Stegal67 Blog

Wednesday, March 01, 2017

Milano vista con gli occhi di Remo


“Mi chiamo MOO. Milanio Orbitalio Orientistico, fulgido esempio di confronto agonistico, punto di approdo per legioni di felici corridori, icona memorabile dell'unico vero genio Remus Madellus. E avrò la mia vendetta, in questa edizione o nell'altra!

Si. Io sapevo che il MOO avrebbe avuto la sua vendetta. Su di me, intendo. Solo su di me. La prima edizione del MOO, di cui scrivevo su questo blog circa un anno fa ancora inebriato dall’adrenalina, è corsa nelle mie vene per 12 mesi, trascorsi in attesa di una nuova edizione nella quale cercare di fare ancora meglio che all’esordio. Una edizione 2016 davvero tanto esaltante, tanto memorabile, e persino tanto epica era stata per me (e per la squadra di cui facevo parte), terminata con una incredibile lunghissima corsa sotto la pioggia battente in compagnia del mio compagno di squadra Marco. Proprio lui: Marco... quello che tanti anni fa riuscì nell’impresa, che non fu quella di vincere due campionati italiani a staffetta in squadra con altri atleti forti quanto lui, ma di vincere un campionato regionale a staffetta da solo, a tal punto che persino il cronista dell’archivio federale FISO scrisse che era inutile citare il nome del suo compagno di squadra perché Marco - matematica alla mano, mica opinioni - con il suo tempo di gara avrebbe vinto insieme a qualunque altro staffettista. Che andrebbe detto pure, per inciso, che il cronista ero io: venni pure ricoperto di insulti per aver lasciato nell'ombra, senza neppure uno straccio di citazione, quel povero orientista che aveva corso con Marco e che comunque quel titolo regionale in qualche modo lo aveva vinto lui pure!....

MOO 2016 era rimasto memorabile per tante cose. Due di queste: il quinto posto in classifica finale ed il il pezzo che scrissi sul blog; a detta di alcuni amici presenti all'edizione 2017, un pezzo che aveva contribuito a dare loro motivazione e carica per iscriversi e prendere parte alla seconda edizione, che si sarebbe presentata sicuramente come ancora più dura (atleticamente) e ancora più ricca di insidie (tecnicamente e mentalmente) rispetto alla prima edizione. Ed un pezzo che, nella mente di alcuni pazzi lettori, aveva immediatamente catapultato Marco e me nella ristretta cerchia dei favoriti per la vittoria della seconda edizione (oh! Io continuo a dire che il pezzo più bello che ho letto sul MOO 2016 è quello scritto da Alessandro Di Pace sul sito del Varese Orienteering…).

Purtroppo per questi pazzi lettori, ahimé!, nulla di tutto ciò che avevo fatto per prepararmi al MOO 2016 l’ho potuto (o voluto) ripetere nel 2017. Ripensando a 12 mesi fa, in questo periodo scrivevo dei miei allenamenti costanti, di quel po' di dieta che aveva contribuito a riportare il mio peso ad una quota tale da evitare di farmi imbarcare nella stiva come bagaglio ingombrante. A distanza di 12 mesi, sbarcato sul 2017, potrei scrivere un blog dedicato alla fascite plantare (ed ai rimedi suggeriti per guarire: il primo è sempre "stai fermo!"), ad un peso fuori controllo, agli stati ansiogeni al limite del classico tòpos fantozziano "manie di persecuzione e miraggi". Ogni giorno che passa, il diario degli allenamenti resta desolatamente vuoto: d'altra parte, dopo le 12 o 13 ore quotidiane in ufficio, le forze residue non sono dedicate ad uscire a correre ma solo ad aprire il primo barattolo che passa per le mani (irrespective of whether the expiration date has passed or not).

Ma poi arriva la data del MOO, ed i casi sono due: o si resta a letto a dormire ed invidiare tutti gli altri, oppure ci si convince che almeno quel giorno i piedi bisogna essere pronti a muoverli per 5 ore o giù di lì, sperando che la fascite plantare non si faccia sentire sul più bello.

