Stegal67 Blog

Tuesday, January 24, 2012

LA VITA COME METAFORA DELL’ORIENTEERING

Ogni tanto penso che l’orienteering sia uno sport crudele. Voglio dire: tutti coloro che fanno sport, invecchiando, non riescono più a performare nello stesso modo e con gli stessi risultati assoluti di quando erano più giovani. I corridori vanno più piano. I saltatori si fermano qualche centimetro o decimetro prima, o più in basso. I lanciatori ottengono misure più modeste.

Una costante degli sport di squadra, però, è che l’anello è sempre a 3 metri e 5 centimetri di altezza, la rete è sempre alla stessa altezza (come nel tennis), la porta ha sempre la stessa larghezza e altezza. Magari non si è più in grado di fare certi movimenti con la stessa scioltezza, con lo stesso grado di dinamismo, ma questo fa parte della vita. La vita, intesa come metafora dello sport, ti insegna ad imparare dal passato anche se quel passato non può più tornare. E imparando si smorzano i toni accesi della gioventù, le immagini di una tenzone agonistica vissuta più come battaglia vera e propria che come momento nel quale due o più persone giocano insieme perché insieme hanno coltivato questa o quella passione…

Non dimenticherò mai le parole di Adolfo Consolini, che a fine carriera raccontava di come fosse cambiato il suo rapporto con il lancio del disco, la disciplina che lo vide campione olimpico a Londra ’48: “Una volta lanciavo il disco e gli gridavo dietro tutta la mia rabbia e la mia tensione affinché volasse più lontano. Oggi mi limito a lasciarlo andare con amore, e ad augurargli buon viaggio e buona fortuna”.

Ma l’orienteering assume tratti a volte decisamente crudeli. Mi è capitato, ancora nel secolo scorso, di parlare con atleti fortissimi che di punto in bianco avevano lasciato; io che non ero in grado di mettere assieme due lanterne decenti di fila, sentivo la mia voce trasformarsi in un lamento quando accennavo al fatto che questi ragazzi stessero sprecando il loro talento sull’altare di uno stato di forma poco meno che perfetto, di una impercettibile stanchezza fisica che non li metteva più in grado di gareggiare sotto quella tal soglia di minuti al chilometro. E poco effetto sortivano le mie provocazioni sulla bellezza e la soddisfazione di “azzeccare” questa o quella tratta particolarmente tecnica, quando mi trovavo di fronte ad atleti che ormai erano in grado di dominare qualunque difficoltà orientistica, fosse anche una lanterna infilata nel posto più impossibile.

Non avevo ancora capito che invecchiare come orientisti (o, almeno, questo capita agli orientisti forti… mica a me!) significa aver immagazzinato un tale bagaglio di esperienza e di conoscenza che farebbe la fortuna di tanti atleti ed atlete che vanno ai Campionati Mondiali, ma al tempo stesso (a meno di avere il fisico di Carlo Rigoni) trovarsi alle prese con cartine e percorsi che non sono più in grado di offrire la stessa sfida e la stessa soddisfazione. Si… la soddisfazione può arrivare guardando la classifica: magari, invecchiando, si scopre di essere rimasti più freschi e più in forma dei rivali di un tempo. Magari, invecchiando, si trova il proprio nome in classifica davanti a quello dell’amico-rivale che ci ha sempre bastonato. ECCHECCAVOLO!!! Capiterà anche a me di arrivare una volta nella vita davanti Stefano Maddalena o Carlo Rigoni, no? (quando ho dichiarato che il mio obiettivo è vincere due volte l’Oringen in H100, il Madda mi ha risposto che una volta anche posso vincere ma che poi arriva anche lui in categoria…). Però la classifica è solo una parte della soddisfazione, una PICCOLA parte della soddisfazione.

Perché l’asticella, il limite, il problema da risolvere… diventano più facili: il campo di gara rimane sempre quello, ma il percorso diventa più facile. L’M40 magari è ancora abbinata alla WElite, ma l’M50 no (a meno che non si vada all’Oringen… ho portato a casa delle cartine della W70 con certi percorsi che… insomma… si, magari uno le lanterne le trova, ma forse!!!), l’M60 nelle gare regionali è talvolta abbinata alla W14, ed i tracciatori tendono necessariamente a salvaguardare le ragazzine inesperte rispetto ai marpioni con 30 anni di esperienza nei boschi. Anche in una gara (che non si farà) di cui (non) ero tracciatore, il percorso M60 era abbinato alla W16… e sicuramente i vari Federico Cancelli, Carlo Nessi, Cesare Spacca non si sarebbero divertiti molto.

Già… Federico Cancelli. Pensare ad uno come lui, che l’ultima gara di Trofeo Lombardia la gareggia ancora in MA perché ormai la classifica generale della M60 è consolidata, mi da ancora una gran carica; lui come quell’altro matto di Dieter Wolf che continua imperterrito a correre in Elite anche se ormai gli anni sono più di 60: una volta gli abbiamo chiesto chi glielo facesse fare, e lui ha risposto che finché era in grado di terminare il percorso entro il tempo massimo avrebbe sempre gareggiato in Elite. A proposito: mi pare che da un paio di anni Wolf abbia a che fare con gli allenamenti della nazionale New Zealand… ecco, lasciando perdere quel pazzo di Chris Forne, quando a La Feclaz vediamo i risultati del team All Blacks forse potremmo vederci dietro il tocco magico del vecchio lupo. “A proposito bis”: in occasione di non so più quale gara di non so più quanti anni fa ero andato a cercare con Google i risultati degli Elite stranieri per vedere se qualcuno avesse esperienze mondiali; arrivato a Wolf avevo trovato un omonimo che si divertiva a fare podio negli anni ’70… un omonimo, appunto! (per fortuna Andrea “the magician” Rinaldi venne a salvarmi dalla brutta figura di livello imperiale).

