Stegal67 Blog

Monday, May 29, 2017

Brivio bollente e io… e… SQuagliato e SQualificato


Ancora una volta un bel percorso sprint in una gara organizzata dalla Pol. Besanese, e questo è il miglior viatico per la gara dell’anno prossimo che sul terreno di Merate varrà per il circuito nazionale Sprint Race Tour; una gara dalla quale mi aspetto tanto perché, per quello che può valere il mio parere, il terreno di Merate valeva davvero una edizione di Campionato Italiano Sprint.

Certo che nella mia non irresistibile carriera orientistica mi era capitato di vincere una gara a pochi metri dall’arrivo, ma questa è la prima volta che mi capita di essere squalificato a pochi metri dall’arrivo. Che poi “squalificato” è una brutta parola… Quando giocavo a pallacanestro, essere squalificato voleva dire aver fatto delle cose proprio cattive! (io le facevo, e di conseguenza venni squalificato più volte). Anche ad una delle prime gare di orienteering venni squalificato: nel lontano 1993 a Monza, dovetti spiegare per bene a mio padre che non avevo fatto proprio nulla di male… mi ero limitato a non punzonare un punto di controllo perché la lanterna era stata presa da qualcuno e buttata via, ma avevo omesso di raccogliere da terra un “coriandolo”, limitandomi a strappare un angolino dell’onnipresente foglio “NON SPOSTARE LA LANTERNA – GARA DI ORIENTEERING IN CORSO” ed arrivando al traguardo con quello (ero l’ultimo in griglia di partenza: speravo che fosse sufficiente chiedere di controllare il foglio rimasto sul terreno di gara con il pezzetto di carta che avevo strappato io).

A Brivio sabato scorso non ho fatto nulla di trascendentale (questo lo dico a beneficio dei colleghi che guardano le classifiche e che mi troveranno “squalificato”). Ho corso addirittura meglio di quanto potessi immaginare, dato che non muovo un passo di corsa da inizio aprile, nonostante la caldazza disumana che si è addensata sulla pianura padana nel fine settimane, con punte superiori ai 30 gradi che neppure il vicino fiume Adda ha potuto calmare. Da qui il fatto che a Brivio mi sono letteralmente SQuagliato… costretto ad andare a cercare i lati ombreggiati delle strade per trovare un minimo di sollievo, ed a guardare con voluttà le poche fontanelle distribuite lungo il percorso (ma non mi sono mai fermato).

Il percorso di Brivio è stato davvero carino, considerato il fatto che il tracciatore poteva contare su un paese già minuscolo di suo, con una sola minima parte un po’ intricata. Il fatto che all’arrivo sono riuscito a mantenere il distacco da Andrea Seppi sotto il doppio del suo tempo vuol dire NON che io sono andato forte, NON che Andrea è andato piano, ma vuol dire che disponendo di punzonatura elettronica e di un cambio cartina per il percorso Elite maschile Mary Crippa è riuscita a tirare fuori un tracciato sul quale anche i più forti hanno dovuto lavorare di testa e non sono usciti esenti da errori.
Io ho cannato il primo punto di una ventina di secondi almeno… potenza del fatto che non riesco mai ad identificare il triangolo di partenza in un tempo decente (eppure questa volta era facile!). Poi ho fatto del mio meglio per districarmi nella prima parte del percorso, in una occasione grazie ad una bella botta di culo che mi ha fatto svoltare al momento giusto quando pensavo di essere finito chissà dove. Proprio mentre pensavo a dove poteva già essere Andrea Seppi, che partiva 4 minuti dietro di me, ho sentito alle mie spalle un galoppo furioso e ho capito che Andrea stava arrivando: il tutto tra il punto 13 e 14, cosicché per venire a capo del grande puzzle del sottopasso non ho dovuto fare altro che seguirlo.

Nella seconda parte del percorso ho rantolato più del dovuto, ma ormai i vicoletti della parte “storica” di Brivio erano diventati più famigliari, così come gli avventori del bar della piazzetta che mi hanno visto passare davanti al loro tavolino almeno 4 volte ed in condizioni sempre più vergognose. Quando sono arrivato “in gruppetto” al punto 25, ho guardato dove era il punto 26 e poi il punto 27 dove di fatto si chiudeva la gara… e sostanzialmente ho messo via la carta (e la testa!) perché il percorso era finito ed i 30 gradi sotto il sole mi avevano ormai bollito.
Invece la gara non era finita, ahimé. Una volta punzonata la 16, mi sono diretto verso il fiume (sempre “in gruppetto”) per la via più breve, e quando ho svoltato l’angolo ho quasi sbattuto contro il ristoro! Ho avuto per qualche istante il dubbio che da lì non si potesse passare… ma in fondo non è la prima volta che mi capita di arrivare al traguardo da una direzione assurda, e anche altri come me stavano passando proprio lì. Volata finale (stesso tempo di Irene Pozzebon!) e vado a cercare con i polmoni un po’ di aria ancora bollente. Dopodiché controllo la carta di gara: tra la 26 e la 27 la mia scelta di percorso è passata proprio nel grigliato rosso! Traduzione: sono passato in una area non attraversabile. Squalificato. Segnalo il mio errore ma vado via tranquillo perché si è trattato, per l’appunto, di un mero errore; nulla che possa inficiare la mia soddisfazione per aver ricominciato a mulinare le gambe dopo quanto successo negli ultimi tempi.
Nel dopo gara mi verrà chiesto se la mia dichiarazione di essere passato nell’area non attraversabile “equivale ad una dichiarazione di auto-squalifica” (cit.), domanda alla quale rispondo che “si, certo, non è che adesso cambio idea e dico che non sono più passato da lì”. Curioso anche il fatto che nelle classifiche trovo solo altri due concorrenti con una SQ a fianco del nome, e nessuno di loro era con me nel gruppetto che è arrivato al traguardo… mi permetto di suggerire che in futuro, in presenza di una situazione simile, occorrerà dotarsi di un qualche strumento di controllo più sofisticato della autocertificazione o del “questo lo conosco, questo no” o della autocertficazione.


Ma tutto questo non cambia la sostanza: divertito mi sono divertito, ed a Merate l’anno prossimo sono sempre più convinto che ne vedremo delle belle!

Sunday, May 21, 2017

Vuoto


Quando guardi il mondo con gli occhi di un bambino, l'eroe di cui vuoi imitare le imprese è tuo padre. Così è stato per me. Mio padre non era una persona di quelli "... guarda invece che scienziati, che dottori, che avvocati, che folla di ministri e deputati". Era un lavoratore onesto, instancabile, di quelli che hanno visto la guerra da bambino e che si era rimboccato le maniche prestissimo per aiutare la famiglia a mantenersi dignitosamente, poi per farsi strada nella vita, poi per costruire la propria famiglia attorno ad un piccolo negozio di generi alimentari, di quelli che ormai sono stati soppiantati dai supermercati, dagli ipermercati, dai fantamercati. Una persona come lui avrebbe potuto costruire una famiglia solo con una donna con gli stessi valori e la stessa dedizione al duro lavoro quotidiano. Questa è mia madre. La leggenda, ma nemmeno tanto, di casa dice che il mio nome è "Stefano" perché il giorno di Santo Stefano era l'unico nel quale i miei erano sicuri che il negozio sarebbe stato chiuso... tenevano aperto anche il giorno di Natale.

Papà amava lo sport. Tutto. Aveva giocato a pallone (non diceva mai "a calcio") vincendo un campionato italiano militare, mi raccontava di quando da ragazzo andava ad imparare il ping pong dai primi cinesi giunti a Milano (poi portava a casa le coppe dei tornei amatoriali...). Ed era tanto buono e paziente, anche se questa cosa la si sente dire di tutti quelli che se ne vanno. Lui mi ha trasmesso l'amore per lo sport, passandomi gli inserti dei giornali che parlavano della storia delle Olimpiadi negli anni in cui imparavo a leggere, parlandomi dei suoi miti: nomi come quello di Peter Snell, Pekka Vasala, Kresimir Cosic o Juha Mieto... Per via del lavoro, sempre per il lavoro, non ha avuto molte occasioni per vedermi giocare a pallacanestro (ma ha avuto molte occasioni per trasportarmi a scuola con una caviglia o un ginocchio rotti in partita...). Quando poi ho cominciato a praticare l'orienteering, ero abbastanza grande per muovermi in autonomia. Ma era sempre pronto a chiedermi come era andata la gara, e soprattutto se mi ero divertito. Aveva capito che per me praticare l'orienteering era soprattutto una questione di divertimento, mentre la pallacanestro soprattutto negli ultimi tempi era diventata una specie di incubo. ad occhi aperti. Era orgoglioso di me, di quello che faccio, non solo nel lavoro ma anche nello sport, e gli piaceva sapere che avevo trovato una dimensione anche come speaker, lui che di sera a Tavon spesso allietava le serate in gruppo cantando o raccontando qualche barzelletta o qualche storia. Ed io ero felice che lui fosse felice per me.

I quattro respiri con i quali se ne è andato venerdì scorso, mentre ero seduto al suo fianco e cercavo di parlargli e dirgli ancora una volta che era il più grande papà del mondo, sono arrivati alla fine di un incubo terribile di 28 giorni, dopo che la malattia aveva cercato di portarselo via una prima volta a novembre 2015.

Ora ci vorrà un po' per riaprire la pagina del tempo che scorre. E fermare le lacrime che sono partite anche pochi minuti fa, quando è suonato il campanello di casa e per un singolo istante la mia mente ha pensato che era l’annuncio del rientro a casa di papà.

Mia madre è rimasta stupita nello scoprire quante persone mi hanno scritto parole di affetto nelle ultime ore. A tutti coloro che mi sono vicini vorrei dire che non sono state solo parole: sono stati momenti di luce nei giorni più brutti che io abbia mai vissuto. Quindi grazie a tutti, dal profondo del mio cuore.

Tornerò nei boschi, tornerò a scrivere il blog. Spero che non mi sentirò in colpa per la voglia di tornare a sorridere, scherzare e parlare con leggerezza, o almeno di provarci. La ragione in fondo è molto semplice: me lo chiederebbe mio padre.

Stefano

Tuesday, April 04, 2017

Sancho Panzottello contro i cancelli al vento


Dedicato a chi mi dice davanti a tutti che non leggerà mai il blog fino in fondo perchè è troppo lungo (ed ai "tutti" che ascoltano e fanno vigorosamente cenno affermativo con la testa). Dedicato a chi mi dice in privato che non si vuole perdere una sola riga del blog, perché ci sono più messaggi tra le righe nel mio blog di quanti ce ne siano in un anno di notizie ufficiali di stampa. Dedicato a chi dice che i blog hanno fatto il loro tempo, ma che mi dice che quando vuole sapere dove era e cosa stava facendo in un determinato fine settimana va a vedere qual era l’argomento del blog.

