Stegal67 Blog

Wednesday, January 01, 2020

Dalla MiPa a Bergamo, fino all’oblio



Nell’ultima parte dell’anno 2019 non ci sono più lunghi spostamenti autostradali che mi portano da una gara all’altra. Novembre si apre con la seconda tappa di Milano nei Parchi al Parco Lambro, incredibilmente assistita dallo stesso sole che ci aveva accompagnato a Peschiera e Bardolino. Ne viene fuori una bella mattina con parecchi agonisti che si cimentano sul percorso e tante ragazze e ragazzi che cercano con più o meno successo di venire a capo delle insidie del percorso


Poi viene il turno di ReMOO Madella di muovere il calendario degli appuntamenti agonistici, con la prima tappa del MOO Notturno: la corsa di svolge al Parco Nord e per riscaldamento occorre camminare di buon passo per un paio di chilometri dalla fermata della metro di Affori fino al ritrovo (facendo anche un po’ di orientamento con GoogleMaps all’interno del parco stesso). Venire a capo dei percorsi disegnati da Remo è sempre divertente, e le soste ai punti di controllo per punzonare con l’ausilio dei QR Code aiutano a riprendere fiato.


Di mio ci metto il fatto che, dopo una giornata intensa di lavoro, le energie cominciano a calare a due terzi del percorso e quindi faccio uno svarione dietro l’altro alla lanterna 10 (dove ho cercato invano di inseguire Anastasia Trifilenkova), poi alla 11 dove non leggo bene la descrizione punto, alla 12 raggiungo in modo fin troppo “sul sicuro” stando solo sui sentieri. La 14 la affronto attraverso l’area grezza a nord e sbagliando completamente direzione con la bussola, con il risultato che ad un certo punto non capisco più dove sono finito e devo chiedere (ad un paio di ragazzi che stano pascolando i cani) dove si trova la punta del laghetto: ero ritornato, inspiegabilmente, a metà strada tra la 13 e la 14! Infine la 16 è una specie di Triangolo delle Bermude che inghiotte tutti i partecipanti, che avranno il loro bel da fare per trovarla.

Però è proprio l’uscita serale del giovedì che mi mette le gambe in condizione di affrontare al meglio la bi-sprint di Arona della domenica successiva. Si gareggia sotto una pioggia continua e con pochissimi gradi di temperatura, con la platea che si divide tra coloro che dicono “beh… però a Millegrobbe era peggio…” e quelli che rispondono “Perché? A Millegrobbe com’era?” venendo immediatamente schifati dai primi. I tracciati di Maurizio Todeschini sono sempre molto intriganti, e mi aiutano a mantenere davvero contenuto il distacco dai primissimi dell’Elite.


E’ qui che, dopo l’arrivo, mi sento dire da uno dei giovani torelli lombardi “Ehi Stegal! Hai picchiato anche tu duro oggi!”, senza riferimento ad una eventuale caduta sull’asfalto o sul porfido o sui marmi del centro storico. Continuo a fare fatica appena la mia corsa affronta una qualsiasi curva di livello, ma cerco di compensare anticipando le scelte appena posso e senza commettere errori rilevanti.

Da Arona esco così rinfrancato che, la domenica successiva, mi spingo fino a Colorno (territorio della famiglia Allodi e Greci) per la finale del trofeo Emilia Romagna. Gara dalla quale esco invece letteralmente massacrato… la partenza è mass start (ho già detto che…?) e, nonostante io mi ritrovi fin da subito in fondo al gruppo, riesco nella impresa mai riuscita prima di fare le lanterne in questa sequenza:


1 (e fin qui…), poi 23 (ventitre!) meravigliandomi che non ci sia più nessuno in giro, poi 3. Alla 3 mi accorgo del casino che sto facendo perché dal cerchietto “3” escono due righe magenta e nessuna delle due conduce al punto da cui sto arrivando. Dalla 3 vado alla 2 ma, preso da un momento di pura follia, corro lungo la strada, non prendo né la prima né la seconda a sinistra e proseguo fino al fiume, e poi sul ponte, portandomi così verso la 15! A questo punto decido di rinsavire, ripercorro il ponte, arrivo finalmente alla 2 e poi torno alla 3, continuando ad incrociare sempre gli stessi passanti che mi guardano come se io fossi matto, non sapendo che non sono poi così lontani dalla realtà. Ormai ultimissimo del gruppo, riesco anche nell’impresa di correre le lanterne più a sud nell’ordine 5-7-6-8, solo che questa volta non me ne accorgo fino al momento in cui, allo scarico del chip, Alice Talignani mi guarda con un sorriso compassionevole annunciando la mia squalifica per punzonatura errata.


Quanto accaduto non mi scoraggia. La prima domenica di dicembre sono al via della ormai classicissima di fine autunno “50 lanterne”, solo che questa volta la Polisportiva Benanese per festeggiare il trentennale raddoppia e le lanterne diventano 100. Si corre al Parco di Monza, sotto l’acquq gelida (ancora!) e spesso nel fango. La formula di gara è ovviamente mass start a sequenza libera, e la possibilità che io azzecchi il giro più efficace (che dovrebbe portarmi comunque a correre quasi 20 km) è nulla.
L’obiettivo è quello di riuscire a coprire almeno una novantina di lanterne, su uno schema di gara che sembra proprio il vecchio giochino “Che cosa apparirà?” della Settimana Enigmistica. Anche questa volta bastano pochi minuti per ritrovarmi in coda al gruppo, ma dopo una breve coda per punzonare la 7, già alla 5 il distacco tra i vari concorrenti è sufficiente per consentire a tutti di punzonare uno dei quattro cartellini di cui disponiamo senza perdere tempo. Per non incasinarmi troppo, cerco di seguire un giro orario delle varie zone del parco e di non farmi troppo condizionare dal fatto che il regolamento prevede che non si possa utilizzare la bussola. Il passaggio più intricato del percorso 60-62-61 lo faccio abbastanza bene, ed è qui che incrocio Riccardo Rossetto in veste di fotografo


…che riesce nell’impresa di fotografarmi anche la terza gamba!

Al traguardo, la conta delle punzonature dice “91”: obiettivo raggiunto e commento “Ma come fai? Non ti alleni mai! Sei grasso!!! Come ci riesci?” che mi fa diventare alto tre metri.

Sono però gli ultimi fuochi della stagione. A metà dicembre la tappa del MOO Notturno alla Biblioteca degli Alberi mi vede al via in condizioni fisiche rivedibili, nonostante il sorriso a 32 denti sfoggiato alla partenza



La penultima avventura è quella di Bergamo, dove partecipo per la prima volta alla O-Christmas Race made by Agorosso. Raggiunto il ritrovo dopo una interminabile scalata da Bergamo bassa a Bergamo alta, in partenza sono piazzato un minuto dietro a Stefano Maddalena e al punto uno sono a pochi metri da lui! Solo che Lui (con la L maiuscola) è dalla parte giusta del recinto, ed io sono da quella sbagliata…
In gara mi sento davvero lento, se non addirittura bolso: non so dove lascio secondi ad ogni lanterna, visto che non mi sembra di fare grossi errori, ma la posizione in classifica finale sul percorso Nero risulterà davvero deficitaria.

Non resta che l’ultimo episodio, perché quest’anno ho capito che la corsa podistica di Moncucco di Vernate è quella che chiude davvero le fatiche dell’anno. Con il panettone e le 10 portate dei pranzi di Natale e Santo Stefano ancora nella pancia, domenica 29 dicembre alle 6.30 salto dal letto direttamente nei vestiti per andare ad affrontare il percorso anche quello ormai classico, con un nebbione da Coppa Cobram fantozziana ed una temperatura da 2 a 5 gradi sopra lo zero. La nebbia fagòcita i concorrenti uno ad uno ed è solo con i ricordi delle StraMoncucco passate che cerco di ricordare le curve che avvicinano ai due cavalcavia che fanno da gran premio della montagna alla corsa.


Cronometro alla mano, la mia corsa del 2019 risulterà di almeno 6 minuti più lenta di quella 2018. Al contrario Marco va come una scheggia, parte parecchio dietro di me e mi “bussa” al km 8,5 sparendo rapidamente alla mia vista.