"I pali della darsena" (Marco ed io) si sono schierati al via del MOO 2017 con la stessa formazione 2016; in realtà avevamo in serbo (ma sarebbe più credibile dire: in sloveno) una sorpresa per tutti. Un terzo elemento che si sarebbe inserito in squadra all'ultimo momento, ma uno in grado di spostare le sorti della tenzone a nostro favore. Il nome "I Pali della darsena" era un richiamo al nostro unico errore del 2016 (nonostante ci sia stato qualcuno che, ironizzando, ha pensato che fosse una specie di allusione a determinate doti amatorie...), ma anche un evidente richiamo alle doti di mobilità e di elasticità del sottoscritto, soprattutto nella zona articolare inferiore. A questo punto devo ammettere che non so ancora con che nome potrei iscrivermi alla terza edizione del MOO 2018, anche se temo che potrebbe venire fuori qualcosa di troppo lungo: una prima opzione suggerita dallo sponsor Luxottica potrebbe essere “quello che in metropolitana preferisce guardare le ragazze perché non ha abbastanza diottrie per guardare fuori dai finestrini”, ma lo sponsor Zanichelli potrebbe ribattere con “quello che dopo 4 ore di corsa non capisce più la differenza in italiano tra le parole quali e quanti”. Alla fine penso che potrebbe prevalere l’impresa di pompe funebri San Siro con un bel “quello che gli tocca invadere il cimitero per andare a leggere le scritte sui vetri della chiesetta” (sempre in collaborazione con Samoiraghi).

Ma noi non eravamo quelli che avevano in squadra LA SORPRESA? Che è come dire che in una partitella tra amici avremmo schierato in campo Ibrahimovic a sorpresa (oh! Io di calciatori sloveni non ne conosco...). E sfido chiunque a non ammettere che Ibra è uno che, se scende in campo adesso con qualunque squadra, decide le sorti di qualunque partita. Purtroppo lo schieramento a sorpresa è saltato per aria sabato pomeriggio, a poche ore dall'inizio del MOO: mi chiama infatti lo stesso "Ibra" per dirmi che ha deciso di cambiare squadra. Che ha deciso che parteciperà al MOO ma non con noi, bensì in una squadra che schiera già (tanto per continuare con un esempio calcistico) un attacco con Cristiano Ronaldo e Leo Messi. Però "Ibra" mi dice anche che siccome questi due non sono non sono bravi come me a fare goal… è meglio se va a dare una mano a loro anziché a noi, così le sorti del MOO non sono troppo squilibrate a favore di me e Marco, che ci liberiamo liberi da una presenza ingombrante come la sua a centro area e possiamo manovrare meglio sulle fasce. Io resto lì come se fossi Gonon e qualcuno mi avesse detto a poche ore dal via dei WOC che la staffetta Gonon-Basset-Gueorgiou è diventata Gonon-Basset-Gallettì (con l'accento).

A questo punto è tornato buono il mio pronostico della prima ora. Nei giorni precedenti il MOO avevo studiato la composizione delle varie squadre, concentrandomi soprattutto su quelle che avevano in squadra nomi di orientisti. Suddividendo le squadre in varie fasce, avevo capito da subito che con ogni probabilità 8 squadre ci sarebbero finite sicuramente davanti. Con altre 6 ci saremmo giocati le posizioni di rincalzo. 8 + 6 = 14… Di conseguenza il mio animo negativo e pessimista (e ansioso) avrebbe puntato tutti i soldi della scommessa su un quindicesimo posto del tutto anonimo rispetto ai fuochi artificiali del 2016. Tuttavia... mano a mano che si avvicinava il MOO, ho cercato di farmi coraggio e quindi… dai!... magari non tutte le squadre di orientisti ci sarebbero finite davanti! Diciamo sicuramente le 8 più forti e magari solo 3 (su 6) tra quelle di orientisti meno accreditati. Risultato finale dell'elucubrazione: dodicesimo posto. Questo, ovviamente, senza contare le squadre composte da soli non-orientisti. Così è successo che, quando nel parterre del MOO 2017 ho visto attorno a me volti mai visti (come succede sempre alle elezioni federali FISO) ma fisici tonici con gambe guizzanti ed abbigliamenti super-tecnologici da Marathon des Sables, ho rapidamente messo da parte qualunque velleità di poter puntare alla top ten.

