Sessanta giorni dopo, il bagagliaio è ancora pieno
A giugno avevo scritto un pezzo
intitolato “L’uomo che non sapeva più dove si sarebbe svegliato”. Il lettore
incuriosito — ne ho tre, e tengo molto a tutti loro — potrebbe legittimamente
chiedersi: “E quindi? Come è andata a finire?”.
Ecco. Non è ancora finita. Nel
senso letterale del termine. Io non sono ancora tornato a casa.
A metà giugno ho caricato la
Stegal-car con una quantità di borse, borsoni, zaini, sporte dell’Esselunga,
sacchetti per le scarpe, scarpe senza sacchetto, vestiti tecnici, vestiti molto
poco tecnici, cavi dei quali ignoravo già allora la funzione, materiale da
speaker, materiale da orientista e materiale che probabilmente appartiene a
qualche altra persona e che prima o poi dovrò restituire. Ho riempito il
bagagliaio secondo quel principio scientifico per cui, se riesci ancora a
vedere qualcosa attraverso il lunotto posteriore, significa che c’è spazio per
un’altra borsa.
Poi sono partito. E non sono
ancora tornato a casa. Ci sono vari motivi. Alcuni sono pregevoli, romantici e
quasi da commediante dell’arte o bohémien del ventunesimo secolo: l’uomo senza
fissa dimora che attraversa l’Italia seguendo le sue passioni, dorme dove
capita, incontra persone straordinarie e ogni mattina riparte verso una nuova
avventura.
Altri motivi sono meno pregevoli. Su questi ultimi glisserò con l’agilità con la quale Duplantis supera i sei metri e venti, che è comunque parecchia più agilità di quella con cui io supero un tronco caduto nel bosco. Diciamo soltanto che ci sono passaggi degli ultimi due mesi che conserverò per sempre. Altri che conserverei volentieri nello stesso posto dove vengono conservati i vecchi floppy disk, le musicassette smagnetizzate e i risultati delle mie peggiori gare di orienteering.
Da qualche parte. Possibilmente
senza etichetta.
Nel frattempo credo di aver
partecipato, commentato, attraversato o semplicemente vissuto mille gare. Ho
parlato dentro un microfono con una passione talvolta fin troppo accentuata,
raggiungendo volumi ai quali Galeazzi avrebbe probabilmente chiesto di abbassare
la voce e Caressa avrebbe risposto: “Stefano, magari questa era solo l'arrivo
della W16”. Ho coltivato un senso del ridicolo che ha raggiunto altezze alle
quali normalmente arriva soltanto il suddetto Duplantis ma lì, questa volta, io
mi trovo benissimo.
Ci sguazzo come una papera nel laghetto. D’altra parte, come diceva quel proverbio che probabilmente sto ricordando male, "ci vuole molta pioggia per affogare una papera". E di pioggia, questa estate, ne abbiamo vista. Non moltissima, perché soprattutto abbiamo visto caldo. Un caldo infinito. Un caldo che a giugno gli esperti chiamavano “ondata anomala ma temporanea”. A luglio “persistente fase anticiclonica”. Ad agosto probabilmente hanno smesso di dare un nome alle cose e si sono trasferiti tutti in Islanda.
Ho anche scoperto che esiste un livello di vergogna superiore a quello nel quale una pluricampionessa del mondo ti guarda, aspetta un secondo per essere certa che tu abbia davvero terminato la frase e poi ti domanda: “Ma tu ti ascolti quando parli?”
No. Ovviamente no. Se mi ascoltassi, avrei smesso venticinque anni fa.
So con ragionevole certezza di essere partito attorno alla metà di giugno. Prima destinazione: Cansiglio, dove entrare in punta di piedi. E possibilmente uscirne. Tre giorni di sole, caldo e arsura, quando ancora tutti ripetevano: “È estate anticipata, vedrai che non durerà”.
Certo. Come no.
