Stegal67 Blog

Friday, September 13, 2013

My Own Private Aprica

Uno

Uno come “uno qualunque”. Uno come tanti. Uno come me. Un Uno che parte al pomeriggio di venerdì verso 48 ore di passione, con un trasporto multimodale “à la Remò Madellà” tram + metro + treno + pullman e con la musica di Battisti, Dire Straits e Beatles nelle orecchie. La giornata è piena di luce. Il treno è pieno di persone, ognuna con la sua storia. Perché un viaggio in treno da soli è soprattutto un viaggio personale dentro il proprio animo. Ci sono le due ragazzine che vanno a trascorrere il fine settimana una a casa dell’altra e che si sono tirate a lucido per la festa della birra; ci sono i pendolari che terminano una  settimana di lavoro e scendono a Lecco ; poi le famigliole che si spostano per un ultimo fine settimana di sole verso le località del lago o della Valtellina. E infine ci sono i lupi solitari, come me, che impiegano il viaggio pensando alla propria storia personale, a ciò che hanno passato e a quel che riserva loro l’immediato futuro, con un po’ di musica nelle orecchie ad accompagnare, i passaggi splendidi a bordo lago e poi la Valtellina che si apre dopo Colico. All’altezza di Sondrio restiamo nel vagone in quattro. Quattro persone solitarie, quattro storie. Se anche qualcuno me la avesse chiesta, la mia storia non l’avrei raccontata a nessuno: chi avrebbe creduto ad un pennellone panzottello che diceva di andare all’Aprica per i campionati italiani di orienteering?

Due

Due uomini in seggiovia, per tacer della pala. Il primo, quello seduto a destra, è bardato in giacca a vento e pantaloni pesanti; l’altro, a sinistra, frappone tra se ed il gelo mattutino dei 2000 di altitudine un sottile strato di trimtex ed una assai più spessa gettata di grasso sottocutaneo (bussola e sicard proteggono dal freddo una superficie di pelle pari a “tracce”). Quello di destra è avvezzo alle salite in seggiovia perché nel  ruolo di cartografo è più agevole, almeno così la penso io, lavorare “a scendere”; quello di sinistra odia le seggiovie fin da quando, ragazzo, rimase fermo per una trentina di minuti in precarie condizioni a parecchi metri dal suolo sulla seggiovia del Ghiacciaio Presena. Eppure mi viene in mente che l’ultima ascesa in seggiovia l’ho fatta non più tardi di 40 giorni fa, all’ultima tappa della OOCup slovena! Quello di destra è Francesco Giandomenico, che sale verso la partenza attorno alle 7.40 del sabato con una pala in mano ed una scatola di “stazioni” appoggiata sulle gambe. A cosa servono le stazioni, noi lo sappiamo; la pala sarà utile per eliminare dalla zona di discesa dalla seggiovia una bella serie di “boasse” di pura marca bovina, ma anche per indicare all’altro, il sottoscritto, da che parte si trova la partenza: quando prendo il via alle 7.58 del mattino, infatti, il terreno non è fettucciato, ed il corridoio di partenza è ancora ben al di là da venire; ho sempre in mente quello che mi successe alle Capanne di Marcarolo quando, anche allora speaker e primo partente, mi precipitai giù per un avvallamento che avrei dovuto percorrere in salita! Adesso chiedo sempre di indicarmi almeno la direzione generica che prenderanno gli altri concorrenti, messi nella giusta posizione dalle fettucce, dai cancelli di partenza e magari da una lanterna svedese, giusto per evitare di dover orientare la carta fin dal triangolo di partenza!


Tre

Alla lanterna 3 del mio percorso M40 del Campionato Italiano Long Distance 2013 sono convinto di essere un Elite. Oppure la partenza è davvero banale. Split degli altri concorrenti alla mano, alla lanterna 1 sono terzo in classifica: lascio indietro qualcuno degli altri ragazzi anche di quattro, cinque o sei minuti (faccio fatica ancora adesso a capire cosa ha combinato l’amico Fabio Hueller!); eppure l’unica difficoltà mi sembra quella di restare in piedi sui lastroni di pietra liscia, fradici di pioggia notturna. Il paletto della 1, poi della 2 sull’unica collinetta della zona e poi quello della 3 dietro al sasso sembrano fasi letteralmente incontro a me. Ho già visto dove mi butterà il percorso di Paolo Mario Grassi, eppure mentre imbocco la prima pista da sci per spostarmi dalla lanterna 3 alla zona del secondo loop, giro la cartina per controllare la descrizione punti: c’è proprio scritto M40. Allora sono un Elite! Oppure ho imparato a mettere nel mirino i paletti di ferro che, attorno alle 8 del mattino, ancora non sono bardati con il loro bel cappellino rosso brillante e la loro bella sottana bianca e arancione.

