella categoria maggiore, così come Marta Scapin, Melania Tinelli ed Emy Michelin nella pari categoria femminile. Poi guardo le categorie juniores e ci trovo i nomi di atlete ed atleti che sembra che abbiano più anni di esperienza nei boschi che anni sulla carta di identità.

Ho cominciato a raccontare l’orienteering da dietro un microfono talmente tanti anni fa che alcuni dei protagonisti delle gare di ValSerena non erano nemmeno nati, e mi chiedo se tra qualche anno si ricorderanno di quel vecchietto che provava i loro percorsi all’alba per essere in grado di calarsi nel modo migliore nei panni di quell’altro strano personaggio che berciava al microfono in occasione dei loro arrivi.
(Minime lo speaker - con i pantaloni pesanti ed il microfono)
***

Non di sole Coppe Italia vive l’uomo…

La settimana dopo le gare di Castiglione dei Pepoli e ValSerena, ho acchiappato per la collottola una iscrizione al campionato lombardo sprint di Curno. L’anno scorso l’Agorosso aveva piacevolmente sorpreso con la bi-sprint nei quartieri ovest di Bergamo, dove mi ero divertito davvero parecchio. L’unica cosa che avrei potuto chiedere di più alle gare di Longuelo era di eliminare le tirate lunghe alla fine della prima manche… ecco: a Curno sotto un diluvio di pioggia gelida mista a ghiaccio l’Agorosso mi ha accontentato in pieno!

(questa è un’altra BELLA sprint!)

Con una differenza rispetto a Castiglione: a Curno il mio tempo in Elite è solo un terzo in più del tempo del vincitore… e sono ancora qui a rimpiangere i 50 secondi persi per un errore alla 20.

Thursday, March 07, 2019

MOO. Basta la parola.

"Ciao vecchia… andate là
Un centralino dell'INPS
Un barile marrone
Un nastro arancioneeeeeee
E poi Graz AlKatz!"
 
Mi sveglio lunedì all'alba, con la musica di "Centro di Gravità Permanente" in testa. Ma le parole del testo non sono quelle classiche della vecchia brétone con un cappello e un ombrello di carta di riso. Non sono nemmeno sicuro di ricordare come mi chiamo, ma ricordo a memoria il numero di una palina dell'ATM, la misura dei faretti, persino il numero di telefono di un tizio che affitta un due\tre locali anche arredati in zona Piazza Angilberto. Il cervello è ancora in modalità MOO. Mi verrebbe da dire "E' il MOO, bellezza, e non ci puoi fare niente!". Ma chi ci vuole fare qualcosa? Sono contento così. Il MOO. Il capolavoro di ReMOO, è tutto MOOlto bello... e adesso basta fare strani giochi di parole.

Se fosse una gara ufficiale della Fiso, sarebbe l'evento dell'anno a mani bassissime. Forse lo è, almeno a giudicare dai commenti di alcuni partecipanti. Nella starting list 2019 troviamo alcuni orientisti forti, qualcuno fortissimo, uno anche ex campione del mondo! E tutti scherzano e ridono prima di partire, ma ammettono di essersi preparati fisicamente e mentalmente per QUESTO evento. Penso a quello che ho fatto io negli ultimi giorni prima del MOO. Quando mai per una gara ho preparato l'attrezzatura necessaria stando attento alla grammatura che mi sarei portato dietro? Cartelletta rigida per scrivere si, cartelletta rigida no (alla fine no). Acqua no, pesa troppo, al limite ci sarà qualche fontana. Barrette si, carbogel meglio: ne porto 5 per 5 ore di gara. Portatessera per la tessera del tram in stile badge aziendale, per limitare al minimo indispensabile il tempo necessario a tirarla fuori dalla tasca ad ogni attraversamento di un tornello. Fazzoletti di carta...? Si, però… vabbé, mi soffio il naso tra le dita (in italiano mi pare che si dica "mi scarnoffio"). Due penne, una matita. Però una matita corta, stile Ikea (alla fine sarà quella dell'Ikea) che pesa meno. Non sto preparando la Marathon des Sables ma siamo lì.
E' il MOO, bellezza! E chi ci vuole fare qualcosa? Anche quest'anno mi lascio travolgere. Passano le ore e sono sempre più ansioso di scoprire cosa ci ha riservato Remo, dove ci manderà. Nei giorni precedenti l'Evento, fioccavano le scommesse... ritrovo al circolo ARCI di Via Oglio? Passaggio sicuro in Piazza Angilberto (con la tentazione di portarsi avanti ed andare a contare tutti i pois bianchi e gialli). Poi magari si scende lungo Viale Omero, Parco Cassinis. Quanto ci vorrà dalla fermata della metropolitana di Porto di Mare a quella di Rogoredo? Google Maps dice 650 metri... converrà tentare la sorte e scendere in metropolitana o lanciarsi senza indugio di corsa lungo Via del Mare? La testa non smette di pensare e di immaginarsi gli scenari più improbabili.