Quello trascorso dal MOO milanese ad oggi è stato un periodo parecchio difficile: ancora non vedo se la luce dal fondo del tunnel è quella del sole o se è il solito Frecciabianca in arrivo a "Paaaarma, stazione di Paaaarma" che mi sta venendo addosso. Ma sono a casa con l’influenza, ed ho abbastanza tempo per scrivere qualcosa, saltando a piè pari (non se ne esclude una ripresa in futuro, appena le cose andranno meglio) le mie avventure nel Far-South del Mediterranean Open Championship, il primo duro impatto con il nuovo Trofeo Bi-Sprint lombardo a Como e persino la conclusione di una esaltante "Milano nei parchi 2017" nella quale anche quest'anno abbiamo superato il migliaio di partecipanti.

E’ più facile riprendere il mio racconto dall'ultimo episodio, quello che ha avuto come teatro delle operazioni le lande marchigiane. Avevo lasciato Massimo Bianchi e Matteo Dini, ovvero IK Prato e Picchio Verde (ma ovviamente non solo loro), sotto la pioggia di Siena al termine della Tre giorni di Toscana che chiudeva la stagione 2016. A pochi mesi di distanza li ritrovo alla Tre giorni delle Marche, inizio della stagione 2017. Per vari motivi mi sono avvicinato alla Tre giorni con parecchi patemi d'animo: oltre alle preoccupazioni e fatiche accumulate, faccio sfoggio di una condizione fisica da immediato ricovero in ospedale (o anche in ospizio) e di una freschezza mentale appena superiore a quella dimostrata al Mediterranean Open Championship (dove non sarei riuscito a fare assolutamente nulla se non fosse stato per la presenza di PLab come cane guida e di un ragazzone svedese alto e bellissimo di nome Emil che è venuto a darmi man forte nei momento più difficili...).

Nonostante una ansia alle stelle ed una condizione mentale ai limiti dell’encefalogramma piatto, sono intenzionato a dare il meglio di me come speaker, e nonostante le condizioni fisiche pietose mi sono iscritto a tutte le gare in Elite... tanto il piano prevede due sprint in centro storico e una middle nel bosco. Che sarà mai, mi chiedo? Ecco. Un giorno troverò la risposta a questa domanda, anche se so già che sarà la risposta sbagliata. E un giorno qualcuno mi convincerà del fatto che sono approdato nella categoria over-50, che non è detto che il fatto di correre in un centro storico equivalga ad avere una gara in formato sprint e che, in ogni caso, sarebbe ora che il sottoscritto tirasse un po’ i remi in barca! Invece io continuo ad andare avanti con cieca incuranza di ogni dato anagrafico, fisico e mentale. Con i risultati che poi si vedono in classifica (ma, anche senza vedere la classifica, con i risultati che può vedere chiunque abbia la ventura di vedermi passare).

 
Comunque la classifica alla fine parla chiaro. Signore e Signori: salutate e rendete omaggio e gloria al vincitore della Tre giorni delle Marche nella Categoria Elite maschile, che è... l'Impiegato Panzottello!!!! TA-DAAAAAA!!! Fuochi artificiali, pyros, Warren Beatty che prende su la busta con il nome del vincitore dell'Oscar e la usa per scopi meno nobili... Ebbene sì: ho vinto la Tre giorni delle Marche. Perché? Non c’era la classifica data dalla somma dei tempi delle tre gare? O ingiustizia delle ingiustizie! Ma io sono infatti l'unico ad aver completato in Elite le tre gare del Castello di Gradara, di Bosco delle Cesane e di Urbino! Perché non c’era una classifica apposita? Abbiamo delle premiazioni che durano una era geologica, premiamo anche la categoria dei lavoratori del terzo settore ma solo se hanno careggiato con una divisa monocolore ed il cognome non contiene la lettera “E”… premiamo TUTTI! come mi dicono ogni volta i sindaci, gli assessori, gli sponsor, i funzionari, i notabili che si installano ai piedi del palco e che alla ventesima premiazione cominciano a guardare nervosamente il sottoscritto e chiedere per quanto dobbiamo andare ancora avanti… e non premiamo chi ha vinto la somma dei tempi nella Tre giorni delle Marche in Elite? (mi sarebbe piaciuto andare sul podio con Heike Torggler, vincitrice tra le donne, ma a lei però sarebbe piaciuto  meno). Insomma: mi meraviglio che una vittoria di questa portata non sia stata adeguatamente celebrata durante le premiazioni! Ma si sa che io sono una personcina timida e modesta e non voglio portare via attimi di gloria ai vari Caraglio, Tesarova (di cui dispongo di un cimelio rarissimo fornitomi da Roberto Sanna: il file audio con la pronuncia corretta del cognome!) e via discorrendo.

Però qui sulle pagine del mio blog lo posso scrivere. Tanto quasi nessuno è arrivato fino a qui a leggere... E’ stata una vittoria sudata, meritata, conquistata con coraggio e un pizzico di incoscienza (forse più di un pizzico), ottenuta nonostante io mi sia trovato a lottare con ostacoli ed imprevisti che avrebbero tarpato le ali a chiunque: i cancelli. Adesso fate tutti quanti quel paio di "page down" con i quali riempirò righe e righe di azzeccati calembour tra "cancelli" e "Cancelli", al secolo "Tonio Cancelli", uno degli amici che da anni vedo sui campi di gara, uno degli avversari più corretti e cordiali con i quali mi sono trovato ad avere a che fare (e il cui quarto posto nella over-40 al Bosco delle Cesane mi farà sbavare di invidia per tutto il 2017...).

Finiti i “page down”? Ancora non si vede uno straccio di cartina? Consolatevi: a questo punto, dei 10 lettori al massimo che ha il blog, siete rimasti al massimo in due o tre. Siete sul podio! Ed è arrivato il momento di partire dal venerdì sera al Castello di Gradara; località nella quale, scoprirò poi, i miei genitori erano stati in viaggio di nozze. La gara che mi aspetto è cittadina, con il castello che ha fatto da cornice alla storia di Paolo e Francesca che fa da cornice alle lampade frontali degli orientisti, ed alle parole dello speaker che parla con dovizia di particolari del quinto girone dell’Inferno di Dante, quello dei lussuriosi! Nella mia mente (bacata) dovrebbe trattarsi di un percorso sprint dal quale spero di uscire meno malconcio rispetto alla gara di Montalcino che aveva aperto la Tre giorni di Toscana… insomma: un buon modo per me per entrare in clima-gara. Tutte ipotesi che fanno a pugni con:

  • la lunghezza ed il dislivello della gara che mi faranno penare le pene dell'inferno
  • la distribuzione dei punti nei pratoni circostanti l’abitato (sequenza 3-9 e poi 11-13) dove le mie scarpe da running "suola liscia più soletta per aiutare la fascite plantare" mi faranno procedere come se io stessi affrontando una lastra di ghiaccio, e infine... infine...
  • all’ ”infine” ci arriviamo presto.
Diciamo che Edoardo Tona ed io affrontiamo la "mass start" dopo che la posa dei punti è appena completata. Edo si scapicolla giù per la discesa, ed al primo punto è davanti a me solo di qualche metro (perché in discesa “anche i sassi rotolano e non fanno muschio”). Balziamo insieme sulla strada sottostante, ed io lo vedo partire per il secondo punto andando dritto verso sud. A quel punto scatta il momento nel quale nella mia testa viene girato tutto un film (completo di titoli di testa e coda): mi immagino di essere uno dei fratelli Hubmann nel loro video "Go Hard or Go Home", e mi viene naturale pensare che la scelta di percorso migliore è quella di buttarmi verso nord a prendere la strada in discesa che mi dovrebbe portare ad un cancello aperto opportunamente segnato in carta con il caratteristico doppio trattino magenta. Da lì, prenderei la stradina verso ovest, poi un volo attraverso il prato, attraverso il cortile della villa fino a piombare sul punto. Già mi vedo mentre punzono, bello e solare come Clint Eastwood ne “Lo straniero senza nome” quando scompare all’orizzonte nel fonale del film, e dal basso potrò vedere Edoardo che risale faticosamente lungo il prato, con la sua scelta di percorso completamente diversa… e completamente perdente. Ecco il mio film.

Di conseguenza corro giù per la discesa come Peter all’inseguimento di Heidi (un Peter che ha l’età del nonno di Peter), curva a destra, svolta a sinistra e vedo il cancello. Chiuso. Ma porc...! E' un cancello di notevoli dimensioni, mica uno di quei cancelletti che fanno accedere all'area-cani dei nostri giardini pubblici. Ma ri-porc...! Vabbé. Questi sono gli inconvenienti dell'apripista. Non posso fare altro che ritornare sui miei passi camminando, mugugnando, imprecando qualcosa verso Edoardo che ha fatto una scelta sbagliata ma che gli consentirà di arrivare al punto senza problemi (e che si chiederà, come in effetti sta facendo da un po’, che fine ho fatto io). Bofonchio qualcosa circa le gare del venerdì sera in Toscana che non mi portano fortuna (ma realizzerò solo in seguito che sono nelle Marche!) e stringo in mano nervosamente la mia carta di gara che riporta in bella vista il mio numero di pettorale 83 e la mia categoria MElite. Poi mi cade l'occhio sull'angolo in alto a destra della carta: dice "M-35". Ma ri-ri-porc...!!! Vuoi vedere che ci sono stati dei problemi nell'abbinamento tra le cartine e le categorie? "Massimo! Massimo! Abbiamo due problemi!". Quando gli organizzatori mi vedono ritornare così al traguardo, capiscono che il primo problema se lo sono creati da soli quando mi hanno chiesto di fare lo speaker… “Abbiamo un cancello chiuso, ed abbiamo le mappe dei percorsi che potrebbero non combaciare con le categorie”. In un istante Massimo “Whites” Bianchi si precipita a passarmi la mappa di un percorso Elite e scatena la crew del Piccho Verde per andare a controllare il percorso.