Quattro

Quante le volte che sono precipitato al suolo durante la gara del sabato. E quando dico “precipitato”, so esattamente cosa voglio dire. Stegal cade la prima volta nella discesa dalla 6 alla 7, facendosi sentire chiaramente dai due tizi che stanno portando le mucche al pascolo sulla pista da sci. Poi cade la seconda volta nel tentativo di scendere verso il bosco dalla stessa pista da sci: una caduta nella quale solo un poderoso colpo di reni riesce a far planare il mio petto al di là di una piantagione di ortiche (le gambe sono fottute, ma chi se ne frega delle gambe…). La terza caduta subito dopo le panche che sovrastano il punto 10 e la quarta caduta nella palude che sta vicino al punto 12. Mentre affronto la giungla attorno a quest’ultima lanterna, che vedo da abbastanza lontano perché adesso ci sono le mantelline ma devo prima aprirmi la strada con il machete, mi sovviene alla mente uno dei miei migliori “topos” omerici (al plurale pensavo che avrei dovuto scrivere “topoi”, ma viene male, e poi il mio manager mi ha appena scritto che è più giusto “topos” perché le parole prestate all’italiano, al plurale, non cambiano… ah quante cose che si imparano leggendo Stegal – sicuramente non l’orienteering però!): “il primo che è passato da lì è un eroe”. Un istante dopo ricordo che il primo che passa da lì sono io, ammetto con me stesso che non sempre le metafore nascondono una verità assoluta. Da quel punto in poi non c’è un solo posto per cadere: è salita. Salita pura. Pura e veramente bastarda.

Cinque

Sono i metri di dislivello tra una curva di livello e l’altra. Vista la conformazione della carta, il percorso mi consente di arrivare al punto 12 (quello con la lanterna lanciata sul punto con un giavellotto o calata dall’alto con l’elicottero) percorrendo pochi risibili metri di salita, perlopiù nel loop 4-5-6 e a causa di un attacco al punto 6 un po’ alla rampazzo… Però si tratta di un campionato italiano di orienteering, non del campionato italiano di discesa libera; il dislivello, indicato sul percorso come superiore ai 200 metri, deve essere da qualche parte… ehi! Eccolo! Non che ne sentissi la mancanza… Il fatto è che io arrivo al punto 12 già al lumicino delle forze, anche se fino a quel punto ho corso perlopiù con il paracadute sulla schiena come Karl Malone in allenamento (e, visto quanto detto al punto 4, il paracadute non è servito molto). La risalita alla 13 è penosa e pietosa, meno che umana: faccio del mio meglio per tenere nel serbatoio quella goccia di benzina che mi consentirebbe, nel mio immaginario personale, di transitare sotto la cabinovia con una andatura senz’altro meno che decente ma perlomeno dignitosa… purtroppo le grandi compagnie petrolifere hanno chiusi gli oleodotti e l’ago del carburante è in zona rossa che può rossa non si può. Mi limito a sperare, ricordo nettamente di essere stato colpito da questo pensiero, che nessuno stia guardando verso il basso, o che tutti gli orientisti siano ormai giunti da tempo al ritrovo! Arrivo alla 13, poi sulla 14 a salire e scendere in un terreno infido. Per andare verso la 15 ci sarebbe una invitantissima traccia in costa: allettante come una fontana di acqua cristallina per chi ha attraversato il deserto, o come una splendida vamp che ti invita ad entrare nel locale notturno promettendo chissà quali delizie. Percorro qualche metro e l’ultimo barlume di luce mi schiaffeggia, come la comprensione del fatto che quella traccia arriverebbe dritta al fiume e da lì in poi la risalita alla 15 sarebbe davvero un calvario; massima pendenza per massima pendenza, tanto vale risalire subito fino al sentiero e arrivare al sasso da est. Infine l’ultimo punto, ancora in salita, ancora a soffrire per raggiungere il termine del recinto (le reti protettive della pista); e qui non ci sono santi: è ovvio che mi vedranno tutti arrivare come uno zombie! Mentre passo sotto la seggiovia che ho utilizzato un’ora e tre quarti abbondanti prima, passano sopra di me Julia e Oxana: riesco solo ad alzare lo sguardo nella loro direzione e, nel pieno della figura di emme che sto facendo, mandare un messaggio subliminale che dice “state all’occhio, che da qui ci dovete venire su pure voi!”.