Al traguardo la stagione 2019 è ufficialmente finita. E, forse, per tutta la fatica fisica e mentale e nervosa che quest’anno si è portato dietro, è meglio così

Friday, December 27, 2019

Da Montevecchia a Bardolino, una staffetta tira l'altra


Dopo aver dissipato inutilmente energie e dignità in quel di Giussano, le giornate sempre più corte annunciano una stagione che volge verso il termine. So di essere rimasto indietro con il blog, e quindi comincio già a pensare se e quando scriverò un pezzo sulle mie migliori (un post vuoto…) e sulle peggiori performances del 2019. Ma dalle nebbie del tempo ricompare a cavallo la sagoma di Marco “Rusky” Giovannini, già tesserato per l’Unione Lombarda fino al 2012, poi passato tra le fila dell’Erebus nel 2013, nel Padova Or. nel 2014 e infine migrato oltre confine nell’OK Trzin.
In mezzo ai periodici annunci del suo ritiro dalle scene agonistiche nazionali, Marco rimane sempre uno di quelli che appena si mette ad allenarsi lo fa sul serio, e la tecnica orientistica non gli è mai mancata. Di conseguenza, quando Marco mi dice “Corriamo insieme le staffette sprint relay regionale e nazionale? Tanto sono ad una settimana di distanza l’una dall’altra”, io comincio a tremare al pensiero di fare squadra con uno dei master più forti dello stivale. E’ vero che in passato avevamo vinto insieme il campionato regionale a staffetta (ma solo perché lui l’avrebbe vinto, tempi alla mano, con chiunque altro fosse stato nella stessa squadra quel giorno), è vero che avevamo fatto una bella figura anche al campionato trentino-veneto (dove ero rimasto in testa fin quasi a metà gara dell’ultima frazione, e mannaggia a me che mi sono messo ad indicare ai miei avversari dove stava il punto più nascosto del tracciato), ma quei tempi sono ormai passati (solo per me) e la staffetta rimane un altro ennesimo format di gara che non apprezzo, insieme alle mass start, alle notturne e alle sequenze libere e score.
Però sono anche un dirigente dell’Unione Lombarda: gareggiare con Marco è un modo per rimarcare una bella amicizia, e la prospettiva di portare Marco a tesserarsi nuovamente con noi, fosse anche solo per due gare, è allettante e convincente. Così decidiamo di iscriverci alle staffette, e come prima frazionista prendiamo in squadra Roberta che quando è in giornata può tenere il passo di tutte le sue pari età. Andremo quindi alla partenza con Roberta in prima frazione (la frazione “solida”), Marco in terza frazione (la “certezza”) ed il sottoscritto in mezzo come in un panino (la frazione “salame”).
Nei giorni precedenti la gara, dato che Marco è effettivamente molto forte e che nella nostra società ci sono atlete ed atleti più forti di me, mi era stato richiesto di “cedere il passo” in seconda frazione in modo da costruire una staffetta più competitiva. Marco però nelle clausole del contratto aveva espressamente inserito la clausola che avrebbe corso la staffetta solo con me. Il che peraltro mi aveva messo addosso una certa pressione…
Il primo atto è a Montevecchia, sulla carta del Rio Curone, per il campionato regionale lombardo. Dopo un sabato passato al Parco Trotter a prendere acqua per la Milano nei Parchi, un cielo plumbeo ci accoglie alla partenza. Io continuo ad avere tutti i dubbi del mondo perché so di essere lento e poco abituato a gareggiare spalla a spalla. Alla partenza, le ragazze si lanciano nel bosco ed io non posso fare altro che abbozzare un po’ di riscaldamento e poi mettermi ad aspettare i passaggi e vedere in che posizione prenderò il via. Roberta in effetti tiene il ritmo delle migliori e mi da il cambio in quarta\quinta posizione: davanti c’è la Punto Nord, poi altre due squadre dell’Unione Lombarda, poi noi con la besanese favorita. E’ il mio momento e cerco di dimenticarmi della possibilità di mandare tutto quanto a gambe all’aria.
Per mia fortuna, parto insieme a Sbrambi, che si lancia verso la delayed start ed il primo punto con quella decisione che io mai e poi mai avrei avuto. Sul secondo punto riesco ancora ad avvalermi della sagoma di Stefano che si allontana a gran velocità, e quando rimango da solo ho la fortuna o l’abilità di andare a sbattere dritto sul punto 3 e sul punto 4. Al punto 5 Stefano ancora non è sparito del tutto alla vista, ma la salita al punto 6 ed una indecisione che mi fa finire nell’avvallamento a fianco (dove c’è un’altra lanterna) mi fa stacca definitivamente. Qui incrocio però un altro compagno di viaggio, ovvero JMax che è della mia stessa società ed è anche più veloce di me. Cerco di limare tutti i centimetri che posso, di usare tutti i trucchi del mestiere sia fisici che mentali, di distrarlo con facezie e racconti di gare lontane, e bene o male quando passiamo dal punto spettacolo dopo la 13 siamo ancora insieme: lui corre che è una bellezza, io sono pronto per la rianimazione. Il nostro duello si decide dopo la 17, quando io mi butto nel fiume a cercare la piccola traccia di sentiero che mi porterà sulla strada e JMax… semplicemente scompare in un’altra direzione, avendo girato male la carta di gara. Sulla salita che porta al traguardo, cerco di non farmi uccidere da quelle maledette 5 curve di livello ma le foto dell’arrivo sono impietose:

(qui sembra che stiamo ballando un twist… nevvero?)
All’arrivo di Marco mi accorgo che non ho nemmeno ancora scaricato il chip! Riprendo la carta di gara e comincio a scrutarla terrorizzato “questa l’ho fatta, questa pure… qui c’era JMax, qui ci sono andato…”. Il responso è positivo, tutte le punzonature fatte, e in classifica finale Marco ha tenuto la terza (***) posizione in classifica, dal momento che il distacco accumulato da me non gli consentiva di andare a prendere né la Besanese né la Punto Nord.

(***) Nota dello scrivente che si può saltare a pié pari (come tutto il resto, peraltro). In classifica finale Roberta, Marco ed io risultiamo secondi, medaglia di argento. Accade infatti che Cristina, prima frazionista della Punto Nord, sia incorsa in una di quelle situazioni “strane” che ogni tanto accadono in gara: ha punzonato la stazione, la stazione ha registrato il suo passaggio come un “errore di scrittura”, il suo chip non ha registrato il passaggio e la sua squadra è stata squalificata per punzonatura mancante. Questo a norma di regolamento. Bene: per me questo regolamento è una boiata pazzesca, e se è stato partorito da qualche scienziato nucleare svedese alla Bjorn Persson allora è una boiata pazzesca di più. Da ex informatico, mi rifiuto di credere che Cristina non sia passata da una lanterna se la stazione ha registrato il suo passaggio come “errore di scrittura”. La Punto Nord quest’anno ha perso medaglie nazionali e regionali per eventi come questo, che a mio parere potrebbero essere risolti in modo più easy, evitando che possa sorgere il benché minimo dubbio che il controllare o meno il log di una stazione e il lasciar stabilire ad una giuria se, a controllo effettuato, un atleta va tenuto o meno in classifica possano dipendere dal “peso” (inteso non come chilogrammi ma come importanza\notorietà) dell’atleta o della società che rappresenta: è vero che le stazioni da controllare possono essere in capo al mondo rispetto al centro gara. Però è anche vero che di situazioni di questo tipo se ne verifica una ogni tanto (quattro quest’anno?). Quindi, dato che ormai anche le medaglie d’oro olimpiche o i Tour de France vengono assegnati “ex post”, se qualche atleta ha il dubbio di essere passato da un punto la cui stazione non ha lasciato traccia sul chip, non deve fare altro che effettuare il reclamo e versare la cauzione prevista: se la gara è nazionale, e obbligatoriamente solo per le categorie Elite, allora in caso di reclamo l’organizzazione deve andare a recuperare la stazione e provvedere alla lettura del log prima del termine delle premiazioni (e c’è tempo, oh se c’è tempo visto quanto durano le nostre premiazioni). Le gare nazionali vengono organizzate da signori team che riescono sicuramente, ad arrivi terminati, ad andare a riprendere una stazione in tempo utile. Negli altri casi il controllo del log della stazione si fa con calma anche a premiazioni effettuate: credo che chi sia incorso in questo tipo di problema avrebbe preferito di buon grado un giudizio ex post, anche il giorno dopo e senza aver avuto la possibilità di fare la foto sul podio, ad una squalifica senza appello. Fine nota (***)

