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Tuesday, May 12, 2026

Si fa presto a dire Svizzera – seconda parte

Ci sono dei posti che, per tutta la vita, restano una specie di miraggio. Una parola pronunciata da bambini davanti alla televisione accesa. Un rumore di sigla. Un accento. Una voce. Per me, “Svizzera” è stata prima di tutto questo. Per quelli della mia generazione cresciuti vicino al confine, la Svizzera non era “estero”, ma era un’altra idea di mondo.

Era la televisione che sembrava fatta meglio. Era il rispetto dei tempi. Era la sensazione che dietro ogni trasmissione ci fosse gente preparata davvero. Era la voce calma di chi non aveva bisogno di urlare per essere autorevole. Noi crescevamo così: con la RAI che ogni tanto sembrava arrangiarsi e la Televisione Svizzera che invece dava l’impressione di sapere sempre esattamente dove mettere le mani.

E dentro quel mondo io ci sono cresciuto. Senza accorgermene troppo, mi sono portato dentro quel modo di raccontare lo sport: la competenza senza arroganza, l’entusiasmo senza cialtroneria, la passione senza bisogno di fare spettacolo a tutti i costi. Forse anche per questo, quando anni dopo mi sono ritrovato davvero dentro una produzione svizzera internazionale, la sensazione è stata stranissima: come se qualcuno avesse improvvisamente aperto una porta e mi avesse fatto entrare dentro la televisione della mia infanzia.

Era il sabato pomeriggio con dei programmi semplici eppure perfetti. Era “Sabato Sport”. Era Oxygene di Jean-Michel Jarre che partiva in sottofondo e sembrava spalancare le porte di tutti gli sport del mondo. Era la Televisione della Svizzera Italiana che arrivava limpida, precisa, professionale, elegantemente diversa. Era Jacki Marti dalla Valascia o dalla Resega (ma anche dalla Terzerina o dalla palestra Arti&Mestieri), era Ezio Guidi da Kitzbuehel o da Garmish, era Libano Zanolari dalla Sasslong o dalla Val’d’Isère, era Tiziano Colotti dallo stadio di Cornaredo. Gente che non urlava: raccontava. E raccontando insegnava che la passione non è incompatibile con la competenza. Anzi.

Io quella roba lì me la sono portata dentro per anni. Per questo motivo, quando dici “Svizzera”, io non penso subito alle banche, agli orologi o al cioccolato. Io penso alle telecronache fatte bene.

Penso al rigore. Penso all’ordine. Penso a quel modo tutto svizzero di fare le cose seriamente senza bisogno di farlo pesare. E allora capite bene perché, quando mesi fa è arrivata da Checo e Toncsi la chiamata per essere arena speaker alla prima tappa della Coppa del Mondo di Orienteering 2026 tra Locarno e Ascona, la mia prima reazione non sia stata “che bello!”.

La mia prima reazione è stata:

“Oddio.”

Perché va detta una cosa: l’Italia, nell’orienteering, rispetto alla Svizzera è indietro di parecchie lunghezze. E io questo lo so benissimo. Lo sappiamo tutti, non nascondiamoci dietro un dito. Ma gli amici ticinesi sapevano anche un’altra cosa. Sapevano che io in Ticino ci ho lasciato dentro un pezzo di cuore da anni. Sapevano che quelle gare sarebbero passate anche dalla lingua italiana. Sapevano che la gente della Piazza voleva sentire entusiasmo, calore, partecipazione. E probabilmente sapevano anche che, dopo aver avuto il battesimo del fuoco alle Olimpiadi, ero diventato uno che davanti a un microfono può anche buttarsi in quel fuoco senza pensarci troppo.

Così hanno chiamato l’italiano. E l’italiano, appena ha capito in mezzo a chi sarebbe finito, ha avuto un attacco di panico elegantemente mascherato da sorriso professionale. Perché una cosa è fare il matto al microfono. Un’altra è ritrovarsi accanto a gente come:

Nik Suter. Padre di quel Timo Suter lì. Ex nazionale svizzero di orienteering. Membro del Consiglio Generale IOF. Arena speaker delle grandi gare internazionali in Svizzera. Uno che, quando apre bocca, capisci immediatamente che sei seduto al tavolo dei grandi.