Sabato sera vado a letto e faccio un sogno stranissimo: sono al via di una gara di orienteering che si disputa su un arco temporale di 3 giorni (Remo: non ci provare!), ci sono equipaggi fortissimi (ricordo benissimo di aver visto Daniele Pagliari...) e ci sono squadre composte da alcuni colleghi di lavoro; il regolamento prevede che si possano lasciare indumenti puliti e cibo qua e là lungo il percorso, che si possano prenotare brande per dormire in alcuni punti specifici, anche se non è affatto detto che il percorso ci porterà proprio in quei punti. Nel sogno il mio equipaggio si perde, rimane indietro, passa dai punti dove dovremmo trovare cibo e indumenti puliti quando ormai gli altri concorrenti hanno fatto sparire tutto quanto... ricordo la fatica e la delusione e infine una specie di trafiletto di giornale con poche righe per raccontare che la squadra con i nomi dei miei colleghi di lavoro non aveva concluso la gara, e poco sotto due righe che dicono che il mio equipaggio era arrivato al traguardo: ultimo ma arrivato. E un istante dopo la sveglia.

Mi sveglio e sono già in clima gara, e non sono nemmeno ancora uscito dal letto!

Ritrovo: una cascina in zona Corvetto che fa da punto di aggregazione anche etnografico. Incredibile a dirsi, ci sarò passato davanti mille volte e non mi ero mai accorto dell'esistenza di questo locale proprio ai bordi del Parco Cassinis. Sono tra i primi ad arrivare, e cerco di stemperare la mia tensione ascoltando un po' di musica, facendo qualche battuta con altri veterani del MOO o prendendo un po' in giro coloro che sembrano essere all'esordio. Arrivano Claudia, Maria ed Antonella direttamente dal Trentino, tre campionesse con carta e bussola in mano e con medaglie di titoli italiani al collo, e la loro domanda "Ma le lanterne? E come si punzona?" solleva qualche occhiata perplessa da parte di chi ci è già passato: non ci sono lanterne, non ci sono punzonature. E' il MOO, bellezze mie! "Ma dove siamo capitate?" esclama Claudia... ma sono sicuro che anche loro sono tornate a casa contente per l'esperienza.

Arriva Marco e ci squadriamo vicendevolmente: io sono praticamente fermo da inizio anno... non sono più I.P. ma V.I.P. (Vecchio Impiegato Panzottello)! No, non è vero che sono del tutto fermo... sono andato a correre alla mass start di Taino la settimana precedente il MOO, e ne ho pagato le conseguenze per vari giorni (oltre ad aver mandato a Marco il messaggio di abbandonare il sottoscritto al suo destino e trovarsi un compagno di squadra più valido). Marco, da parte sua, si è allenato come una bestia per tutto l'inverno: i suoi allenamenti live sul sito del Garmin mi mostravano galoppate furibonde a 4 minuti al km... almeno fino a pochi giorni prima del MOO, quando gli è saltato un polpaccio. In pratica siamo due acciaccati: resta solo da capire se cederà prima il polpaccio di Marco, cosa che potrebbe succedere anche 100 metri dopo la partenza, o la mia resistenza fisica (cosa che potrebbe succedere 100 metri dopo la partenza!).
Passano i minuti e si capisce che la tensione sale, che le battute sono sempre più tirate: vedo le soluzioni tecnologiche di altri partecipanti e penso "perché non ci ho pensato anche io?". Poi arriva il momento della presentazione. Remo comincia a spiegare la gara, cala il silenzio rotto solo da qualche applauso scrosciante: è il "popolo di Remo" che tributa il giusto rispetto al proprio guru. Basteremmo noi, in una tornata elettorale, per eleggere Remo almeno ad un Consiglio di Zona dei più popolosi... Un applauso tira l'altro, un "ooohhh" di sorpresa dietro l'altro quando Remo illustra le sue "mappe minimaliste", e poi la frase che tutti stiamo aspettando: "Le mappe sono là dietro!".