Il fine settimana successivo si va a Peschiera e Bardolino per il finale di stagione nazionale, dove riprendo a vestire i panni dello speaker. Dopo un anno passato a prendere acqua spesso e volentieri, il weekend si veste di tutti i colori del sole, ed io letteralmente mi sciolgo. A Peschiera, complice il fatto che non sono riuscito a nutrirmi tra il viaggio in auto e la partenza-speaker, i miei limiti tecnici emergono in tutta la loro limpidezza nella prima parte di gara tra i bungalow…
… quelli fisici si palesano nelle (purtroppo non c’era alternativa) pallosissime tratte tra il campeggio ed il centro storico…
… e quando infine nel centro storico “Venice style” mi trovo a mio agio con i cambi di direzione continui (mi piace forzare le caviglie come quando giocavo a pallacanestro) la gara è finita ed anche il divertimento. Seguono, non per la gioia dei turisti occasionali e dei ristoratori della zona della piazzetta, tre ore di cronaca ininterrotta di arrivi. Le premiazioni, ormai è un classico delle gare del sabato pomeriggio di fine stagione, si concludono con il buio.
Domenica mattina si gareggia a Bardolino, e si assegna l’ultima medaglia nazionale: quella della sprint relay. Io sono in team ancora con Roberta e Marco e la formazione collaudata a Rio Curone la settimana prima prevede che io parta come terzo frazionista appena l’Erebus avrà finito di posare tutte le lanterne, poi Roberta al lancio e Marco in seconda frazione per poter prendere il cambio. Anche in questo caso c’erano state richieste di cambiare la formazione di gara (in effetti, a conti fatti, il mio tempo in solitaria non varrà quello di altri compagni di squadra), ma io sventolo il contratto firmato con Marco…
(si, lo so che è una foto di Giussano)
Questa volta, visto che la gara è corta, riesco a fare colazione decentemente in albergo, già vestito da gara per lo schifo degli ospiti tedeschi che vestono calzoni alla zuava e infradito. Mi sposto a piedi da Bardolino sud al parco per rompere il fiato, e a percorso posato prendo il via.
Nonostante i miei sforzi, sento che la mia gara non è del tutto positiva: nelle tratte lunghe come 2-3, 5-6, 11-12 e 13-14 il mio cervello tende ad andare in pausa e a trascinarsi dietro anche le gambe. A cronometri fermi, il mio team mette insieme tre frazioni che varranno un settimo posto finale, ma non sono del tutto soddisfatto della mia fatica. Lo sono invece molto di più per il commento under pressure della gara, nella quale (forse per la prima volta in una sprint relay) riesco a non perdermi gli arrivi più importanti nelle categorie più importanti. In fondo è proprio a Bardolino che ho inaugurato la maglietta “Run fast, speak faster” di cui si parlava due blog fa.
Una volta rientrati alla base da Bardolino, la stagione potrebbe dirsi definitivamente archiviata. E invece no! E invece ci sarà ancora altra acqua da prendere, altre lanterne da cercare, e nonostante un paio di svarioni mica da ridere ci sarà modo anche per me per mettere a segno un paio di gare da cui ricavare belle soddisfazioni.

Sunday, December 22, 2019

Da Moltrasio a Giussano, passando per le Viote



Dopo il trittico di Folgaria e Millegrobbe, durante il quale mi sembra di aver corso per quattro, la fatica ed il freddo patito si fanno sentire per parecchi giorni nelle gambe e nel fisico. Per tutta la settimana non faccio altro che trascinarmi stancamente dal letto al lavoro e viceversa, e a soli sette giorni di distanza mi presento a Moltrasio in condizioni atletiche pietose: il tracciato, sempre impegnativo, disegnato tra i vicoli del paesino arroccato sulla sponda del Lago di Como fa la maggior parte del lavoro sporco, ma io ci metto del mio collezionando una serie di svarioni che mi costano dislivello inutile, fatica supplementare, tempo perso, motivazione che piano piano scende sotto i piedi. Poi, nel post gara, anche la pressione finisce sotto i piedi e mi ritroverò sdraiato su un materassino a cercare di ridare colore al mio viso biancastro

(no comment!!!) 

Dopo un fine settimana di stacco completo, cerco di ritornare ad uno stato di forma appena appena decente per il fine settimana di fine settembre durante il quale è prevista la due giorni in Bondone, con la sprint a Candriai e la long alle Viote. In occasione di questa seconda gara assecondo un mio vecchio detto che dice che quando tracciano Bezzi o Rinaldi bisogna scendere di un paio di categorie (tre se la gara è “made by Nirvana Verde”). Ok che alle Viote non traccia Rinaldi, ma lo stile del Trent-O è sempre quello del maestro Andrea, le distanze pubblicate sono davvero impegnative, ed il sole sale in cielo ad un orario che mi rende impossibile anche solo pensare di poter fare l’Elite (sempre se ci sarà il sole…).

Nel sabato di Candriai mi va storto quasi tutto, a cominciare dal viaggio da Milano che incontra una apocalisse autostradale dietro l’altra. Nonostante la partenza prestissimo da Milano, arrivo in zona gara appena in tempo per cambiarmi e fare il giro-speaker, ma non ho il tempo di leggere il comunicato gara: cosa che invece avrebbe fatto tutta la differenza del mondo, perché era stato espressamente raccomandato ai concorrenti di indossare scarpe con un buon grip o tasselli o tacchetti. Io parto con le mie Pegasus dalla suola liscia come il culetto di un bambino, e al secondo punto sono già finito a terra due volte.


La mia gara prosegue andando dalla 3 alla 5 ma PASSANDO DAVANTI alla 4 senza punzonarla, con successiva pietosa risalita alla 4 condita da un costante borbottìo di brutte parole indirizzate solo a me medesimo. Poi è un inutile costante tentativo di stare in piedi sui prati in pendenza, tentativo “condito” inizialmente da un continuo ripetermi “non scivolare, non scivolare… NON SCIVOLARE!” (segue l’inevitabile scivolata). Infine mi arrendo all’ineluttabile: affronto i prati in pendenza sapendo già che finirò per terra e cerco solo di individuare il punto meno pericoloso per finire a terra (vedi discesa per la 6, la 12 – 13- 14). La gara di Candriai è old-style e affascinante al tempo stesso, e riporta i velocisti su terreni cui ormai siamo poco abituati, niente dedalo di viuzze in un borgo medioevale, niente labirinti costruiti dall’uomo ma terreni aperti e boschetti, aree private di forma irregolare e stretti passaggi nella vegetazione fitta (dove ho già letto questo commento???).

La domenica delle Viote comincia con la ormai consueta pantomima che caratterizza parecchie mie uscite all’alba dai vari hotel, pensioni, ostelli, cucce varie: la sera precedente mi assicuro che chi mi ospita abbia capito che me ne andrò prestissimo, che vorrei poter mangiare qualcosa, che non importa se è qualcosa di messo lì la sera prima… il mattino dopo non trovo nulla, non posso mangiare nulla e vado nel bosco a digiuno.


La prima parte del percorso non è nemmeno troppo complicata: occorre seguire i pratoni facendo scelte di pura sicurezza, le gambe girano poco, le balle girano un po’ di più quando incrocio un paio di cacciatori che si mostrano un po’ infastiditi nello scoprire che da lì a poco partirà una gara di orienteering con parecchie centinaia di iscritti. Quando arrivo al punto 7, dopo una salita davvero impegnativa, sono in debito di idee e di ossigeno nel cervello: anziché salire verso sud scendo lentamente verso sud-est e, quando vedo il sentiero forestale, capisco che dovrò fare il giro del fullo per arrivare alla 8, ma in fondo anche questa si rivelerà una scelta in sicurezza. Il finale nei pratoni è ancora pura fatica, sempre poca roba rispetto a quella dei\delle Elite per i quali la gara long distance fa vestire i panni dell’epica sportiva (…) lo spettacolo è tutto nel passaggio dal traguardo a tre quanti di gara, dove molti Elite arrivano già sfiniti e manca ancora una mezz’ora abbondante di fatica, gli applausi e gli incitamenti non mancano anche se i volti degli atleti coprono tutta la scala del dolore da “stanco” a “sconvolto” passando per “sfinito” (dove ho già ri-letto questo commento???).

