Stegal67 Blog

Saturday, January 23, 2021

Corso di aggiornamento Quadri tecnici del 23 gennaio 2021

E alla fine qualcuno (Eddy) mi chiese di partecipare come special guest...

Fu così che, senza idee in testa, con gli appunti per iniziare lo speech che perdevano significato giorno dopo giorno, alle 7.05 del 23 gennaio 2021 mi sono svegliato con un pensiero fisso in testa:

La ex ministra Bellanova seduta al suo scranno in Parlamento


Ma alla partenza della quinta tappa dell'Oringen di qualche anno fa...


Nella foto una delle figure più influenti della Terra, un volto noto e benvoluto a tutti
Dicono che l'altro tizio si chiama Joe Biden...


Ma alla Lipica Open di qualche anno fa...


E' infine quello che è già meme dell'anno: "ci siamo lasciati alle spalle il 2020 ed ecco che ad inizio 2021 c'è già uno vestito da gnu a Capitol Hill"


Solo che qualche anno fa sulla salita di Plan de Corones...
(chi non riconosce Jonas Rass?)




Saturday, December 26, 2020

Ma che 2... mila e 20!

Che poi in realtà non è proprio “un anno fa” ma diciamo che va bene lo stesso, che è passato un anno esatto. Perché poco meno di un anno fa ero al centro sportivo Tuberose e stavo festeggiando la fine dell’anno sportivo 2019 e l’inizio di quella 2020.

Il giorno dopo, 26 gennaio 2020, Remo Madella avrebbe messo in scena una nuova bellissima edizione del MOO con partenza ed arrivo proprio al Tuberose, e quante battute abbiamo fatto sul fermarci lì a dormire nella notte tra sabato e domenica.

Attorno a noi, l’orienteering 2020 aveva già cominciato a muovere i primi passi: gli allenamenti organizzati dal Comitato Regionale Lombardo, i “MOO sprint” a Crescenzago e al Ticinello. Poi la nostra Milano nei Parchi e, finalmente dopo tanti anni che ci si pensava, uno corso outdoor per esordienti totali in più puntate.

Certo… Da qualche giorno l’attenzione dei giornali e dei commenti tra colleghi e sui mezzi pubblici si stava spostando sempre di più verso quanto accadeva nella lontana Cina: nella città di Wuhan (e chi ne aveva mai sentito parlare? Eppure, ha quasi 7 milioni di abitanti), provincia dell’Hubei (vedi sopra quanto a popolarità) da qualche settimana sembrava essersi diffuso un nuovo virus. I primi accostamenti alla SARS, le prime batture sugli scenari apocalittici da film di fantascienza, quelli che citano la “sindrome cinese” (che non c’entra niente ma vaglielo a spiegare alla “gggente”), e poi le battute sui mercati cinesi dove si vendono si comprano si mangiano crudi pipistrelli e scimmie e pangolini e serpenti, che pure il governatore del Veneto Luca Zaia aveva fatto questo genere di batture in televisione, salvo poi essere rieletto con percentuali che fanno sbalordire persino i bulgari e che sembra essere uno dei pochi (alla data dell’Io narrante del 15 novembre) ad aver tenuto la testa sulle spalle…  e comunque tanto chissenefrega, tanto queste cose succedono solo in Cina, cambia canale che dall’altra parte c’è X-Factor!

Il 15 febbraio va in scena “El Clasico” al Monte Stella, grande successo come sempre, si corre sulla carta allargata da Alberto Grilli al Parco delle Dune, ed il 16 febbraio si corre o meglio ci si va a rotolare nei rovi di Cascina Amata per il Campionato lombardo Middle distance e tutto sembra andare come sempre.

Poi, il 17 febbraio 2020, un lunedì, un tizio di Lodi di 38 anni che non era mai andato in Cina si presenta all'ospedale di Codogno dopo sintomi di influenza, o forse una leggera polmonite. Le sue condizioni sono peggiorate ed i medici decidono di fargli un tampone, cosa che non è nemmeno prevista dai protocolli medici… e lo trovano positivo al nuovo virus: lui, la moglie ed un amico, e poi altre persone ancora. Il 20 febbraio due persone risultano positive in Veneto, ed una di queste muore il giorno dopo, prima vittima italiana del Covid. Nei giorni successivi, al detto “tutte le strade portano a Roma” se ne aggiunge un altro: “tutte le strade passano da Codogno”. Le persone che si presentano ai pronto soccorso in varie zone d’Italia e risultano positive al Covid sembrano aver tutte qualcosa a che fare con Codogno, o direttamente o per qualche complessa linea di collegamento che passa per l’amico della cugina della vicina di casa di uno che incrociato al supermercato… sembra che non ci sia un solo abitante di Codogno che se ne sta a casa sua, ma vanno tutti in giro come matti per affari o sport o per farsi i fatti loro; poi si scopre che ci sono quelli che dalle province limitrofe vanno a Codogno a ballare, a mangiare, a ciulare trascorrere momenti spensierati in compagnia di persone remunerate a questo scopo. Il 21 febbraio Codogno ed altri 10 comuni, tra cui Casalpusterlengo, vengono isolati: non si entra e non si esce e ci sono i posti di blocco in strada. L’immagine evocata è quella del film “Cassandra Crossing”, con i militari che alle stazioni dove ferma il treno impediscono ai passeggeri di scendere.

Il 22 febbraio a Bologna si tengono le elezioni per il rinnovo del Consiglio Federale. La macchina di Dario trasporta a Bologna il sottoscritto sul sedile del passeggero, e poi Lucia e Maia Camerini sedute dietro. Siamo 4 tizi nemmeno congiunti, e in auto si parla di candidature e di contagi, di gare estive e di “come diavolo sarà arrivata questa cosa dalla Cina?”. C’è un po’ di gelo quando passiamo davanti all’area di servizio di Somaglia, vicino a Casalpusterlengo, che è sprangata perché è nella zona chiusa per quarantena, così come è chiusa l’uscita stessa di Casalpusterlengo. Cassandra Crossing? Ma va’ dai! Quel tipo del lodigiano di sicuro è andato a farsi fare un “massaggio” in qualche localino esotico (ce n’è uno pure vicino a casa mia!) e quei due anziani di Vo’ Euganeo avranno avuto la badante cinese pagata in nero… cosa vuoi che sia? Le elezioni si tengono in un clima di relativo svacco, ci sono quelli con il raffreddore (che è per il momento solo un raffreddore, e per uno starnuto non evacuano ancora il tram) e quelli che non si scompongono nemmeno quando Gianluca Carbone si presenta come candidato al Consiglio Federale e dice che Genova praticamente ha già vinto la selezione per i Mondiali 2024 di orienteering, cosa che cade nel vuoto e non sente praticamente nessuno. Un attimo di pensiero per gli orientisti che magari sono chiusi in casa perché abitano nella zona blindata (la famiglia Visioli forse? E Corrado Arduini forse anche lui?)… ma vabbé dai che sfiga abitare proprio nella zona dove ci sono questi contagi!

Perché quello che si sente dire sui Mass Media è la solita litanìa: “è una roba tutta cinese, è solo a Wuhan, e poi certo anche voi che ve ne andate a frequentare in questo periodo cinesi che non sapete da dove arrivano…!”

Solo che poi le cose peggiorano e i numeri dei contagiati decollano. Il 25 febbraio cominciano i decreti che suggeriscono di adottare misure più restrittive nelle scuole, negli uffici, nelle manifestazioni sportive che vengono sospese salvo quelle che si possono disputare a porte chiuse: come cataloghiamo l’orienteering? La nostra gara al Parco Adriano è in programma già l’8 marzo, è la seconda del calendario regionale lombardo, ma siamo costretti a sospenderla perché non sappiamo in che condizioni di sicurezza potremmo organizzarla. D’altra parte, è già saltato anche il fine settimana di gare di marzo a Matera, dove avrei dovuto essere speaker nella diretta di Sky Sport (e quando mi ricapita più una occasione del genere?), a breve salterà anche il fine settimana di gare nazionali di inizio aprile in Val Brembana. Sulla Coppa del Mondo di maggio al Cansiglio le voci che si rincorrono sono del tipo “ma dai! A maggio sarà tutto sistemato!” ma lo si dice più per scaramanzia…

Decidiamo di tenere comunque la sessione introduttiva del corso base di orienteering al Parco Lambro il 7 marzo: si presentano una decina almeno di esordienti totali, ai quali raccomandiamo di tenere le giuste distanze, di prendere le prime cautele di buon senso visto che non vogliamo nemmeno sembrare “assembrati” a chi ci dovesse osservare da lontano. Per l’8 marzo pianifichiamo (ma poi decidiamo di far saltare) una seconda puntata del corso, che avrebbe avuto il suo culmine la settimana successiva con la MiPa al Parco della Besozza ed una gara promozionale della Besanese il 16 marzo. Ed è così che la mattina di domenica 8 marzo decido di andare tutto solo soletto al Parco della Besozza per provare i percorsi della MiPa prevista sabato successivo.