E' iniziato il prologo del MOO 2019.

Marco parte come una fionda. Io sono... diciamo più robusto... e nella strettoia di uscita dalla cascina non voglio travolgere e fare male a nessuno, quindi Marco mi deve aspettare un po' con la mappa in mano prima di vedermi comparire. Un paio di punti di controllo e siamo già nel parco Cassinis. Ed io sono già con il fiatone e le pulsazioni a 180! Attorno a me vedo orientisti famosi che mi superano, vedo concorrenti in tenuta da corsa che mi superano, vedo altre persone in tenuta da domenica a spasso per vetrine... che mi superano! Vedo bambini e infanti e anche una famiglia con il passeggino… e mi superano tutti!!! Eppure ce la sto mettendo tutta... ma è evidente che fin dai primi metri si stanno palesando le mie evidenti lacune atletiche. Marco macina un punto dietro l'altro ed io cerco di stargli dietro, tentando di risolvere a mente il sistema di due equazione in due incognite che ci indica su quale binario troveremo di nuovo Remo e le carte di gara di tutto il resto del MOO.
Alla fine riuscirò a risolvere il sistema, ma per un errore di valutazione finiamo (come tanti altri) sul binario sbagliato: prime manciate di secondi persi. La prima scelta di percorso è praticamente obbligata: tutti giù alla fermata Rogoredo della linea gialla. Sul binario c'è praticamente tutto il MOO. Decidiamo di affrontare per prima la mappa del centro di Milano, una fantastica mappa orientistica nella quale sono disegnati solo i binari dei tram. Scendiamo a Missori e, mentre Marco annota diligentemente sul foglio delle risposte le marche di tutti i lucchetti delle saracinesche di un negozio storico di Milano, io cerco di risolvere l'enigma del "punto nascosto": si tratta banalmente di tradurre una sequenza di scarabocchi (numeri in notazione est-araba) in un numero di telefono, poi comporre il numero (il centralino dell'INPS), ascoltare il nastro registrato cercando di carpire la voce che recita "premere il tasto..." in una moltitudine di lingue, ed identificare così una nuova sequenza numerica che, inserita in un indirizzo web, ci dice dove troveremo il punto non mappato che da solo vale 100 punti: alla fermata della metro linea verde di Sant'Agostino.
Ok! Seconda scelta di percorso: maciniamo tutte le lanterne del centro di Milano e decidiamo di approdare alla fermata della metro verde di Lanza, per scendere a Sant'Agostino e mettere in saccoccia i 100 punti. Con noi approdano a Lanza altre squadre con tutti quelli forti: evidentemente hanno fatto la stessa pensata. La metro è... STRACOLMA! Sarà la settimana della moda, sarà che tutti vanno in centro a fare colazione, sarà quel che sarà, ma ci ritroviamo pigiati nei vagoni come sardine. Poiché abbiamo già alle spalle due mappe di gara, non siamo proprio pulitissimi e probabilmente cominciamo ad emanare un certo olezzo: una signora vestita a festa e con la puzza (si, ma sotto il naso) si rivolge al marito lamentandosi per il nostro stato igienico… evidentemente frequenta solo il centro di Milano e non prende mai il tram numero 15.
Ci sarebbe anche da smarcare un piccolo task: fare un selfie con Marco, me ed un sedile di colore giallo della metro, di quelli a forma di onda. Finché un po' di gente non scende a Cadorna, è impossibile persino mettere una mano in tasca ed estrarre lo smartphone. Appena scende qualcuno, Marco ed io ci avviciniamo ad un sedile e... "scusi... non è che potrebbe aprire un po' le gambe così faccio un selfie?". Così parlò Stegal. Nel vagone cala un silenzio di tomba. Nessuno per fortuna ci picchia.
A Sant'Agostino un altro selfie da 100 punti e si migra sull'altro binario per tornare in centro. Fermata Cadorna. Trasferimento sulla linea rossa. Il piano prevede di prendere il primo treno che passa ed arrivare alla mappa di Piazza d'Armi: da sud se arriva un treno per Bisceglie, da nord se arriva quello per Rho. Arriva quello per Rho. Si scende a Lotto e si affronta per prima cosa la mappa multi-piano, un altro dei gioiellini made by Remo apposta per il MOO.
Poi usciamo "a riveder le stelle" in piazzale Lotto ed incrociamo le ragazze trentine che ridono e corrono e sembrano divertirsi un mondo. Sarebbe bello se passasse la 98 che ci può portare verso Piazza d'Armi, ma il tempo di attesa di 12 minuti è scoraggiante e la scelta di Marco è lapidaria: via di corsa da Piazzale Lotto a Piazza d'Armi! Sono 2,3 km. Anche uno dei più forti in gara mi dirà "una scelta un po' hard...". Ma Marco è in stato di grazia e si mette davanti a tirare, io invece sono in uno stato tra l'impedito e l'infartuato. Cerco di distrarre Marco rammentandogli un passaggio da un parcheggio taxi con uno dei quesiti più insidiosi di un precedente MOO, o indicandogli una ragazza davvero degna di nota che con un banchetto a bordo strada cerca di accalappiare clienti per qualche offerta di telefonia mobile, ma Marco tira via dritto come un fuso ed io sono dietro di lui a rantolare a ritmo sempre più forte.
All'ingresso nell'area dismessa di Piazza d'Armi, il polpaccio di Marco sembra pronto per il tagliando del 10000 km mentre i miei polmoni non se li filerebbe nemmeno un gatto a digiuno da una settimana, ma bisogna guardare avanti e buttarsi nella mappa più orientistica del MOO 2019.