Per quanto io non abbia corso l'Elite, capita che il digiuno e la fatica ed il freddo ci coalizzano ai miei danni per farmi partire i crampi più assurdi della mia carriera orientistica (qualcuno ha mai avuto contemporaneamente i crampi al tricipite, al quadricipite e al polpaccio di entrambe le gambe???)
Si tratta comunque di un altro fine settimana degno di nota, ma le energie tornano sotto il livello di guardia e me ne accorgerò ancora una volta il fine settimana successivo, a Giussano, dove non riesco a mettere insieme una frazione di gara degna di questo nome


Con queste premesse, l’approssimarsi delle gare successive in calendario diventa un po’ ansiogeno: sono in programma infatti le due staffette sprint relay regionale e nazionale, ed è annunciato da uno squillo di trombe il rientro alle competizioni con l'Unione Lombarda di Marco “Rusky” Giovannini nel team con Stegal. Marco si sta allenando come una bestia da mesi, e non ne fa mistero perché ogni volta mi manda il resoconto dei chilometri percorsi e della media oraria, senza dimenticarmi mai che non posso osare di presentarmi al via in condizioni meno che perfette…
(continua)


Wednesday, December 18, 2019

Ultimi (inutili) tentativi di autodistruzione – Millegrobbe


E’ trascorso parecchio tempo dall’ultima volta che ho scritto il blog. Sono successe tante cose, ci sono state tante gare, ogni giorno ha rappresentato una battaglia diversa, orientistica ma anche no, e le energie per scrivere i miei ricordi sono sempre mancate. Oggi, anziché essere in giro a fare incetta di regali, ho decido di fare a me stesso un regalo e riannodare i fili delle avventure degli ultimi 4 mesi. Come sempre (e come quando scrivo i pezzi per Azimut, che poi magari invece finiscono sul sito Fiso) non so dove mi porterà il racconto, così come all’inizio di una gara non so mai dove mi porteranno i tracciati, le lanterne, i miei errori e le mie scelte di percorso. Anche scrivere il blog è una metafora dell’orienteering, così come lo è la vita.
Una cosa però la so. A fine ottobre ho ricevuto un regalo da una adorabile famiglia di orientisti, la classica meravigliosa famiglia nella quale un figlio ed una figlia crescendo vanno sempre più spesso sul podio, una madre vive una seconda giovinezza atletica e comincia a vincere anche lei, ed un padre… beh… un padre che pur combattendo al massimo si trova sempre davanti i soliti noti, i master fuoriusciti dall’Elite se non dalla nazionale, e finisce per essere quello che durante le premiazioni fa le foto (e, come dice lo speaker, “la sera gli tocca lavare i piatti”). La maglietta recita: “RUN FAST, SPEAK FASTER” ed è dedicata all’ori-speaker. La conserverò sempre tra i miei ricordi più cari.
Il giorno in cui ho ricevuto quel dono (Peschiera – 26 ottobre) la maglietta mi ha fatto pensare che oggi, a quasi 53 anni suonati e con un rapporto 2:1 peso su vecchiaia, mettere per iscritto i miei ricordi di concorrente ha sempre meno senso: non sono né Pedro, né Brando, né Teno, e le mie scelte di percorso talvolta possono essere azzeccate solo perché l’orienteering a 8, 9 o 10 minuti al chilometro è uno sport diverso da quello praticato da chi corre a 5, a 4, persino a 3 minuti al chilometro. Ho pensato che avrei potuto scrivere meglio di cosa vedo da dietro al microfono, o da dietro una transenna, anziché di quello che vedo attraverso un paio di occhiali appannati mentre corro… che poi mi tolgo gli occhiali, scopro che non erano appannati e che era solo la fatica  a farmi vedere tutto nebuloso. Ho scritto così il pezzo per Azimut di fine anno, che alla fine è risultato troppo lungo ma mi era piaciuto anche se sembrava scritto da uno che aveva perso il contatto con la realtà.
Poi un giorno…
Poi giorno al traguardo della bi-sprint di Arona, uno dei ragazzi giovani della vera Elite mi dice “Ehi Stegal! Hai picchiato anche tu duro oggi!”.
Poi un giorno all’arrivo delle 100 lanterne dicembrine mi sento dire “Sei riuscito a farne 91? Ma come fai? Non ti alleni mai! Sei grasso!!! Come ci riesci?”.
Poi un giorno un forte Elite mi ha detto un’altra cosa che non dimenticherò mai: “Mi sono alzato alle 7.15 e ho guardato fuori dalla finestra. Pioggia gelida a dirotto. Mi sono detto: questa volta non vado, questa volta rimango a dormire. Ma poi ho pensato un’altra cosa: a quest’ora Galletti sarà nel bosco sotto il diluvio da un’ora. E mi sono cambiato per andare alla gara”. Era il mattino di Millegrobbe, Campionato Italiano Elite. Allora forse posso continuare a scrivere delle mie gare, allora forse c’è ancora qualcosa che posso fare.
Forse posso ripartire da dove avevo lasciato il blog.
***
Il fine settimana di Millegrobbe è stato ricco di emozioni, di fatica, di gioia e di sensazioni indimenticabili. Tutto è cominciato a Coredo già nella giornata di giovedì, con il sole (il sole???) quando ho visto che il Gronlait aveva previsto una postazione speaker anche per la gara di Coppa del Trentino del venerdì a Costa di Folgaria. Rapido conciliabolo con papà Pezzé e scopro che non si tratta di un refuso: mi aspettano come speaker anche il venerdì. Quindi parto da casa presto sotto il primo diluvio da tempo immemorabile, passo da Rovereto dove la mamma è ricoverata da inizio agosto e la vedo finalmente in piedi! Il mio morale fa un salto in avanti come nemmeno Bob Beamon a Mexico ’68 e penso che se mia madre si è messa in piedi, io posso andare a Costa ad affrontare qualunque cosa, compreso il percorso elite ed il diluvio. Non è un caso se mi presento in partenza in maglietta e calzoncini dicendo a chiunque e suo cugino “Pioggia? Chissenefrega della pioggia?”.
Il bosco di Costa lo conosco abbastanza bene… lì è dove c’era il punto della gara del Wolf-O, là siamo passati alla fine di una O-Marathon, qui è dove Roberta Falda aveva messo i punti a tempo di un trail-O… il percorso middle di Samuele Tait è be congegnato attorno a due nuvole di punti, e l’ora abbondante passata in gara va via senza problemi sotto la… pioggia? Quale pioggia?

Il giorno dopo a Folgaria ci sono i Campionati Italiani Sprint, e io vorrei fare del mio meglio. Ma la carta di Folgaria è sempre troppo ostica per me. Sarà che mi presento al via con i postumi di alcuni bagordi, sarà che Carlo Cristellon ha messo dislivello a profusione ed una partenza in salita che già mi manda in affanno, sarà che ogni volta che corro qui mi viene in mente quella volta che provavo da solo, in una Folgaria stile ghost town, il percorso della prima sprint relay internazionale mai corsa e mi sono fermato davanti alla chiesa a prendere fiato e studiare la scelta per i punti successivi e quando dopo 3 secondi ho rialzato lo sguardo c’era davanti a me Gueorgiou che mi guardava inorridito. Ma da dove cavolo era sbucato fuori? Da quella volta ho stabilito che Gueorgiou si muove in batch, o come un ninja.

Comunque, salite e svarioni orientistici a parte, da Folgaria porto a casa una decina di metri percorsi rotolando sulle ciorciole, nella discesa verso il punto 5, e poi le più grasse risate del 2019 durante la premiazione della categoria M75: peccato che molti avessero già preso la strada di casa o del ristorante, ma il numero di Cesare Spacca in stile Cirque du Soleil valeva il prezzo del biglietto.
Solo che la domenica a Millegrobbe danno pioggia, tanta e continua. La mia sveglia suona alle 4.45, ma non sono comunque riuscito a dormire più di tre ore. Per colazione mi hanno lasciato minikrapfen alla crema e polpettine di pollo. Alle 5, nel buio, mi cambio in macchina e imbocco la strada per Passo Vezzena, Luserna e Millegrobbe. Alle 5.35, puntualmente, comincia a piovere. Il parcheggio della Malga Millegrobbe è come il lato oscuro della Luna: buio e silenzioso. Però continua a piovere. Dato che non ha senso aspettare il chiaro per partire, mi armo di torcia e alle 6 vado verso la partenza, con il solo aiuto del sentiero alla mia destra che appare appena più luminoso rispetto al bosco. Alle 6.10, già in zona partenza, incrocio un paio di fungaioli che si stanno preparando per una battuta di caccia, auguro loro il buongiorno e per risposta ottengo un peto lungo e fragoroso… andiamo bene! Alle 6.16 parto verso l’ignoto.