Solo che nella notte tra il 7 e l’8 marzo succede di tutto. E’ la notte nella quale esce un nuovo DPCM, ed in Lombardia ed alcune zone limitrofe vengono dichiarate misure ulteriormente restrittive rispetto a quelle già in vigore. Quando sul web trapela (prima “trapelata” di una lunga serie che vedremo nel corso dell’anno) una bozza del DPCM, avviene quella che i giornali definiranno come una fuga generale di studenti e lavoratori originari del sud Italia che vogliono evitare di rimanere bloccati nelle zone che sarebbero state poste di lì a poche ore in quarantena. Vengono così imposti, dai governatori di alcune regioni del sud, i controlli e le quarantene per tutti coloro che stanno arrivando su pullman e treni.

Ma io non so niente di tutto questo, è ancora la mattina presto dell’8 marzo e sono alla Besozza a provare i percorsi. Il cellulare comincia a squillare alle 9 del mattino, ma vedo che è un numero del lavoro e mi dico che può ben aspettare… sono anni che non faccio più il salvatore dei batch notturni, ora faccio il commerciale, chi dell’ufficio può mai avere bisogno di me di domenica mattina? Solo che non smette più di squillare, e poi cominciano a comparire sul display i numeri di persone di un paio di grosse banche che avrei dovuto incontrare in settimana. In quel momento mi trovo nella parte nord del parco, quella con le collinette che lo separano dalla superstrada (dettaglio che, in futuro, mi aiuterà a rispondere alla classica domanda “dove eri tu quando…?”  hanno ammazzato Kennedy/hanno colpito le torri gemelle/hanno dato l’annuncio della morte di Pantani/hanno annunciato la pandemia)

Rispondo al telefono e capisco che quello che sta succedendo è davvero grosso, che forse non dovrei nemmeno stare lì al parco, che ci sono già le prime notizie della gente che si fionda ai supermercati che vengono presi d’assalto. Cassandra Crossing? Forse sta arrivando anche quello. Torno a casa ed è percepibile il fatto che alle battute sui pipistrelli cinesi si stanno sostituendo avvenimenti ben più preoccupanti.

Con l’avvio dello smartworking esteso a tutte le giornate della settimana lavorativa, la sera potrei dedicarmi ad affinare la mia tenuta atletica con qualche uscita in più rispetto alle due volte settimanali che mi ero prefissato. Ma accade che ben presto i runner diventano i nuovi untori della peste manzoniana: una sera un condòmino mi urla di tutto dalla finestra, un’altra sera sto portando la spesa a mia madre e mentre cammino lungo la perifericissima via Treccani da una finestra mi lanciano addosso una bottiglia di qualcosa che dopo un volo di una ventina di metri si disintegra a due passi da me. Le gare di orienteering saltano in serie come tappi di bottiglia all’ultimo dell’anno: l’orienteering 2020 diventa virtuale e vengo coinvolto in una marea di iniziative di virtual trail-O, nasce su iniziativa di Paolo Menescardi de l’Orma il “Laboratorio di Orienteering” nel quale mi trovo spesso a relazionare sui miei svarioni più leggendari, al punto che il mio motto diventa “fate il contrario di quello che faccio io e diventerete bravi orientisti!”. Le gare nazionali ed internazionali di maggio e giugno per le quali mi avevano chiesto di fare lo speaker vengono cancellate, ma ad un certo punto mi chiedono di fare lo speaker alle gare virtuali dei ragazzi della nazionale juniores, e poi nasce il podcast “storie di Orienteering”.

Gli eventi sportivi riprendono, tra mille regole e restrizioni, solo da metà giugno. Tuttavia per l’orienteering ci sono tempi lunghi per dare di nuovo il via alla stagione agonistica. E’ la Polisportiva Masi la prima società ad assumersi l’onere di organizzare una gara con una buona affluenza, a San Benedetto Val di Sambro a metà luglio. A metà agosto il PWT organizza la tre giorni di Auronzo di Cadore e Lago di Misurina, precedentemente posizionata ad inizio luglio, ma i prezzi degli alloggi nel periodo proprio pre-ferragosto e le incertezze sull’effettivo svolgimento della gara tengono a casa parecchi orientisti (anche se alla fine circa 150 concorrenti italiani saranno comunque al via).

Le organizzazioni delle gare nazionali vengono stravolte: saltano i campionati italiani sprint e long previsti al Sestrière. La FISO riapre i bandi per cercare organizzatori, e li trova ovviamente in Primiero dove hanno numeri e cartine sottomano per buttarsi nel’impresa: GS Pavione per la gara sprint a San Martino di Castrozza e US Primiero a Passo Valles per la gara long, in mezzo a tante restrizioni e controlli del rispetto del protocollo anti-Covid. Ad inizio ottobre è il turno dell’Orienteering Pergine di immolarsi sull’altare delle gare nazionali, per una Coppa Italia. Il giorno dopo siamo nel bosco dell’Altopiano della Vigolana, nel campionato italiano middle. A metà ottobre è il turno dell’IK Prato di mettere in scena l’ultimo fine settimana di gare nazionali, perché si capisce al volo che il clima sta cambiando, che forse i comportamenti talvolta dissennati della “gggente” durante l’estate, o la riapertura delle scuole e degli uffici e la conseguente ressa sui mezzi pubblici, o chissà cosa altro? stanno facendo rialzare i numeri della pandemia: le gare di Doganaccia vengono sospese il venerdì alle 14, a poche ore dalla partenza, e viene dato il via libera solo venerdì stesso nel tardo pomeriggio dopo una trattativa con le autorità locali: c’è tempo ancora per un fine settimana di gare, ma per uno soltanto. Poi è di nuovo il momento di calare il sipario.

Le notizie di questi giorni sono ondivaghe. Ripartiremo, quando sarà possibile, forse con un vaccino annunciato per l’inizio 2021, forse con nuove regole antiCovid. Ripartiremo a livello regionale con un nuovo CRL guidato dal presidente oggi in carica (Marco Della Vedova) e con un calendario regionale che riprende alcune gare saltate nel 2020. Anche nel calendario nazionale parecchie gare previste nel 2020 sono state posticipate al 2021, provocando un effetto domino che peraltro è lo stesso che si verifica in campo internazionale: è di pochi giorni fa la notizia che i mondiali master 2021 che si dovevano tenere in Giappone sono posticipati al 2022. Vuol dire che i mondiali master del 2022 erano previsti in Italia e quindi dovranno essere spostati pure loro? I famosi campionati del mondo previsti a Genova nel 2024 diventeranno forse qualcosa d’altro, sempre internazionali, ad uno o due anni di distanza.

Ripartiremo quindi, con qualche cicatrice (non quelle che ci hanno lasciato i rovi di Cascina Amata) e con qualche motivazione in più per non ripetere gli stessi errori. Io, ad esempio, avevo cominciato a sistemare e catalogare le mille e più cartine circa che ho in casa durante il primo lockdown. Ma non avevo portato a termine il compito, lasciando una stanza nel più completo disordine. Mi ero detto “se mi ricapita un altro lockdown…”: è capitato, ed ho messo a posto tutto, però non ditelo ai complottisti o negazionisti che girano in rete, perché sarebbero capaci di dire che il virus l’ho rimesso in giro io con la complicità di Conte, per poter terminare il lavoro di archiviazione delle cartine!

Wednesday, December 16, 2020

L'uomo che creò "lo speaker del popolo"

Due giorni fa l'amico Professore Enzo Zamperin mi ha inviato la notizia della scomparsa di Luciano Pilati, un compagno di tante avventure orientistiche affrontate nel corso degli anni con la maglia del Cus Torino prima e dell'OriCuneo poi.

Lo voglio ricordare anche io sulle pagine del blog, e non solo per le sue medaglie conquistate in staffetta a livello master (l'ultima, se non vado errato, un argento nella sprint relay a Bardolino 2019).

Luciano è stato un formidabile compagno di chiacchierate nel parterre ed ai ritrovi, sempre gentile, sempre pacato, sempre positivo e aperto ad affrontare la prossima gara come una nuova avventura senza focalizzarsi sulle aspettative di risultato. Ogni tanto abbiamo scherzato sul fatto che il codice della nostra sicard era molto vicino: dato che lui di medaglie ne ha vinte ed io no, gli dicevo "se io avessi avuto la tua sicard, sarei stato io a vincere quelle medaglie!".