Qui, tra un rantolo e l'altro, comincio a fare qualche considerazione: le squadre che corrono attorno a noi sono quelle che avevamo identificato come "quelle forti". E ci siamo anche noi. Nel mio gergo di commentatore sportivo, è la sindrome del "what the hell I'm doing here?" che coglie quegli atleti del tipo "non sei il favorito nemmeno se a tutti gli altri viene la peste bubbonica" che si ritrovano nel risicato drappello di testa di un Mondiale di ciclismo quando ormai mancano 3 chilometri al traguardo ed è chiaro che da dietro non rimonta più nessuno (ogni riferimento all'ultimo mondiale di Innsbruck e al canadese Michael Woods è puramente voluto).
Lo faccio presente a Marco, e lui mi risponde di stare concentrato e di non cominciare a gongolare che la strada da fare è ancora lunga. All'interno della Piazza d'Armi, i punti facili sono un'altra rasoiata nelle gambe perché si tira dritto senza nemmeno fermarsi, i punti difficili arrivano come una benedizione perché bisogna fermarsi almeno qualche secondo a ragionare. Gli attraversamenti degli spazi incolti e le scalate delle montagnole di terra soffice sono invece delle maledizioni perché l'ago della benzina scende in zona rossa che più rossa non si può.
Alla fine anche la tortura di Piazza d'Armi finisce. L'uscita attraverso la cancellata che butta su Via delle Forze Armate è attraverso un varco largo 25 centimetri al massimo che servirebbe un escapologo come Houdini per passare (io mi devo liberare dello zainetto, di parte del vestiario e lasciare giù qualche centimetro di pelle del torace...). Poi è di nuovo corsa pazza fino alla fermata della metro rossa di Inganni: davanti a noi c'è uno che fa jogging domenicale, dietro c'è una squadra tra le più forti (con qualcuno che ha fatto due mondiali di orienteering in tempi recenti!). Il tizio che fa jogging si volta a vedere noi che siamo in fila indiana e sembra bullarsi del fatto che è lui che sta tirando il gruppo... Marco per reazione ingrana una marcia in più (prima era in retromarcia) ed allunga il passo senza sforzo portandosi in testa al gruppo, poi si volta e sorride. Dalla squadra appena dietro di me si sente una voce "Guarda adesso il Galletti come ride... che Marco aumenta la velocità". Io sto per vomitare. Poi Marco, senza sforzo, ingrana un'altra marcia e allunga ancora di più. Dalla squadra che è ancora appena dietro di me la stessa voce dice "Guarda adesso il Galletti come gli bestemmia dietro... che Marco ha allungato ancora!". Io sto per vomitare di più. Per fortuna so dov'è la fermata della metro di Inganni e mi do un obiettivo a breve scadenza: raggiugere la fermata, scendere le scale, infilarmi nei tornelli, correre fino alla pensilina e trovare un cestino per vomitare.
Passa la prima metropolitana: avremmo bisogno di trovare un'altra carrozza con i sedili rossi a forma di onda (altro selfie) ma è una di quelle vecchio stile. Marco ha una idea da premio Nobel: scendiamo a Pagano, dove la linea rossa da Bisceglie si incrocia con la linea proveniente da Rho, ed avremo in pochi minuti un'altra possibilità di trovare una carrozza che fa per noi e per il nostro selfie. A me non sarebbe mai venuto in mente... Sfiga: al MOO si iscrivono solo i premi Nobel! Tutti, i pochi rimasti, ma sono davvero buoni, scendono a Pagano! La seconda vettura che passa è quella che conta. Selfie, cambio linea a Cadorna e su verso la Biblioteca degli Alberi tra Garibaldi e Gioia. Altri quesiti, altri sprint. Il giro sulla mappa questa volta è veramente breve e di nuovo siamo a Gioia, sempre gruppo compatto, sempre tutti all'attacco nonostante le difficoltà del percorso.
Il piano prevede ora di spostarsi a Romolo per cercare di prendere al volo il treno della linea S9 lungo il quale dovremmo cimentarci con altri quesiti, ma le porte della metropolitana ci si chiudono in faccia beffarde! Malediciamo quel paio di secondi persi chissà dove che ci hanno impedito di mettere in atto il nostro piano, e non sappiamo ancora che invece ci è andata bene: passiamo al piano B. Andiamo sull'altro binario a prendere la linea gialla. Da qui scendiamo verso sud-est fino a Corvetto. Ho lavorato in questa zona per anni e so che appena fuori dalla metropolitana potrebbe esserci una coincidenza con l'autobus 95 che potrebbe farci guadagnare secondi preziosi (e a me salvare energie preziose) per arrivare in Piazza Angilberto dove ci aspetta la mappa più spettacolare del MOO. Appena mettiamo fuori il naso da Corvetto, la 95 è lì che ci aspetta! Due squadre si buttano sul bus, io ci entro per il rotto della cuffia praticamente in tuffo. Due fermate di 95 per riposare e lanciarsi sui quesiti della piazza a pois: ci sentiamo forti perché i pois sono come le caselle di una scacchiera e la mappa è dominata in pochi minuti.
Ora via di corsa lungo via Polesine per tornare a Corvetto: il polpaccio di Marco potrebbe fare le Olimpiadi e a me sembra di aver finalmente "rotto il fiato". Corvetto, due fermate di metro fino a Lodi e siamo alla pensilina del treno che ci porterà a Romolo per il viaggio di andata della mappa lungo la linea della ferrovia S9. Con noi sulla pensilina ci sono tantissime squadre: a parte un paio di quelle davvero forti e fuori portata, c'è tutto il gruppone degli immediati inseguitori. La sensazione "what the hell I'm doing here?" è sempre più forte. L'andata verso Romolo vede squadre che filmano o fotografano i cartelloni ed i murales a bordo massicciata per rivedere le immagini e rispondere con calma ai quesiti. Vede passeggeri extracomunitari inserirsi nella tenzone ed offrire il proprio aiuto per guardare fuori da qualche parte, anche se non sanno cosa guardare. Vede un controllore impegnato nel chiedere i biglietti ad alcuni passeggeri conciati come gente che sta correndo da quattro ore... e nessuno di noi lo caga nemmeno di striscio!