Scoprirò lo strano finale solo dopo essere arrivato al traguardo, dopo altri 50 minuti, dalla direzione giusta e con tutte le punzonature: il cancello era chiuso, ma in realtà era aperto, nel senso che sarebbe bastato spingere quel cancellone... cosa che mi ero ben guardato dal fare visto che già una volta ero stato fermato dalla pubblica sicurezza per essere entrato in una area privata. Ma soprattutto Massimo aveva avuto il tempo di controllare tutte le carte di gara e verificare che la mia mappa era l'unica a non avere il percorso coincidente con la categoria. Di conseguenza ero l’unico tra tutti gli iscritti ad avere una mappa sbagliata. E quindi, Signore e Signori!, annuncio con gioia a tutti di aver ulteriormente migliorato ilrecord del mondo per l’unica cartina di gara sbagliata in una competizione orientistica: l'unica carta tra tutte quelle preparate dall’organizzazione! L’unica mappa errata presente in una qualunque cassetta posta dopo la partenza.

Dopo una notte di riposo agitato, per il sabato mattina il menu mi offre come colazione il percorso Elite sulla carta del Bosco delle Cesane. Ho chiesto di poterlo fare nella mattinata di sabato perchè: 1) i punti sono già quasi tutti posati e 2) il giorno dopo scatta l'ora legale e non ce la faccio ad alzarmi alle 5 del mattino per andare a provare il percorso. Colgo anzi l'occasione per segnalare che, quando sarò Presidente IOF vieterò la messa in calendario di qualunque gara nel giorno in cui scatta l'ora legale che fa dormire un’ora in meno! (ce ne sono di cose che devo fare da Presidente IOF...). A me si unisce ancora una volta Edoardo Tona, così almeno non avrò la sensazione di essere nel bosco completamente solo. Edoardo parte due minuti davanti a me, ma le nostre scelte per andare al primo punto di controllo sono completamente diverse: lui prende la strada di destra mentre io vado dritto in salita cercando di limare i metri di strada da percorrere. La mia direzione verso il primo punto di controllo sembra essere quella buona finché non supero l'ultimo vallone ad ovest del punto: supero la collina, mi sembra di trovare il sentiero segnato in mappa che taglia in costa (ne percorro per qualche metro uno ben tracciato) e mi lascio cadere sulla roccia dove dovrebbe essere il punto. Sfiga. E’ evidente che si tratta di uno dei pochissimi punti che non sono ancora stati posati. Cerco in lungo ed in largo il segno di una fettuccia, ma non vedo nulla: la parete rocciosa è molto estesa, dai bordi vagamente taglienti, ed il fondo del vallone in quel punto è abbastanza impervio. Tuttavia sono abbastanza sicuro del fatto mio perché la traccia di sentiero che avevo trovato poco prima è inequivocabile, e le altre due pareti rocciose presenti nel vallone sono abbastanza distanti. Decido dunque di uscire dal punto in bussola, lungo la linea di massima pendenza, in direzione del punto 11: se arriverò dritto sul punto, allora vorrà dire che la fascetta c'era e non l'ho vista; certo che se non troverò il punto... sarò già nei guai! Mentre risalgo penosamente la salita, dal fianco del costone sento la voce di Edoardo: "Stefano... mi sa che ti devo salvare da una Punzonatura Mancante!".
Giro sui miei passi e lo raggiungo in discesa. Per farla breve: ero veramente sulla roccia sbagliata, quella più a sud del punto (ed il sentiero che ho visto? Qualcuno mi dirà nel dopo gara di non averlo nemmeno considerato...). Scendo di nuovo nel vallone, risalgo penosamente qualche curva di livello ed arrivo su un'altra roccia: decisamente più piccola, molto meno accentuata, con un bell'albero che sporge sopra di essa... ed una fascetta a fare bella mostra del punto dove dovrà essere posata la lanterna (qualcun altro mi dirà nel dopo gara che la roccia del punto 1 era segnata in carta in modo molto evidente, seppure nella realtà molto più piccola di quella che avevo trovato io, perché più adatta per la posa di un punto di controllo...).

Vabbé... adesso che Tona mi ha salvato dalla Punzonatura Mancante, cerchiamo di fare le cose per benino (il mio tempo di gara è già quasi la metà del tempo che farà caraglio per completare TUTTA LA GARA!). Il punto 2 non è sbagliabile perché è la roccia alla fine di un avvallamento. Il punto 3 si vede arrivandoci di fronte (e intanto ho raggiunto Edoardo). Il punto 4 è in cima al dosso e una volta fatta la coppia di punti 5 e 6 c'è già la sensazione che si stia tornando verso l'arrivo. Menzione particolare per il punto 11 del percorso, quello che mi ero messo in testa di cercare 45 minuti prima per fare il punto della situazione: lo trovo arrivando dal punto 10, ripassando dal punto 2 e poi, una volta che sono ul dosso, "indovino" che lo spazio di un paio di metri che separa in modo abbastanza netto i due lati del boschetto è a tutti gli effetti il sentiero segnato in carta.

Questo "indovino" si rileverà la parola giusta perché trovo il punto in un tempo ragionevole, stacco Edoardo che è andato in crisi di fame (e al quale riuscirò a recuperare il distacco assurdo che mi aveva dato a Gradara), ma soprattutto impiego sulla tratta 10-11 un tempo di 2'45" inferiore a quello dell'atleta che in quel punto l’indomani mattina si troverà in testa alla gara Elite, e che proprio in quel punto ci lascerà le penne. Dalla 11 in poi devo solo far andare quel che resta delle poche energie, per arrivare con un tempo di poco superiore all'ora e mezza di gara (e pensare che una volta mi accontentavo di impiegare il doppio del tempo del vincitore...).
Dopo aver bevuto tutto quello che potevo bere per reidratarmi, arrivano le 12.30 del sabato ed il menu del pranzo del sabato propone la prova del percorso Elite di Urbino. La mia prima considerazione in merito è che Urbino è bellissima, un posto esageratamente bello per farci orienteering… o almeno così mi hanno detto tutti: io ho passato la maggior parte del tempo di gara con le mani sulle ginocchia e la testa bassa, a guardare i piedi e a sentire lo stomaco che aspettava solo di rovesciarsi. A questo proposito dovrei proprio scusarmi con la coppia di ignoti fidanzatini che stavano beatamente limonando sulla rampa di scale che portava verso il punto 13, e che hanno distintamente sentito, anche al culmine del loro ardore, il sottoscritto che una rampa di scale più in alto stava rumorosamente svuotando lo stomaco di acqua e succhi gastrici vari. Ma perché le mie scelte di percorso devono sempre trovare qualche ostacolo imprevisto (leggi: cancelli) lungo la strada?
Accade infatti che per andare dal punto 4 al punto 5, dopo aver fatto il percorso di bob sulla strada dato che non sono riuscito a capire un cavolo delle piccole aiuole con pendenza del 70% (in verde mi sarebbero balzate all'occhio di più) decido di fare la scelta a sinistra e infilarmi quindi nella scala a chiocciola che mi dovrebbe portare al livello del piazzale. Primo giro: scendo ancora. Secondo giro: scendo ancora. Terzo giro: forse non sono ancora al livello giusto, ma tanto c'è un cancello chiuso con tanto di catenaccio e lucchetto che mi impedirebbe di uscire. Quarto giro: altro cancello con catenaccio e lucchetto. Quinto giro: ... comincio a pensare che qualcosa non va per il verso giusto... Sesto giro: sono arrivato in fondo alla scala a chiocciola. Sono praticamente nelle catacombe di Urbino, c'è un po’ di immondizia rotolata fino in fondo alle scale, tanta polvere e terra ma di una uscita nemmeno a parlarne. E comunque sento distintamente che le ruote delle automobili passano SOPRA la mia testa. Ma porc…! Risalgo. Settimo giro: nessuna uscita. Ottavo giro: cancello con catenaccio. Nono giro: cancello con catenaccio. Decimo giro: nessuna uscita. Undicesimo giro: sono di nuovo in cima alle mura.

Mi viene quasi da piangere. Comunque ho abbastanza tempo per finire il mio giro senza dover avvisare immediatamente gli organizzatori (in un perfetto remake di quanto successo il giorno prima a Gradara). Facendo il giro del fullo, raggiungo il punto 5 rischiando la vita per evitare le macchine ed i bus che stanno parcheggiando sul piazzale. La 7 e la 8 sono davvero carine nei vicoletti, ma la strada per la 9 è solo dolore per la salita, la discesa e la risalita. Si sale ancora per andare alla 10, una salita veramente da sbucciarsi il naso. Si sale ancora in cima al mondo per andare alla 11 e, quando dalle mura della fortezza di Albornoz guardo davanti a me e capisco che l'arrivo è più o meno alla stessa altitudine alla quale mi trovo, ma con l'orrido vallone in mezzo, penso che la mia vita potrebbe essere assai meno complicata di così.

Per andare alla 12 scendo dal passaggio ad ovest della fortezza: una nuova scala a serpentina che termina... in mezzo ad un bancale di formaggi! Mi chiedo se ci siano altri orientisti che possono raccontare le peripezie che capitano a me!!! La strada ad ovest della fortezza, infatti, è teatro il sabato mattina del mercato ambulante. Alle 13 tutti i venditori sbaraccano i loro bancali, e quello posizionato proprio ai piedi delle scale non ha trovato niente di meglio da fare che posizionare il bancale dei formaggi contro l'uscita del passaggio per fare spazio al camioncino con il quale deve portare via tutto. Questa è la volta che mi porto via la caciotta, il pecorino e anche tutta la forma di grana... altro che punzonatura! "Ehmmm... scusi... mi darebbe una mano a passare, che dovrei fare una gara e non vorrei rovesciare a terra tutta questa roba?".