Soprattutto devo a Luciano il fatto di aver coniato e codificato per me l'espressione "speaker del popolo", in occasione del Campionato Italiano Middle 2015 disputato a Millegrobbe: posso chiudere gli occhi e rivedere la scena di Luciano che taglia il traguardo con il mio commento del suo arrivo al microfono. Il suo viso non sembrava nemmeno stanco per la gara appena terminata, ma solcato da un sorrido di sorpresa: è venuto alla postazione microfonico e mi ha detto, sempre sorridendo: "sei davvero tu lo speaker del popolo, l'unico che si ricorda di menzionare anche quelli come me quando arrivano al traguardo".

Grazie Luciano per avermi manifestato sempre la tua simpatia e la tua vicinanza, con leggerezza, ed avermi dimostrato che i segreti per cercare di fare bene lo speaker sono la nostra comune passione ed i rapporti personali.

Tuesday, November 24, 2020

Una questione da poco

Vorrei subito mettere in chiaro un punto: scrivendo quello che troverete qui sotto (se avrete la pazienza di leggere fino in fondo) non voglio certo fare sfoggio di competenze che non ho, non voglio fare vanto di sapere come si risolve uno tra i problemi più gravi che affligge i nostri tempi (o, meglio, che affligge fin dall’inizio dei tempi). Non ho io la soluzione, anche se ritengo che la soluzione sia in ognuno di noi. Chiamatemi pure lo stolto che guarda il dito anziché la luna, chiamatemi pure quello che non ha capito niente, quello che parlandone in modo irriverente sottovaluta la cosa perché per sua fortuna non ci è mai passato, quello che “certi argomenti non li devi andare a trattare così”, quello che “… e te ne accorgi adesso e vieni a farci tutto il tuo pippone?”, quello che… quello che… quello che… Non ho la pretesa di insegnare niente a nessuno, e per dirla tutta non sapevo neppure del significato dato al 25 novembre. Il che, forse, da l’idea di quanto io viva l’argomento in modo làbile e poco partecipato. Però questo è il mio pensiero.

***

Antefatto: 21 settembre 2014 – Passo Vezzena – zona del traguardo – voce registrata dello speaker

Ancora un titolo da assegnare… categoria W17 e nessuna squadra è arrivata al traguardo. NO! UN MOMENTO! Una tuta blu e nera compare da dietro la collina! Il Gronlait… con Francesca Buffa! Il Gronlait sta per aggiudicarsi l’ultimo titolo della giornata! E’ finita anche la categoria W17… E INVECE NON E’ FINITO NIENTE! Sta arrivando anche De Nardis! Polisportiva Masi!... De Nardis all’inseguimento di Buffa che sembra sfinita! … 40 metri di vantaggio per il Gronlait! … La W17 non è ancora finita quando mancano meno di 200 metri al traguardo! Gronlait contro Masi! … Buffa contro De Nardis che ha un bersaglio davanti a sé a meno di 30 metri di distanza! … Buffa all’ultimo punto! … Buffa si volta a cercare De Nardis… che è sempre più vicina! … 20 metri adesso di distacco… Buffa sembra non averne più E MANCA ANCORA TUTTA LA SALITA FINO AL TRAGUARDO! … Anche De Nardis è stanchissima! Ma la medaglia d’oro è ancora lì a portata di mano! Buffa ora sulla run-in! Anche De Nardis imbocca la corsia finale!... Buffa si volta indietro… anche De Nardis è stanchissima! … Buffa sull’ultima curva! … E’ una corsia finale eterna!... 10 metri di distacco!... Adesso sono meno!... Mancano pochi metri! Ancora 20 metri per Buffa incitata dalle sue compagne! … De Nardis le sta arrivando addosso!... 10 metri! 5 metri! BUFFA SI LASCIA CADERE SUL TRAGUARDO! Gronlait è campione d’Italia W17! La Masi è seconda! La rincorsa feroce di Francesca De Nardis è rimasta a 5 metri dal successo!...

***

So che i problemi sono altri, so che ci sono ben altri modi per dimostrare sostegno e vicinanza e rispetto alle donne, nello sport e non solo. Questo credo di saperlo bene. Persone ben più qualificate di me hanno già parlato del tema che menzionerò nel racconto e tramite i miei ricordi personali che seguono. Ad esempio:  https://ildragomanno.wordpress.com/2014/08/15/parita-genere-lostaifacendosbagliato/

In conclusione del pezzo linkato viene proprio scritto “Non è certo un articolo a discriminare una donna rispetto a un uomo, e non è eliminandolo che si risolve il problema della disparità”.

Solo che domenica mattina, ascoltando una telecronaca di sci alpino infarcita di “LA”, ho provato una sensazione che stavolta vorrei definire tutta maschile: mi sono veramente girate le palle!

***

In principio Quello Lassù aveva deciso di rimanere sul facile. Dopo 6 giorni di lavoro indefesso, dedicati alla creazione di cielo e mare e stelle e sole e luna e pesci e animali, aveva creato l’essere umano. Un genere solo bastava. Il genere era quello maschile: uno solo, Adamo. C’era solo lui e non si faceva confusione: il recinto non era chiuso bene e le bestie si disperdevano nei dintorni? La colpa era solo sua. La luce restava accesa tutta la notte perché nessuno aveva spento? Sempre colpa sua. La pattumiera non si portava in strada nel giorno giusto? Il percorso era posato male?Adamoooooo!!!! Ma che ti possino…”. E non c’era nessun altro che poteva prendersi la colpa.

Però poi Quello Lassù deve essersi montato la testa. “Proviamo a complicare un po’ la situazione…” deve aver pensato. E creò un altro genere, quello femminile: Eva. Quindi Eva arriva qualche tempo dopo Adamo, un po’ a rimorchio. Adamo nel frattempo aveva già avuto il tempo di ridurre il salotto ad un porcile, di riempire il frigorifero di porcate e di abbandonare cartine e lanterne ovunque in casa. Eva si mise di buzzo buono, e le cose cominciarono ad andare meglio.

A quel punto però sorse il problema che Adamo ed Eva dovevano distribuirsi bene le mansioni, sennò Quello Lassù avrebbe potuto andare in confusione. Come diceva Simona, collega al capannino di Astrofisica, Adamo si riservò il compito di spaccare la legna per l’inverno, cacciare l’orso, cartografare la foresta, procacciare il cibo e cose così. Eva avrebbe badato che Adamo non facesse troppi guai, avrebbe badato alla casa, ai bambini ed alla loro educazione, al rispetto delle linee guida ISOM e ISSOM e cose così. Nessuno voleva correre il rischio che, se un giorno Eva si fosse messa a procacciare il cibo e Adamo a badare alle linee guida, Quello Lassù potesse andare in confusione.

Solo che, un giorno, Adamo era a letto con 37,3 di febbre e stava cercando il prete per ricevere l’estrema unzione. L’orso era effettivamente nelle vicinanze e stava facendo razzìa nell’orto. Così Eva, che aveva solo la febbre a 38,9, dopo aver portato su la legna dal ripostiglio e aver finito di imbiancare il tinello, decise di andare fuori a cacciare l’orso. E lo fece con tale perizia che Quello Lassù si lasciò andare ad un “Bravo Adamo! Ben fatto!”.

Io non sono Adamo, sono Eva” fu la risposta a Quello Lassù. Che rimase perplesso. Il compito di cacciare l’orso era del maschio. Possibile che anche Eva fosse un maschio? Questo pensiero Lo arrovelllò fino al giorno in cui, guarito Adamo, i due Gli si presentarono e dissero: “Io sono Adamo, il maschio”. “Io sono Eva, la femmina”. E poi all’unisono: “Solo che ogni tanto ci scambiamo i compiti!”. Questa cosa destabilizzò Quello Lassù, che aveva perso gli occhiali e non distingueva più Adamo da Eva se non in base ai compiti che questi svolgevano. Aveva quindi bisogno di trovare una soluzione al più presto, perché insomma Quello Lassù aveva la fama di essere infallibile, e se tra gli altri Quelli Lassù si fosse sparsa la voce che sbagliava pure ad appioppare il nome ai due bipedi sulla Terra (due ne aveva da gestire! Mica miliardi), avrebbe perso punti rapidamente. La soluzione che trovo fu di aggiungere due lettere ad uno dei nomi:


(ma... è stata la Eva...)

“Tu Adamo sarai per sempre Adamo. Tu invece Eva sarai per sempre LA Eva! Così, con l’aggiunta di due sole lettere, io non farò più confusione. Quando mi direte che Adamo ha preparato il caffè, capirò che è stato l’uomo a farlo. Quando vi sentirò dire che LA Eva ha costruito l’argine per portare l’acqua corrente in casa, capirò che è stata la donna a farlo”

Pare che sia per questo motivo – per un senso di rispetto nei confronti di Quello Lassù - che ancora oggi tantissime persone, soprattutto nella redazione delle cronache sportive, si sentono in dovere di rispettare la regola che Rossi, Sinner, Ibrahimovic, Gallinari, Windisch e compagnia cantante si nominano così, mentre per parlare dell’altra parte dell’universo si parla delLA Goggia, delLA Pellegrini, delLA Cagnotto, delLA Kostner, delLA Wierer e via dicendo.