Una volta arrivati a Romolo, si tratta "solo" di aspettare il treno del ritorno e fare una seconda tornata di quesiti. In realtà, la pensilina dove attendiamo il treno sembra la griglia di partenza del Gran Premio di Montecarlo ma senza le ombrelline: ormai spazio per fare distacco non ce n'è più, si tratta solo di arrivare a Porta Romana, precipitarsi fuori verso la stazione della metropolitana di Lodi e sperare di acchiappare al volo una carrozza. Altrimenti sarà volatissima da Porto di Mare al traguardo. Marco ed io indoviniamo la carrozza giusta che si ferma proprio ai piedi della scala che porta in salita a livello strada. Via di corsa per quanto le gambe possono ancora, evitando un tizio che porta i cartoni con le pizze, i passanti, le macchine che strombazzano perché qualcuno (io di sicuro) di è buttato in mezzo alla strada per raggiungere l'ingresso della metro.
Giù di corsa, tessera Atm sguainata, tornelli divelti, giù a rotta di collo per le scale... e niente! 4 minuti di attesa per il primo treno della linea gialla. Arrivano tutti quanti, e sarà volatissima da Porto di Mare al traguardo: 200 metri da fare tutti di un fiato, che saranno il momento sportivamente più significativo ma sicuramente meno inebriante di quasi 5 ore di MOO.
***
Alla fine la classifica dice che la nostra squadra "Da Moncucco al MOO" si è classificata ottava su 50. Una ottima prestazione per me, ma devo dire che Marco sarebbe stato in grado di ben figurare con chiunque che non fosse la zavorra che si è portato dietro per tutti i chilometri percorsi. Il suo polpaccio sembra che lo abbiano fatto in titanio, io mi appoggio ad uno dei grandi vasi all'ingresso della cascina e finalmente tiro il fiato. Quando ripeto che Marco, a polpaccio integro, sarà un serio contender per il campionato italiano a lunga distanza so di non dire una eresia.
Grazie Marco per avermi dato ancora una volta fiducia: ti prometto che la prossima volta sarò più in forma ed allenato (seeeee... credici!).
Grazie anche a tutti gli amici ed amiche che hanno gareggiato in questo MOO e che mi hanno fatto sentire di volta in volta artritico, lento, imbranato, caracollante, trotterellante, corridore, invasato ed ovviamente "what the hell I'm doing here?".
E dulcis in fundo GRAZIE a Remo, da parte mia e da parte del popolo dei tuoi fedelissimi: il tuo speech ad inizio MOO andrebbe registrato e lasciato ai posteri. La canzone all'inizio del pezzo magari la cantiamo tutti insieme l'anno prossimo. Perché io ti do già appuntamento all'anno prossimo: MOO 2020, anzi "MOO-twenty-twenty" che sarebbe ancora più cool. Ma il MOO è così cool che da solo basta la parola.
MOO. Aspettando già la prossima edizione.