L'ambulante si avvicina perplesso, sposta il bancale di quel poco che basta per farmi passare, e così posso riprendere il mio percorso. Discesa in picchiata verso la 12, la risalita-con-vomito fino alla 13 e poi ultime lanterne fino al traguardo. Da qui, nelle due ore successive, lo speaker dovrà cercare di spiegare ai concorrenti che tutta l'area attorno all'arrivo (che è situato proprio al centro della piazza) è zona gara. Il tutto ovviamente senza spoilerare troppo il percorso… Alla fine della mia fatica mi verrebbe da stimare quanto tempo mi sono costati il passaggio chiuso nella scala a chiocciola ed il bancale di formaggio da far spostare, ma sono convinto che resterei ugualmente adesso alle bassissime posizioni della classifica.
Ma poi a me che mi frega? Mi era sufficiente terminare la gara di Urbino per vincere la Tre giorni delle Marche in Elite! Ed è stato esattamente ciò che ho fatto, anche se nessuna premiazione era mai prevista per questa classifica e se nessuno ci crederebbe mai. Sancho Panzottello: il vincitore della Tre giorni delle Marche in Elite. Nonostante i cancelli aperti, chiusi, semichiusi e accostati, e nonostante i formaggi: quelli ingurgitati e quelli schivati lungo il percorso. Continuo a preferire quelli che metto nel piatto, ma deve essere la prima volta che mi tocca schivare una caciotta per arrivare al traguardo: forse potrei inaugurare una nuova classifica, tanto ormai la leadership assoluta totale universale dell'orientista che ha ricevuto più volte l'unica mappa sbagliata di tutto il percorso è mia per i secoli a venire!
Ps: nelle Marche e in Toscana BISOGNA tornare a gareggiare. La prossima volta però chiederò ai sindaci di far votare una legge regionale che impone l’apertura di tutti i cancelli con due giorni di anticipo sul fine settimana. E dico “due giorni di anticipo” perché se il mio stato di forma fisica decade in modo lineare, tra un po’ mi toccherà provare i percorsi il giovedì per essere sicuro di poterli commentare al microfono la domenica!

Wednesday, March 01, 2017

Milano vista con gli occhi di Remo


“Mi chiamo MOO. Milanio Orbitalio Orientistico, fulgido esempio di confronto agonistico, punto di approdo per legioni di felici corridori, icona memorabile dell'unico vero genio Remus Madellus. E avrò la mia vendetta, in questa edizione o nell'altra!

Si. Io sapevo che il MOO avrebbe avuto la sua vendetta. Su di me, intendo. Solo su di me. La prima edizione del MOO, di cui scrivevo su questo blog circa un anno fa ancora inebriato dall’adrenalina, è corsa nelle mie vene per 12 mesi, trascorsi in attesa di una nuova edizione nella quale cercare di fare ancora meglio che all’esordio. Una edizione 2016 davvero tanto esaltante, tanto memorabile, e persino tanto epica era stata per me (e per la squadra di cui facevo parte), terminata con una incredibile lunghissima corsa sotto la pioggia battente in compagnia del mio compagno di squadra Marco. Proprio lui: Marco... quello che tanti anni fa riuscì nell’impresa, che non fu quella di vincere due campionati italiani a staffetta in squadra con altri atleti forti quanto lui, ma di vincere un campionato regionale a staffetta da solo, a tal punto che persino il cronista dell’archivio federale FISO scrisse che era inutile citare il nome del suo compagno di squadra perché Marco - matematica alla mano, mica opinioni - con il suo tempo di gara avrebbe vinto insieme a qualunque altro staffettista. Che andrebbe detto pure, per inciso, che il cronista ero io: venni pure ricoperto di insulti per aver lasciato nell'ombra, senza neppure uno straccio di citazione, quel povero orientista che aveva corso con Marco e che comunque quel titolo regionale in qualche modo lo aveva vinto lui pure!....

MOO 2016 era rimasto memorabile per tante cose. Due di queste: il quinto posto in classifica finale ed il il pezzo che scrissi sul blog; a detta di alcuni amici presenti all'edizione 2017, un pezzo che aveva contribuito a dare loro motivazione e carica per iscriversi e prendere parte alla seconda edizione, che si sarebbe presentata sicuramente come ancora più dura (atleticamente) e ancora più ricca di insidie (tecnicamente e mentalmente) rispetto alla prima edizione. Ed un pezzo che, nella mente di alcuni pazzi lettori, aveva immediatamente catapultato Marco e me nella ristretta cerchia dei favoriti per la vittoria della seconda edizione (oh! Io continuo a dire che il pezzo più bello che ho letto sul MOO 2016 è quello scritto da Alessandro Di Pace sul sito del Varese Orienteering…).

Purtroppo per questi pazzi lettori, ahimé!, nulla di tutto ciò che avevo fatto per prepararmi al MOO 2016 l’ho potuto (o voluto) ripetere nel 2017. Ripensando a 12 mesi fa, in questo periodo scrivevo dei miei allenamenti costanti, di quel po' di dieta che aveva contribuito a riportare il mio peso ad una quota tale da evitare di farmi imbarcare nella stiva come bagaglio ingombrante. A distanza di 12 mesi, sbarcato sul 2017, potrei scrivere un blog dedicato alla fascite plantare (ed ai rimedi suggeriti per guarire: il primo è sempre "stai fermo!"), ad un peso fuori controllo, agli stati ansiogeni al limite del classico tòpos fantozziano "manie di persecuzione e miraggi". Ogni giorno che passa, il diario degli allenamenti resta desolatamente vuoto: d'altra parte, dopo le 12 o 13 ore quotidiane in ufficio, le forze residue non sono dedicate ad uscire a correre ma solo ad aprire il primo barattolo che passa per le mani (irrespective of whether the expiration date has passed or not).

Ma poi arriva la data del MOO, ed i casi sono due: o si resta a letto a dormire ed invidiare tutti gli altri, oppure ci si convince che almeno quel giorno i piedi bisogna essere pronti a muoverli per 5 ore o giù di lì, sperando che la fascite plantare non si faccia sentire sul più bello.

"I pali della darsena" (Marco ed io) si sono schierati al via del MOO 2017 con la stessa formazione 2016; in realtà avevamo in serbo (ma sarebbe più credibile dire: in sloveno) una sorpresa per tutti. Un terzo elemento che si sarebbe inserito in squadra all'ultimo momento, ma uno in grado di spostare le sorti della tenzone a nostro favore. Il nome "I Pali della darsena" era un richiamo al nostro unico errore del 2016 (nonostante ci sia stato qualcuno che, ironizzando, ha pensato che fosse una specie di allusione a determinate doti amatorie...), ma anche un evidente richiamo alle doti di mobilità e di elasticità del sottoscritto, soprattutto nella zona articolare inferiore. A questo punto devo ammettere che non so ancora con che nome potrei iscrivermi alla terza edizione del MOO 2018, anche se temo che potrebbe venire fuori qualcosa di troppo lungo: una prima opzione suggerita dallo sponsor Luxottica potrebbe essere “quello che in metropolitana preferisce guardare le ragazze perché non ha abbastanza diottrie per guardare fuori dai finestrini”, ma lo sponsor Zanichelli potrebbe ribattere con “quello che dopo 4 ore di corsa non capisce più la differenza in italiano tra le parole quali e quanti”. Alla fine penso che potrebbe prevalere l’impresa di pompe funebri San Siro con un bel “quello che gli tocca invadere il cimitero per andare a leggere le scritte sui vetri della chiesetta” (sempre in collaborazione con Samoiraghi).

Ma noi non eravamo quelli che avevano in squadra LA SORPRESA? Che è come dire che in una partitella tra amici avremmo schierato in campo Ibrahimovic a sorpresa (oh! Io di calciatori sloveni non ne conosco...). E sfido chiunque a non ammettere che Ibra è uno che, se scende in campo adesso con qualunque squadra, decide le sorti di qualunque partita. Purtroppo lo schieramento a sorpresa è saltato per aria sabato pomeriggio, a poche ore dall'inizio del MOO: mi chiama infatti lo stesso "Ibra" per dirmi che ha deciso di cambiare squadra. Che ha deciso che parteciperà al MOO ma non con noi, bensì in una squadra che schiera già (tanto per continuare con un esempio calcistico) un attacco con Cristiano Ronaldo e Leo Messi. Però "Ibra" mi dice anche che siccome questi due non sono non sono bravi come me a fare goal… è meglio se va a dare una mano a loro anziché a noi, così le sorti del MOO non sono troppo squilibrate a favore di me e Marco, che ci liberiamo liberi da una presenza ingombrante come la sua a centro area e possiamo manovrare meglio sulle fasce. Io resto lì come se fossi Gonon e qualcuno mi avesse detto a poche ore dal via dei WOC che la staffetta Gonon-Basset-Gueorgiou è diventata Gonon-Basset-Gallettì (con l'accento).

A questo punto è tornato buono il mio pronostico della prima ora. Nei giorni precedenti il MOO avevo studiato la composizione delle varie squadre, concentrandomi soprattutto su quelle che avevano in squadra nomi di orientisti. Suddividendo le squadre in varie fasce, avevo capito da subito che con ogni probabilità 8 squadre ci sarebbero finite sicuramente davanti. Con altre 6 ci saremmo giocati le posizioni di rincalzo. 8 + 6 = 14… Di conseguenza il mio animo negativo e pessimista (e ansioso) avrebbe puntato tutti i soldi della scommessa su un quindicesimo posto del tutto anonimo rispetto ai fuochi artificiali del 2016. Tuttavia... mano a mano che si avvicinava il MOO, ho cercato di farmi coraggio e quindi… dai!... magari non tutte le squadre di orientisti ci sarebbero finite davanti! Diciamo sicuramente le 8 più forti e magari solo 3 (su 6) tra quelle di orientisti meno accreditati. Risultato finale dell'elucubrazione: dodicesimo posto. Questo, ovviamente, senza contare le squadre composte da soli non-orientisti. Così è successo che, quando nel parterre del MOO 2017 ho visto attorno a me volti mai visti (come succede sempre alle elezioni federali FISO) ma fisici tonici con gambe guizzanti ed abbigliamenti super-tecnologici da Marathon des Sables, ho rapidamente messo da parte qualunque velleità di poter puntare alla top ten.

