Genovaaaaa, volevano andare a Genovaaaaa…
Facile partire così, no? Anche troppo facile. Potrei andare avanti per righe e righe del blog a pescare cantautori liguri, e già mi immagino qualcuno dei miei tre lettori — che nel frattempo potrebbero essere diventati quattro, ma non mi voglio allargare — chiedersi se per caso io abbia finalmente scoperto De André a quasi sessant'anni, se mi sia convertito sulla via di Boccadasse, se abbia passato l'estate a fissare il mare meditando sulla condizione umana.
No. Io, della condizione umana, riesco a meditare
soprattutto quando sto cercando parcheggio. Soprattutto a Genova. Ed in questi
frangenti mi vengono in mente le cose meno pubblicabili e meno riferibili in pubblico. Specialmente
a Genova.
E di Genova e della Liguria io continuo ad avere
in testa quella particolare capacità ligure di comunicarti che sì, ti vogliono
bene, però magari da un'altra parte; e non è nemmeno cattiveria, è una forma di
risparmio energetico applicata ai rapporti sociali. Del resto se vivi in una
regione nella quale per andare da un posto all'altro devi scegliere tra una
galleria, un viadotto, una strada larga un metro e settanta o una mulattiera
che Annibale avrebbe giudicato "un po' troppo impegnativa per gli
elefanti", impari presto che ogni parola superflua è dislivello.
Ma adesso devo scendere io a Genova.
La Stegal-car, nel racconto precedente, era
rimasta sospesa tra la Val di Sole e un punto imprecisato della pianura Padana,
con il bagagliaio che obbediva a quella legge fisica sperimentale secondo la
quale, finché riesci ancora a intravedere una porzione di lunotto posteriore,
c'è posto per almeno un'altra borsa. Non è una legge che insegnano alla facoltà
di Fisica, ma solo perché nessuno dei professori che ho avuto ha mai caricato
in macchina scarpe infangate, vestiti da cerimonia, vestiti che una volta erano
da cerimonia e dopo tre settimane in bagagliaio hanno acquisito lo status di
reperto archeologico, e sacchetti Esselunga il cui contenuto è meglio non
sottoporre al carbonio 14.
Devo muovermi, e in fretta, perché l'appuntamento
dell'anno è il Campionato del Mondo urban di corsa orientamento. WOC 2026.
L'unico Mondiale assoluto dell'anno, quello nel quale si assegnano i titoli
sprint, knock-out sprint e sprint relay. E questa frase, scritta così, sembra
normale. Uno legge: "Campionato del Mondo". Poi chiude il browser,
beve il caffè e continua la giornata.
Io no. Io per arrivare a quella settimana ho
impiegato tre anni e mezzo.
È la sera del primo gennaio 2023. Diciamo le otto
di sera. Sono sulla Stegal-car versione precedente e sto percorrendo quel punto
della viabilità milanese nel quale la tangenziale Ovest decide di trasformarsi
nella tangenziale Est, o forse il contrario, e comunque c'è un curvone che non
è esattamente il luogo nel quale uno vorrebbe ricevere notizie capaci di
alterare il battito cardiaco.
Numero sconosciuto. Attacco il vivavoce per lo
scambio dei soliti convenevoli da primo dell’anno. Voce ligure conosciuta: "Volevo
dirti che abbiamo avuto il Mondiale 2026!"
Ora, nella mia vita ho avuto alcune reazioni
motorie poco coordinate. Ho mancato punti di controllo grandi come condomini.
Ho inciampato su sentieri larghi. Ho cercato una lanterna attorno a me mentre
ero praticamente appoggiato alla lanterna. Ma credo che la traiettoria della
Stegal-car in quel momento meriterebbe ancora oggi di essere studiata come
applicazione pratica del concetto di tangente.
Abbiamo avuto il Mondiale 2026? Dal nulla cosmico?
Non chiedetemi come sia stato possibile che nel piccolo stagno
dell'orienteering italiano una cosa del genere sia rimasta abbastanza sottotraccia
fino all'annuncio che, se non vado errato, arrivò mesi dopo e abbastanza in
sordina Non lo so. So solo che da quel momento la data ha cominciato a esistere
nella mia testa come esistono certe scadenze che non hai ancora scritto
sull'agenda ma che modificano tutto ciò che fai prima.