Sei

Come l’inizio di “Sei sicuro di poter fare ancora a lungo cose del genere?”. Insomma… vado per i 47 anni e la mia categoria sarebbe un’altra, sicuramente POCO più facile e POCO più corta della M40, ma APPENA UN POCO più facile e più corta. Forse che è giunta l’ora di tirare di tanto in tanto i remi in barca? Per quanto ancora ce la farò a prendere il via all’alba, con la colazione nella parte alta dello stomaco, da solo e senza compagni di avventura, a cercare nel nulla cosmico un paletto o una fettuccia o a cercare di “appoggiarmi” a qualche posatore? Ne ho avuto la prova soprattutto domenica mattina, all’alba di Aprica, quando le gambe già stanche della gara del giorno precedente sono entrate in sciopero già durante la prima salita per arrivare al ponticello. Prima o poi dovrò leggere qualche dispensa medica: quanto tempo impiega a diventare benzina per i muscoli la colazione del mattino? O devo rinunciare del tutto a questa idea visto che, senza allenamento alcuno, non esiste colazione che possa consentirmi di correre ad una andatura almeno decente?

Sette

Si ricollega al punto precedente. Sia sabato (long) che domenica (relay), la lancetta lunga dell’orologio non ha ancora raggiunto le 8 quando il sottoscritto fa partire il cronometro di gara, con la sola compagnia di Francesco Giandomenico (sabato ore 7.58) ed Ivano Benini (domenica ore 7.36). Il mondo degli orientisti nei camper, nelle camere degli alberghi, si sta appena animando. Domenica mattina, prima di partire, butto un occhio all’interno dell’hotel dove alloggia il Panda Valsugana: la loro sala colazione alle 7.15 è ancora deserta, mentre io entro qualche minuto mi butterò sotto la pioggia. La mia medaglia la vinco ogni volta che riesco a convincermi che questo è il mio modo con il quale voglio intendere il compito di speaker: non sarei in grado di raccontare nulla se non vedessi con i miei occhi i percorsi che affronteranno gli altri ragazzi e le altre ragazze, non sarei in grado di dare alcun contributo se non affrontassi le stesse salite e le stesse difficoltà degli altri concorrenti. In fondo, continuo a ripetermi, quasi tutti sopportano qualche battutina salace perché quasi tutti sanno che all’alba lo speaker ha fatto la gara nelle stesse condizioni. Forse domenica ho preso un po’ più di pioggia degli altri, forse sabato ho dovuto aprire la pista attorno alla lanterna 12, forse ho qualche difficoltà in più degli altri perché fettuccia e paletto sono meno visibili di una bella mantellina colorata (e domenica, ai punti 2 e 3, col sole ancora dietro la montagna, la visibilità nel bosco era davvero scarsa…).

Però… però non cambierei questa possibilità con nessun’altra. Ogni volta che mi cimenterò come speaker cercherò di strappare all’organizzazione una cartina di gara, e sempre per la categoria più lunga che sono in grado di fare. Ho cominciato a fare questa cosa nel lontano 2004 a Pian del Gacc, e lo so perché ho realizzato  poco tempo fa una specie di “curriculum orientistico”, ed ho mancato una sola gara in abbinata concorrente + speaker: alla staffetta del Trofeo delle Regioni di due anni fa in Liguria, e solo per motivi di trasporto. Non mi sono mai pentito della scelta che mi ha portato nel bosco all’alba, da solo, durante tanti Campionati Italiani o le 5 giorni o le Coppe Italia. Tra le soddisfazioni più notevoli della mia misera carriera orientistica ci sono alcune lanterne impossibili scovate nei posti più assurdi grazie all’aiuto del solo paletto metallico, i primi due terzi della gara di Campionato Italiano Long alla Foresta Umbra, ed i commenti di alcuni amici che tutto sommato, una volta o l’altra, vorrebbero provare la stessa sensazione. Un nome per tutti? Christine Kirchlechner ai Campionati Italiani dell’Alpe del Paneveggio! E poi il commento che fece Klaus Schgaguler al WRE middle di Asiago, mentre notavamo come il mio tempo di gara fosse il doppio del suo: “Si, ma tu l’hai fatta al buio sotto il diluvio!”. Poi mi chiedono perché ho una predilezione per Christine e Klaus…


Otto

“8” come metafora del loop finale della staffetta, per una considerazione che si appoggia al punto 7 della “Aprica dei miei sogni” (banale traduzione del titolo, trasposto da quello del film My Own Private Idaho, ovvero “l’Idaho dei miei sogni”). La gara a staffetta è la più adrenalinica, la più spumeggiante e la meno scontata tra quelle che assegnano un campionato italiano. Un tracciato molto impegnativo può dare origine ad una gara nella quale il confronto spalla a spalla viene a mancare perché i concorrenti sono più impegnati a lottare contro se stessi ed il percorso piuttosto che a sviluppare tattiche raffinate di controllo degli avversari. Uno troppo filante può favorire un vagone atleticamente al top ma orientisticamente poco preparato, rispetto a chi si presenta al via in condizioni contrarie.