Sarebbe una cartina al 15.000, piove e mi sto muovendo con l’aiuto della torcia. Infatti vado a sbattere dritto contro il paletto metallico! (Gueorgiou, non sei nessuno!). Ce ne sarebbe già per dire “per oggi missione compiuta”, ma è solo l’inizio. Per la 2 salgo fino alla strada, la percorro per qualche centinaio di metri finché la luce della torcia non inquadra il sentierino che entra da sinistra. Da lì è “ovest”, solo ovest, nient’altro che ovest. Fino al punto. E’ ancora buio e mi sembra che mi sto giocando tutte le mie carte migliori…
La 3 diventa quasi banale: davanti c’è la collina e devo stare solo attento a dove metto i piedi e a stare sulla destra della cima, la roccia è lì sotto e con essa anche il paletto. Dato che piove sempre ma siamo alla luce dell’alba, ne approfitto per farmi un selfie che lancio nell’etere verso gli organizzatori, solo per annunciare che sono partito e che sono vivo e vegeto e bagnato, sperando che prima o poi ci sia una bava di campo per farlo partire.
(si vede che sto bene e sono in salute? Ed è solo la 3!)
La 4 è una traversata infinita. Non ci piove (ah ah ah!) che il modo migliore per arrivare in zona sia ritornare sul sentiero a est, farlo tutto fino verso nord fino a tagliare a pista e poi scendere verso ovest. Solo che lì cominciano brutte storie con la pendenza accentuata, il bosco fitto, un paio di voli a planare faccia in avanti e finisco per perdere parecchi minuti, ma tanti, navigando tra le rocce sbagliate. La 5 (roccia che fa condominio) e la 6 riesco a farle bene, ma alla 7 perdo un altro fottìo di minuti ed il morale va sotto i tacchetti: se non arrivo velocemente al cambio carta sono guai.
Per fortuna il Dio degli imbecilli torna a guardare verso di me: il ciotolone della 8 non è sbagliabile nemmeno sotto il diluvio, la 9 la prendo dal cocuzzolone a bordo sentiero e, camminando e contando i passi, ci vado a sbattere contro, e quando arrivo a Malga Laghetto con il solo accompagnamento musicale della pioggia battente, posso permettermi di perdere qualche secondo a cercare il paletto della 10, che effettivamente non c’è.
Mentre mi allontano lungo la strada asfaltata verso la 11, sento arrivare una macchina: a quell’ora e con quel tempaccio può essere solo uno dei posatori. Compare infatti Carlo Cristellon, con il quale faccio il percorso fino alla 11 (introvabile nel buio… in effetti la trova lui e io mi accorgo che la sta posando). Intanto il cambio carta ha avuto un effetto secondario insperato: qualcuno mi ha infilato nella manica un inatteso asso di briscola, che potrei giocarmi se solo riesco ad arrivare quasi alla fine del percorso.
La mia personale sfida al percorso Elite di Millegrobbe si gioca tutta sulla tratta 11-12, perché (me lo ripeto da qualche minuto) le altre lanterne sono in una parte di bosco dove ci sono tanti punti di riferimento (e l’asso nella manica è lì che attende di essere giocato). La tratta è puramente fisica, ed io sono in giro già da oltre un’ora sotto il diluvio. Dalla 11 salgo subito a nord sulla strada, che percorro fino all’imbocco della pista da sci; in questo frangente incontro due auto: la prima è quella di un comune viandante che strabuzza gli occhi e probabilmente pensa ad una allucinazione (sono le 7.30, diluvia da far schifo all’arca di Noé e non c’è anima viva in giro oltre a me bagnato e gocciolante come Calimero dopo il risciacquo in lavatrice): è comunque davvero gentile perché abbassa il finestrino per chiedere se ho bisogno di un passaggio da qualche parte (e uno). La seconda auto è la Schiavi-Cappello-car con a bordo una parte del Team Gronlait: anche loro mi offrono un passaggio (e due), ma sono arrivato all’imboccatura della pista e devo declinare.
La pista: dalla strada al sentiero sono 33 curve di livello. Una follia fatta di scivolate sull’erba bagnata, continue soste per prendere fiato, punti nei quali mi sono arrampicato a quattro zampe, male parole a me, a Millegrobbe, all’orienteering, a me, a chi me lo ha fatto fare (cioè me), al diluvio incessante, a me, a me e ancora a me… si, ok, potevo risparmiarmi qualche curva se non avessi deciso di attaccare il punto dal sentiero più in alto, ma questo me lo può dire solo chi guarda la cartina dal divano e all’asciutto). Diciamo che anche il sentiero per la 12 (poi roccia, collina e buca che dice “perché non hanno usato me per la posa del punto?”) lo faccio camminando. Ma è in quel momento che sento per la prima volta che ce la posso fare a finire il percorso, asso o non asso nella manica. Anche per arrivare alla 13 faccio tuuuuuutto il sentiero fino al bivio, ma le curve di livello sono davvero dolci e mi consentono di godermi anche il piccolo traverso dalla 14 alla 14. Per la 15 si segue il moncone di sentierino e poi è solo questione di fare attenzione, e per la 16 si segue il bosco e stop, perché siamo qui per fare orienteering e non per correre sui sentieri!
La 18 è messa lì apposta per guidare i concorrenti all’attraversamento obbligato e… la 18? Come sarebbe a dire la 18? Proprio così: mi sono dimenticato la 17. Se prima ero abbastanza certo di farcela, ora vorrei piangere e anche l’asso della manica mi urla che sono un cretino. Si poteva persino prendere l’autostrada dalla 16 alla 17, e io sono stato così idiota da andare direttamente alla 18. Ho ancora tempo e ce la posso fare, ma è davvero l’ultimo errore macroscopico che posso permettermi: scendo in bussola con una circospezione come raramente ho avuto, perché devo beccare la lanterna al primo colpo ed avere ancora le energie per risalire una trentina di metri di dislivello. Per fortuna c’è una zona di alberi abbattuti poso sopra al punto e li vedo da lontano: “se questi sono gli alberi a terra, là a sinistra c’è la roccia e dietro ci deve essere l’avvallamento…”. C’è e tiro un sospiro di sollievo, uno solo perché la stanchezza è tanta e devo affrontare la risalita alla 18 in modo ancora penoso.
All’attraversamento della strada, prendo l’ultimo carbogel e cerco di darmi un tono: sono le 8.30 circa e qualcuno potrebbe vedermi dalla balconata di Malga Millegrobbe. Ma sento solo la pioggia battente sulla malga e sulla capoccia, unita al sibilo del vento gelido che adesso diventa un fattore importante perché non ci sono più gli alberi a coprirmi. Scoprirò a distanza di tempo che in realtà qualcuno mi ha visto davvero passare e ha fatto il tifo, commentando che stavo ancora correndo abbastanza bene. Dopo la 19 scolastica, arrivo alla 20 con un po’ di affanno perché la buca compare davvero all’improvviso nel pratone della malga ed il vento fa davvero male. La 21 diventa pura fatica e forza di volontà, perché si corre in leggera salita e fa troppo freddo. Infatti il pericolo è dietro l’angolo: quando punzono la 21 e torno verso il recinto, ho una crisi pazzesca di freddo: comincio ad avere forti tremori e non riesco più ad andare avanti; guardo la mappa e non riesco a concentrarmi su nulla, l’ago della bussola è indistinto dal resto dei dettagli sui quali si posano gli occhi. Nella testa sta succedendo un grave tamponamento stradale tra i neuroni rimasti: ognuno urla qualcosa in una lingua diversa e non riesco a mettere a fuoco un singolo pensiero coerente, che sia legato alla lanterna 22 o al ritiro o a chissà cosa. Dovrei sapere che da una parte c’è il bosco delimitato dal suo bel recinto, o poco più in là la strada, e dall’altra parte la malga: per ritirarmi basterebbe seguire una di queste linee, ma tutto questo mi sembra confuso. Credo di essere ormai ad una cinquantina di metri dalla lanterna, ma guardando la traversata 22-23 penso che la cosa migliore da fare sarebbe tornare al traguardo, senza neppure aver usato l’asso nella manica.
In questo momento qualcuno mi viene in aiuto: indossa un k-way azzurro e, dal modo in cui corre, lo scambio per Samuele Tait. Nel delirio di freddo che ha preso anche il mio cervello, una voce riesce a farsi sentire più forte delle altre: “SEGUI LUI!”. In effetti ci sono in giro i controllori che stanno completando il loro compito. Raggiungo il punto 22 perché ne vedo uscire il k-way azzurro, e poi mi lancio con tutte le energie rimaste all’inseguimento di quella specie di faro per i naviganti sperduti: so che se mi faccio staccare potrei trovarmi di nuovo in difficoltà, quindi devo tenere quella figura che corre veloce almeno a vista.
Nonostante le energie al lumicino, e la figura che si allontana inesorabilmente metro dopo metro, riesco a non mollare. Non saprei dire esattamente che linea ho seguito nell’attraversamento della malga, ma so che la figura azzurra sta puntando ad una macchina parcheggiata sul grosso bivio delle due forestali dall’altra parte della malga, quindi in direzione del punto 23, e tanto mi basta. Il k-way azzurro si ferma alla macchina, e qualche secondo dopo ci arrivo anche io e… sorpresa: non è Samuele Tait ma Luigi Girardi! Che mi accoglie con il suo largo sorriso: probabilmente sono più simile alla mummia di Similaun che ad una persona normale, e non si è accorto che ero in giro e che mi ha fatto da punto di riferimento verso la salvezza. Luigi mi offre di salire in macchina (e tre) per scaldarmi qualche secondo, e si offre persino di darmi un passaggio verso l’alto.
Ammetto che in questo momento sono stato tentato davvero di approfittare dell’offerta, ma poi il Chuck Norris che è in me ha pronunciato “no grazie, se sono arrivato fin qui posso farcela con le mie forze, come faranno tutti gli altri”. Saluto Luigi e, dal bivio, mi trascino verso ovest fino al recinto delle mucche dove trovo… stavolta è proprio Samuele Tait, anche lui bello sorridente (o questi sono sempre sorridenti, o sono le mie condizioni che fanno ridere) che in assenza di un’automobile mi offre una barretta per ristorarmi. Ringrazio anche lui, ma lo stomaco non è in condizioni tali da poter assumere altro. Preferisco contare sull’asso che è lì che aspetta la smazzata giusta per uscire dalla manica.
Samuele comunque mi da qualche dritta su come raggiungere il punto, dritta che non ho usato perché avevo già deciso di entrare in bussola dalla curva ad S del sentiero. Ancora un altro punto, e poi la 24 correndo lungo il sentiero ed entrando bene nel bel bosco di Millegrobbe fino alla buca: ora le lanterne hanno il loro bel telo arancione e sono lì ad aspettare me (e tutti quanti gli altri). E’ il momento di sfoderare l’asso nella manica: punto 25 – una spelonca rocciosa. E questo sarebbe anche il momento per ricordare una delle storie più gustose della mia carriera orientistica, quella di un campionato trentino a Millegrobbe in H35, concluso sul terzo gradino sul podio dietro a Cipriani e Corradini (eestiqaatsi che podio!!!) grazie ad una bella gara del sottoscritto, grazie a Marco che si autoeliminò non punzonando la 100 al solo scopo di mandare me su quel podio (saremmo stati terzo lui e quarto io), grazie ad una lanterna molto difficile piantata in una spelonca rocciosa e grazie a tutto quello che ne seguì che non può essere riportato sul blog (ma il “Sei forte Giovannini!” pronunciato da un supermaster quel giorno dopo la gara in segno di dileggio mi fa ancora ridere tanto…). Ho detto “spelonca rocciosa”? Eccola lì! Stesso punto di quel giorno, stessa direzione di attacco. E, a distanza di 10 anni, stessa tattica che scrivo a beneficio del grande Luca Faini (lui si vero Elite) se mai leggerà queste righe: si prende il sentierino che corre a sud di tutto il recinto, si valica il recinto in prossimità della piccola zona con gli alberi buttati giù, ci si tiene belli aderenti al recinto fino all’apertura successiva e da lì “nord!” e si arriva proprio sopra alla spelonca.
In quel momento rido tanto, sembro un matto e forse lo sono davvero perché mi fermo a prendere fiato e mando un messaggio a Marco “Sei forte Giovannini!” (ma lo capirà solo a gara conclusa). Poi resta solo la fatica di tornare sulla forestale, risalire le ultime 8 curve di livello per arrivare al punto 26, scendere tra i gradini di roccia fino al punto 27 (il recinto è un mirino pazzesco per capire dove sta il punto…) e tornare sulla malga.
All’arrivo non sono molto lucido: mi aspetto una corsia di arrivo che dalla malga porta perpendicolarmente verso il parcheggio, invece il gonfiabile del traguardo mi appare sempre di taglio finché non arrivo alla depressione con l’ultimo punto. Sento le voci degli amici che mi hanno visto arrivare e mi stanno incitando, e che forse fino ad un attimo prima si stavano chiedendo dove fossi finito e in quale guaio io mi fossi cacciato… sono viola e abbastanza in ipotermia, nonostante le TRE termiche. Non oso pensare alle condizioni delle ragazze e dei ragazzi che sono partiti in canottiera e calzoncini.
Alla fine verrà fuori anche il sole, proprio all’inizio delle premiazioni, ma il miglior racconto di una giornata epica resta quello di Andrea Migliore che ho usato diffusamente anche per il prossimo pezzo su Azimut http://www.orienteeringbesanese.it/2019/09/17/trashed/
Perché orienteering è anche RUN FAST, TELL IT BETTER!
 