L'iconografia ufficiale, negli anni successivi,
avrebbe parlato giustamente di avvicinamento: Campionati Italiani sprint, Coppa
del Mondo, training camp, test races, Coppa Italia, sopralluoghi, riunioni,
prove. Io ho vissuto la stessa cosa in maniera molto meno professionale: ogni
volta che prendevo un microfono pensavo, da qualche parte in fondo al cervello,
"nel 2026 ci sarà Genova".
Ogni volta che sbagliavo qualcosa: nel 2026 ci sarà Genova. Ogni volta che qualcosa andava benissimo: nel 2026 ci sarà Genova. Ogni volta che mi sentivo vecchio: nel 2026 ci sarà Genova. Ogni volta che mi sentivo ancora capace: nel 2026 ci sarà Genova. E soprattutto ogni volta che pensavo ai Mondiali in Italia mi tornava in mente il 2014. Che non è necessariamente una cosa rassicurante.
WOC 2014. Venezia, Burano, Trento, Lavarone,
Asiago, Campomulo. Il primo Mondiale di orienteering organizzato in Italia. Io
con Per Forsberg al microfono, o più correttamente io nei dintorni di Per
Forsberg, che è un concetto diverso: come dire che uno ha giocato a basket con
Michael Jordan perché una volta ha palleggiato nello stesso palazzetto.
Ricorderò per sempre la cerimonia di apertura ad
Asiago. Oggi posso raccontarla con il vantaggio di dodici anni di distanza, che
è quel particolare fenomeno per cui i momenti nei quali avresti voluto
scavare una buca e scomparire diventano improvvisamente "aneddoti
bellissimi". È lo stesso meccanismo delle vacanze in tenda sotto il
diluvio: mentre sei lì giuri che non lo farai mai più, dieci anni dopo dici
"che avventura!". Ricordo Piazza Carli piena. Cinquanta e passa
nazioni. Autorità. Bandiere. Il presidente IOF Brian Porteous che deve
dichiarare ufficialmente aperti i Mondiali. L'inno IOF. L'inno IOF. Quell'oggetto
mitologico che esiste certamente, perché tutti ne parlano, ma che in quel
momento ha la stessa reperibilità dell'Arca dell'Alleanza.
Si arriva al punto della scaletta nel quale
dovrebbe partire. Non parte. Si riprova. Non parte. Qualcuno guarda qualcun
altro. Quel qualcun altro guarda un terzo. Il terzo probabilmente guarda il
cielo sperando in un intervento soprannaturale. Io guardo Forsberg. E Forsberg,
che per gli orientisti internazionali è da sempre una specie di garanzia
ambulante — c'è Per Forsberg, tutto andrà bene — arriva al punto nel quale la
garanzia scopre di non coprire il guasto.
"Nothing works here!!!". La frase mi è rimasta dentro per dodici anni. Non
so nemmeno se oggi la memoria me la restituisca con il numero corretto di punti
esclamativi. Probabilmente erano più di tre. Forse erano udibili.
Ecco: quando nel 2026 mi chiedono se sono
emozionato per il Mondiale in Italia, io penso anche a quello. Penso all'inno
IOF che non parte. Penso a Per Forsberg che per un istante perde quell'aplomb
scandinavo che gli permette di raccontare un atleta lanciato verso il titolo
mondiale con lo stesso controllo con cui io annuncerei il numero della coda al
supermercato. Penso a tutte le volte in cui una cerimonia ufficiale, preparata
per mesi, si scopre dipendere da un file audio, un cavo, una chiavetta, una
persona che sappia quale pulsante premere. E penso: dodici anni dopo saremo
diventati bravissimi.
Spoiler: non completamente.
Sempre 2014. Lavarone. Premiazione della long distance. Questa volta la memoria del blog è persino più precisa della mia, e mi piace che sia così: è uno dei motivi per i quali da vent'anni continuo a scrivere. La memoria personale è un grande archivista, ma ogni tanto beve. Svetlana Mironova ha vinto il titolo mondiale long. Una vittoria russa che, a giudicare dalla preparazione della premiazione, doveva avere la stessa probabilità attribuita alla neve a Ferragosto a Piazza San Marco.
Serve l'inno russo. Non c'è. Cristian riesce a
recuperarlo in extremis sul cellulare da una conoscente di un amico che passava
di lì per caso. Già questo, in una cerimonia mondiale, è meraviglioso. Pensate
alla finale olimpica dei cento metri. Pensate a una finale NBA. Pensate a
Wimbledon. Pensate al direttore del cerimoniale che a un certo punto dice:
"Ragazzi, qualcuno ha l'inno sul telefono?". Noi sì.