Il Cansiglio è e resta uno di quei posti nei quali l’orienteering dovrebbe entrare in silenzio e con le pantofole ai piedi. Non perché sia facile. Esattamente per il motivo opposto. È uno di quei terreni che sembrano guardarti mentre apri la carta e pensare: “Adesso vediamo quanto sei bravo". Nel mio caso la risposta arriva abbastanza rapidamente. Primo giorno: una middle d’altri tempi, piena di rimbalzi e cambi di direzione, con Roland Pin al suo meglio. E poi la long. O meglio: la long degli altri. Perché ormai età, peso, chilometraggio e quel trascurabile dettaglio chiamato “allenamento” fanno sì che io possa affrontare certe gare con un concetto piuttosto personale di percorso. Gli atleti seguono la sequenza 1-2-3-4-5. Io applico un modello più creativo. Una specie di Netflix dell’orienteering: guardo alcune puntate, ne salto un paio, torno indietro, poi magari vedo direttamente il finale.
Terzo giorno ad Archeton, con una delle aree di arrivo più belle che io ricordi, riesco nell’impresa di ritirarmi una prima volta andando alla 7 — mai trovata, nonostante una serie di passaggi a volo radente che probabilmente hanno provocato alla lanterna la stessa sensazione di quando aspetti un autobus e ne passano quattro dalla parte opposta — e una seconda volta andando alla 15. Poi completo la parte finale a sequenza libera, ma è bella lo stesso. Bella oltre il bello. E in qualche modo anche questo è orienteering. Non quello delle classifiche ma quello per cui, nonostante tutto, continui a tornare.
Dal Cansiglio la Stegal-car punta verso Madonna di Campiglio. Il solo fatto di poter passare alcuni giorni parlando, confrontandomi e scambiando opinioni con una persona genuina e generosa come Tommaso Scalet vale già il viaggio. Poi ci sono anche le gare. Una partenza della gara sprint nel pomeriggio con arrivo davanti al tabellone commemorativo dei vincitori della TreTre.
Poi una bellissima gara a Malga Patascoss, con uno dei momenti che rendono perfettamente ragione del motivo per cui continuo a fare queste cose. Sono sulla carta, cerco i punti. Chiamo il cartografo, Buselli.
Lo tiro praticamente giù dal letto. Lui risponde con quella voce che significa inequivocabilmente: "Se squilla il telefono a quest'ora del mattino, qualcuno deve essere morto”.
No. Sono solo io. Che forse è peggio. Sto cercando davvero i punti sulla sua carta e contemporaneamente sto cercando una minuscola bava di campo telefonico sufficiente a mantenere viva la chiamata per raccontargli in diretta cosa sto facendo e quanto mi sto divertendo. Questa, credo, è la versione orientistica dell’assistenza tecnica da remoto: “Vedi quella forma del terreno?”. “No". “Il costone?”. “No". “Il sentiero?”. “No”. “Stefano, ma dove sei?”. “È esattamente quello che sto cercando di capire”. Il dialogo in realtà (perché è reale) non è avvenuto durante la gara di Malga Patascoss, ma l’ultimo giorno quando si sale al Grosté. E sul Grosté non c’è molto da aggiungere.
Chi c’è stato sa. Chi non c’è stato dovrebbe andarci. Chi c’è stato e non ha fatto orienteering lassù dovrebbe tornarci. Io, per non saper né leggere né scrivere, dal punto 10 al punto 11 faccio Mobile-O con Marco: gli mando il francobollo con la foto della carta, lo chiamo, lo tiro già dal letto e mi faccio guidare verso il punto. Da cui il dialogo scritto sopra (ma quello con Buselli non è stato molto diverso).
Nel frattempo cominciano ad arrivare alla segreteria dello Spinale alcuni dei tori e delle toresse che parteciperanno alla 5 Days. E lì si apre uno dei miei spettacoli preferiti. Arrivano atleti con fisici che sembrano prodotti in uno stabilimento scandinavo specializzato in orientisti professionisti. Chiedono di iscriversi alla gara del giorno:
“Abbiamo Open Corto e Open
Medio".
Pausa.
“Avete Elite?”
Sguardi. Che si posano sulle maglie dell'Halden SK. Gambe che hanno chiaramente un numero di cavalli superiore a quello della Stegal-car.
“Ah”
No, evidentemente non sono arrivati fin quassù per fare due passi attorno allo Spinale.
Pochi chilometri e poche ore dopo e si scende in Val di Sole. E qui lo dico senza troppi giri di parole: per me questa 5 Days è stata forse l’edizione più bella di sempre. Si comincia a Cogolo con un prologo magnifico. E con un commento di una prolissità stordente per chi aveva a che fare con me per la prima volta. Per gli altri ormai esiste una procedura consolidata. Mi accendono il microfono. Aspettano. Dopo circa quattro ore si chiedono perché le pile vanno ancora e non si sono ancora carbonizzate.