Beat Liechti. Che uno potrebbe dire: “Ah sì, quello del calcio svizzero”. E già qui ci sarebbe da fermarsi, perché dopo le ultime uscite di Mr. G. (ex presidente di questo e quello) io eviterei pure l’espressione “calcio”, parlerei direttamente di “pedate alla sfera”. Ma Beat non è “solo” quello. Beat è la voce di Wengen. La voce del Lauberhorn. Capite? Il Lauberhorn. Una di quelle robe che per chi ama lo sport – lo sci alpino in questo caso - stanno a metà tra la leggenda e la religione.

E poi Danilo Trachsel. Voce del Thun, squadra che ha appena vinto da neopromossa il campionato svizzero del suddetto sport di pedate alla sfera. Voce di eventi. Voce di ritmo. Voce di energia. Uno che riesce contemporaneamente a fare il commentatore, il coordinatore, il DJ e probabilmente anche a controllare il meteo senza scomporsi. 

E in giro nella zona speaker... Ma niente di che... Solo Simone Niggli. Che detta così sembra quasi normale. Simone Niggli. La Simone Niggli che prima era Simone Luder. La Simone Niggli che nell’orienteering equivale più o meno a dire Maradona, Federer, Bolt e Mozart messi assieme. La Simone Niggli che girava lì come commentatrice tecnica mentre io cercavo disperatamente di ricordarmi come si respirasse normalmente.

E poi Elena Roos. Le telecamere della RSI. Quelle della SRG. Pullman regia lunghi come treni regionali. Cameramen ovunque. Auricolari. Radio. Monitor. Produzione televisiva organizzata con precisione chirurgica.

E soprattutto Piazza Grande. Piazza Grande di Locarno. Gremita di gente che fa il tifo. Quella stessa Piazza Grande dove ero stato appena l’anno scorso per il Festival del Cinema di Locarno, ospite di una banca svizzera, sentendomi già allora un infiltrato capitato per sbaglio dentro un film. Mai avrei immaginato che ci sarei tornato così presto. E soprattutto mai avrei immaginato di tornarci con un microfono in mano.


 

E poi Locarno. Locarno che fino a poco tempo fa, nella mia testa, era soprattutto cinema, Festival, Piazza Grande, i film, le stelle, le première. E invece all’improvviso è diventata orienteering. È diventata speakeraggio. È diventata adrenalina. È diventata cuffie, radio, countdown ma in modalità “Non c’è countdown!”, atleti in quarantena mentale prima della partenza, producer che parlano in tre lingue contemporaneamente, cameraman che corrono come mezzofondisti, tecnici che sembrano controllori di volo.

Ed io in mezzo a tutto questo. Ancora oggi faccio fatica a crederci. Locarno, poi, è stata una sorpresa vera. Io sono arrivato dopo un viaggio ferroviario abbastanza psichedelico, perché il vagone su cui ero salito a Milano Centrale aveva deciso autonomamente di deviare verso Giubiasco, probabilmente senza consultare nessuno di noi passeggeri. E già lì ho pensato che il weekend sarebbe stato interessante.

Ma appena uscito dal treno, la città mi ha preso a schiaffi di bellezza. Il lago. Il lungolago. La luce. Quel primo sole caldo dell’anno che senti addosso ancora di più perché vieni da mesi di freddo e grigio e improvvisamente ti ricordi che esiste anche la primavera. E poi la sensazione immediata che Locarno e Ascona fossero semplicemente perfette per l’orienteering internazionale: eleganti ma vive, belle ma non finte, ordinate ma accoglienti. Un posto dove lo sport sembrava stare bene.

E la cosa che più mi ha colpito è stata il modo in cui il team ticinese mi ha accolto. Non “l’italiano invitato”. Non “quello delle Olimpiadi”. Non “quello che ogni tanto urla”.

Uno di loro.