***

Diciamo che alla fine arriva la domenica mattina del MOO. L'unica MOOmenica mattina in questo 2017. Siamo all’o la va o la spacca, insomma... Succede che già mentre sono sul tram, e mi accingo ad attraversare la città, capisco che la situazione non è delle migliori: penso infatti di essere sul 15 che mi porta a Missori, e poi da lì con la metro gialla alla partenza di Dergano, ed invece guardando attorno a me mi accorgo dopo un po’ di fermate che sono sul 3, che non incrocia mai nemmeno per sbaglio la linea gialla! Il senso di vertigine che mi prende mentre cerco, a mente, di raccapezzarmi con i collegamenti tra le linee metropolitane è paragonabile solo al panico che mi prende pensando che di lì a poco dovrò cimentarmi con lo stesso tipo di problemi, ma in corsa (o meglio: rantolando dietro a Marco) e in pieno acido lattico. Lo sbandamento che mi prende sul tram farebbe venire voglia di tornare a letto sotto le coperte, con le tapparelle chiuse e la stanza completamente al buio; oppure trovare un modo per non vedere nulla di quello che succede attorno a me…

Alla fine arrivo a Dergano. Dove in vita mia sono stato solo due volte. La prima volta ero molto giovane: ero andato in Via Candiani al solo scopo di comperare una stecca da biliardo per un amico di Piedicastello, una "fraschetta arlecchino" da trecentomila lire che per l'epoca, era un botto di soldi da far accapponare la pelle; ricordo che andai in Via Candiani con i soldi nelle mutande (giuro!) per evitare che me li rubassero (mia madre, sapendo che un mio amico era pronto a spendere 300 carte per una stecca da biliardo, pensava che io stessi frequentando una compagnia di delinquenti...). Il venditore di stecche da biliardo non ha mai saputo dove erano state fino a poco prima le banconote che mi avevo messo in mano…La seconda volta ci ero andato dopo il funerale della povera Mary D'Amelio, per accompagnare una amica.  Di conseguenza non è una zona che mi metta di ottimo umore. Mentre sono perso nei miei pensieri e vedo da lontano il ritrovo, si affianca una macchina: è quella del "Perfido". Un flashback. L'anno scorso, dopo che sul blog avevo decantato tutti i miei allenamenti, alla prima gara in notturna al Lago Nord di Paderno Dugnano, il "Perfido" aveva chiosato: "Beh...? Non gli fate i complimenti per tutti i chili che ha perso e per quanto è allenato??? E pensare che se non lo avesse scritto sul blog, a vederlo non mi sarei nemmeno accorto che si è messo in forma!”. Quello che il "Perfido" mi ha detto quest'anno, dopo aver parcheggiato la macchina e fatto scendere moglie ed eredi, non è riferibile...

***

“Ma il MOO? Il MOO dove è finito??? Basta con queste descrizioni di quello che pensi e di quello che hai fatto 10, 20, 30 anni fa!!! E le cartine? Dove sono le cartine?? E le scelte di percorso???”

Cosa vi devo dire? Il MOO è Milano vista con gli occhi di Remo. Nel bene e nel male. O forse anche “nel bello e nel brutto”. Il MOO è una cosa che bisogna fare almeno una volta nella vita perché, soprattutto per chi a Milano ci vive, il MOO è sempre un po’ un viaggio dentro a sé stessi. Remo ci ha fatto vedere tante facce di Milano durante il MOO 2017. Qualcuno potrebbe tornare a casa pensando che il "bello" è il quadrilatero della moda con via Montenapoleone e via della Spiga, dove corrono le Ferrari e parecchia polvere bianca; qualcun altro potrebbe rispondere che il "bello" è il quadrilatero multietnico di Segesta (Remo è riuscito a farci utilizzare la stessa mappa per correre in entrambe le zone... là dove si diceva "il genio"), di cui ormai le cronache cittadine nemmeno si occupano più e che è ormai noto come "il quadrilatero del degrado a due passi dall'Eden".