La premiazione è una operazione logistica che avrebbe messo in difficoltà il comando dello sbarco in Normandia. Piove. Le bandiere non vogliono stare allineate. Le autorità arrivano e scompaiono con tempi da finale olimpica dei 100 metri. La scaletta cambia continuamente. Bisogna premiare tutti, possibilmente nell’ordine giusto, possibilmente senza annegare gli spettatori e possibilmente senza che un fulmine trasformi lo speaker in un esperimento di Alessandro Volta.
In qualche modo ce la facciamo.
Il giorno dopo salgo per la prima volta al Passo del Tonale, zona aeroporto. Arrivo presto, troppo presto. Talmente presto che non c’è nessuno. Niente arena. Niente posatori. Niente organizzatori. Niente. Per qualche minuto ho il ragionevole dubbio di aver sbagliato giorno. Poi mi rendo conto che no: sono semplicemente arrivato prima di tutti. Il che comporta immediatamente la conseguenza più ovvia: parcheggio la macchina esattamente nel posto peggiore possibile per tutte le grandi manovre che dovranno cominciare di lì a poco. Nel frattempo comincio le mie. I primi punti sono più che altro grandi strambate: restare in piedi e contemporaneamente cercare le lanterne si rivela un multitasking superiore alle mie capacità. Peraltro non ci sono nemmeno le lanterne, solo piccole fascette. Potrei passarci accanto, potrei passarci sopra, potrei essere a cinquanta metri da dove credo di essere. In tutti e tre i casi la mia capacità di accorgermene sarebbe sostanzialmente identica.
Poi esco dal bosco, arrivo sui pascoli e cambia tutto. Alta montagna. Silenzio. Nessun rumore tranne il mio fiatone. Passi lenti. Una lanterna, poi un’altra: allora qualcuno è in giro e sta facendo il suo lavoro. Il morale che risale. E infine il traguardo, dopo aver attraversato una palude nella quale affondo più volte fino al ginocchio, mi copro di fango, stanco e felice. Quanto è bello sporcarsi da capo a piedi facendo uno sport pulito?
Il giorno successivo, invece, le previsioni annunciano la tempesta perfetta. A quel punto la competizione più importante non è più quella degli atleti, ma quella degli organizzatori contro l’orologio: quanta gente riusciamo a far partire e soprattutto a far tornare prima dell’ora X? Anche la mia gara dell’alba finisce al punto 7.
Squilla il telefono e questa volta è il mio. È il boss che chiama: “Vieni giù di corsa!!!”. Di corsa… certo. Apprezzo sempre l’ottimismo delle persone che mi circondano. Bisogna dare comunicazioni urgenti a tutti, in qualunque lingua del mondo. Ed ecco che la tecnologia viene in soccorso: inglese, francese, tedesco. Provo persino lo svedese. Poi arriva il ceco. Guardo lo schermo, guardo il testo, riguardo lo schermo… Bandiera bianca. Ci sono limiti che l’essere umano non dovrebbe oltrepassare, nemmeno se è lo speaker.
Poi il meteo decide di farsi perdonare. Lago dei Caprioli. Terza e quarta tappa. E qui potrei scrivere moltissime cose, ma ne basta una. Sto percorrendo il giro del lago verso il penultimo punto quando incrocio un atleta dell’Halden, sempre lui, il toro. Si guarda attorno. Guarda me. E mi domanda, più o meno: “Ma davvero ci viene concesso di gareggiare in un posto così bello?”
Sì.
Esattamente.
Parole sante. E infatti le ripeterò al microfono fino allo sfinimento. Soprattutto quello degli altri.
L’ultima tappa è a Ossana. Un altro piccolo gioiello targato Tommaso Scalet. Partenza nel bosco sopra il paese e poi giù, verso vicoli, case e giardini. Jörgen Mårtensson, che agisce da posatore, mi ferma addirittura per chiedermi di verificare un paio di punti, mentre solo in pura frenesia da orientista e mi sembra di riconoscere in mappa persino i singoli fili d'erba. Ora… Quando Jörgen Mårtensson chiede a me di controllare se due punti di orienteering sono posati bene, le possibilità sono due. O l’universo sta per finire. O questa estate ha definitivamente mandato fuori asse la realtà.