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Diciamo che alla fine arriva la domenica mattina del MOO. L'unica MOOmenica mattina in questo 2017. Siamo all’o la va o la spacca, insomma... Succede che già mentre sono sul tram, e mi accingo ad attraversare la città, capisco che la situazione non è delle migliori: penso infatti di essere sul 15 che mi porta a Missori, e poi da lì con la metro gialla alla partenza di Dergano, ed invece guardando attorno a me mi accorgo dopo un po’ di fermate che sono sul 3, che non incrocia mai nemmeno per sbaglio la linea gialla! Il senso di vertigine che mi prende mentre cerco, a mente, di raccapezzarmi con i collegamenti tra le linee metropolitane è paragonabile solo al panico che mi prende pensando che di lì a poco dovrò cimentarmi con lo stesso tipo di problemi, ma in corsa (o meglio: rantolando dietro a Marco) e in pieno acido lattico. Lo sbandamento che mi prende sul tram farebbe venire voglia di tornare a letto sotto le coperte, con le tapparelle chiuse e la stanza completamente al buio; oppure trovare un modo per non vedere nulla di quello che succede attorno a me…

Alla fine arrivo a Dergano. Dove in vita mia sono stato solo due volte. La prima volta ero molto giovane: ero andato in Via Candiani al solo scopo di comperare una stecca da biliardo per un amico di Piedicastello, una "fraschetta arlecchino" da trecentomila lire che per l'epoca, era un botto di soldi da far accapponare la pelle; ricordo che andai in Via Candiani con i soldi nelle mutande (giuro!) per evitare che me li rubassero (mia madre, sapendo che un mio amico era pronto a spendere 300 carte per una stecca da biliardo, pensava che io stessi frequentando una compagnia di delinquenti...). Il venditore di stecche da biliardo non ha mai saputo dove erano state fino a poco prima le banconote che mi avevo messo in mano…La seconda volta ci ero andato dopo il funerale della povera Mary D'Amelio, per accompagnare una amica.  Di conseguenza non è una zona che mi metta di ottimo umore. Mentre sono perso nei miei pensieri e vedo da lontano il ritrovo, si affianca una macchina: è quella del "Perfido". Un flashback. L'anno scorso, dopo che sul blog avevo decantato tutti i miei allenamenti, alla prima gara in notturna al Lago Nord di Paderno Dugnano, il "Perfido" aveva chiosato: "Beh...? Non gli fate i complimenti per tutti i chili che ha perso e per quanto è allenato??? E pensare che se non lo avesse scritto sul blog, a vederlo non mi sarei nemmeno accorto che si è messo in forma!”. Quello che il "Perfido" mi ha detto quest'anno, dopo aver parcheggiato la macchina e fatto scendere moglie ed eredi, non è riferibile...

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“Ma il MOO? Il MOO dove è finito??? Basta con queste descrizioni di quello che pensi e di quello che hai fatto 10, 20, 30 anni fa!!! E le cartine? Dove sono le cartine?? E le scelte di percorso???”

Cosa vi devo dire? Il MOO è Milano vista con gli occhi di Remo. Nel bene e nel male. O forse anche “nel bello e nel brutto”. Il MOO è una cosa che bisogna fare almeno una volta nella vita perché, soprattutto per chi a Milano ci vive, il MOO è sempre un po’ un viaggio dentro a sé stessi. Remo ci ha fatto vedere tante facce di Milano durante il MOO 2017. Qualcuno potrebbe tornare a casa pensando che il "bello" è il quadrilatero della moda con via Montenapoleone e via della Spiga, dove corrono le Ferrari e parecchia polvere bianca; qualcun altro potrebbe rispondere che il "bello" è il quadrilatero multietnico di Segesta (Remo è riuscito a farci utilizzare la stessa mappa per correre in entrambe le zone... là dove si diceva "il genio"), di cui ormai le cronache cittadine nemmeno si occupano più e che è ormai noto come "il quadrilatero del degrado a due passi dall'Eden".

Con l’altro palo della Darsena ho affrontano la prima tappa nel quartiere di Prato Centenaro, non lontano dall'Università Bicocca, in uno scenario post-atomico da domenica mattina in un qualunque posto nel quale è stato indetto il coprifuoco totale, dove Marco ha mostrato subito di avere un passo completamente diverso dal mio, ed i minuti di ritardo sul piano di volo hanno cominciato ad accumularsi. Poi ci siamo trasferiti nel quadrilatero del degrado di Segesta, dove una delle domande prevedeva il riconoscimento di un frutto che penzola da un albero... ed ancora una volta meno male che c’era Marco perché chiedere a me di riconoscere un frutto che penzola da un albero è come chiedermi di riconoscere un’automobile dal logo sul portello posteriore. Zona monumentale, con Marco che continua a correre imperterrito ed io che ormai sono in totale debito di ossigeno, e passaggio dal “punto orario” del Rock Burger dove incrociamo tante altre squadre che sono convenute lì da ogni punto della città. Poi il lungo trasferimento fino a Cascina Gobba (dove perdo la tessera del tram), e a quel punto dobbiamo ammettere che non ce la faremo mai a completare il percorso e quindi dobbiamo rinunciare o al quadrilatero di Montenapoleone o a quello di Porta Romana e Porta Vittoria. Per stare sul sicuro ci fermiamo a completare le punzonature della zona centrale di Milano (dove comincia a manifestarsi la fascite plantare) ma la delusione per non essere riusciti a completare il percorso è davvero troppo forte.

Alla fine siamo di ritorno in via Candiani in 4 ore e 46 minuti. Un tempo molto simile a quello dell’edizione 2016, solo pochi secondi di differenza, ma un risultato finale che va decisamente stretto alle doti orientistiche di Marco che ha corso e si è orientato per tutti e due: quindicesimo posto (vedi le considerazioni sopra). Purtroppo le squadre si muovono alla velocità del bisonte più lento, ed in questo caso era palese fin da subito che quel bisonte ero proprio io.

Mi rimangono del MOO 2017 tante cartine, ancora tanta adrenalina, bei ricordi e soprattutto la convinzione che Il MOO è Milano vista con gli occhi di Remo. Il mio invito, a tutti gli orientisti e non solo, è che l’anno prossimo veniate ancora in tantissimi a vedere la città con gli occhi di un orientista che definisco un po’ sognatore e un po’ genio, un po’ fuori dagli schemi e con un modo di pensare alle cose quotidiane un po’ diverso dal mio. Ma che nel MOO riversa tantissime energie e trova sempre il modo di sorprenderci. Così che anche io, l’anno prossimo e se tutto andrà bene, sarò ancora una volta al via del MOO 2018. Anche se non ho ancora deciso con quale nome…
(mappa generale)