Questa cosa io non la dimenticherò facilmente. Perché la verità è che io quella responsabilità l’ho sentita tantissimo. Ogni singolo giorno. Ogni singolo collegamento. Perché se io avessi sbagliato, non sarebbe stato “ha sbagliato Stefano”. Sarebbe stato: “Avete chiamato l’italiano”. E quindi dentro quelle tre giornate io ci ho buttato tutto: la mia professionalità, la preparazione, la passione, la voglia di essere all’altezza, la paura di non esserlo. E soprattutto la voglia disperata di dimostrare che avevano fatto bene a fidarsi.

Le prime riunioni Zoom le ho vissute quasi in apnea. Io zitto. Loro precisissimi. Timing. Scalette sincronizzate al secondo (grazie Sarina Jenzer!). Inquadrature. Coordinamenti. Transizioni.

Sembrava la NASA. Poi però, piano piano, la tensione è scesa. Anche perché a un certo punto Nik Suter ha tirato fuori il suo asso: “Lo spazio al microfono ce lo dividiamo 50 e 50. Non siamo qui a parlare uno più dell’altro”. E lì credo di aver visto la luce. Perché diciamoci la verità: tra qualche settimana mi toccherà entrare in modalità “novanta-dieci”. Novanta a LUI. Dieci a me. E gli svizzeri che mi sentivano parlare in tre lingue e capire in quattro lingue, e continuavano a guardarmi come se fosse una cosa incomprensibile: “Ma perché tra qualche settimana non fate <<cento a te e chiunque altro fuori dai piedi>>?

Eh. Bella domanda. Ma in Ticino no. In Ticino era squadra vera. Ascolto. Equilibrio. Fiducia reciproca. E allora ci siamo messi a giocare questa partita bellissima. Tre giorni vissuti cercando contemporaneamente di essere professionisti e di divertirci. Che poi forse è il segreto dei grandi eventi fatti bene: nessuno si prende troppo sul serio, ma tutti prendono molto seriamente quello che fanno.

Io intanto cercavo di incendiare la Piazza. Come alle Olimpiadi, dove ho appreso le vere tecniche dei maestri di cerimonia da Simon Harding. Ho cercato di trovare un ritmo dove entrasse anche una parte di coinvolgimento, di partecipazione. Ho provato a portare il pubblico dentro la gara. E ogni tanto mi sono pure inventato robe totalmente folli. Tipo quando Danilo, in modalità DJ, ha messo Born To Be Alive di Patrick Hernandez. E io, senza alcun preavviso al cervello, mi sono trovato a urlare:

“BORN TO BE… ORIENTEER!!!”

Con Simone Niggli-Luder che mi guardava con un’espressione a metà tra lo stupore scientifico e la richiesta immediata di assistenza psicologica. Momenti meravigliosi.

E poi le classifiche ricordate a memoria: Nik e Beat che mi guardavano chiedendosi dove stessi leggendo. “Non può mica andare a memoria…”. E invece sì, perché quando ami questo sport in modo malato, certe cose ti restano dentro come le formazioni dei Mondiali per quelli della mia generazione.

Nel frattempo cercavo anche di fare il misterioso, provando pezzi dei percorsi disegnati da Florian Howald, da Francesco Guglielmetti, da Sergio Cantoreggi, senza farmi vedere troppo in giro.

Anche perché in questo periodo corro piano. Piano forte. Molto piano, persino fermo quando ho provato il loop finale della knock-out sprint disegnata da Sergio. Sapete quelle volte che speri che siano le lanterne ad arrivare verso di te? Ecco… questo è il loop finale della ko-sprint di Sergio. Commento tecnico della mia prova come apripista: non ci ho capito una mazza! Mi sono auto-assolto solo pensando che dovevo fare il vago perché non volevo rivelare dettagli dei tracciati. Quindi mi muovevo con la discrezione di un agente segreto… però lento.

(nota post produzione: feedback di alcuni atleti, tradotto da una lingua qualunque: "era troppo tecnica, non dovrebbe essere necessario camminare per leggere la mappa". ALLORA SONO IN OTTIMA COMPAGNIA!!!)

Un’esperienza incredibile. E la cosa più bella è stata vedere come un’organizzazione gigantesca, piena di mezzi e professionalità, riuscisse comunque a mantenere un’anima umana. Perché sì, c’erano i camion regia, c’erano le telecamere, c’erano le radio, c’erano le produzioni televisive.