Monday, January 28, 2019

Piovono Mazzate

Ogni tanto mi capita di raccontare, in mezzo a qualche cronaca dal vivo o più spesso durante le premiazioni nelle occasioni in cui ci sono un sacco di scandinavi, il vecchio adagio relativo agli orientisti che si ritrovano davanti al caminetto nelle lunghe e buie serate invernali a raccontarsi aneddoti risalenti a competizioni vecchie di settimane o mesi, ma più spesso vecchie di anni se non di decenni. Sono sicuro di averlo detto in più di una occasione (si, lo so, invecchio e tendo ad essere ripetitivo). Recentemente mi è capitato di partecipare a due serate a tema orientistico: prima la celebrazione dei 30 anni del Trofeo Lombardia, poi l'annuale ritrovo dell'Unione Lombarda. In entrambe le situazioni, nonostante l'assenza di caminetti accesi, di scandinavi e di metri di neve all'esterno, mi sono accorto di aver raccontato a qualcuno che mi stava a sentire lo stesso identico episodio, capitatomi proprio agli inizi della mia carriera orientistica (si, lo so, invecchio e tendo ad essere ripetitivo... l'ho scritto appena sopra!).


L'episodio è legato a quella volta che mio padre mi ha accompagnato a due gare in Brianza che si disputavano a poche ore di distanza l'una dall'altra: la prima, il sabato sera a Carate Brianza (quando la Valassina era ancora una strada con i semafori e non arrivava al bivio di Giussano), la seconda poche ore dopo, domenica mattina a Monza. La prima gara a formula score è rimasta celebre nella memoria di chi c'era per le 5 lanterne (su 25) che vennero incendiate da una banda di simpatici ragazzotti locali che volevano divertirsi a spese degli almeno 200 concorrenti al via; il conseguente caos all'arrivo, con la gente in coda che sentiva quali lanterne non avevano potuto punzonare quelli davanti, e le aggiungevano all'elenco delle lanterne che essi stessi non avevano trovato, è rimasto parimenti impresso nella memoria.