Friday, August 30, 2019

Estate 2019: secondo tentativo di autodistruzione...


La puntata estiva con il secondo tentativo di autodistruzione avrebbe dovuto uscire su questo blog molto prima rispetto ad oggi. Purtroppo non potevo immaginare che le settimane coincise con la 5 giorni d’Italia e la Dolomiti 3 (+2) Days sarebbero risultate, a conti fatti ma non ancora del tutto conclusi, le meno faticose e snervanti di questa afosissima estate. Conduco a tutti gli effetti da qualche settimana una vita da autentico nomade, con il bagagliaio dell’auto (che ad un certo momento ne ha avuto piene le scatole pure lei) zeppo di vestiti buoni per tutte le stagioni, materiale dell’ufficio itinerante tra varie filiali del nord Italia, scarpe da orienteering che vagano qua e là insieme a pezzi di tuta e magliette termiche… sono ormai diventato uno dei sostenitori più efficaci dei bilanci delle aziende petrolifere e delle autostrade italiane, e sulla tratta Carpenedolo – Peschiera – Rovereto – Coredo conosco a memoria l’ubicazione di tutte e lavanderie a gettone, benzinai, autoofficine perché non si sa mai e paninoteche dove mangiare qualcosa al volo perché è già tardi.

L’ultimo passo di corsa l’ho mosso con l’ultimo arrivo al traguardo di Val Canali a metà luglio, e tutto l’orienteering che ho fatto è rappresentato dalla visione in streaming dei mondiali dispitati in Norvegia attorno a Ferragosto. Come farò a presentarmi al via delle prossime gare lo sa solo il mio angelo custode, ma giusto per chiudere il racconto delle gare di luglio mi prendo qualche minuto per mettere su tastiera come è andata alla Dolomiti 3(+2) Days in Primiero.

Come è andata? Con un altro tentativo di autodistruzione, peraltro quasi portato a termine. Sono venuto via dal Cadore in un venerdì di inizio luglio, affrontando la strada per Passo Monte Croce Carnico (“perché non facciamo una gara lì…? Oppure lì…? Oppure ancora lì…?”) e poi la discesa verso San Candido – Innichen. Non me ne vogliano i miei amici dell’Haunold Team, ma quando hai la fortuna di nascere e crescere in un posto come Innichen, dove non c’è un filo di erba fuori posto ed il panorama tutto attorno è tra i più belli che ci possono essere, forse non si riesce ad immaginare che il mondo non è fatto tutto come quell’angolo di paradiso… Statale della Val Pusteria, autostrada del Brennero verso sud ed eccomi di nuovo di passaggio a Coredo a vedere come sta la mamma e a leccarmi le ferite della 5 giorni.