Ma c’erano anche le risate, le prese in giro, le facce stanche a fine giornata. La gente che si aiutava in un continuo gioco di squadra (e quando vedi che il CEO dell’IOF, Mr. Henrik Eliasson, continua imperterrito a spostare transenne come ai JWOC, e sorride a tutti, allora capisci che il sorriso è una arma molto più potente e performante di una faccia incaxxosa)

E io, dentro quel caos perfettamente organizzato, mi sono sentito incredibilmente bene. Forse perché il Ticino ha questa capacità speciale: ti fa sentire contemporaneamente all’estero e a casa. Per questo, ad un certo punto, mi sono fermato. Ho guardato il lago, ho guardato Piazza Grande piena, ho guardato gli atleti arrivare con gli occhi stanchi e le gambe distrutte, nella bellezza feroce di questo sport assurdo che trasforma podisti in gladiatori e gazzelle in guerriere.

E ho pensato a quel bambino davanti alla televisione svizzera. A Sabato Sport. A Oxygene. Alle voci che mi hanno insegnato cosa significhi raccontare lo sport. E ho pensato che la vita, ogni tanto, fa dei giri pazzeschi. 

Perché quel bambino lì, probabilmente, non avrebbe mai creduto possibile ritrovarsi un giorno in Piazza Grande a Locarno, con un microfono in mano, intervistato dalla RSI, dentro una Coppa del Mondo, accanto ai professionisti che aveva sempre ammirato da lontano.

E invece è successo. E’ successo grazie a un gruppo di persone che ha deciso di fidarsi.

Questa parola torna sempre. Fidarsi. Perché alla fine tutto gira attorno a quello. Nik, Beat, Danilo, Sergio e Checo, tutto il team ticinese, la produzione, la regia, la RSI. Tutti.

Mi hanno dato spazio, mi hanno dato fiducia, mi hanno dato responsabilità. E io spero davvero di aver restituito almeno una parte di ciò che ho ricevuto, attraverso la mia voce, la mia passione, il mio caos mentale continuamente rimesso in ordine dalla disciplina svizzera. Con l’entusiasmo forse troppo italiano ma assolutamente sincero.

Forse la cosa più bella di quei tre giorni è che non mi sono mai sentito “quello venuto da fuori”, ma mi sono sentito parte di qualcosa. E per uno che ha passato una vita ad ammirare la Svizzera da oltreconfine, questa è una cosa che pesa. Pesa davvero. Perché ci sono luoghi che per anni guardi da lontano pensando che appartengano a un altro pianeta. E poi un giorno ti accorgi che qualcuno, da quel pianeta, ti sta dicendo: “Vieni. Dai. Sei dei nostri.” 

Allora forse il senso di tutto questo non sono nemmeno le telecamere, la Coppa del Mondo, Piazza Grande o l’intervista alla RSI. Il senso vero è la fiducia, quella fiducia silenziosa, concreta, svizzera, che non ha bisogno di troppe parole ma che vale infinitamente più delle parole. E io questa fiducia me la porterò dietro per parecchio tempo.

Perché sì, si fa presto a dire Svizzera.

Ma poi ci entri dentro davvero e scopri che dietro la precisione c’è il cuore. Dietro il rigore c’è il rispetto. Dietro la professionalità c’è il desiderio autentico di fare le cose bene insieme.

E allora grazie, Ticino. Grazie Locarno. Grazie Ascona. Grazie Piazza Grande. Grazie RSI. Grazie a chi mi ha accolto come uno di casa. Grazie a chi mi ha sopportato nelle mie esplosioni di entusiasmo. Grazie a chi mi ha aiutato a non perdermi dentro la mia stessa adrenalina.

E grazie soprattutto per avermi ricordato una cosa fondamentale: la passione, quando incontra la competenza, produce magia.

Ci vediamo alla prossima. Magari ancora con un microfono in mano. Magari ancora sul lago. Magari ancora con qualcuno che mette Born To Be Alive al momento sbagliato.

E a quel punto prometto già da ora che proverò a trattenermi.

Anzi. Meglio dire: forse mi tratterrò, ma non lo garantisco.

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