Parte l'inno. Sale la bandiera. Svetlana Mironova
è campionessa del mondo. E nel momento in cui l'intera liturgia dovrebbe
comunicare solennità, storia, patria, gloria sportiva e tutto quanto il resto… DRIIIIIIIIIN.
Arriva una telefonata. “E’ arrivato il file?!?!?!?”. L'inno si interrompe.
I Delegati IOF fanno harakiri. A quel punto credo che Forsberg abbia
attraversato, nell'arco di pochi secondi, tutte le fasi emotive: negazione,
rabbia, contrattazione, depressione, accettazione. Poi una sesta fase non
codificata dalla letteratura scientifica: "vabbè, siamo in Italia".
Quella sera mancava pure la bandiera francese per
Thierry Gueorgiou e venne fuori da un tifoso. I nomi dei premianti arrivavano
quando la consegna delle medaglie era praticamente già in corso. Roberto
Sartori, che avrebbe potuto organizzare un'invasione della Normandia con un
furgoncino, tre panche e due amici, riusciva contemporaneamente a essere
indispensabile e a sparire con sindaci e assessori per uno spritz.
Il Mondiale era quello. Bellissimo. Enorme. Sfiancante.
A tratti perfetto. A tratti una puntata di Helzapoppin diretta da persone che
non si erano mai incontrate prima.
Ed è importante dirlo: dodici anni dopo non
ricordo quelle cose con rancore. Le ricordo con affetto. Perché nel
frattempo ho capito una cosa che forse allora capivo meno: gli eventi sono
fatti da esseri umani, e gli esseri umani possono preparare per mesi un
protocollo di quaranta pagine e poi scoprire che manca il file mp3.
Il problema non è sbagliare. Il problema è non
aver imparato niente quando ti ricapita. E qui, cari miei tre lettori, possiamo
finalmente tornare al 2026, a domenica 5 luglio, quando la Stegal-car esce
dalla comfort zone dell'autostrada Milano-Genova e si inerpica verso Sassello. Le
strade dell'entroterra ligure sono una forma di selezione naturale. Se Charles
Darwin avesse fatto il viaggio del Beagle tra Masone, Sassello e il Beigua
invece che alle Galápagos, "L'origine delle specie" avrebbe avuto un
capitolo dedicato alla sopravvivenza degli ammortizzatori. A Sassello c'è il
prologo della 5 Days per gli spettatori. Il Mondiale comincia ufficialmente
martedì, la 5 Days lunedì, e noi per non farci mancare niente cominciamo la
domenica mattina. È il teaser del trailer del film dell'anno.
Arrivo all'incrocio principale. Una macchina
svedese. Una. Gli occupanti si guardano attorno con quell'espressione che
conosco bene: la faccia dell'orientista che sa di essere nel posto giusto
perché il GPS lo dice, ma tutto il resto dell'universo sostiene il contrario. Caffè
e brioche. Accoglienza ligure essenziale. Controllo le locandine sulla porta:
sagre, concerti, manifestazioni, forse il campionato mondiale di toelettatura
del pechinese — e della 5 Days non trovo nulla.
Telefono a Eleni. "Io sono all'incrocio,
Eleni". "È lì”. "Qui non c'è niente". "Non
all'incrocio. Sotto l'incrocio!". Ah. La geometria ligure. In pianura un
incrocio è un punto. In Liguria può avere coordinate x, y e z. Scendo nel
parchetto, saluto Sara, Angela, Sonia, Andrea — martire sacrificato sull'altare
della 5 Days — infilo le scarpe e vado a fare la sprint. C'è pure un ponte
oscillante nel finale che, dopo caffè e brioche, trasforma per qualche secondo
il mio apparato digerente in una dimostrazione pratica delle leggi di Newton. Il
dato statistico della giornata potrebbe essere la percentuale di non partiti. A
un certo punto dall'arrivo non passa più nessuno da un'ora e mezza, dal punto
spettacolo nessuno da un'ora. Chiamiamo la partenza. "Avete ancora
qualcuno?" "Non si vede nessuno da un'ora"
Fine. Di baracca e burattini. E fu sera e fu
mattina.
Secondo giorno. Monte Beigua. Salgo da Campo
Ligure, che per tutta la settimana sarà la mia base logistica e il punto dal
quale ogni mattina dovrò risolvere un problema di geometria differenziale
applicata alla viabilità ligure. Il percorso della prima tappa della 5 Days è
bello. Molto bello. Emiliano Corona e Michele Caraglio sanno fare il loro
mestiere.