E poi si entra a Ossana. Ed è qui che succede una delle cose che amo di più delle gare di orienteering nei paesi "giusti". La gente esce. Guarda. Chiede. Sente parlare lingue diverse. Vuole capire cosa stanno per fare due migliaia di persone sudate che corrono per i loro vicoli fissando un foglio pieno di colori. Qualcuno mi ferma. Mi chiede cosa sia quella cosa bianca e arancione.
Spiego che è una lanterna. Mi ascoltano. Ci pensano. Poi arriva il suggerimento: “Però se la mettete nell’altro angolo del giardino è più nascosta”. Ecco… Adesso provate voi a spiegare il concetto di centro del cerchietto.
In una giornata di un caldo oltre l’immaginabile, la 5 Days finisce così: tra gli atleti, tra le case, tra le persone. In gloria. E io?
Io continuo. Continuo a guidare. Continuo a dormire nei posti più improbabili — improbabili nel senso di “ma ti vedi dove hai dormito?”. Continuo a parlare. Continuo a incontrare persone. Ed è forse questa la cosa che resta davvero di questi mesi. Perché nelle manifestazioni sportive che stanno un gradino sotto i grandi eventi planetari — quelle senza limousine, senza red carpet, senza migliaia di volontari e senza qualcuno che ti porta il caffè perché “lo speaker deve restare concentrato” — incontri una umanità straordinaria: persone che montano un gazebo alle sei del mattino, che posano una lanterna, che spostano una transenna, che ti danno un passaggio, che ti portano una bottiglia d’acqua, che hanno dormito meno di te ma ti chiedono comunque se hai bisogno di qualcosa.
Persone che si fanno un mazzo così affinché questo enorme gnocco che gira attorno al Sole continui, nonostante tutto, a essere un posto abbastanza vivibile. E soprattutto pieno di passioni. Non sono le mappe a contare in questo racconto. Solo i ricordi e qualche foto.
Anche perché le foto mi servono come documentazione scientifica: sono partito con dieci, forse dodici chili in più. Oggi il mio profilo è decisamente migliorato. Vorrei poter scrivere che è merito della mia incrollabile forza di volontà, di una alimentazione equilibrata e di un programma di allenamento studiato nei minimi dettagli.
Non posso. Diciamo che la vita ha elaborato un programma dimagrante molto più efficace. Non necessariamente lo consiglierei su TripAdvisor, ma almeno per quanto riguarda il profilo sulle foto funziona.
E a questo punto uno potrebbe pensare: “Beh, Stefano. Due mesi così. Cansiglio. Campiglio. Grosté. Val di Sole. Tonale. Lago dei Caprioli. Ossana. Migliaia di concorrenti. Campioni del mondo che arrivano alla segreteria chiedendo se per caso possono correre l’Elite. Temporali. Microfoni. Paludi. Alberghi. Automobili. Boschi. Montagne. Direi che il meglio dell’estate è passato”
No. Per niente. Perché proprio quando questa estate sembrava aver già giocato tutte le proprie carte, la Stegal-car ha puntato il muso verso sud-ovest. Verso il mare. Verso la Liguria. Verso Genova. E lì mi aspettava qualcosa per cui, in fondo, erano serviti tutti gli anni precedenti, tutte le gare, tutti i microfoni, tutte le volte in cui avevo raccontato un arrivo nel bosco come se fosse la finale dei Giochi Olimpici.
Stavolta non c’erano soltanto tre
gazebo e un prato. Stavolta erano davvero i Campionati del Mondo. I WOC 2026.
Genova, le nazionali, le televisioni, i migliori orientisti del pianeta. Per
Forsberg. Ed io. Che, già mettendo questi ultimi due nomi nella stessa frase,
provo un certo imbarazzo.
Pensavo di sapere cosa significasse fare lo speaker ad una gara di orienteering. Pensavo di sapere cosa significasse vivere un grande evento. Pensavo persino di sapere quanto fosse alto il livello massimo al quale può arrivare il mio senso del ridicolo.
Mi sbagliavo su tutte e tre le cose. Ma questa è un’altra storia. E merita una puntata tutta sua. La prossima puntata



















0 Comments:
Post a Comment
<< Home