***

Non prendetemi per pazzo. Credo di capire anche io che i problemi, quando si parla di violenza in ogni forma sulle donne, sono ben altri. Se solo guardiamo alla sfera sportiva, è lampante la disparita nelle cronache, negli spazi e nelle considerazioni, con i giornali che tendono a commentare non solo i risultati ma anche il taglio dei capelli o l’abbigliamento più o meno intrigante. Però questa cosa dell’articolo “LA” mi ha sempre lasciato davvero perplesso e sconcertato. Nella storia dei Giochi Olimipici, così come nello stupido raccontino qui sopra, le donne sono state ammesse a tavola dopo gli uomini.

Forse la mia fortuna è stata che, quando ero bambino, a Tavon venivano a passare la villeggiatura due pimpanti signore di Pavia, Germana Malabarba e Diana Pissavini, che avevano fatto parte della squadra di ginnastica artistica che aveva vinto l’argento alle Olimpiadi di Amsterdam del 1928. Un argento che, nei racconti non solo loro ma persino dei giornali locali (olandesi, perché olandese fu l’Olimpiade e fu l’Olanda a vincere), avrebbe potuto essere oro se non fosse che l’Italia eseguì l’esercizio senza il supporto di un accompagnamento musicale al pianoforte, cosa che fece l’Olanda impressionando benevolmente i giudici. 

Il mio primo contatto con due autentiche sportive fu quindi con due donne. Lo sport olimpico femminile ebbe il suo primo oro con Ondina Valla alle Olimpiadi del 1936, poi con Irene Camber (secondo la dizione di “Storia delle Olimpiadi”, mutata in Campber in “Storia delle Olimpiadi invernali”) a Helsinki 1952. Credo che il merito di aver sdoganato a tutti i livelli televisivi lo sport al femminile possa essere attribuito a Sara Simeoni, ma siamo già al 1978 ed agli Europei di Praga con record del mondo nel salto in alto. Io invece avevo avuto la fortuna, una volta sbarcato a Milano, di frequentare quasi tutti i giorni, seppure bambino, il campo sportivo “Cappelli” in Piazza Caduti del Lavoro dove, che ci fosse il sole o che piovesse a dirotto, agli ordini del professor Renzo Testa dello Sport Club Italia si allenava ogni giorno una certa Paola Pigni. La pista di atletica del campo Cappelli non era (non lo è neppure adesso) omologata per le gare di atletica: 6 corsie di terriccio nero a fare da cornice ad un campo di calcio spelacchiato, con la particolarità che il giro completo della pista era di circa 370 metri. Così i volenterosi atleti avevano segnato con la vernice sul bordo dell’anello più stretto il punto, ancora sul rettilineo fronte tribune, dal quale dovevano partire per cimentarsi in una cronometrata sui 200 metri. E se volevano provare un 400 metri dovevano percorrere i primi 30 metri del rettilineo prima di affrontare la prima curva. Paola Pigni si allenava lì in qualunque condizione meteorologica: se diluviava, saliva sulle tribune ed affrontava dure sessioni di allenamento sui gradoni degli spalti.


(cronaca di una gara disputata all’Arena di Milano, presa dal sito della Fidal)

Pigni vinse il bronzo alle Olimpiadi di Monaco 1972, quelle della strage di Settembre Nero, e alle stesse Olimpiadi il mondo fece la conoscenza di Novella Calligaris, tre medaglie tra argento e bronzo nel nuoto e poi medaglia d’oro e primatista mondiale a Belgrado 1973 negli 800 stile libero. Nonostante io avessi appena compiuto 5 anni, avevo l’album delle figurine di “Munchen ‘72”, e di Novella Calligaris non si faceva menzione. Ben diverso l’album “Campioni dello sport 1973” dove Calligaris compariva con le sue tre medaglie (la stessa figurina che è oggi sulla sua pagina wikipedia).

A me è sempre sembrato ovvio che Marcello Fiasconaro (tanto per dire di un altro che frequentava il campo sportivo Cappelli e che, dopo gli allenamenti che fecero di lui il primatista mondiale sugli 800 metri, prendeva un pallone dalla strana forma ovale e cercava di insegnare a noi bambini cosa fosse il rugby, lui che veniva dal Sud Africa) fosse “Fiasconaro”, che Pigni fosse “Pigni”, che Donata Govoni (nata a Pieve di Cento, il paese di mia zia Ida, e che vinceva le corse a scuola contro i maschi) fosse “Govoni” e stop.

Quando, nel 1982, giocavo al Palalido per il Billy Milano (oggi Armani Milano), in alcune occasioni veniva ad allenarsi con noi Mabel Bocchi, centro della GBC Milano e della nazionale. In quelle occasioni volavano botte da orbi e da tirare giù i denti… perché Bocchi (186 cm) mollava delle gomitate che scànsati, e poiché Franco Casalini in allenamento durante le partitelle metteva il fischietto in tasca e lasciava che ce la cavassimo da soli, c’era il rischio (e a me è successo!) di andare a caccia del pallone a rimbalzo e di ritrovarsi per terra rintronati con gli uccellini e le stelle tutte attorno ed un “beh!?! Alzati! Cosa stai lì per terra? Sei già stanco?”… ed era la voce di Bocchi. Per me Bocchi è sempre stata solo “Bocchi”.

***

In tutti questi anni, da affamato di cronache e telecronache sportive, ho sempre sentito un fondo di disagio nel leggere o nell’ascoltare celeberrimi e meno celebri commentatori sportivi che parlano tranquillamente della gara di Tortu, della nuotata di Paltrinieri o del diritto di Sinner, e poi come se niente fosse commentano il salto delLA Trost, le rimonte delLA Pellegrini e i vincenti delLA Pennetta. Lo considero un retaggio del tempo in cui, nell’atletica come in altri sport, la presenza femminile doveva necessariamente essere connotata dagli addetti ai lavori alla stregua di un mondo a parte, di intermezzo, di "non è una cosa seria". Un maschilismo strisciante che aveva già relegato la parte femminile dell’universo al ruolo di sesso debole.

Questa cosa viene continuamente mantenuta e tramandata di generazione (non solo giornalistica) in generazione in tanti modi subdoli, tra i quali secondo me c’è anche l’uso continuo di quell’articolo “LA”. Non c’è nessun motivo per usarlo, mi dico. Se un telespettatore sta guardando una gara di sci alpino, come è successo a me domenica mattina (ho retto 2 minuti, poi ho spento e sono andato a correre), non c’è nessuno bisogno di continuare a ripetere LA Shiffrin, LA Brignone, LA questa o quella. C’è scritto già: slalom speciale FEMMINILE. Spettatori e spettatrici non l’hanno notato? Se seguono quello sport, sapranno benissimo da solo chi sono Shiffrin e Brignone (mia madre lo sa!)

Se non lo sanno, basta un minuto per vedere l’atleta al traguardo, vedere le sue avversarie (o i suoi avversari, se la gara è maschile) ed inquadrare la situazione. Se ancora non fosse sufficiente, basterebbe al telecronista il piccolo escamotage di dire ogni tanto il nome dell’atleta: MIKAELA Shiffrin, FEDERICA Brignone. Ci sono dubbi? Invece no. Che a fare la telecronaca ci sia IL telecronista o LA telecronista o entrambi, quell’articolo è sempre presente, a perpetuare lo strisciante maschilismo che permea anche il mondo dello sport.

Io non sono un cronista sportivo o un giornalista. Sono solo (e finché mi sarà concesso) uno speaker di orienteering appassionato o, come sento dire sempre più spesso, uno storyteller. Penso (ma attendo smentite) che in tutti questi anni come speaker nessuno mi ha MAI sentito mettere l’articolo davanti al nome di una atleta. E se l’ho fatto, posso vergognarmene. C’è una unica atleta, una sola, per la quale ho usato l’articolo “LA”, ma l’ho fatto unicamente nelle nostre conversazioni al campo di gara, prima o dopo la competizione, dopo aver ben specificato che quell’articolo, usato per lei soltanto, rappresentava unicamente il segno del mio rispetto per una atleta che a livello regionale master si batteva alla grande nelle categorie maschili, dandoci anche delle sonore legnate, come i tempi al Campionato Regionale a Staffetta disputato al Parco della Pellerina sono lì a dimostrare. L’atleta in questione è Giovanna Varoli dell’AAA Genova.

***

Detto tutto questo, ho risolto il problema? No. Ho contribuito in qualche forma a cambiare lo status quo? Neppure. Ho vinto qualche riconoscimento? Nemmeno.