È anche lungo. Molto lungo. E io continuo ad avere
questo dubbio che mi porto dietro da anni: perché le gare di contorno ai grandi
eventi devono ogni tanto trasformarsi in prove di selezione per la Legione
Straniera? È estate. C'è il mare. Ci sono turisti che sono venuti in Italia anche
per divertirsi. Ci sono Elite che, essendo Elite, preferirebbero essere
abbattuti con un sedativo per elefanti piuttosto che ritirarsi volontariamente.
Risultato: gente in giro tre ore, quasi quattro.
Il vincitore MElite è Florian Attinger e il tempo
del vincitore è centrato. Quindi tecnicamente nulla da dire. È il concetto che
continua a lasciarmi col mio "cui prodest?" da liceale che ha
studiato latino abbastanza da poter usare due parole per darsi un tono e non
abbastanza da poter sostenere una conversazione con Cicerone.
Per fortuna compare Tiziano Bettega. The next
generation speaker. E io mi rilasso. Tiziano parla con gli spagnoli in
spagnolo, coi francesi in francese, con il concorrente che arriva come se in
quel momento nell'universo non esistesse nessun altro. È esattamente il tipo di
speaker che mi piace: non "io vi racconto la gara", ma "questa
è la tua gara e per trenta secondi io la racconto a te".
Lo guardo e penso una cosa che non mi mette
tristezza: un giorno io non ci sarò. Non "non ci sarò" in senso
definitivo – almeno spero -, che per quello spero di avere ancora qualche
categoria da attraversare, ma non sarò su quella sedia. Non voglio diventare
quello che rimane aggrappato al microfono fino a quando i volontari devono
staccargli le dita una per una. Se arriva qualcuno più giovane, bravo,
preparato, capace di parlare alle persone e non soltanto sulle persone,
benissimo.
Anzi. Era ora.
Martedì 7 luglio. Terzo giorno per me, primo
giorno del Mondiale, secondo giorno della 5 Days, e già questa frase dovrebbe
spiegare perché alla fine della settimana nessuno sappia più che giorno è. È IL
GIORNO. La sera prima Forsberg mi ha scritto: vuole che ci vediamo un po'
prima. Lui arriva in arena a piedi dall’hotel dove alloggia. Io parto da Campo
Ligure. Qui entra in gioco il metodo scientifico. Studio Google Maps. Calcolo
il tempo. Lo raddoppio. Aggiungo la tara. Inserisco una costante empirica per
lavori stradali, camion, incidenti, gallerie, deviazioni e per quella
particolare legge ligure secondo cui una strada indicata come "8
minuti" può richiederne 8 oppure 48 senza che l'universo ritenga
necessario avvisarti.
Salto la colazione. Arrivo a Sestri Ponente. Fa un
caldo mostruoso. L'arena è in piazza Baracca, che il giorno precedente era
finita sui giornali per scontri e tensioni durante una manifestazione. Quando
arrivo, però, vedo transenne, tende, cavi, schermi, tecnici, atleti. Sembra
tutto già pronto, anzi è tutto pronto. È come entrare in sala a metà film:
tutti sanno già cosa sta succedendo tranne te.
E c'è Per Forsberg. Sempre lui. Ma non esattamente
lui. Perché la prima cosa che vuole sapere non riguarda i WOC. Riguarda le
Olimpiadi: Milano Cortina. Pattinaggio di velocità. Arena speaker. Per Forsberg
ha commentato non so quanti Mondiali, Europei, Coppe del Mondo e Olimpiadi
dalla televisione. Ma in arena olimpica, col microfono in mano davanti al
pubblico, zero. Zero. Io tre ori e due bronzi italiani. Non hanno vinto tre ori
e due bronzi senza di me, e non accetto obiezioni scientifiche.
Per una volta posso raccontargli io un mondo nel
quale lui non è ancora entrato. È una sensazione stranissima. Nel 2014 ero il
ciarlatano di paese accanto al primario dell'ospedale. Nel 2018 in Ticino mi
sembrava di frequentare un master. Nel 2026 non sono diventato Forsberg — e
grazie al cielo, perché uno basta — ma ho fatto un pezzo di strada mio. "Stefano,
questo è un Mondiale urban. Ci sono gli spettatori e gli atleti, ma ci sono
anche i turisti e le persone del posto. Dobbiamo usare molto più
italiano." A me lo dici? Oh Per, ti voglio bene!"