Domenica sono di nuovo in viaggio verso il Primiero, dove mi attendono le gare della competizione biennale inventata dai maghi dell’US Primiero e destinata spero a diventare una classicissima delle estati degli atleti scandinavi. Per l’occasione mi sono iscritto ad una categoria più consona alla mia vetusta età: M45. Anche perché sapevo già che le due long distance valide come prima e seconda tappa (m terzo e quarto giorno di gare) sarebbero state due mazzate nei denti da paura. L’altra cosa che sapevo di queste due tappe è che non avrei mai potuto farle all’alba (comunque troppo lunghe per arrivare al traguardo in tempo per iniziare la cronaca) e nemmeno anticiparle di una o due giorni perché il terreno di gara sarebbe stato raggiungibile solo in seggiovia – aperta solo nei giorni di gara – o con un trasferimento a piedi di 50 minuti a salire e 50 a scendere per arrivare all’auto.

Quindi niente gare anticipate, come feci due anni fa, e niente Elite all’alba. Per questa volta, una bella M45 più abbordabile! Dopo la visita doverosa al santuario di Fiera di Primiero – leggi “la sede dell’US Primiero” – si comincia martedì nello stesso posto dove era finita a 5 giorni di due anni fa, al Prà delle Nasse di San Martino di Castrozza. Lo scenario che ci si dovrebbe presentare è quello del prato, con lo sfondo del temibile costone di abeti sul quale si era sviluppata la long leg dell’ultima tappa del 2017. Purtroppo, dopo il passaggio della tempesta Vaia, di quell’anfiteatro naturale è rimasto solo il prato… il costone di abeti non esiste più, o meglio esiste solo la ripida salita con la vista della nuda terra dalla quale sbucano i mozziconi degli alberi rimasti vittime della tempesta. Uno scenario surreale e quali apocalittico da piangere.
Dopo aver scalato la montagna per arrivare alla partenza della prima tappa, mi accingo a gettarmi all’inseguimento di Marco che parte qualche minuto prima di me. Arrivare a prenderlo è impossibile, perché Marco è semplicemente troppo allenato e troppo tecnico per me, ma vorrei almeno arrivargli vicino in classifica. Fu così che parto alla garibaldina in discesa, perché comunque non è mai detta l’ultima parola, ed arrivo abbastanza bene al primo punto di controllo che è un classico esempio del normotipo “se lo manco, poi devo scalare la montagna di nuovo per recuperarlo”.


I punti 2 e 3 vanno via abbastanza bene, ma sulla lunga strada verso il punto 4 commetto il peccato di superbia di cercare di correre dietro a Maurizio Castellaz (imprendibile) e mi ritrovo a boccheggiare già a metà strada. Senza stare a tediare con tutti i punti successivi, vado subito al sodo: attraversamento del prato vicino all’arrivo, per andare nel rock paradise a sud della strada. Sapevo di non poter battere Marco, ma non sono proprio contento di accorgermi, dal suo incitamento a squarciagola, che lui è già al traguardo (e chissà da quanto tempo, penso io) mentre io devo ancora fare l’ultimo loop…


Il punto 12 va via liscio, così come il punto 13 anche se le curve di livello adesso urlano addosso alle gambe. Cerco di trovare un punto di attacco per il punto 14 ed è lì che succede il patatrac: mentre controllo la cartina non mi accorgo di un sasso nascosto nell’erba alta. Ci vado a sbattere di punta, con tutta la velocità (poca) ed il peso (abbondantissimo) che posso scaricare in un urto tra la rotula ed il sasso. Il sasso non so come se la cava, ma la rotula esplode e con essa tutta la gamba. Finisco per rotolare in mezzo alle ramaglie ad un paio di metri mentre mi tengo il ginocchio con le mani. Il pensiero che ci sia qualcosa di rotto è più di un sospetto, e che le mie gare siano finite viene di conseguenza. Per un paio di minuti il mondo è soltanto il dolore al ginocchio, i cattivi pensieri e la sensazione che da quelle ramaglie posso uscire solo se qualcuno mi tira fuori di peso…

Il primo toro scandinavo che passa da lì forse fa finta di non sentire i miei richiami, o forse non mi sente proprio. Il secondo che passa è il mitico Tiziano Bettega ed i soccorsi vanno già meglio. Dopo essermi rimesso in piedi, lo invito a continuare la sua gara e gli chiedo di avvisare qualcuno al traguardo affinché metta man alle scorte di ghiaccio. Zoppicando e con pochissima concentrazione, cerco di arrivare al punto 14: la maggior parte dei miei pensieri dice che la 3(+2) giorni è già finita, un’altra cospicua percentuale dice che dovrei limitare al minimo indispensabile i passi dirigendomi subito al traguardo, una minoranza rumorosa dice che invece farei meglio a finire la gara perché non si sa mai. Vince la minoranza, a scapito degli sguardi atterriti di una famigliola posizionata a bordo laghetto che vede scendere dal pendio una specie di reduce della ritirata di Russia e a scapito dei sorpassi che patirò nella lunghissima (per me che zoppico) tratta su strada che porta agli ultimi due punti e poi al traguardo.

Qui vengo effettivamente accolto dal personale medico che Tiziano aveva allertato e, con abbondante ghiaccio, mi aiutano a tenere insieme il ginocchio che ha già assunto la dimensione di un melone. Per la prima volta (così mi pare di ricordare) nella mia poco luminosa carriera devo chiedere a qualcuno di venire al ritrovo a prendermi in auto, dopodiché passerò il pomeriggio alternando sul ginocchio altre compresse di ghiaccio e una serie infinita di buste di surgelati che diventano per forza di cose il menu della cena della sera (i surgelati, non le buste di ghiaccio).

Dopo una notte quasi insonne per il male, il giorno successivo si va in Val Venegia per la seconda gara. Il ginocchio tiene molto poco e la ferita non accenna a rimarginarsi bene. Il che non è il modo migliore per affrontare il percorso su una delle carte più belle che esistono.


In effetti la mia andatura è già zoppicante lungo il sentiero che porta al ritrovo di Malga Venegia, e lo diventa ancora di più quando devo mettere i piedi fuori dai sentieri sul terreno sconnesso ed insidioso delle malghe. Al momento della partenza, mi scanso per evitare di essere travolto dai concorrenti che partono al mio stesso minuto, ma mi accorgo già andando al primo punto che, nonostante il dolore, il ginocchio è più saldo di quel che temevo; il morale migliora, la stabilità aumenta ed il tracciato di Erik Nicolao e Nicolò Orler fa il resto: va bene che Val Venegia è uno di quei posti dove puoi mettere le lanterne ovunque, ma il percorso ed i rimbalzi nella zona a nord del fiume sono davvero azzeccati. Mi ruga tantissimo aver perso tempo alla lanterna 6, che poi scoprirò essersi rivelata ostica per parecchi concorrenti, perché pur andando piano ho la sensazione di essere sempre in carta e sempre a contatto con i dettagli del rilievo in mappa. Al traguardo, sempre zoppicante, vedo qualcuno dei soccorritori del giorno prima che si chiede come diavolo faccio ad essere in piedi e soprattutto ad essere in gara… potenza di Val Venegia, rispondo io.

Dopodiché si finisce di scherzare, perché le due tappe successive sono previste alla quota oltre 2000 metri di Passo Valles. E sono cavoli amarissimi! Che si sarebbe trattata di una “prima assoluta” da ricordare me lo ha raccontato in tutte le salse Franco Orler che, puntualissimo sulla sua auto alle 6.10 del mattino di San Martino di Castrozza, mi ha scarrozzato fino al ritrovo. Lo scenario cui mi trovo di fronte mentre mi cambio è lunare:




La temperatura è di pochi gradi sopra lo zero. Io dispongo di due maglie termiche ed un pantalone parimenti termico. Pensavo di tenere una maglia ed il pantalone per le ore che avrei passato dietro al microfono, ma con una temperatura di 3 gradi ed il vento gelato che spira ovunque mi trovo costretto a vestirmi a cipolla… e quando verrà il momento della cronaca ci penseremo! Il sole sale un po’ e mi consente di riprendere queste foto della zona di partenza:




(le nuvole stanno sotto di noi!)