Thursday, January 26, 2017

Nuovo catalogo disavventure orientistiche 2017


Per una stagione agonistica che sembra essersi chiusa da pochissimo, ecco subito un’altra che si apre quasi senza soluzione di continuità. Così, mentre gran parte del popolo orientistico attende con ansia crescente i racconti di Dario nelle Oricup trentine, anche alle latitudini lombarde non abbiamo niente di cui lamentarci; non è ancora finito il mese di gennaio ed io posso già mettere nel raccoglitore delle cartine tre (anzi quattro!) nuovi cimeli: Casorate Sempione in pieno periodo di doni portati dalla Befana, Besana Brianza la settimana successiva e poi Cantù a distanza di un altro fine settimana. Tre uscite che, ovviamente, mi hanno regalato vittorie a profusione, gloria e nuovo guadagnato rispetto da parte dei miei avversari di ogni genere (maschile e femminile) e grado (under-14 o over-70). E’ infatti assodato che io sono democratico, non guardo in faccia a nessuno e tratto sempre tutti nello stesso modo: mi faccio sempre battere da tutti quanti!
Come ogni orientista che si rispetti, potrei snocciolare scuse mai banali a giustificazione delle mie performances di inizio 2017. Ma io sono l’Impiegato Panzottello, non uno qualunque! Godo persino di una citazione speciale a pagina 90 del libro di Dario Pedrotti (uhmmm… però è anche vero che sono citato solo come speaker…) e per questo motivo il racconto delle mie peripezie rimarrà sempre fedele alla verità storica. Spero, in questo modo, di spingere altri come me a cimentarsi con la cartina e la bussola, in nome della norma del regolamento che dice “Per quanto possiate essere poco allenati e scarsi, c’è sempre in giro qualcuno che si è allenato meno di voi e che si perde in modi ancora più incredibili!”.
Casorate Sempione. E’ il 7 gennaio 2017 e sono passate solo tre settimane dall’ultima uscita agonistica 2016 coincisa con l’ormai classica “49 lanterne” brianzola. Detta così a perenne ricordo dell’ignoto imbecille, evidentemente fan di Gigliola Cinquetti, che canticchiando “E qui comando io \ E questa casa mia…” ha tolto dal percorso una lanterna posizionata accanto ad un albero che stava vicino ad un recinto più inviolabile delle mura vaticane. Uscito per la prima volta dalla 49 Lanterne con tutte le punzonature complete ma con una fascite plantare che lévati, mi sono adagiato nel comfort del periodo natalizio con tutto il suo contorno di panettoni, pranzi e cene; ho interrotto le mie gaudenti giornate solo in occasione della corsa podistica di Moncucco, una classica del 26 dicembre nella pianura tra Milano e Pavia, dove solo i cavalcavia dell’autostrada vengono a rompere il passo del podista. Messa in saccoccia la mia peggior prestazione in carriera sui 13 km della gara di Moncucco (2’45” più del 2015), ho messo il cuore in pace, i piedi in ammollo e ho azzerato quel file degli allenamenti di cui andavo tanto fiero nello stesso periodo 2015-2016 quando vedeva allungarsi la fila delle “uscite brevi” (60 minuti), “uscite lunghe” (90 minuti) e  “uscite a tempo” (10 km da fare nel minor tempo possibile). I piedi restano doloranti in ammollo finché un bel giorno squilla il telefono e… “sabato 7 gennaio si corre a Casorate! Vedi di esserci!”.
Certo che vedo di esserci! Anche perché Casorate Sempione è uno di quei posto che ho sempre portato ad esempio di impianto orientistico adatto ad un movimento lombardo in fase di ricostruzione: il bosco sarà anche piatto, e probabilmente conosciuto a chi ci ha corso tre volte, ma dove la trovo un’altra cartina abbastanza centrale rispetto alla Lombardia e a 2\3 km dall’uscita dell’autostrada? Ecco quindi che la Befana non è ancora volata via sulla sua scopa e l’Impiegato Panzottello già tira fuori lo zaino dall’angolo più polveroso del ripostiglio, e visto che ci siamo scopre sul fondo i calzini usati nella 49 lanterne (che pensavo di aver perso). In previsione del freddo tonante del gennaio 2017, investo qualche euro nell’acquisto di un pantalone termico in saldo: non è la marca number one del settore e dubito che potrei mai andarci sul pack, ma confido che per Casorate sarà sufficiente…
Bando alle ciance! Come è andata a Casorate? Male! In che altro modo poteva andare? Non era il pantalone termico che dovevo comperare, ma le gambe bioniche! Infatti alla partenza, che sia per il freddo oppure no, le gambe non vogliono NEMMENO SAPERNE di mettersi in moto. La primissima tratta del percorso è “a vista” di chi non ha ancora preso il via, ed io immagino con terrore i commenti di coloro che posizionandosi alle mie spalle mi vedranno arrancare fino al primo boschetto con una andatura che il Gabibbo al confronto è Usain Bolt… Per questo motivo cerco di infilarmi alla massima velocità possibile tra i primi alberi del 2017, per poi fermarmi dopo poche decine di metri già con il fiatone e le pulsazioni a 170 battiti al minuto. Con le partenze ogni minuto, non passa molto che vedo passare qualche metro alla mia sinistra le due giovani fionde della Besanese: Marco Di Stefano e “Mago” Magenes. Ecco… devo dire a vantaggio della mia esperienza (vecchiaia?) che le due fionde viaggiano davvero a velocità warp, ma la loro direzione verso il primo punto è di un paio di decine di metri troppo spostata a sinistra. Il punto, infatti, compare davanti a me… e così inizia una sorta di balletto che, per qualche secondo, renderà il tutto simile ad una comica di Ridolini: io vedo il punto davanti a me e mi fermo. “Mago”, di cui vedo le spalle davanti a me sulla sinistra, capisce di essere andato leggermente lungo e forse storto e quindi rallenta e comincia a far ballare l’occhio attorno.
In queste condizioni, lo sappiamo bene tutti quanti e non dite di no!, l’orienteering si fa anche ad orecchio: sono fermissimo, ma se provo a muovermi tra i rami del bosco darò immediatamente un punto di riferimento al “Mago”. Ma non posso mica restare fermo lì fino all’imbrunire! Così metto su il mio vestito da Zorro, la maschera di Zorro e provo a spostarmi di qualche metro verso il punto senza fare rumore. Sfiga. Cercando al buio nell’armadio il costume di Zorro, ho pescato la gruccia con il costume del sergente Garcia: primo passo… CRAKKKKK! “Mago” si volta di scatto e, nonostante io abbia un vantaggio di un paio di decine di metri rispetto a lui, è lui ad arrivare per primo sul punto. Dopodiché lo vedo schizzare via come una lepre in direzione… in direzione… in direzione di boh?!? La mia scelta per andare al secondo punto è distante 90 gradi rispetto a quella presa da Francesco. Compiaciuto della mia abilità tecnicotattica “’sti ragazzi corrono come lepri, ma ne devono ancora mangiare di pagnotte…” ritorno sul prato, attraverso un sentiero, costeggio un campo coltivato e mi infilo di nuovo nel bosco alla ricerca del secondo punto, appena un po’ perplesso dal fatto che alle mie spalle non arriva più nessuno. Sentiero, bivio di sentieri, attacco nel bosco… ma la cosa che mi trovo di fronte non è il punto di controllo bensì coach Cristian Bellotto in meravigliosa tuta Halden SK (!!! che doveva essere mia !!!) che è lì nei paraggi a posare il punto. Lui guarda me con tanto di occhi grossi così: il fumetto dice chiaramente “che ca..o ci fa da queste parti???”. Io guardo lui pensando “come ho fatto a raggiungerti?”. Poi mi cade l’occhio sulla cartina, sul cerchietto ma soprattutto sul numero a fianco del punto che sto cercando: è il numero 6.
Punzonatura mancante! Al secondo punto della prima uscita della stagione agonistica 2017… se il buongiorno di vede dal mattino, io sono nel pieno della notte in Antartide alla base Outpost 31 e “sono già troppo stanco per tentare qualche cosa” (questa è una grande cit.).
Dato che sono arrivato al punto 6 e le gambe non vogliono saperne di tornare indietro, proseguo in direzione del 5, poi, del 4, del 3 e del 2. Chiudo il cerchio tornando al punto 1 e mi immetto nella seconda parte del percorso. Qui non succede nulla di trascendentale, salvo il commento di due forti master che al punto 13 mi devono arrivare e si dicono tra loro indicando me “certo… si può fare orienteering anche alla sua velocità… è chiaro che così i punti li trovi facilmente”. Concetto questo che ritroverò espresso in maniera molto più convincente e didattica in uno dei brani dedicati all’orienteering di “Confessioni di un runner d’alta quota” - Dario Pedrotti – Ediciclo – in vendita a euro 14,50 non solo nelle migliori librerie. Torno a casa dalla giornata di Casorate Sempione in compagnia della signora Plantare (di nome Fascite) che non smette per un solo istante di darmi il tormento fino a tarda sera.
Ce ne sarebbe abbastanza per mettersi, fisicamente e mentalmente, già in bacino di carenaggio. Ma la tempra del vecchio Impiegato Panzottello è dura a cedere, e quindi mi iscrivo per il sabato successivo per la corsa a Besana Brianza. Il programma prevede la sprint in paese ed una finale microsprint a caccia in base ai tempi impiegati nella prima tappa.
Ho già detto che MI PIACCIONO TANTO le microsprint? Mi fanno tornare alla mente le gare di contorno in Ungheria, in Danimarca, quella volta che a Miskolc Tapolca ho battuto in batteria qualche nazionale straniero venuto a correre il mondiale ed ho rischiato di correre la finale contro Fabian Hertner… Solo che la microsprint di Besana Brianza di corre in notturna. Ho già detto che ODIO LE NOTTURNE? Ma non mi perdo di animo. Evito di perdere di nuovo i calzini nello zaino, mi rimetto i pantaloni termici e sono al via a Besana nonostante il freddo. Una prima informazione mi aveva lasciato leggermente basito: il ritrovo è al palazzetto di Via De Gasperi, il percorso è in paese a Besana… ma ci saranno due chilometri tra il palazzetto ed il centro! Infatti alle 15 circa l’organizzatore invita i partecipanti ad una sgambata di riscaldamento per raggiungere la partenza tutti insieme: SGRUNT! Ce n’è a sufficienza per esaurire le poche energie di cui dispongo, anche perché i partecipanti constano di vari campioni italiani, di vari nazionali giovanili, di non-ancora-nazionali-giovanili-ma-siamo-lì e da un Impiegato Panzottello che già sbuffa sulla prima salita. Il riscaldamento comunque ha una sua utilità: ci fa capire che il terreno di gara sarà tutto un susseguirsi di lastroni di ghiaccio sui quali c’è il concreto rischio di lanciarsi in evoluzioni che al confronto Jane Torvill e Christopher Dean erano dei simpatici Bambi sul ghiaccio.
Quando mi danno il via, le gambe girano leggerissimamente meglio rispetto alla settimana prima, ma tutti i neuroni e le sinapsi sono dedicate ad evitare di mettere i piedi sul ghiaccio. La qual cosa risulta inevitabile lungo quelle strade che sono COMPLETAMENTE ricoperte di uno spesso strato di ghiaccio, come ad esempio la strada che porta al punto 8. Anche lo stretto passaggio in uscita dal punto 8 è completamente ghiacciato, ma almeno è in discesa e mi consente di fare per una ventina di metri qualche trick in modalità Tony Hawk de’ noialtri.
Quando arrivo al traguardo, decisamente affannato e infreddolito, il mio tempo mi mette in fondo alla lista di coloro che prenderanno parte alla seconda manche “a caccia” che si correrà tutta attraverso il centro sportivo di Besana Brianza. I muscoli delle gambe si raffreddano immediatamente durante l’attesa, e quindi mi presento alla griglia di partenza pronto a scattare quanto un lampione della luce. Il primo a partire è il “Mago”, e la sua luce frontale svolta subito a sinistra verso il primo punto di controllo dopo i primi metri in discesa. Dietro al Mago partono tutti gli altri. Io sono sempre in fondo alla fila, con indosso un rivedibile maglione grigio con la greca che mi fa sembrare Charlie Brown…