Nella seconda gara ho incocciato per la prima volta in una squalifica per punzonatura mancante, dopo che al termine del percorso in H21 avevo portato come "coriandolo", e testimonianza del passaggio da una lanterna che era stata spostata, un lembo del classico foglio "Non toccare la lanterna - gara di orienteering in corso". Il direttore gara stabilì che il lembo che avevo consegnato all'arrivo "fittava combaciava" con il foglio di carta rimasto a terra, ma che il foglio, il telo ed il paletto (senza punzone, portato via) erano stati gettati ad una decina di metri di distanza dal punto esatto; di conseguenza, essendomi io fermato all'altezza del telo buttato per terra, non ero arrivato al punto e quindi non avevo completato il percorso. Sono ancora convinto che, nella cervelloticità della decisione, la mia squalifica sia più o meno allo stesso livello del mancato rigore sul contatto Iuliano-Ronaldo in Inter-Juventus di qualche anno fa. Parlo di squalifica perché io venni inserito in classifica come SQ, e non come PM. Mio padre, seppur abituato negli anni precedenti alle squalifiche comminate dalla commissione giudicante della Federazione Italiana Pallacanestro allo scapestrato figliolo (perché in fondo Ron Artest è solo un simpatico imitatore...), era rimasto perplesso davanti ad una squalifica comminata durante una gara di corsa (di orientamento, ok, ma sostanzialmente di corsa...). Corsa che, per di più, avevo concluso con il viso coperto di sangue in quanto l'ultima lanterna era posizionata proprio sotto un segnale stradale, di cui non mi ero accorto e che quindi avevo colpito in pieno nel tentativo di punzonare il cartellino cartaceo velocemente. Facendo 2+2, il suo ragionamento era stato pressappoco il seguente: "intanto io ti accompagno alle gare con la mia auto, visto che tu non ce l'hai, rubando tempo al mio sacrosanto riposo... che io lavoro ancora e tu studi ancora. Poi ad una gara sento parlare di lanterne incendiate. Infine ti fai squalificare. Sei sicuro che questo sia lo sport per te?".


Chissà... forse la risposta giusta sarebbe stata che l'orienteering non era lo sport per me.


Racconto questo perché, dopo quella prima volta a Monza, mi è capitato altre volte in carriera di concludere la gara con una PM: assimilabile in alcune situazioni ad un "mi ritiro consapevolmente e passo dall'arrivo ad avvisare di non far uscire il soccorso alpino", in altre ad un "ehhhhh??!?!? ma no!!! ma io da lì ci sono passato!!! aspetta... come mai non mi ricordo di aver fatto questa tratta??? ... scusate, non vi faccio perdere altro tempo". Tuttavia non mi era mai capitato di iniziare una stagione sportiva con due gare già nel mese di gennaio e terminare PM in entrambe le occasioni. Come dire che il buongiorno si vede sicuramente dal mattino, ma la sveglia è suonata mentre io sono alla base scientifica Outpost31 e fuori dalla porta c'è un cane siberian husky incaxxato. E se non avete riconosciuto la citazione, chiudete il blog perché non vi voglio nemmeno conoscere... e si! Anche la frase "non vi voglio nemmeno conoscere" viene spesso citata nei miei commenti dal vivo, ma se ancora non l'avessi detto, invecchio e tendo ad essere ripetitivo.


PM numero 1 - MOO notturno
"Quel gran genio del mio amico (Remo), lui saprebbe cosa fare..." con una mappa a disposizione fa miracoli! Il miracolo del MOO notturno si ripete il 9 gennaio alle Tre Torri di Milano, luogo ameno adatto alla vita notturna, nel bel mezzo del progetto CityLife di riqualificazione della vecchia Fiera Campionaria. L'appuntamento con i mai banali percorsi in notturna, con una gara raggiungibilissima in metropolitana e con la novità tecnologica della punzonatura via lettore QRcode o via tecnologia NFC comincia ad essere sentito da una platea orientistica sempre più numerosa; di conseguenza sale anche l'adrenalina all'approssimarsi della serata. Io esco dal 2018 con il bel responso cronometrico della gara di Moncucco, sono gasato, sono lanciato, sono incattivito e ho proprio voglia di iniziare la stagione 2019 con una bella prestazione. Inoltre, per la prima volta disporrò di una luce frontale degna di questo nome, in grado di darmi visibilità su quello che succede attorno a me e a cui vado incontro. Sono caldo, sono convinto del fatto mio, sono sicuro che farò bene. Carico le pile della frontale una, due, tre volte per essere sicuro che non mi pianti al buio a metà percorso, e per ulteriore stimolo attivo sul mio Ipod di primissima generazione una playlist da paura che Rambo si va a nascondere (no... non dirò cosa c'è sulla playlist perché in fondo le canzoni che ci danno stimolo sono diversissime da persona a persona, e magari nella scala di apprezzamento di quei tamarri che trovo sulla linea tram del 15 Linda Valori è meno apprezzata di Josh MCK).