Alle nove si parte. Alle dodici è già tutto finito. Le qualificazioni sprint hanno questa caratteristica: i migliori partono presto, quindi il film comincia dal finale. È come se Hitchcock ti dicesse subito chi è l'assassino e poi passasse due ore a spiegarti perché. Forsberg parte naturalmente con gli arrivi principali. Io mi infilo negli spazi. All'inizio sento ancora quel vecchio riflesso del 2014: "non sovrapporsi, non rubargli l'arrivo, non fare casino, ricordati Soren Bobach a Venezia". Poi mi accorgo che questa volta il meccanismo funziona diversamente. Per mi lascia spazio. Io capisco quando la linea è mia. Non devo più aspettare che il microfono si allontani fisicamente dalla sua bocca come un semaforo verde. Siamo una squadra. Non cinquanta e cinquanta. Non serve. Settanta e trenta può essere un connubio felicissimo.
Poi arriva la cerimonia di apertura. Io non volevo
immischiarmi. Questa frase, nella mia autobiografia, dovrebbe essere stampata
in rosso perché di solito precede il momento esatto nel quale mi immischio. Le
cerimonie hanno un problema strutturale. Da una parte ci sono professionisti
che costruiscono una scaletta, un'immagine, un protocollo. Dall'altra ci sono
volontari che devono trasformare quella scaletta in persone vere, bandiere
vere, movimenti veri, tempi veri.
In mezzo ci sono gli anelli della catena. E ogni
tanto manca un anello. O ce ne sono quindici e nessuno sa quale debba parlare
con quale. Io vedo persone ferme. Bandiere. Volontari. Tempo che passa. E mi
scatta il difetto: "Ora faccio qualcosa io". Comincio ad abbaiare
nazioni. “Australia!!! YOU… from Down under…where women
glow and men plunder!”. Ci sono un
ragazzo ed una ragazza che hanno già la bandiera, si tengono per mano, sono
bellissimi. Manca solo il cuoricino di Peynet. La ragazza sorride. Il ragazzo ascolta
le mie parole e mi guarda come se avessi appena recitato un'iscrizione etrusca.
Lei lo guarda. "MA NON LA CONOSCI?". Lui: "Ho diciassette
anni!". La ragazza lo molla lì e se ne va… Fine di una relazione, forse.
Ma succede una cosa importante: la gente ride. Si
rilassa. Capisce che può prendere una bandiera senza dover prima superare un
concorso pubblico. La macchina parte. Nazioni in fila. Bandiere. Palco. Io col
microfono. E a un certo punto, preso da quella particolare trance agonistica
nella quale il cervello smette di chiedersi "chi ti ha autorizzato?"
e comincia a chiedersi soltanto "qual è la prossima cosa da fare?",
do praticamente io il via ai Campionati del Mondo 2026.
Sul palco c'è un signore che mi guarda. Scoprirò
essere il presidente IOF Tom Hollowell. Ha un foglio in mano, sul quale l’ultima
frase che ha vergato dice “dichiaro aperti i Campionati Mondiali 2026”. Adesso
ha la faccia di uno al quale hanno appena anticipato il finale del film, magari
uno come “I soliti sospetti”, quando sulla locandina del cineforum era scritto…
no, non lo dico… magari qualcuno non lo ha visto, ma c’era scritto il nome del
cattivo (Kayser Soze) seguito dal nome dell’attore che lo impersonava.
Mi torna in mente il 2014. Mi viene in mente Brian
Porteous. Mi viene in mente Asiago. Mi viene in mente Forsberg e "Nothing
works here!!!" Dodici anni dopo qualcosa funziona. Forse persino troppo. Finite
le cerimonie, si gareggia. Kasper Fosser vince la sprint maschile. Simona
Aebersold demolisce la gara femminile con un margine che in una sprint mondiale
appartiene più alla geologia che alla cronometria: un minuto e undici su Pia
Young Vik.
E poi arriva la premiazione. Gli inni. Ancora. Gli. Inni. La postazione speaker e l'impianto audio sono separati da metri, tende e angoli ciechi. Per comunicare con chi materialmente manda l'audio devo organizzare una forma di telegrafo ottico che Marconi avrebbe guardato con interesse professionale.
Mi ero fatto dare i riferimenti degli inni e
dell'inno IOF. Proviamo. Riproviamo. Tutto bene. Poi sale Simona Aebersold. Parte
la musica e io non la riconosco. Ora: io non sono il direttore della
Filarmonica di Vienna. Ma in Svizzera ho corso, parlato, vissuto gare,
premiazioni, amici e chilometri sufficienti per avere almeno un dubbio. Quella
roba non mi torna. Non torna a nessuno. È l'inno sbagliato.