Comunque, partenza dopo partenza, arriva anche il mio turno. Sulla piazzola dipartenza rimango io, rimane Ivano Benini, rimane il tracciatore Luigi Giuliani e rimane il nazionale juniores Cesare Mattiroli che, infortunato, si prende cura del mio maglione. Sono pronto ad accendere la luce frontale e a lanciarmi all’inseguimento di tutti gli altri…
Piccolo interludio: in previsione della Night Hawk del Giugno 2016 al Passo Coe (quella che non è andata molto bene) io, PLab e Bibi e Atty avevamo deciso di acquistare finalmente una luce frontale come Dio comanda. Dopo N-mila ricerche su internet, PLab aveva trovato un set di frontali con un rapporto qualità\prezzo che, oso dire, rasenta il furto ai danni del produttore. Poi andò a finire che la pila frontale io non l’avevo usata (ero speaker) e quindi era rimasta imballata nella confezione fino al venerdì sera di Montalcino (Tuscania Three Days) dove però la avevo passata al moldavo che gareggiava per vincere l’Elite e che non se la era portata da casa
… accendo la luce frontale e FLASH!!!! Si accende un faro tipo “riflettore di San Siro”. Peccato che la luce punta dritta in avanti e illumina un pezzo di strada distante 50 metri! Dato che non vedo una cippa di quello che ho ai piedi, e ciò che mi aspetta a 50 metri faccio in tempo a dimenticarmelo prima di esserci arrivato sano e salvo, comincio a piegare la testa sul petto fino a sentire il CRIC! della cervicale. A quel punto il faro punta un paio di metri davanti a me, ma gli occhi guardano l’ombelico, di respirare non se ne parla nemmeno e la cartina rimane un oggetto misterioso. Così come misteriosa è la tendenza degli orientisti ad andare avanti nonostante tutto, nonostante la direzione non debba per forza essere quella giusta. Mi appoggio la frontale sul naso e cerco di guardare la cartina per farmi una idea della direzione da prendere…
… sono al termine del corridoio, pochi metri a sud del punto 10, e quindi dovrei muovermi verso sud. Ma quando mi giro, verso quello che credo il sud, l’ago della bussola non rimane fermamente inchiodato ma gira con me: adesso mi indica come sud una direzione che va verso il “pallone” dove giocano a tennis. Mi giro di nuovo verso il parcheggio e la strada provinciale, e l’ago adesso indica che il parcheggio e la strada si trovano a sud rispetto a me. Per quanto mi giri e mi volti, l’ago rimane inchiodato; ci metto una eternità di tempo per capire quello che invece dovrebbe essermi chiaro subito: la bussola è ROTTA! Ciò che invece non è affatto chiaro a Ivano, a Luigi e a Cesare che sono rimasti sulla piazzola, è che cosa ci faccia quella luce ferma sul posto a girare su sé stessa…! Torno indietro, mentre i tre dell’Ave Maria un po’ sono perplessi e un po’ si sganasciano dal ridere, e mi faccio dire dove è il punto di partenza e dove mi trovavo a fare tutto quel po’ po’ di balletto. Con due punti di riferimento fissi, abbandono l’idea di usare la bussola e faccio la microsprint basandomi solo sulla carta di gara... e su una luce frontale che più che altro mette in difficoltà le auto che transitano sulla provinciale e gli aerei in decollo da Malpensa! Ci metto un tempo infinito per finire il percorso: quando arrivo al traguardo, è rimasto soltanto Cesare al solo scopo di riconsegnarmi il maglione di Charlie Brown.
Tutto questo basterebbe per chiudere definitivamente ogni attività invernale, ed in fondo io ho detto più volte che ODIO LE NOTTURNE, ODIO LE MASS START e ODIO LE GARE A SEQUENZA LIBERA. E fu così che, a distanza di 7 giorni dall’esperienza traumatica di Besana Brianza, mi presento al via a Cantù: che è notturna + partenza in massa + sequenza libera! Nonostante un pomeriggio passato a riprendermi da un accenno di pressione molto bassa, riesco a mettere mano alla luce frontale per assicurarmi una illuminazione decente. Le gambe che arrivano alla partenza di Cantù sono sempre quelle con l’elasticità del palo della luce, ma per qualche motivo mi sento più fiducioso inside. In partenza faccio sfilare quasi tutti davanti a me, cosicché alla prima punzonatura (punto 17) devo fare la coda per timbrare il mio cartellino, ma poi piego subito verso nord-est ed arrivo al punto 20 da solo.
Le strade sono ancora più ghiacciate che a Besana Brianza, ed i parchetti in pendenza sono coperti da una crosta di ghiaccio croccante che mi fa paura al solo pensiero che possa cedere sotto il mio peso facendomi rotolare giù per i pendii… ma per qualche strano motivo a Cantù non cederà mai! Dopo il punto 8 è il momento di affrontare il primo dei parchetti nei quali i punti sono disposti in sequenza “memory”: la carta con la disposizione dei punti è collocata solo all’ingresso del parco, e poi lì dentro li dobbiamo cercare noi alla luce delle lampade frontali. Il primo parchetto va via liscio, il secondo dopo il punto 10 va via meno liscio perché la pendenza è severa e la crosta di ghiaccio veramente insidiosa.
Mentre vado verso il punto 11, da dietro arriva un fascio di luce che si avvicina a velocità fotonica accompagnato da una falcata imponente: è Oscar, compagno di mille battaglie. Nei miei calcoli avrebbe dovuto essere parecchio davanti a me, ma mentre si affianca mi dice che ha “dimenticato” il punto 12 e quindi, deduco, è stato costretto a remare parecchio all’indietro. Il fatto che ora sia di fianco a me la dice lunga sia su quanto corre veloce lui sia su quanto vado piano io. Arriviamo praticamente insieme al punto 16, ma giunti lì non troviamo il punto ma due altri concorrenti che cercano… da una casa a fianco esce un signore: aveva visto “quell’aggeggio” appeso alla ringhiera e lo aveva tolto e portato in casa! (siamo pur sempre in una Brianza “E qui comando io \ E questa casa mia…”), ma almeno stavolta si tratta di una persona di buon cuore, che rientra in casa e ci porta fuori il punto di controllo. Punto 13, 15 e 14 e Oscar allunga inesorabile, ma ci ritroviamo al punto 18 in fondo ad un budello di ghiaccio. Per andare alla 19 bisogna fare il giro del mondo, e poi girare ancora attorno allo stadio di Cantù per andare a caccia degli ultimi 4 punti memory. Su questa tratta Oscar mi dimostra perché lui è stato campione italiano di orienteering e, in precedenza, valente ottocentista, mentre io sono solo un Impiegato Panzottello: l’allungo di Oscar è irresistibile, ma all’interno del parchetto torniamo ancora a correre insieme, fino all’ultimo punto memory che è praticamente poco FUORI dalla carta di gara.
Poi è solo energia per lo sprint finale appaiati, ed è questione di pochi secondi attendere il terzo moschettiere del terzetto qui sotto:
Io continuo a dire che odio le notturne, odio le mass start e odio i percorsi a sequenza libera. Tuttavia, almeno per quanto riguarda il primo punto, adesso dispongo di una luce frontale degna di questo nome. Le mass start potrei odiarle di meno se mi allenassi di più, ed i percorsi a sequenza libera li odierei dimeno se facessi più esercizi tecnici. Purtroppo voglia di allenarsi e di fare esercizi non la vendono a buon prezzo su Amazon: quindi se vado piano e mi perdo e sempre e solo colpa mia. Intanto però mi tengo stretta la mia nuova luce frontale! 

Friday, December 30, 2016

My 2016: something to forget, much more to remember!