Sfiga. La giornata del 9 gennaio, che nelle ipotesi era del tipo "esco dall'ufficio alle 17.30, metto la playlist, mi carico ben bene, arrivo a Tre Torri, mi cambio, parto e spiano tutti quelli che incontro" si trasforma in una di quelle giornate nelle quali sento tanto la mancanza dell'ippopotamo di ghisa che stava sulla mia scrivania a perenne ricordo (per i colleghi) del fatto che l'ippopotamo poteva anche mettere le ali ed atterrare violentemente sulla tempia di disturbatori ed affini. Alle 18,40 sono ancora in ufficio a litigare su alcuni contratti. Decido che ne ho abbastanza, mi cambio alla scrivania, pianto lì le discussioni sterili e perditempo ed esco come una furia dallo storico palazzo di Piazza Scala, diretto alla metro gialla che, con cambio alla metro lilla, mi porterà alle Tre Torri. Ho dimenticato qualcosa? Si: l'Ipod. L'errore è stato quello di mettermi ugualmente le cuffie... ero già abbastanza carico, e "Il caffé della peppina" avrebbe potuto contribuire a calmarmi un po'. Invece la musica è stata l'equivalente di assumere tutto il blister di integratore di caffeina in capsule per uno che aveva già bevuto dieci caffé doppi. Il risultato è che sono arrivato alle Tre Torri con le pulsazioni e la pressione minima a 3 cifre, condizioni per nulla adatte ad iniziare una corsa. Al freddo della sera del 9 gennaio si è aggiunto il vento gelido che ha agitato i cartoncini sui quali avrei dovuto leggere con lo smartphone il QRcode e registrare la punzonatura. Smartphone che, come nella precedente esperienza a San Donato, si è dimostrato lento ed inaffidabile (ehi! ma sto descrivendo proprio il sottoscritto! Evidentemente lo smartphone ha preso proprio da me): lento al punto da costringermi a stazionare anche 30 o 40 secondi su parecchie lanterne (che hai voglia ad inseguire e cercare di tenere il passo di Luigi Giuiani o Federica Negri se poi sto fermo 30 secondi per punzonare) ed inaffidabile per avermi abbandonato attorno al decimo o undicesimo punto, quando l'app ha continuato a dare ok ai miei passaggi dalle lanterne, senza però registrare alcunché. Ovvio risultato finale di PM, il che non mi impedirà di prendere parte alle prossime edizioni del MOO in notturna, ma probabilmente in modalità "allenamento puro": i tempi parziali e finale me li registro con il vecchio Casio Lap Memory 30, e le app le lascio a chi è più giovane di me di qualche generazione.


PM numero 2 - Abbadia Lariana
Ogni tanto mi capita di citare anche il detto "Nirvana a destra - io a sinistra". Ovviamente scherzo, perché di società che organizzano gare ed allenamenti come i nirvanici "Inscì a vèghen". Il riferimento è ad alcune gare organizzate dal Nirvana Verde nelle quali uno come me deve cercare l'iscrizione in una categoria "precauzionale" (di partecipare ai loro raid, invece, non se ne parla proprio): sono tutti cari amici ed amiche, tutti ragazzi e ragazze in gamba, ma sono davvero i più tosti del reame, e da sempre le loro gare sono le più dure, le più massacranti, le più sofferte del territorio di Lombardonia e non solo. Ovviamente tra i ricordi citati dai più, in occasione della festa per il trentennale del Trofeo Lombardia, c'erano le terrificanti mazzate ai Piani Resinelli... ma perché la Coppa Italia a San Primo che cosa vi ha fatto? O la notturna di Magreglio? Comunque il Nirvana ha messo in piedi da qualche tempo il "CLOM" che ho spacciato a destra e sinistra come "Circuito Lariano Orientamento e Mazzate" e invece sta per "Como Lake Orienteering Meeting". Il primo appuntamento è stato per l'appunto ad Abbadia Lariana, su un percorso ("nero" per me) pieno di cambi di direzione e lanterne vicinissime, inframmezzate da tratte lunghissime e per nulla banali di spostamento tra un nucleo di case e l'altro.


E' venuta fuori una gara divertente, con i fiocchi di neve caduti proprio nel finale, con una analisi post-mortem con il tracciatore Maurizio Todeschini che ha evidenziato che le scelte lunghe le ho fatte proprio tutte bene. Quello che non ho fatto bene deve essere stato il passaggio dalla lanterna 20, perché Andrea G. al traguardo mi ha detto "eh... manca la punzonatura della lanterna 20...".
Ovvio risultato finale di PM, il che non mi impedirà di prendere parte alle prossime edizioni del... CLOM!

Perchè è vero che io mi ripeto, mi ripeto, mi ripeto sempre... ma quando le cose si fanno dure, i duri continuano a giocare. Anche a costo di mettere insieme altre PM.