Ma nessuno di questi è per me un motivo abbastanza valido per smettere di parlarne.

Sunday, November 01, 2020

En attendant lockdown (parte 1)

E’ la sera del 1° novembre, e credo di essere in compagnia di tanti italiani che stanno aspettando che il governo decida che tipo di lockdown (se e quando) applicare in risposta ai numeri della pandemia che stanno crescendo in modo incontrollato. Negli ultimi giorni una delle decisioni che ho preso è di staccarmi un po’ dai social, per evitare di essere travolto dalle discussioni sempre più accanite e polarizzate sulla modalità migliore per gestire la situazione, dagli scambi di insulti ed invettive pesanti che coinvolgono persone che si conoscono da tempo e che conosco da tempo, e mi chiedo se a tempesta passate queste stesse persone saranno ancora in grado di guardarsi negli occhi e perdonarsi o chiedere scusa per il livore e l’acredine riversato addosso ad altri con tanto di nomi e cognomi.

Oggi, mentre percorrevo la strada che mi porta a casa, in mezzo al nebbione, ho pensato ad una eventuale seconda fase di lockdown come ad una specie di opportunità: quante volte mi sono ripetuto, durante ma soprattutto al termine del pesante lockdown di primavera, che se avessi avuto modo di ragionare meglio non avrei commesso gli stessi errori? E quindi ho redatto una specie di piccola lista di cose che, se sarò costretto di nuovo a casa da un lockdown, cercherei di fare meglio. Sbagliando probabilmente ancora, ma SBAGLIANDO MEGLIO!

Per chi fosse interessato, ecco i primi punti della mia lista:

UNO: La giornata lavorativa NON comincia quando apro gli occhi al mattino, con il pc già acceso di fianco al letto, e NON finisce 14 o 15 ore dopo quando gli occhi si chiudono per la stanchezza, con il pc appoggiato alla sedia di fianco al letto e pronto per il mattino dopo: so di essere fortunato ad avere un lavoro, soprattutto un lavoro che mi consente di lavorare in smart working, ma efficienza non fa rima con stakanovismo sette giorni su sette perché tanto non c’è altro da fare

DUE: Il frigorifero NON è il rifugio per prendere una pausa dai cattivi pensieri, o dalle ore lavorative che nemmeno il protagonista de “Il socio” di Grisham: lo stato in cui mi sono ridotto alla fine del primo periodo di lockdown me lo sono portato dietro fino a novembre, ed è ora di darci un taglio! (non alla prossima fetta di salame, intendo)

TRE: Ci sono tanti modi diversi per tenersi in forma: non mi ero forse dato un impegno di continuare con le sessioni di plank? Di fare gli esercizi suggeriti da Federico Venezian durante le sessioni di ginnastica da camera alle quali mi invitava l’Orienteering Tarzo? Chiaro che se sarò costretto a casa, ben difficilmente potrei percorrere ancora quei pochi chilometri a velocità sostenuta nel parco come facevo a febbraio scorso tre volte alla settimana, quando con la voce di Dolores O’Riordan e la batteria di Fergal Lawler nelle orecchie (live from Hamburg) ero tornato a stampare qualche parziale vicino a 4 minuti al chilometro… è una strada lunga ma ci posso riprovare!

TRE BIS: Riprendere a scrivere sul blog, che nel corso di tutti questi anni mi è servito soprattutto come promemoria per rispondere alle domande “ma dove eri tu \ dove ero io nella settimana tale del mese talaltro dell’anno del salSignùr?”

Per questo sono qui, a riprendere il punto 4 per il blog meno tecnico e più approssimativo dell’intera storia dell’orienteering, meno credibile per chi volesse imparare davvero a trovare i punti nel bosco ma al tempo stesso più veritiero e vissuto per chi crede alle parole “tre ore e 16 minuti ben spesi nel bosco!” come quelle che ho pronunciato all’arrivo della gara long di Doganaccia qualche settimana fa.

Riparto quindi dalle 6 gare nazionali che il fato ci ha consentito di disputare in questo surreale anno 2020… il fato e quelle società che si sono sobbarcate fatiche in più, responsabilità, incombenze e sacrifici per consentire alle atlete ed agli atleti veri di tutte le età ed a qualche sparuto tapascione (di cui mi onoro e mi vanto da solo di essere il number one) di tornare nel bosco a praticare lo sport più bello del mondo, perché diciamocelo pure che più bello della caccia al tesoro dell’orienteering non ce n’è e non ce ne sarà mai!

***

Ritorno alle gare: Campionato Italiano Sprint di San Martino di Castrozza

La prima gara (dopo il periodo di riposo forzato) non si scorda mai, soprattutto se la gara si svolge in una località che ormai credo di conoscere a memoria. Guardando il bollettino della gara, non mi sembra forse di vedere la parete di bosco (poi spazzata via dalla tempesta Vaia) dove passava la tratta lunga della tappa finale della prima edizione della Dolomiti Three Days? E mi raccomando: attenzione ai passaggi nella zona della chiesa, con l’insidia dei gradoni e dei recinti e chissà se non mi capiterà ancora di fare da apripista mentre gli orientisti si attardano a consumare il loro pranzo nei baretti della piazza sotto alla chiesa. Ma occhio anche alla parte finale del percorso, che si snoderà vicino alla caserma dei Vigili del Fuoco e del museo a cielo aperto, dove di sera andavo a rompere le scatole ai ragazzi dell’Asco Lugano che si facevano delle spaghettate epocali, guidati da Luca e Martina Rizzi in qualità di “adulti accompagnatori” (20 e 18 anni rispettivamente in occasione della Primiero Three Days 2019, e nessuno che fiatava e tutti in riga da bravi atleti!).

La mia gara? Senza lode e con qualche infamia, soprattutto nel finale nella zona della colonia \ museo all’aperto \ caserma dei vigili del fuoco (ma non mi ero detto di fare MOLTA attenzione?): praticamente dalla 16 parto dritto verso la 18 e me ne accorgo quando ormai ho davanti la colonia, dalla 18 alla 19 mi aspetto che lo specchio d’acqua sia una specie di Mar Tirreno e vado lungo fino alla casetta, dalla 21alla 22 sono talmente cotto che prima mi infilo nel bosco ad est e poi mi infilo del recinto non attraversabile sbagliato (per fortuna sono abbastanza lungo che riesco a punzonare lo stesso allungando il braccio sopra al “non attraversabile”)

Ritorno al disastro: Campionato Italiano Long a Passo Valles… non è la 61!

Da qualche anno, purtroppo, soffro di una fastidiosa sinusite cronica che si manifesta spesso a livello del mare, ma che mi lascia davvero con le gomme a terra quando salgo in quota. La sinusite non poteva che colpire la sera prima del Campionato Italiano Long, che si sarebbe disputata su una carta che già l’anno scorso era stata davvero ostica alla Dolomiti Three Days. Pur conoscendo i trucchi per venire a capo della carta, durante la notte tra sabato e domenica devo prendere un paio di pastigliette miracolose per mettere a tacere la sinusite, altrimenti ben difficilmente riuscirei a mettere a fuoco la carta e i paraggi attorno a me; effetti collaterali? Stomaco in delirio e sonnolenza diffusa, quasi uno stato di torpore. Il resto lo fa il tracciato della gara che prevede una partenza tutta in salita fino alla zona di arrivo dell’impianto a fune.


Per dire come sono messo: nell’attraversamento di uno dei vari valloni per andare dalla 1 alla 2 mi ritrovo sdraiato per terra per aver messo un piede in fallo e il mio primo pensiero coerente è di provare a chiudere gli occhi e fare un breve pisolino per far passare il torpore costante che mi pervade! Per dire come sono messo anche peggio: non ho la più pallida idea, anche riguardando la mappa, di come dal punto 4 sono arrivato al punto 5! Le foto dell’implacabile Carlo Rigoni parlano da sole…