Adesso che Dario “dopolavori” Pedrotti è riuscito finalmente a pubblicare la lista delle sue gare predilette e maledette del 2016, corredate da stralci di cartina e tracce gps soprattutto delle sue peggiori malefatte (senza le quali il suo bottino annuale di medaglie e premi sarebbe ancora più invidiabile), a dare voce agli ultimi della classifica arriva l’impiegato panzottello! Senza tracce GPS, perché le case produttrici si vergognerebbero e gli eventuali compratori penserebbero che quell’aggeggio non funziona. Senza posizioni in classifica (cercate sotto la voce “brocco”), senza medaglie ricchi premi e cotillons. Ma con un sorriso beato stampato sul volto ed un sacco di bei ricordi da tirare fuori davanti al caminetto nelle lunghe sere d’inverno, quando la cumpa in ascolto esclama in coro “Ebbasta! Cheppalle!!! Ancora ‘sta storia di quando ti sei perso nel buio alle 7 del mattino e ti hanno tirato fuori dal bosco con i cani?????”.
62 gare disputate in un anno sono un bottino che può benissimo mettere l’orienteering alla voce “disease” della mia vita sportiva: si tratta in fondo di gareggiare in media più di una volta alla settimana in uno sport che occupa all’incirca tre quarti del calendario solare. Ma a queste andrebbero aggiunte le 28 gare nelle quali mi sono poi cimentato per la gioia di grandi e picc… per la gioia di… mmmm... per la mia personale gioia! Come ormai tutti gli affezionati piccoli lettori (cit. by Larrycette) sanno, quest’anno sono arrivato a quota 201 gare come speaker e a 200 gare come concorrente+speaker. L’intervista di Rai Sport di cui tutto il mondo sta parlando si concludeva con un augurio del giornalista per le prossime 200 gare come speaker, al quale io rispondevo “201…”. Ma questo sketch è stata una delle parti tagliate dell’intervista, che sennò da sola occupava tutto il tempo della programmazione di Rai Sport!
Ma torniamo ai fatti concreti. Ecco la mia classifica delle gare 2016 preferite nel bene e nel male, perché alla fin fine sono tutte quante degne di essere conservate nel baule dei ricordi. La solita semplice avvertenza, sennò poi ci sono quelli che mugugnano… “preferite” significa che in quella particolare occasione mi sono sentito un orientista al 100%, anche dal basso del mio probabile ultimesimo posto in classifica, “maledette” perché in quelle circostanze non ho dato il meglio di me, perché sono arrivato al traguardo deluso da me stesso, perché non ho rispettato il Primo Comandamento che dice che ogni volta bisogna dare il massimo nel rispetto di organizzatori ed avversari. Astenersi quindi i sostenitori del “mancava il vice-sotto-aiuto-delegato-tecnico”, della griglia di partenza con 6 minuti di intervallo tra ogni concorrente, del tempo-del-vincitore diverso da quanto riportato al comma C del codicillo 42 del Reame Tomo Fondamentale, del terreno di gara “indegno”, eccetera… questo è solo il mio baule dei ricordi!
Ah… Dario: questo pezzo era già pronto da un pezzo (simpatico calembour). Cosa non si fa per lasciarti vincere di tanto in tanto!
Something to forget…
Il giorno in cui non so se ho dimostrato più tenacia o più follia. Credo che l’orienteering sia un misto di tutte e due le cose. Ma io gareggio in Elite solo per l’ultimesima posizione e c’è un tempo meteorologico che in confronto Mordor è Sharm El Sheik… quindi chiamiamola follia una volta per tutte! Però è vero che sono anche un po’ tenace, vero? Il pezzo sul blog che ho scritto già domenica sera mi è venuto in mente praticamente tutto mentre facevo il loop dalla lanterna 10 alla lanterna 13: Thierry Gueorgiou, leader religioso della setta “la concentrazione in gara è tutto” sente delle fitte terribili al duodeno ogni volta che viene a sapere di questa cosa
9° posto: La mia Due giorni di MTB-O a Folgaria
Non sono un biker. L’ultima gara di MTB-O che ho fatto risale ai tempi di Cecco Beppe e la disciplina della MTB-O era molto diversa: oggi è roba per funamboli con le gambe d’acciaio, le biciclette forgiate dalla NASA e uno spiccato denso del chissenefrega per la propria personale incolumità fisica. Però il primo giorno, sabato, era una gara sprint e ho detto “provo l’Elite, che sarà mai?”. Sabato, a Lavarone, cerco di dare una mano a Ivan Gasperotti andando a posare alcune lanterne del percorso: mi carico di paletti e stazioni elettroniche e casco per terra DA FERMO! Commento di Ivan, ridendo: “Tu non sei un biker…”. Decido che vado a posare a piedi. Quando torno e chiedo a Ivan se può fare un controllo, mi dice che ha notato che la mia bicicletta era ancora lì… “Sono andato a posare a piedi, mica penserai che vado su e giù in bicicletta da quel sentiero pieno di radici sporgenti”. Commento di Ivan, perplesso: “Tu non sei un biker…”. Alla fine mi faccio dare una cartina del percorso Esordienti, mi cago addosso su tutte le discese dove prendo una velocità assurda e mi pianto fisicamente su una salita al 30% (minimo) male asfaltata. Alla fine dico ad Ivan: “Ma hai intenzione di mandare anche gli Esordienti su quella salita assurda? Non si va su nemmeno con la moto!”. Commento di Ivan, rassegnato: “Tu non sei un biker…”. Morale della favola? Forse non sono un biker…
Se non fosse per l’impegno che ci ho messo al microfono, le mie gare sarebbero quasi dimenticabili: un ritiro a Montalcino, una prestazione appena dignitosa a San Gimignano “clamoroso ex aequo con il mio compagni di merende Fabio Dalla Riva!) ed una meno che dignitosa a Siena. Per fortuna che poi ci sono i ricordi di Piazza del Campo! Però, dal punto di vista del mio orienteering, sono state tre gare nelle quali ho fatto letteralmente pena, tra una fascite plantare che non perdona, un fisico in sfacelo, il diluvio del sabato e le pochissime ore di sonno. Quando la rifacciamo Massimo? Quando la rifacciamo???
Arrivo a questa tre giorni direttamente da Varsavia, con la valigia già pronta per spostarmi a Vienna e con le gambe ancora piene di fatica per le gare in Cansiglio. Se tutto ciò appare come un misero tentativo di giustificazione per le penose prestazioni in gara… ebbene lo è! Sabato pomeriggio, nella middle di Barni, quando cerco di andare dritto alla lanterna sono storto o corto o tutte e due le cose insieme; quando tento di andare volutamente a destra o a sinistra del punto per poi correggere, casco dritto sulla lanterna e penso spesso che devo ancora fare un pezzo di strada. Sulla “sprint” notturna calo un velo pietoso, anche sulle parolacce che al traguardo ho indirizzato al tracciatore. La long di domenica, dopo una serie di equivoci nell’iscrizione che mi portano a fondo griglia di partenza, vedo le energie esaurirsi di botto a tre quarti del percorso, e da quel punto è solo dolore fisico. Quando guardo il calendario e vedo che il Nirvana Verde ha in programma nel 2017 una due giorni di Coppa Italia, mi viene voglia di spacciarmi per un cinquantenne!
Alla vigilia dell’appuntamento multi-days di inizio luglio, difficile pensare che sarei riuscito a partecipare a 5-gare-5 di C.O., a 5-gare-5 di Trail-O, a fare lo speaker e a partecipare pure alle battaglie serali a Whist. L’ho fatto e mi sono parecchio divertito, ma i miei risultati come atleta non sono sicuramente stati egregi. Oppure si? In fondo sono uscito indenne, e correndo da solo, dalle due difficili tappe di Monte Agaro, una delle quali corsa subito dopo aver preso parte a non so quale tappa della 5 giorni di trail-O! La sensazione che mi resta è quella di aver gareggiato sempre in modalità “sopravviviamo a questa tappa, che domani ce n’è un’altra”: scelte iper-sicure e chissenefrega del tempo di gara perché devo pensare a salvare le gambe… ma in definitiva avrei potuto provare a fare molto di più.
5° posto: La mia regionale sprint a Vedano al Lambro
Arrivo al ritrovo letteralmente con il trolley del viaggio di lavoro a Vienna, dai 10 gradi ventosi e secchi ai 30 gradi con punte di umidità del trecento per cento. No bbuono! Le gambe sono un lontano ricordo, il cervello si spegne nel secondo giro, la puzza di cipollotti sulla suola delle scarpe non viene via nemmeno usando l’acido muriatico…
4° posto: il mio Campionato Provinciale Middle Distance Alto Adige
Una prestazione disastrosa per quanto riguarda la classifica, nonostante il bosco di Laranza sia uno dei miei preferiti. Presumo che non mi abbia agevolato il fatto di arrivare a Laranza direttamente dalle oltre due ore di gara passate nel bosco di Castelrotto a fare la mia frazione lunga (lunghissima) della Relay of the Dolomites. Mi pare di capire che nel 2017 si replica con l’accoppiata Middle-sabato + Relay-domenica, ma stavolta non posso più fare a piedi da Santa Cristina (relay) a Castelrotto (middle 2017): cercasi urgentemente un passaggio auto!
6 tappe previste. 5 tappe corse (la quinta tappa annullata a tre quarti di griglia di partenza è ancora una beffa…). Di queste cinque: una decisamente banale nel bellissimo bosco di God da Staz nel quale starei volentieri per ore; una abbastanza banale a S-Chanf a prendere dimestichezza con il fatto che “correre con gli altri” può significare talvolta “seguire le tracce”; una abbastanza banale a Sils, ma è l’ultima e quindi va già bene che si riesce a correre visto che la giornata prevede un passaggio da Milano ed il successivo immediato trasferimento in Trentino. Una tappa “normale” al Maloja dove mi resta il rammarico per aver ceduto fisicamente nel momento clou quando stavo facendo proprio una bella gara ed ero uscito indenne dal merdaio delle pietraie. Una gara “anormale” a Diavolezza nella quale c’era solo da mettere l’indicatore in modalità “sopravvivenza” e così è stato. Facendo i conti, anche economici, non una delle più belle trasferte della mia carriera orientistica…
Quando si corre in uno dei posti più belli del mondo, assistito da un tempo meteorologico che a inizio maggio si vede una volta ogni quattro secoli se c’è la congiunzione astrale giusta, ci si aspetterebbe almeno una prestazione dignitosa per rispetto verso il Creatore dell’Universo e di tutte queste belle cose.
O almeno per rispetto verso il pubblico assiepato in zona arrivo che, causa devastazione della cartina per le note polemiche sulla riproduzione dell’urogallo, potrà vedersi una tantum in diretta buona parte del finale di gara. Ahimé! Nulla di tutto questo! Fino al passaggio al punto spettacolo, il mio orienteering è randomico al limite del patetico (per fortuna che ci pensa Marco Bezzi ad indicarmi i punti…). Dopo il punto spettacolo, il fisico non abituato a quella altitudine è allo sbando. Quando ieri ho guardato le immagini di RaiSport, che hanno immortalato il mio passaggio proprio nella zona degli spettatori, mi sono chiesto se l’effetto “slow motion non sia stato un espediente per farmi andare più veloce di quanto non lo fossi nella realtà
1° posto: la mia Night Hawk giorno e notte a Passo Coe
L’anfiteatro di Base Tuono a Passo Coe potrebbe essere perfetto per un Mondiale di CO, o di qualunque cosa “mondiale” abbia a che fare con l’orienteering. Se non siamo d’accordo su questo, non andate avanti a leggere e chiudete la finestra internet perché non vi voglio nemmeno conoscere! Se penso a quanto potrebbe essere suggestiva la partenza di una staffetta mondiale come questa… magari però con UN ALTRO SPEAKER e non con questo…
La carta di gara torna e (talvolta) non torna ma lasciamo perdere: quella si può sempre aggiornare, ben diverso sarebbe creare dal nulla un palcoscenico come questo. A parte questo, considero Passo Coe come l’università dell’orienteering: se sei capace, ne vieni fuori e persino bene e puoi fregiarti della tua pergamena di laurea; se non sei capace, ti schianti come sull’esame di Fisica Teorica e puoi andare a fare un altro mestiere. Io per l’ennesima volta mi sono schiantato di brutto! Arriverà il giorno in cui riuscirò a fare decentemente una gara a Passo Coe, ma quel giorno non è stato nel 2016.
 
Se è arrivato fin qui, qualcuno commenterà che le gare non-OK sono molte… ma in fondo se sono in questa lista è perché ognuna di esse mi ha dato mille motivi per essere ricordate anche positivamente. Quindi le ritrovereste tutte nella lista qui sotto, quella che elenca i motivi per andare fiero di un 2016 di gare. Ma qui sotto c’è spazio per le giornate nelle quali tutto, ma proprio TUTTO, è andato alla grande!
Much more to remember... 
Una ideona di Remo Madella. Tecnicamente, non è C.O.: non ci si sposta solo a piedi e non si devono trovare lanterne. Tuttavia si sono mappe di ogni tipo, bisogna essere efficaci negli spostamenti, occorre trovare i punti di controllo e far funzionare molto bene il cervello. Se a questo aggiungiamo il fatto di gareggiare con un compagno che pensava di venire a fare una passeggiata, il diluvio che ci ha accompagnato per tutta la gara, l’inseguimento da parte delle forze dell’ordine in pieno centro di Milano, le foto dei turisti giapponesi e la corsa finale per rimanere davanti al tram… ecco che diventa una giornata da apoteosi. Nel 2017 saremo di nuovo al via, con un nome della squadra “I pali della darsena” che sembra rubato alle idee di Rocco Siffredi e invece è un ricordo dell’unico momento di defiance che abbiamo avuto in quelle 5 ore di gara.
C’eravate? Non serve che io dica nulla. Non c’eravate? Mi dispiace taaaaanto per voi… Per me personalmente, una delle rare volte nelle quali il contatto con la carta di gara è talmente perfetto da andare a trovare senza alcun timore tutti, ma proprio tutti (meno uno, ma ero a due metri...) i nastrini appesi ad uso dei posatori. Il mio tempo di gara è assai superiore a quello previsto dal tracciatore Mamleev, ma è una di quelle situazioni nella quale sono convinto di essere più fortunato di coloro che hanno impiegato un’ora meno di me a finire il percorso! Il 14 maggio 2017 si replica!
Mi sono allenato per tutto l’inverno 2016 per questa gara. Immaginavo di poter correre in una bella foresta pulita nella quale non occorre fare i conti con i graffi ed i lividi rimasti sulle gambe, e l’occhio può perdersi tutto attorno a guardare lo spettacolo della natura. La realtà delle cose è stata ancora più incredibile di come me la ero immaginata… Probabilmente esagero quando dico che avrei potuto gareggiare in calzoncini corti e scarpette da jogging, ma nemmeno tanto! E se adesso penso che l’anno prossimo, sulla carta vicina, ci facciamo i campionati italiani a lunga distanza… Tre cose indimenticabili di quella gara: la “tratta lunga” con scelta uguale a quella del vincitore Mikhail Mamleev, i selfie con le lanterne che mandavo al tracciatore per confermare che ero ancora in piedi e stavo avanzando, e soprattutto il bosco incredibile attorno al villaggio cimbro.
Ok… i più forti ci possono viaggiare a 3 min\km… ma anche gli impiegati panzottelli come me ci possono tirare fuori una esperienza davvero goduriosa.
Di tutte le tappe della 5 giorni del Carso, era quella che pensavo di non riuscire a finire. Di tutte le tappe della 5 giorni del Carso, era quella che più desideravo di poter completare. Un solo dubbio in partenza, da solo alle 7 del mattino: ce la farò? Il mio pessimismo diceva di no. Se ne è dato conferma all’inizio della tratta lunga (“non ce la posso fare”), sul primo loop mentre cercavo una lanterna tra le rocce che era INCASTRATA tra le rocce, e poi via via lungo il percorso mano a mano che si avvicinava il completamento della seconda ora di gara e la strada da fare era ancora tanta. Dopo la salita al Golgota che tra le lacrime di fatica mi ha portato al quindicesimo punto, ho cominciato ad avere il dubbio che FORSE ce la potevo fare. E questa cosa è diventata una certezza quando sono sbucato sulla terrazza che gettava verso l’arena di gara ed ho visto l’esplosione dei colori di tutti gli orientisti d’Italia e non solo. Come dice qualcuno che scrive meglio di me: “Anche uno notoriamente un po' difficile come me può essere moderatamente soddisfatto, no?