Il terreno di Passo Valles non saprei descriverlo in altro modo se non “lunare”: alberelli ce ne sono pochissimi e sparsi qua e là, rocce e movimenti del terreno ce ne sono quanti sono i centesimi nel deposito di Zio Paperone, e se soltanto si commette l’errore di perdere il contatto con il terreno, la rovina è immediata. Per qualche motivo mi convinco che la partenza è abbastanza facile: basta andare al punto dove il sentiero fa la curva, scendere in bussola ed arrivare al punto.

Facile, no?

Grande capo Eestiqaatsi dice “Anche no!”.

Otto minuti e trenta secondi per venire a capo di un punto che è “lì dietro”. Si, ma “lì dietro” a cosa? Ci sarò passato a 5 metri? A 10 metri? Boh… Eppure è l’unico avvallamento in direzione est-ovest! Niente: otto minuti e trenta secondi che praticamente mi fanno da warm up, e che mi fanno capire che da lì in poi l’angolo della bussola sarà piazzato ben saldo sulla mappa sopra al punto in cui mi trovo. Peraltro questa cosa del “punto numero 1 problematico” la racconteranno parecchi altri concorrenti, anche tra i fortissimi: c’è gente che si ha lasciato il quarto d’ora sul primo punto: “Benvenuti a Passo Valles!” sembrava che ci fosse scritto…

Dal terzo punto in poi la tecnica di gara diventa quella che mi ha spiegato Pierpaolo Corona durante la mia visita alla sede dell’US Primiero. Prima cosa: si guarda nella direzione indicata dalla linea magenta. Seconda cosa: si identificano tutte le macroforme del terreno, soprattutto le colline ed i roccioni, che praticamente tracciano la strada per il punto successivo. Terza cosa: ci si mette di buzzo buono e si va in direzione di queste macroforme identificate da lontano. Poi quando si arriva in zona punto, si fa orientamento fine. Et les jeux sont faites...

La terza cosa, quella sera alla sede dell’US Primiero, mi era sembrata una cagata pazzesca. Mentre PierPaolo mi descriveva cosa avrei dovuto fare, a secco e su una mappa senza percorso, la mia testa diceva “si, ok” ed il mio cervello alternava pensieri del tipo “ma non ce la farò nemmeno dipinto sul muro…” oppure “si, certo, queste cose le sai fare tu che sei stato nelle Fiamme Gialle!”. Però come fai a dire “no” a PierPaolo? Quindi succede che dopo aver trovato il punto 3 dieci metri alla mia sinistra (good choice, Stegal!), arrivo fino alla prima curva della pista da sci, mando un pensiero non del tutto gentile a PierPaolo, guardo dritto davanti a me e comincio a vedere: il laghetto con la collina ad est cui devo passare dritto in mezzo, la collinetta posta subito dopo, il sentiero, la roccia a forma di baffo che devo tenere a sinistra, la collina con la roccia a forma di “U” cui devo passare in mezzo… e il punto non può che essere lì a pochi metri!!!!
Come diceva Watson a Sherlock in non so quale libro “ma è di una banalità sconvolgente!”. Grazie PierPaolo! Grazie e ancora grazie! Praticamente metto via la carta e comincio la seconda parte di gara con uno spirito sicuramente più sollevato. Ora… proprio banale non sarà mai, d’altra parte devo sempre venire a patti con il mio ginocchio, ma chi l’avrebbe mai detto che mi sarei trovato a mio agio in tratte come la 7-8-9-10 ? Il diavolo era davvero molto più mansueto di come me lo ero figurato la domenica sera precedente, e così in poco meno di due ore sono riuscito a venire a capo del percorso e presentarmi stanco ma soddisfatto al traguardo.

Succede così che, per una volta, mi presento al via il giorno successivo con un po’ di fiducia: in fondo tutta quanta la prima tappa a Passo Valles era stato un lungo warm up di cui avrei fatto tesoro il giorno successivo. Lasciamo perdere il punto 1, di cui avevo trovato il paletto il giorno prima mentre peregrinavo senza meta e senza testa, ed il punto 2 per il quale basta scendere (ahi che male il ginocchio!) stando a sud del roccione. Purtroppo il punto 3 mi sembra più lontano delle Colonne d’Ercole, e la migliore strategia che mi viene in mente consiste nel salire mille curve di livello, ripassare dalla partenza e poi scendere lungo la traccia… se 24 minuti vi sembrano pochi!

Sarà la quarta tappa, sarà il ginocchio, sarà ‘altitudine ed il freddo, sarà quel che sarà… ma dopo aver ingollato il carbogel e fatto una foto…

… entro in modalità “survivor” e cerco di trascinarmi lungo il percorso fino al traguardo. Sbagliando nell’ordine: la 4 (il roccione non era sbagliabile, ma non mi sono accorto che la lanterna stava sul lato ovest), la 5 (sono finito alla curva del ruscello… ma quella fuori dal cerchio magenta, a sud ovest!), la 6 (e si che bastava stare tra i due ruscelli!), la 7 (che ho trovato solo quando mi sono girato a guardare dietro di me), la 8 (eppure c’era la trincea…). Per arrivare alla 9 sono passato in zona arrivo, poi ho percorso tuuuuuuto il sentiero che porta verso la 10 e, all’incrocio con i fili dell’alta tensione, mi sono buttato a destra in bussola.

Cercando di seguire Anna Pradel che stava facendo l’apripista sul percorso W18.  Non riuscendo a seguirla. Perdendomi inesorabilmente a 10 metri dal punto. Mentre sono lì che brancolo nel vuoto, ogni tanto mando una occhiata a sinistra e vedo che lontanissimo sul costone della zona del ritrovo ci sono alcuni puntini (leggi: persone) che si stagliano sull’orizzonte. Mi viene in mente che uno di quei puntini potrebbe essere Marco che mi segue con il binocolo, che commenta ogni mia malefatta (soprattutto i lunghi periodi nei quali sono fermo e mi guardo intorno a 360° pensando “eppure dovrebbe essere qui!”) pronto a farmi a pezzi quando sarò al traguardo. Alla 9 perdo parecchi minuti, e quando la trovo mi verrebbe proprio voglia di prendere a calci il paletto… Il pensiero di Marco con il binocolo però è salvifico, perché da lì in poi rimetto insieme il mio senso dell’orientamento e, seppure con la lentezza di un bradipo, riesco a venire a capo bene delle ultime lanterne fino al traguardo.

Negli ultimi metri trovo ancora la forza di combattere, perché vorrei finire la gara in un tempo inferiore a quella del giorno prima, e ci riesco seppur per soli 9 secondi: una magra consolazione per una prestazione francamente dimenticabile. Poi scoprirò che Marco non mi stava osservando con il binocolo, che NESSUNO mi stava osservando (perché se loro erano un puntino sulla linea dell’orizzonte per me, io ero un puntino nel nulla cosmico per loro…) e che mi ero fatto un pippone da solo.

Per l’ultima tappa si va su un terreno più tradizionale: Val Canali. Partenza dal pratone che aveva ospitato lo start della staffetta mondiale del 2009, percorso strutturato in modo molto simile a quello della Due giorni del Primiero del settembre 2018, e punti posati in alcuni casi sullo stesso oggetto (punto 12) o sul masso\avvallamento\cocuzzolo a fianco. Va da sé che mi piacerebbe fare una bella gara su un terreno che conosco, laddove “bella gara” vuol dire “stare sotto l’ora”, ma non ci riesco e non posso nemmeno dare la colpa solo alla fatica (siamo ormai alla decima gara) o al ginocchio. Perdo qualche secondo qua e là e, soprattutto, dopo il punto 17 non ne ho davvero più: finisco in 68 minuti, staccato di 20 da Fabio Hueller, ma considerato il fatto che si tratta di un terreno che conosco non posso proprio dire di aver fatto una bella gara.

Poi arriva l’ultimo commento, le premiazioni, i saluti. Il sole rimane alto nel cielo come merita l’US Primiero e con enorme rammarico arriva il momento i riprendere la strada di casa, un momento triste che anche questa volta cerco di annacquare con un ennesimo passaggio da Coredo. Senza ancora sapere che gli accadimenti dell’estate mi avrebbero portato a Coredo molto più spesso di quanto io stesso avrei voluto…