Non "una versione strana". Non "un
arrangiamento moderno". Un'altra cosa. Il giorno dopo Simona racconterà
alla televisione svedese di non aver capito nulla, perché il testo era
completamente diverso. L'organizzazione e la IOF si scuseranno. Io, nel
frattempo, vorrei essere teletrasportato ad Asiago 2014. Che è una frase
notevole, considerando cosa era successo ad Asiago 2014.
Interrompiamo. Chiedo scusa. Prometto che l'inno
svizzero vero lo sentiremo un'altra volta.
E dentro di me penso al cellulare di Cristian, a
Svetlana Mironova, al DRIIIIIN di Lavarone, a Per Forsberg che dodici anni
prima aveva attraversato tutte le fasi del lutto protocollare.
La storia non si ripete mai uguale. Ha più
fantasia.
Come se non bastasse, durante la cerimonia vedo un
signore che fino a un attimo prima era in camicia e bermuda, e che
improvvisamente indossa una fascia tricolore. La fascia tricolore, in Italia, è
un oggetto quantistico: finché non la indossi puoi essere chiunque; quando la
indossi diventi immediatamente "Autorità".
Punta il palco.
Io ho appena ricevuto nomi e ruoli delle autorità
previste, li ho tradotti mentalmente in inglese e sto cercando di evitare che
la cerimonia assuma la struttura narrativa di "Cent'anni di
solitudine".
"Scusi, lei chi è?". Mi spiega. "E
cosa deve fare?". Mi spiega. Io reagisco male, malissimo. Non è che uno
può arrivare senza dire niente a nessuno e salire sul palco dei Mondiali. Ma
non avete mai visto una dico una cerimonia di premiazione di una qualunque
manifestazione sportiva internazionale??? Poi mi scuserò. Ma il punto rimane:
in una cerimonia internazionale non puoi materializzarti sul palco perché in
quel momento ti è venuta voglia di esserci. Non è la premiazione della gara del
palo della cuccagna, con tutto il rispetto per il palo della cuccagna, che probabilmente
ha un protocollo più rigido.
A fine giornata, però, non è questa la cosa che mi
rimane addosso. È l'inno. Perché una festa bellissima, una gara mondiale,
un'arena piena, due campioni straordinari e tutto il lavoro di centinaia di
persone vengono per qualche minuto riassunti nel video dell'inno sbagliato. È
ingiusto, ma funziona così. La perfezione non fa notizia, l'errore sì.
Mercoledì. Riposo WOC. Riposo 5 Days. E qui la
domanda dell'impiegato panzottello è semplice: se i due team organizzativi sono
disgiunti, perché non mettere una spectator race proprio nel giorno nel quale
il Mondiale riposa? Non ho risposta, quindi riposo anch'io. Che, dopo tre
giorni, è già una disciplina nella quale rischio di non qualificarmi.
Giovedì: qualificazioni knock-out sprint. Sestri
Ponente. Poi bisogna salire al Passo del Faiallo per la spectator race. Il
Faiallo ha una caratteristica geografica oggettiva: non arriva mai. Puoi
guidare verso il Faiallo per venti minuti e il navigatore dirà che mancano
venticinque. Dopo altri venti minuti ne mancano ventidue. È il paradosso di
Zenone applicato all'Appennino ligure. Strada stretta. Lavori. Caldo fotonico. In
cima manca pure l'acqua, per cause che nulla hanno a che fare con
l'organizzazione.
Decidiamo di scendere a Masone con la mia auto con
le taniche, ma la fontanella eroga acqua con la portata di una flebo. Nel
frattempo un incidente in autostrada blocca mezza Liguria di Ponente e alcuni
concorrenti arrivano con ore di ritardo. E qui torna fuori il motivo per cui,
alla fine, non riesco mai a raccontare una manifestazione soltanto con i
risultati. Perché la gara è anche uno che scende a Masone con una tanica.
È un altro che aspetta gli ultimi. È chi decide
che la partenza rimane aperta. È una ragazza della segreteria che non sa quando
mangerà, o – come Martina L. - che è scesa a piedi dalla colonia infrattata in
mezzo ai monti dove dormono i volontari perché non c’era più posto in furgone e
si è fatta i chilometri a piedi per essere lì. È qualcuno che si accorge che
l'acqua non c'è e invece di compilare un modulo prende la macchina.