E allora io, che sono da MOLTO meno sia di Dieter Wolf che di Federico Cancelli quanto a prestanza atletica e tecnica orientistica ma che sono MOLTO più matto di tutti loro due messi insieme (e quanto a follia sul piatto opposto della bilancia possono salire anche tante altre persone) ho deciso che anche quest’anno

  • nonostante il regolamento reciti che la classe di ferro 1967 è passata in M45…
  • nonostante le scarpette numero 50 da orienteering o da corsa abbiano visto il mio piedone puzzone per l’ultima volta ad inizio dicembre…
  • nonostante il corpo dia evidenti segni di sfacelo (tra poco si entra in bacino di carenaggio per qualche giorno)…
  • nonostante ciò possa evidentemente nuocere al mio futuro di tesserato ASTi Ticino (la tuta turchese dell’AGET è sempre bene adésa al giro-vita)…
  • nonostante la personale vergogna, nonostante i pareri contrari del medico, degli amici, dei parenti, dei conoscenti, dei compagni di lavoro, dei capi, del ministro Passera (ex collega di lavoro), della Protezione Civile, del Comandante Schettino, di Er-Team, di Dario Pedrotti, di Larry e della nazionale di trail-orienteering…

sarei andato a Casorate Sempione all’allenamento della squadra nazionale e, al momento di iscriversi, ho dichiarato forte e chiaro “percorso lungo, grazie!”.

(immagine tratta dal sito di AlesTenar: www.alessiotenani.it . A me mancano sempre una rotella in testa e uno scanner in ufficio...)

Se ci fosse stata una classifica, l’ultimo posto a grande distanza dal penultimo non me lo avrebbe tolto nessuno (1h33m con cedimento “da svacco” nel finale – lanterne 19-20-21 – dove si poteva solo correre dritto); ma volevo vedere l’effetto che fa… volevo vedere se da qualche parte sotto strati e strati adiposi balùgina ancora (il verbo è complicato, lo so, ma oggi ho stupito il cliente con “tautologico” e so che posso fare di meglio…) una fiammella, un guizzo, una voglia sopìta di entusiasmo che vuole essere più forte della fatica, del dolore (e che letto di dolore, nel pomeriggio di domenica!) e della vocina del cervello che continua a ripetere inperterrita “chi te lo ha fatto fare! Chi te lo ha fatto fare!”. Ma perché dovrei risparmiarmi anche ad un solo metro? Per arrivare (forse) a metà classifica in M45? Perché dovrei rinunciare a vedermi superare a gran velocità nel bosco da Riccardo Scalet (a breve sarà al Mondiale, quello importante!), da Elisa Lucian (a breve sarà al Mondiale, quello importante!... ma quanto sono cresciuti in altezza ‘sti due ragazzi durante l’inverno???,), da Gian, AlesTenar, Marco ed Emi? E giuro che mi sono smazzato le 21 lanterne senza nemmeno azzardare un taglio, perché una cosa come questa non avrebbe avuto alcun senso e non è tagliando un paio di centinaia di metri (come ha fatto qualcuno… e l’ho beccato!) che mi sarei guadagnato la strada del Paradiso.

Una strada sulla quale qualcuno ha inciso le parole, che ogni tanto mi fermo a rileggere, che lo scrittore statunitense Charley Rosen scrisse alla fine di un bellissimo capitolo in “More than a Game”: “Tornai a giocare per parecchi anni, a malapena in grado di rotolare da una linea di tiro libero all’altra, ma questa volta pronto più a ricordare che a dimenticare. Giocatori più giovani e più forti mi spingevano qua e là come se fossi stato di paglia (…). Avevo le ginocchia che pulsavano, l’anca sinistra che faceva male, ma mi divertivo a giocare. Passare mi dava più soddisfazione che segnare. Piazzare un bel blocco sul lato debole significava buoni tiri per i miei compagni. (…) Invece di giocare menando e sgomitando, arrivai a danzare di partita in partita meglio che potevo. Ammiravo e lodavo le giocate spettacolari di entrambe le squadre; felice tanto di vincere quanto di perdere, ero eccitato per il solo fatto di giocare. Diventato troppo vulnerabile per giocare con odio, dopo così tanto tempo arrivai finalmente a capire”.

3 Comments:

At 2:46 PM, Blogger ale said...

Che bella la citazione finale, e complimenti x l' allenamento.

 
At 2:47 PM, Blogger ale said...

Che bella la citazione finale, e complimenti x l' allenamento.

 
At 3:07 PM, Anonymous ivana said...

Grazie Stefano, ho capito perchè devo tornare alle gare, ma sopratutto come.

 

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