Con l’altro palo della Darsena ho affrontano la prima tappa nel quartiere di Prato Centenaro, non lontano dall'Università Bicocca, in uno scenario post-atomico da domenica mattina in un qualunque posto nel quale è stato indetto il coprifuoco totale, dove Marco ha mostrato subito di avere un passo completamente diverso dal mio, ed i minuti di ritardo sul piano di volo hanno cominciato ad accumularsi. Poi ci siamo trasferiti nel quadrilatero del degrado di Segesta, dove una delle domande prevedeva il riconoscimento di un frutto che penzola da un albero... ed ancora una volta meno male che c’era Marco perché chiedere a me di riconoscere un frutto che penzola da un albero è come chiedermi di riconoscere un’automobile dal logo sul portello posteriore. Zona monumentale, con Marco che continua a correre imperterrito ed io che ormai sono in totale debito di ossigeno, e passaggio dal “punto orario” del Rock Burger dove incrociamo tante altre squadre che sono convenute lì da ogni punto della città. Poi il lungo trasferimento fino a Cascina Gobba (dove perdo la tessera del tram), e a quel punto dobbiamo ammettere che non ce la faremo mai a completare il percorso e quindi dobbiamo rinunciare o al quadrilatero di Montenapoleone o a quello di Porta Romana e Porta Vittoria. Per stare sul sicuro ci fermiamo a completare le punzonature della zona centrale di Milano (dove comincia a manifestarsi la fascite plantare) ma la delusione per non essere riusciti a completare il percorso è davvero troppo forte.

Alla fine siamo di ritorno in via Candiani in 4 ore e 46 minuti. Un tempo molto simile a quello dell’edizione 2016, solo pochi secondi di differenza, ma un risultato finale che va decisamente stretto alle doti orientistiche di Marco che ha corso e si è orientato per tutti e due: quindicesimo posto (vedi le considerazioni sopra). Purtroppo le squadre si muovono alla velocità del bisonte più lento, ed in questo caso era palese fin da subito che quel bisonte ero proprio io.

Mi rimangono del MOO 2017 tante cartine, ancora tanta adrenalina, bei ricordi e soprattutto la convinzione che Il MOO è Milano vista con gli occhi di Remo. Il mio invito, a tutti gli orientisti e non solo, è che l’anno prossimo veniate ancora in tantissimi a vedere la città con gli occhi di un orientista che definisco un po’ sognatore e un po’ genio, un po’ fuori dagli schemi e con un modo di pensare alle cose quotidiane un po’ diverso dal mio. Ma che nel MOO riversa tantissime energie e trova sempre il modo di sorprenderci. Così che anche io, l’anno prossimo e se tutto andrà bene, sarò ancora una volta al via del MOO 2018. Anche se non ho ancora deciso con quale nome…
(mappa generale)








1 Comments:

At 12:53 AM, Blogger Orienteering e dintorni said...

Mah! Se dovessi dire la mia proporrei una seria revisione della regola del fuorigioco. Già è abbastanza complicata quella del calcio, figuriamoci quella del Rugby, dove di linee di offside ne esistono innumerevoli versioni, a seconda della situazione di gioco. In realtà c'è il pericolo che nessuno ci capisca più nulla e che siano gli arbitri a determinare il risultato dell'incontro. Quello che è successo a Twickenham lo definirei comico (anche se Poite ha interpretato bene le regole) perché ben pochi hanno capito qualcosa, Ale e Franz (Raimondi-Munari)compresi. Diciamo che vedere i Lancaster spaesati in casa e la coppia Venter-O'Shea ridersela a crepapelle non è stato così male. Per la Calcutta Cup la vedo interessante ...

 

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