Queste cose non finiscono nelle classifiche. Però
senza queste cose le classifiche non esistono.
Venerdì. Piani di Praglia, per poco. Poi Forsberg mi
chiama all'ordine. Genova centro. Quarti, semifinali, finali knock-out sprint.
La giornata frullatore abbia inizio in Piazza Matteotti. Alessio Tenani ha
messo insieme percorsi che fanno una cosa meravigliosa dal punto di vista dello
spettatore: gli atleti entrano in una zona di Genova, escono, ritornano,
ripartono da un'altra parte, per qualche secondo sembrano perfino chiedersi se
la città abbia cambiato topologia mentre correvano.
È l'orienteering urban quando funziona. Non è
semplicemente "correre forte in città". È risolvere problemi mentre
il cuore è a 190 e cinque persone accanto a te stanno risolvendo lo stesso
problema, magari scegliendo una porta diversa.
Fa caldo, sotto la tenda speaker tocchiamo
temperature che renderebbero illegale il trasporto di animali vivi. Per ed io
facciamo volume. Tanto. Ci alterniamo. Lui racconta la gara mondiale e io provo
a raccontare anche la piazza. A un certo punto mi accorgo che non sto più
pensando a come comportarmi con Forsberg. Sto lavorando con Forsberg, che è
diverso. Nel 2014 cercavo di non intralciarlo, nel 2018 cercavo di imparare. Nel
2026 ci passiamo il microfono. Non dico materialmente, ma ce lo passiamo.
Tereza Rauturier vince il titolo femminile. Guilhem Verove quello maschile, dopo l'argento nella sprint. Arrivi decisi per frazioni di secondo. Atleti che sbagliano l'ultima scelta. Campioni eliminati. Piazza che urla come se fosse il Palio di Siena E io penso che forse, il primo gennaio 2023, la Stegal-car aveva qualche motivo per rischiare di uscire dalla tangente.
Sabato 11 luglio. Fa sempre caldo, naturalmente. Prima
c'è da chiudere la 5 Days al Porto Antico.
Premiazioni, saluti, tutto in fretta perché le
persone devono poi risalire verso Piazza Matteotti per godersi la sprint relay
mondiale.
La staffetta è sempre la staffetta. Quattro
frazioni. Donna-uomo-uomo-donna. Mass start. Nessuna possibilità di nascondersi
dietro il cronometro. Se arrivi davanti hai vinto. Se arrivi dietro no. La
forma di orienteering più comprensibile persino per quello che passa per caso e
si domanda perché tutta quella gente corra con un foglio in mano.
La Svizzera difende il titolo. Simona Aebersold
chiude il Mondiale con un altro oro. Io urlo per gli italiani, e da qualche
parte, nella zona da cui trasmettono la diretta per la televisione svizzera,
Judith Wyder dice in diretta che quello che si sente sotto è lo speaker
italiano che sta caricando la sua nazionale con una certa enfasi. "Certa
enfasi” mi piace. È un'espressione svizzera, ma in Italia diremmo che sto
facendo un casino infernale. La mia voce entra nella cronaca televisiva
nonostante cuffie, isolamento, tecnici e tutte le misure che l'ingegneria
moderna ha messo a disposizione dell'umanità per evitare che la mia voce entri
nella cronaca televisiva. È una piccola vittoria personale.
Poi c'è la cerimonia di chiusura. Questa volta ho accanto una specie di bodyguard metaforica che, ogni volta che sembra che io stia per aggiungere una frase non prevista, mi fa capire con lo sguardo che il protocollo è già sufficientemente lungo. Funziona quasi tutto. Quasi.
Poi si spegne tutto. È una cosa che mi ha sempre
impressionato negli eventi sportivi. Fino a un secondo prima c'è una gara
mondiale. Telecamere. Atleti. Pubblico. Risultati. Autorità. Musica. Cavi.
Persone che corrono. Persone che gridano. Poi qualcuno stacca una presa. Qualcuno
piega una transenna. Qualcuno porta via un tavolo. E il Campionato del Mondo
diventa passato.
Saluto Forsberg. Saluto il team IOF. Ormai credo
che per le persone della IOF io sia una specie di tassa italiana. Sai che
quando vieni in Italia ci sono il coperto, la tassa di soggiorno e Stegal. Non
so cosa dicano davvero di me quando prendono una birra, forse "quel matto
italiano", forse "il giullare",
forse "il joker". Forse parole che non posso pubblicare sul
blog perché Blogger ha ancora delle condizioni d'uso.