Nel finale di gara tuttavia assisto ad una scena impagabile, che da sola vale il prezzo del biglietto: mi trovo infatti a cercare il punto in compagnia di alcuni atleti di varie categorie (di età e anche di peso) tra i quali una autentica “radio” che non smette un secondo di parlare. Rispetto ad altre “radio del bosco” che in 28 anni di orienteering mi è capitato di ascoltare, questa radio in particolare “smista” la gente nelle varie direzioni per cercare il punto di controllo, che nel caso specifico è il punto 61 (cocuzzolo) ed è anche il mio punto. Infatti, questa volta mi dico tra me e me “quando questi troveranno il punto, lo troverò anche io”. Arrivo quindi, in buona compagnia, in prossimità di una lanterna. Alla mia sinistra c’è una parete rocciosa ai piedi della quale si vede chiaramente una lanterna. C’è un atleta vicino alla lanterna, a non più di 20 metri da me, e la “radio” chiede: “è il punto 61 quello?”. Risposta: no. Il gruppetto prosegue la sua ricerca ed io mi chiedo dove cavolo sono arrivato… d’altra parte in zona di pareti rocciose ce ne sono a profusione! Mi convinco quindi di essere arrivato all’altra parete rocciosa nel cerchietto 11 e quindi risalgo di qualche metro la costa, ma di altre pareti rocciose o lanterne non ce n’è traccia, e l’unica roccia che vedo è Tommy Civera, mai così in palla da parecchi anni, che percorre la costa a velocità warp. A questo punto mi convinco che forse ero arrivato alle pareti rocciose ad est del mio punto 11, e quindi ritorno verso ovest, ripassando a 20 metri dal punto che NON E’ la 61 e scendendo ancora. Qui trovo Marisa Bernagozzi (santa subito!) che sta punzonando un punto che non è ovviamente il mio… mi fa vedere la cartina e io penso che devo tornare indietro, verso quella lanterna che ovviamente NON E’ la 61. Gira che ti rigira, torno dove ero passato prima e prima ancora, e c’è ancora in zona il gruppetto e c’è ancora la radio che, come Radio Maria, non ti abbandona mai. E sento le seguenti immortali parole: “Tu!” (un altro partecipante a caso, chiamiamolo Tizio) “Vai lì a vedere se quella è la 61 o no!”. La faccia di Tizio che viene apostrofato nel bosco per andare a vedere il codice di una lanterna (che sta a 20 metri) è inequivocabile: non sto facendo nomi, perché verranno svelati a suo tempo quando il tutto sarà passato in giudicato… Tizio esegue, arriva alla lanterna, guarda il codice e ripete “NON E’ la 61”. Ed il gruppetto con la radio riprende la sua ricerca, Io aspetto qualche secondo. Quando il gruppetto è scomparso dietro al primo dosso…

Manca solo che Tizio, nel punzonare, si lasci andare in un bel “Ma vieni!”. Quella lanterna è SEMPRE stata il codice 61. Pure a me scappa una risata… A parte questo, o forse anche questo da una chiara connotazione alla mia performance, la mia gara è davvero indegna di questo nome.

(continua…)

Friday, April 17, 2020

E stavolta c’è countdown! (semi-cit.)



Ogni tanto bisogna fare qualcosa di pazzo. Sennò non saremmo orientisti. Questa frase era anche il titolo di un pezzo uscito per il “Kilometro sforzo” di alcune decine di anni fa (“più di una decina” vale per scrivere “alcune decine”) nel quale Rudolf Ropek e Carsten Jorgensen, due tizi che a loro modo sarebbero entrati in qualche fase della mia vita orientistica, si raccontavano in modo semiserio le loro ultime pensate in fatto di allenamenti.

Io di sicuro non mi sto allenando molto in questo periodo, ma approfittando della contingente situazione di “stay at home” (non c’è di che, bastardo di un anno bisestile di merda!), sto mettendo in atto uno dei suggerimenti proposti anche da Alessio Tenani nel video comparso qualche giorno fa sulla home page della Fiso. Ovvero: mettere a posto dopo 28 anni il mio archivio di cartine. Considerato il fatto che questo archivio comprende ormai 1500 carte circa, l’impresa è da considerare a livello di “titanico” in una scala “da zero a Schwarzenegger”.

La situazione, a circa un terzo del percorso, è la seguente:

Si, quella in basso a sinistra destra sotto ad un paio di occhialini protettivi da Laboratorio di Fisica 1 è la copertina di Heart of Glass con il profilo e la lingua di Debbie Harry … non c’è di che amici che avete tra i 50 e i 55 anni).

Il percorso è ancora lungo, perché ogni tanto apro qualche cartelletta ed escono fuori delle cose, ma delle cose, davanti alle quali non posso fare a meno di commuovermi, di sorridere, di ricordare, talvolta di fare tutte e tre le cose insieme. E ne ho tratto alcune considerazioni:

  1. Montagne, laghi, mari, città d’arte. L’Italia è un paese meraviglioso. Punto.
  2. Al punto 1 non ho nemmeno menzionato l’orienteering! Perché poi noi vediamo queste bellezze anche nelle nostre cartine
  3. Sono fortunato, anzi fortunatissimo, ad essere un orientista. E non solo perché agli amici jogger posso dire che Matthias Kyburz è un orientista o che Minna Kauppi non è mica solo una fotomodella

Così ho deciso per una idea pazza. Visto che il blog latita, e visto che alla ripresa delle gare vorrei comunque mandare avanti il progetto del podcast https://anchor.fm/storiediorienteering, avrei voluto dedicare 10 puntate speciali del blog alle 10 più belle cartine nelle quali (a mio insindacabile giudizio) ho corso. Ben sapendo che la mia collezione di cartine comprende solo un granello di sabbia delle cartine orientistiche sparse per il mondo e che quindi la valenza della mia classifica sarà sempre meno di zero.

Solo che la cosa non sta funzionando come pensavo. Nel senso che le “10 cartine” stanno diventando 20, 30, forse 50. E non perché io sono di bocca buona! E’ proprio che “10 cartine” a me stanno strette. Di conseguenza nei prossimi giorni proverò a cominciare a scrivere una “topqualcosa” (cercherò di limitarmi a 30 ma non garantisco) di cartine orientistiche, condendo il tutto con un breve racconto di cosa è successo lì.

E STAVOLTA C’E’ IL COUNTDOWN!!!

La cartina che propongo qui sotto finirà in qualche posizione del blog, ma quando mi è venuta in mano non ho potuto fare a meno di fare una enorme risata. Perché, nonostante Lome , si tratta probabilmente della gara più pazza che ho fatto in tutta la mia vita:


La carta è, ovviamente, quella di San Martino di Castrozza. E fin qui nulla da dire. Ci abbiamo corso varie volte. Il costone montagnoso a forma di V a nord del prato è quello che è stato massacrato dalla tempesta Vaia, dopo che vi era stata ambientata la tappa finale della prima edizione della “Dolomiti 3+2” del 2017. C’è la carta, con le zone di roccette a sud e a ovest, le malghe all’estremità ovest, le curve di livello della strada che porta al Passo Rolle… c’è persino la descrizione punti “Alpe Adria 11 settembre 1998”, e io correvo in M19-34! Quanto ero figo nel 1998, e correvo pure!

Manca una cosa però. Dov’è il percorso? Eccolo

Era un venerdì pomeriggio a San Martino di Castrozza, prima tappa middle dell’Alpe Adria. E nonostante non fosse ancora finita l’estate, veniva giù a secchiate. La carta era antispappolo ma il percorso, disegnato a mano, non era waterproof. Di conseguenza dopo pochi punti di controllo mi sono accorto che stava letteralmente svanendo sotto i miei occhi. Ma la cosa sorprendente è che la pioggia non stava lavando via il percorso dal foglio: questo stava letteralmente PASSANDO DALL’ALTRA PARTE DEL FOGLIO DI CARTA!

Il problema (come se ce ne fosse stato uno solo) è che la traccia magenta era nitidissima guardandola in controluce, ma in ogni caso la si sarebbe vista (e con essa la carta, ma ovviamente non tutti i dettagli) solo per l’appunto in controluce e sarebbe apparsa come riflessa in uno specchio! Se per andare, poniamo, dalla 10 alla 11 la direzione da prendere era chiaramente “est”, io avrei visto come riflessa nello specchio una tratta che andava da destra a sinistra, verso ovest!

E il tutto sotto il diluvio.

E in mezzo al rock paradise di San Martino di Castrozza

E con il buio che arriva

E con i punti da trovare sul percorso M19-34 (vedi che essere forte non è mica sempre un vantaggio…)

Per fortuna, arrivato in qualche modo alla 13 ed in procinto di chiedermi come avrei fatto a capire come venire a capo delle ultime 6 lanterne, è arrivato un altro atleta con una cartina di gara conciata nello stesso modo. Lui però con un problema in più: anziché aver trovato un compagno di avventura forte quanto lo era lui, aveva trovato me. Perché "lui" è Walter Seber, Fiamme Oro, più volte campione italiano e nazionale di Sci-orienteering, mentre io ero soltanto io.

Però c’ero soltanto io nei paraggi, e gli è toccato accontentarsi! Così, mentre intorno a noi pioveva a dirotto e si sentivano pure i tuoni, ci siamo mezzi uno di fronte all’altro a guardare in controluce (la poca che ormai c’era) la cartina dell’altro per venire a capo in qualche modo di quella prima tappa dell’Alpe Adria.

Che gara pazzesca. Adesso però mi rituffo nelle cartine. Devo mettere a posto tutto se voglio riconquistare il possesso della stanza. Che se poi ad ogni cartina mi fermo a rimembrare chi ero, cosa facevo, come ho corso ed altre amenità del genere, altro che la quarantena da coronavirus: avrò bisogno dell’ergastolo ai domiciliari per finire tutto!