La staffetta del sabato mi ha proposto entrambe le situazioni, anche se l’unico shoulder-to-shoulder che potevo fare era quello con la mia ombra… forse, se posso permettermi di fare il sofista, con un passaggio troppo brusco dall’uno all’altro approccio. Per me una prima parte sotto la pioggia nei prati, a tratti scrosciante, o nel buio del bosco che era davvero scuro ai punti 3, 5 e 6 mentre il punto 4 mi è sembrato una radurina ideale per un picnic con i sassoni a fare da panche. Poi una nuova salita verticale dalla fine del sentierino che mi ha avvicinato al punto 7 fino alla pista vicina al punto 9; qui ho incontrato il solito Moritz Etter che mi ha descritto la gara prima come facile (?), poi come quasi del tutto priva di pendenze (??), ed infine ha concluso dicendo l’immortale frase “per fortuna che almeno piove” (???)… ma lui è svizzero ed è forte, quindi la sua concezione della difficoltà e della salita è opposta ala mia.  Dal punto 9, posto in cima ad una canaletta più simile ad un fosso profondo (ma la descrizione punti parlava di avvallamento, forse alludendo alla parte terminale della canaletta stessa), una discesa in picchiata verso la zona dell’arrivo dove ho cercato senza riuscirci in alcun modo di avere una andatura perlomeno dignitosa: per mia fortuna la partenza all’alba mi ha consentito di passare in zona prima delle 8.30, con ben pochi orientisti già impegnati nelle operazioni in zona arrivo!

Le successive tratte filanti nei prati e nelle paludi avrebbero dovuto consentirmi di arrivare al traguardo in tempi rapidi. Così pensava Tommy Civera, che era in giro a controllare i punti. Così pensavo io, che ero in giro a cercare quegli stessi punti. Così non è accaduto per mio clamoroso errore: il sopracitato “8”! Dalla 11, in pura cecità da stanchezza, sono andato alla 15 (il sasso), e poi in uscita dal punto ho cercato invano l’area verde privata che doveva frapporsi tra me ed il punto successivo (che a questo punto era ovviamente il 14). Valutazione delle distanze: chi era costei? Il provato doveva essere a poco più di 50 metri da me ed io ho proseguito per oltre 200 metri fino ad una strada, che però era tortuosa e non retta come quella che pensavo di trovare… Ho ballato intorno per un paio di minuti prima di accorgermi che ero finito al punto 14 e che il sasso era quello della 15! Per fortuna che i punti erano tutti vicini: sono sceso alla 12, girando attorno finalmente all’area privata giusta, poi la 13, la 14 che avevo visto prima e comunque si vedeva da lontano anche da sotto, e la 15 che ormai conoscevo a memoria! E poi la lunga tirata per tornare al traguardo, dove Tommy mi aspettava almeno da 15 minuti…

Nove

Come nove anni fa, quando ho cominciato la mia esperienza come speaker al Trofeo delle Regioni di Pian del Gacc. Che ricordi! Mi sembra di tornare alla preistoria… ricordo che dovevo per forza di cose utilizzare un computer per controllare gli arrivi, ero costretto a leggere sullo schermo i tempi dei concorrenti al traguardo… avevo addirittura una cosa antidiluviana che non so descrivere se non come “un filo collegato con l’ultimo punto che mandava al computer l’informazione del prossimo concorrente che sarebbe arrivato al traguardo”! Sembrano cose degli ittiti o dei sumeri: per fortuna il progresso ha fatto tutta una serie di passi per aiutare il compito dello speaker. Purtroppo il sottoscritto provvede sempre a sollevare le organizzazioni da qualunque aggravio ripetendo che lo speaker è l’ultima delle cose di cui ci si deve occupare. Così accade che, ogni tanto, qualcuno mi dia retta… devo dire che non ricordo esattamente l’ultima volta che ho avuto a disposizione il computer! Di un collegamento on line con la linea dell’arrivo se ne sono perse le tracce; di un ulteriore collegamento on line con il penultimo punto o con lo spectator control se ne sono perse le tracce a Pian del Gacc! Va bene che, nel corso degli anni, mi sono fatto la fama di quello che riconosce gli atleti da lontano e riesce a fare i calcoli a mente azzeccando persino qualche ex-aequo, però l’età avanza, atleti nuovi arrivano, i ragazzi crescono, I ragazzi crescono, le ragazze mettono curve nei posti dove l’anno prima erano piatte, i master si agghindano come al Carnevale di Rio, non ce n’è uno che abbia la vera tuta della sua squadra di appartenenza, e si iscrivono alle categorie più impensate…