Ma io sono fatto così. Ho esondato ancora una
volta dai miei compiti. Ho messo mano alle bandiere quando non ero stato
incaricato delle bandiere. Ho interrogato autorità che non sapevo fossero
autorità. Ho chiesto inni. Ho urlato. Ho parlato troppo. Ho parlato anche
quando forse sarebbe stato meglio tacere. E ho lavorato con Per Forsberg meglio
di quanto avessi mai fatto.
Questa è la cosa che porto via. Non che io sia
diventato lui. Non voglio esserlo. Porto via il fatto che nel 2014 guardavo
Forsberg come si guarda uno che appartiene a un'altra categoria professionale.
Nel 2026 continuo a guardarlo con la stessa ammirazione, ma posso sedermi al
suo fianco senza sentirmi un abusivo.
Forse è questo che fanno dodici anni. Non ti
trasformano in un altro. Ti permettono, qualche volta, di diventare un po' più
comodamente te stesso.
Ripenso ancora ad Asiago. "Nothing works
here!!!". Dodici anni dopo potrei rispondere a quel Per Forsberg del 2014:
“No, Per, non è vero. Ci sono un sacco di cose che funzionano”.
Funziona la ragazza che prende una bandiera e sale
sul palco anche se cinque minuti prima non sapeva che l'avrebbe fatto. Funziona
chi scende a Masone a riempire una tanica. Funziona chi tiene aperta una
partenza per aspettare qualcuno rimasto bloccato in autostrada. Funziona
Tiziano che parla in francese a un francese e in spagnolo a uno spagnolo come
se per trenta secondi quella persona fosse il centro del mondo. Funziona
Alessio che disegna un knock-out nel centro di Genova capace di far girare la
testa agli atleti e al pubblico. Funziona Forsberg che a sessant'anni suonati —
o quelli che sono, tanto lui sembra sempre lo stesso — continua a preparare una
gara come se fosse la prima e a ricordare risultati che io avrei bisogno di tre
database, due assistenti e un medium per recuperare. Funziona la Svizzera che,
dopo essersi sentita suonare un inno che non era il suo, torna due giorni dopo
e continua a fare quello che sa fare. Funzionano gli organizzatori quando si
prendono tre schiaffi in faccia e il giorno dopo sono ancora lì. Funzionano gli
amici. Funziona quella cosa misteriosa per cui centinaia di persone regalano
ore, giorni, ferie, sonno, pazienza e spesso soldi affinché altre persone
possano correre per venti minuti con una mappa in mano.
Poi, certo, ogni tanto parte l'inno sbagliato. Ogni
tanto il telefono squilla. Ogni tanto manca una bandiera. Ogni tanto arriva
un'autorità che nessuno aveva messo in scaletta. Ogni tanto lo speaker italiano
dichiara aperto un Campionato del Mondo prima del presidente della Federazione
Internazionale.
Ma forse non è vero che non funziona niente. Forse
funziona tutto in un modo che nessun manuale avrebbe avuto il coraggio di
prevedere.
E adesso?
La Stegal-car è di nuovo carica. Naturalmente. Io
sono stanco, molto più stanco. Ho dato quello che avevo e anche qualcosa che
non sapevo di avere. Per qualche settimana, almeno, l'orienteering si ferma. L'auto
no. La destinazione? Non è nota.
E mentre scrivo queste righe mi viene quel magone
che arriva sempre quando un evento finisce. Quello strano momento nel quale
fino a ieri avevi un orario, una strada da fare, una gara, una postazione,
qualcuno da incontrare; e oggi non hai più niente di tutto questo.
Ci vediamo al prossimo Mondiale. Sì.
Quale? Dove? Con chi? In che ruolo? E soprattutto:
ci sarò? Sono domande che a una certa età diventano meno retoriche.
Ma poi penso al 1992. A un sabato pomeriggio nel
quale Giovanni e Barbara mi dissero che il giorno dopo si poteva andare a
provare una cosa chiamata orienteering. Penso a Ronzone. Penso al ritorno a
casa in auto senza riuscire a parlare. Penso al microfono arrivato una domenica
a Pian del Gacc, senza programma. Penso al 2014 e al "Nothing works
here!!!". Penso al 2026, alle Olimpiadi e a Genova.
E allora forse il problema non è sapere dove sarà
la prossima pagina. Il problema sarebbe pensare che non ce ne sarà una. Il 2026
non è ancora finito. E nemmeno io.






0 Comments:
Post a Comment
<< Home