Post scriptum: grazie di tutto anche a te Debbie!

Tuesday, February 04, 2020

Più bello del MOO, c’è solo il prossimo MOO!



Gennaio 2020. Per chi, come me, da tempo non si allena nemmeno in previsione delle multidays estive, magari da affrontare sfrontatamente in una velleitaria categoria Elite, il periodo invernale dovrebbe essere sinonimo di grandi poltrite sotto il piumone, ad attendere le luci del giorno che bucano la cortina di smog solo verso le 9 del mattino della domenica.

Non quest’anno. Da quando il Comitato Regionale Lombardo ha cominciato a spalmare gare regionali già a febbraio e marzo, al “Genio di Via Neera” non è rimasto che piazzare l’evento dell’anno nel gelido mese di gennaio. Perché è di questo che sto parlando: l’evento dell’anno. A mani bassissime, direi, il MOO si merita questa definizione.

E’ una gara, perché c’è una classifica, perché c’è competizione, perché ci si svena e si soffrono sette fatiche e c’è tensione e c’è adrenalina e ci sono rimorsi e rimpianti a classifiche pubblicate. Perché ci sono i crampi alle gambe o anche solo una piccola contrattura. Perché ci si marca a uomo, o talvolta a donna, o a vista. E ci si studia in gara, ci si maledice, ci si saluta e ci si scambia un high five su una banchina della metropolitana. Ma che il MOO lo si affronti in tuta termica e scarpette da corsa oppure in giubbotto\giaccone da vasca in centro domenicale, basta vedere qualcuno aggirarsi in strada con un foglio di carta in mano, pensoso o pensosa, con la concentrazione a mille, e scatta un senso di fratellanza che non si vede tanto spesso nelle nostre gare di orienteering.

E’ il MOO. Noi siamo quelli del MOO, siamo quelli che sono partiti da qualche parte di Milano una, due, tre magari quattro ore prima e ci siamo sparpagliati per tutta la metropoli per ritrovarci a 5 ore di distanza, con il cervello bollito a fuoco lento nei quesiti, con le gambe a pezzi dopo chilometri di asfalto d gradini a centinaia, ma con il sorriso stampato a 64 denti. Noi siamo quelli del MOO, e Remo è il nostro vate. Punto. Più bello del MOO appena passato, ci sarà solo il prossimo MOO. Perché sono sicuro che Remo ci sta già pensando…



Anche questa volta avremmo dovuto registrare gli ultimi 10 minuti prima della partenza. Da qualche parte nella spiegazione introduttiva, Remo ha parlato se non sbaglio di “deriva psicogeografica”, di una città in evoluzione che è continua ma spesso non si sviluppa con una linea retta dalla situazione A alla situazione B, bensì attraverso un disegno che si accartoccia, diventa un arabesco, torna sui suoi passi a metà di un percorso ancora non del tutto compiuto… ehi! Ma sto descrivendo la traccia di un mio classico percorso di orienteering.


Non sono sicuro di aver capito proprio tutto quello che Remo stava raccontando, e non posso nemmeno chiederlo al mio compagno di squadra perché si era allontanato all’improvviso per correre in bagno. Quello che so è che il mio primo pensiero, sentendo Remo, è stato “quest’anno sarà una autentica mazzata!”. Da lì al pensiero dei (pochi) chilometri macinati in allenamento, alle volte in cui avrei fatto meglio ad uscire prima dall’ufficio per allenarmi in fascia serale anziché stare lì seduto alla scrivania, il passo è stato breve.

D’altra parte il mio compagno di squadra sostiene che il MOO mi fa rendere al meglio delle mie possibilità, persino oltre le mie possibilità, prima di cominciare a dire che sono sicuramente dopàto (non lo sono!). In ogni caso in questi anni ho dimostrato che in un modo o nell’altro riuscirò a tenere il suo passo e contemporaneamente a tenere acceso il cervello (perché il MOO solo con le gambe o solo con il cervello non lo si dòma), e a pochi minuti dalla partenza mi sono detto che anche quest’anno ci sarei riuscito.
Ma questo importa fino ad un certo punto: alle 10 (quasi) in punto, non importa che tu sia tutatermicato o giubbottato o giacconato, perché Remo pronuncia “habemus papam”… anzi no! “Le carte sono là dietro” e il MOO 2020 ha inizio!

***

Il prologo si svolge nel quartiere Primaticcio attorno al centro sportivo Tuberose, tra Via Primaticcio, viale Legioni Romane e Viale San Gimignano. La carta di gara è una nuova genialata di Remo: si tratta infatti di un estratto di un vecchio Tuttocittà, con i pallini magenta a rappresentare la posizione dei quesiti. La fredda cronaca di una gara direbbe che al primo punto di controllo siamo in testa, perché Marco è stato rapidissimo ad impadronirsi della carta di gara e a lanciarsi verso il primo punto. Siamo secondi all’uscita dal centro sportivo Tuberose, e poi cala un po’ la nebbia perché tra i vari compiti nei quali ci dobbiamo disimpegnare c’è:

  • la ricostruzione di un QR code di cui ci è stata data una parte prima del via, con la parte rimanente attaccata ad un muro però in una scala diversa (quindi sono obbligato a ricostruire il QR code e decodificarlo con il cellulare tenendo il foglio di carta in mano ad una certa distanza dal muro e lavorando “di prospettiva”…)

  • l’identificazione di due punti di controllo attraverso le vecchie pubblicità che comparivano a lato delle mappe, sul bordo pagina: non essendo indicate dai buoni vecchi cerchietti color magenta di stampo orientistico, ce ne “dimentichiamo” e siamo costretti a recuperare i punti facendo un giro supplementare


Mentre succede tutto questo, la gente del quartiere si accorge che sta succedendo qualcosa, perché c’è gente di ogni tipo (=vestita in ogni modo) che corre avanti e indietro per le strade. I più sorpresi immagino che siano stati i due ragazzi in divisa mimetica appartenenti allo schieramento “strade sicure” che magari al passaggio dei primi hanno puntato i mitra e poi dopo averci visto fare avanti e indietro più volte si sono messi a ridere pure loro.
Alla fine del primo giro, si recuperano finalmente le mappe dell’intero MOO e si può dare una occhiata allo sviluppo del percorso:



La nostra prima strategia prevede di affrontare il percorso in senso orario, il che vuol dire correre nella zona del Portello, a nord di Piazzale Lotto. Il modo più veloce per arrivare a Lotto sarebbe prendere la linea rossa da Primaticcio, cambiare a Pagano e ritornare verso la periferia fino a Lotto appunto. Ma bisogna trovare due treni e alle 10.30 del mattino il rischio di attendere minuti e minuti in banchina non è bassissimo. Marco quindi opta per il piano B: correre lungo viale delle Legioni Romane fino a Piazzale Bande Nere e vedere se riusciamo a prendere una 98 al volo; è la prima “rasoiata” nelle gambe perché a tutti gli effetti stiamo correndo lungo la linea della metropolitana. Il fatto che non siamo stati tra i primi ad uscire dal prologo è testimoniato dal fatto che attorno a noi si muovono, già con tutte le mappe a disposizione, alcuni team in giaccone e giubbotto…
Marco avrebbe anche un piano C: se l’autobus 98 non fosse disponibile, si potrebbe correre fino alla prima cerchia della circonvallazione per prendere un filobus della linea 90… ma le mie gambe si rifiutano subito di prendere in considerazione una possibilità del genere. Per fortuna da Piazzale Bande Nere vediamo spuntare in lontananza la sagoma del bus 98 ed io posso tirare un sospiro di sollievo. Il bus è abbastanza pieno, ma possiamo sederci per cominciare a mettere meglio a punto la nostra strategia e per provare a decifrare, miopi e 53enni come siamo, la mappa recuperata dal QR code che ha sfondo nero, rete stradale in grigio evanescente e approssimazione della presunta posizione del cerchietto pari ad un intero isolato. Il bus 98 è anche un’altra cosa: è lento! Becchiamo pure il cambio turno dell’autista e, all’arrivo in Piazzale Lotto, ci vediamo passare davanti il filobus che ci avrebbe risparmiato qualche centinaio di metri a piedi.
Poco male (per Marco, ma meno per me): si corre! All’altezza di Piazza Stuparich veniamo superati dal terzetto dei favoriti Donadini-Grilli-Mattiroli (in rigoroso ordine alfabetico). La mappa del Portello è lì che ci aspetta, e con essa i primi quesiti e le prime squadre che incrociamo lungo la rete di punti:


Tra i quesiti, rimarchevole quello sul costo annuale della sottoscrizione a qualcosa del Milan: il cartello che dobbiamo leggere riporta infatti il costo quadriennale! Il cervello tiene botta per capire che dobbiamo fare un rapido calcolo, ma si tratta di quel genere di quesiti che affrontati dopo 4 ore di gara mandano in pappa i neuroni. Tra i commenti sentiti in zona, notevole quello di “Whites” Bianchi che riprende il leitmotiv di Marco confermando il mio status di dopàto… il tutto solo perché sto correndo al massimo della velocità consentita dalle mie gambe!