Nel sabato dell’individuale la distanza del punto spettacolo era di quasi 200 metri, che sono cresciuti a 350 circa nella domenica della staffetta; per fortuna che Tommy Civera mi ha dotato di radio con la quale comunicarmi un po’ di nomi e pettorali dei passaggi degli atleti. Ne sono venute fuori comunicazioni che, al confronto, quelle tra Neal Armstrong e Houston nella notte della luna erano dei capolavori di pulizia del suono; cose tipo “sta passando il pettorale crrrrrrrrrrrrrrrrrr ette nove… ripeto quat crrrrrrrrrrrrrrr ove”. A questo punto il compito consisteva nel: alzare gli occhi al punto spettacolo per avere un conforto visivo (a 350 metri di distanza…), cercare nella griglia per progressivi un numero di pettorale che potesse anche solo lontanamente assomigliare al rumore ascoltato, cercare il nome in una delle possibili categorie, calcolare mentalmente il tempo di gara e determinare in un nanosecondo se valeva la pena ammorbare le orecchie degli astanti o passare subito al crrrrrrrrrrrrr successivo che nel frattempo era già arrivato in cuffia. E questo valeva per il punto spettacolo, perché l’arrivo era invisibile. Tutto questo mentre, nel frattempo, essendo l’unico a disporre di griglie per categoria, piovevano domande sulle partenze, gli arrivi, le composizioni delle staffette, e buon ultimo un tale del posto che voleva sapere cosa stava succedendo e dove erano i gabinetti, ed ha pensato bene di chiederlo a quello con il microfono in mano!

Oh. Beninteso. La butto sul ridere e non è una critica. Ribadisco che la cosa importante è che ci siano percorsi, cartine, lanterne, stazioni, una partenza ed un arrivo e soprattutto tanti concorrenti! Ma non posso non ripensare a quella mia prima volta a Pian del Gacc e a quel benedetto filo che, collegato tra la 100 ed il computer, sembra essere stato sabotato dai luddisti del XXI secolo. Per pietà: la prossima volta, chiunque voi siate e qualunque gara stiate organizzando, un computer ed un programma con i tempi progressivi…

Dieci


L’ultimo numero è il 10. E non è il voto che si auto-attribuisce lo speaker. Un bel 10 tondo tondo se lo portano a casa la famiglia Donadini e la famiglia Casanova per il supporto e la sportività, “Ric e Giac” (ma che non passino alla storia con questo soprannome) per la staffetta US Primiero, Mario Ruggiero per la superba traversata a velocità siderale del costone prospicente l’arrivo della staffetta, Tobia ed Elena Pezzati per le medaglie vinte ai Campionati Svizzeri, Roberto Dalla Valle e Sebastian Inderst per la gara Elite del sabato e perché sono giovanissimi, Manuel Negrello per la stessa gara del sabato e perché lui è un po’ meno giovane, Christine Kirchlechner per aver trovato il tempo di darmi una mano a seguire la staffetta Elite femminile (lei che doveva ancora prendere il via)  e Metka e Kristian per aver tenuto a bada lo speaker ed aver vinto ugualmente due belle medaglie d’argento che non saranno le ultime. Tutti quanti hanno fatto del loro meglio per rendere questi Campionati Italiani degni di essere ricordati: gli errori, le omissioni e le topiche sono tutte e solo mie.

2 Comments:

At 11:51 PM, Anonymous Larry said...

Guarda che la funzione dello speaker è tenere il conto del tempo di Zzi e rassicurarmi sul fatto che sia normale che non sia ancora arrivato, senza insinuare che sia brocco, ma al contempo dissuadendomi dal farmi dare una cartina per fare il percorso al contrario e cercarlo in fondo a tutte le doline.
Tutto il resto è un riempitivo.

 
At 8:28 AM, Anonymous fabri&ele said...

dieci e lode allo "Speaker" che trasforma ogni arrivo ed ogni passaggio in tutto ciò che contengono ..... quei "famosi" ultimi 400 metri (9 agosto 1983). f&e

 

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