Dalla zona del Portello si corre fino alla omonima fermata della metropolitana linea lilla: seconda rasoiata alle gambe con annessi sorpassi ad alcuni podisti della domenica, in un perfetto remake de MOO 2019. Con la lilla raggiungiamo un classico del MOO di questi anni (anche in notturna): stazione Garibaldi ed il centro commerciale sotto a piazza Gae Aulenti.


Dopo aver scalato i gradini che portano in superficie (altra rasoiata nelle gambe! 5 piani!!!) cercando di tenere il passo dell’Elite Cesare Mattiroli, approdiamo al labirinto dove Marco si disimpegna da par suo, mentre io cerco di tenere il passo cimentandomi sui quesiti. Poi via di corsa nel sottopassaggio che congiunge Garibaldi a Gioia (oh che gioia per i polmoni correre nei duecento metri più inquinati di tutta Milano…). Dopo esserci disimpegnati con un quesito intrigante sugli orari di passaggio delle metropolitane per Abbiategrasso, balziamo sul vagone della linea verde diretti a Piola per affrontare la metà mappa “Gabrios” (un collage delle piazze intestate a “Gabrio Piola” e “Gabrio Rosa”, con quest’ultima però che si trova a chilometri di distanza) e da lì la mappa “Città Studi” che ci porterebbe fino a Porta Venezia, da dove potremmo prendere la linea rossa per andare a fare i punti in centro e poi ancora a linea gialla per andare nella zona sud-est e poi…

Questo diceva la nostra strategia. Ma arrivati a Stazione Centrale… STOOOOOPPP!!!

Plin plon! Avvisiamo i passeggeri che i treni della linea verde sono momentaneamente bloccati per soccorrere un passeggero colto da un malore. La circolazione dei treni riprenderà appena possibile”.
Pensieri sparsi:

  • Ma porc…!!! (un pensierio non del tutto da buon samaritano nei confronti del poveretto \ della poveretta che sta male, faccio outing qui: me ne pento e me ne dolgo)
  • “Adesso mando un messaggio a Remo per dirgli che NON SONO IO quello che sta male”
  • E ora che si fa?

I messaggi via altoparlante che confermano lo stop della linea si susseguono. Sullo stesso vagone c’è un’altra squadra che non sa chiaramente che pesci pigliare, e guarda noi. Noi guardiamo loro. Cominciamo a pensare ad un piano B che ci farebbe perdere comunque parecchio tempo: saltare giù dalla linea verde, correre a prendere la metropolitana sulla linea gialla e spostarci verso la zona sud-est di Milano per fare le mappe di Symbiosis e Gabrio Rosa, infine cercare un modo per ritornare verso nord a Città Studi.

Potrebbe essere un uovo di Colombo ma potrebbe anche essere una rovina, se la linea verde ripartisse proprio mentre stiamo correndo verso la linea gialla. Quando ogni secondo di attesa si trasforma in un nuovo pensiero “… e intanto gli altri chissà dove stanno correndo…”, quando ogni annuncio dell’altoparlante conferma che la linea è ancora ferma, la decisione diventa facile:

SI VA!

E via che si parte di corsa verso la linea gialla, con un occhio buttato dietro per vedere se il treno della linea verde parte proprio sotto i nostri occhi. Altre scale, altro labirinto sotterraneo e approdiamo sulla banchina della linea gialla, dove leggiamo che il primo treno verso sud è atteso in sette minuti.

E ci accorgiamo che abbiamo perso due mappe di gara!

E’ un momento dramMOOtico! Il primo pensiero è che le abbiamo lasciate sui seggiolini del treno della linea verde. Marco riparte come nemmeno Bolt ai blocchi di partenza, ed io gli corro dietro. Se sono davvero rimaste sui seggiolini e qualcuno le ha raccolte o il treno è partito, siamo fatti. Se sono cadute a terra e sono state raccolte o non le ritroviamo, siamo fatti lo stesso. Cerchiamo nel labirinto tra le stazioni di correre con un occhio a terra ed uno a rifare la strada dell’andata, e finalmente ritroviamo le mappe. E ritorniamo in banchina in tempo per veder arrivare il treno della linea gialla! Tempo perso zero, ma che spavento!

Sulla linea gialla abbiamo il tempo di sviluppare il piano B: approderemo a Lodi TIBB, da lì di corsa lungo lo Scalo Romana fino a Fondazione Prada, di parchetto in parchetto sulla mappa “Symbiosis” fino a Via Quaranta. Se siamo fortunati, troveremo la 95 che ci porterà in Piazza Gabrio Rosa, altrimenti si corre.


A parte la conta degli alberelli che compongono un semiaperto “conta questi scarta quelli” che dobbiamo rifare sette volte, i parchetti vanno via uno dopo l’altro, della 95 in Via Quaranta nemmeno l’ombra e quindi si corre fino a Gabrio Rosa dove domiamo i punti in pochi minuti.



Ora si tratta di completare il giro tornando a nord, ma come? Il timing del passaggio del bus della linea 93 incida 13 minuti, ma andarci ad incasinare con altre strategie e mezzi alternativi non sembra la soluzione migliore, anche perché a me è appena partita una contrattura al quadricipite e ho bisogno di sciogliermi con un po’ di stretching.
La 93 è strapiena, ed è anch’essa abbastanza lenta. Quando scendiamo in via Bassini per andare a prendere uno dei punti della mappa sul QR code, vediamo con la coda dell’occhio le ragazze del team “Le sovversive” che si allontanano verso Gabrio Piola. Pit stop fisiologico a bordo corsia del tram, poi di corsa lungo via Bassini e la facoltà di Architettura.


Marco gestisce ancora in bello stile e punti del piazzale, limiamo qualche metro alle Sovversive e poi è ora di correre verso Porta Venezia lungo la mappa Città Studi.


Le ragazze del team davanti a noi danno il ritmo, spariscono dietro gli angoli delle vie, ricompaiono poco dopo e cerchiamo di limare qualche secondo “in zona punto” rispondendo il più velocemente possibile ai quesiti. Arrivati in Piazza Otto Novembre, riusciamo ad agganciarle e ci lanciamo nella stazione di Porta Venezia per tornare in centro e fare ancora un paio di punti della insidiosa mappa “Weak City” che continuo a tenere sullo smartphone.
Siamo ormai quasi a 4 ore di MOO, e mentre le gambe di Marco viaggiano che è un piacere, le mie cominciano a mostrare segni di decadimento fisico. Un primo punto dietro zona Cordusio va via facile, il secondo in Via San Maurilio correndo nella zona di Piazza Affari è pura fatica per me. Cerchiamo di tornare verso Largo Cairoli per vedere se per pura fortuna riusciamo a fare anche il punto fotografico con il tram “Atmosphere” (che però si deve essere dileguato almeno un’ora prima) e decidiamo che è tempo di tornare alla base, prendendo la linea rossa che ci riporta a Primaticcio


Gli ultimi 500 metri che ci riportano al Tuberose da Piazza Bande Nere non li sento nemmeno nelle gambe. Con noi sul treno c’era un’altra squadra, ma più tranquilla (con giubbotti e giacconi) e quindi quest’anno non è necessario fare uno sprint. Mentre corriamo lungo Viale San Gimignano, Marco ed io ci scambiamo una stretta di mano e ci ripromettiamo di essere di nuovo alla partenza e in forma per il prossimo MOO. Ci assolviamo l’un l’altro per l’episodio delle mappe perse e ritrovate, per non aver dato la caccia al momento giusto al tram ed ai riders con i quali dovevamo fare i selfie: abbiamo preferito giocare sulle mappe, al meglio delle nostre possibilità, e ci siamo divertiti tanto ma tanto tanto tanto.

E così sia.

Un ringraziamento finale da parte mia a:

  • A Remo: parafrasando Andrea Castelli “a un altro MOO, ancora più bello”
  • A chi è arrivato a leggere fino a qui: complimenti per la tenuta (nient’altro da fare in un giorno di ferie?)
  • A Marco che avrebbe senz’altro tenuto il passo del team vincitore, ma a cui va bene portare un giro un vecchietto come me
  • Al team “Le sovversive” (Federica e Laura) che hanno davvero dato il ritmo in quel momento, tra le 3 ore e 45 minuti e le 4 ore, durante il quale le gambe volevano proprio dare forfait

Ci vediamo al prossimo MOO!