Stegal67 Blog

Monday, October 13, 2008

Tornare a Jenesien dopo due anni è come essere assaliti da una ondata di ricordi vivi ed indelebili. Il sabato in un bosco dettagliatissimo, a fare una H35 al meglio delle mie possibilità. La domenica con una staffetta che mi ha visto terzo frazionista e partente già “fuori gara” (causa PM precedente, ma il Piemmista di Jenesien si è abbondantemente rifatto quest’anno con gli interessi), a vedere la "rissa" per il quarto posto tra Montello, AAA Genova, Sesto 76 e non mi ricordo chi altro, in compagnia di Anna Piola che corse allora la sua prima staffetta Elite e che si divertiva come me a vedere i veciotti sparire nelle direzioni più improbabili per poi compattarsi nuovamente in zona punto.
Oggi ricordo con ancora maggiore consapevolezza il ritorno a casa da Jenesien, con tappa a Villazzano per vincere la “Sagra della grotta” organizzata con la consueta passione dalla famiglia Fasani; l’immagine di una cara amica sul gradino più alto del podio della staffetta femminile Elite; la “scomparsa” della seconda frazionista della Forestale e l’arrivo di Nicole Scalet dalla salita, con Roberto Pradel che le sta accanto per 50 metri di strada asfaltata e le urla “Stai calma... stai calma...!” (e lui sembrava un matto...).
E infine una mappa bellissima, incastonata come un diamante in una cornice di pietre preziosissime: il corno del Renon, lo Sciliar, il Sasso Piatto, il Catinaccio: una giornata di sole che mi aveva concesso di mettere Jenesien ai primi posti della classifica “mappe sulle quali tornare appena possibile”.
Ieri ho potuto tornarci, in una giornata di sole ancora (se possibile) più acceso, con i prati (sempre se possibile) ancora più color verde smeraldo, con le montagne attorno a fare da spettatrici silenziose e severe. Non c’era, è vero, la stessa tensione della gara per il Campionato Italiano, ma se c’è una gara che più vi si avvicina allora questa è proprio la finale di Coppa Italia. E credo che il T.O.L. sia una società che si merita in pieno tutti gli ingredienti (montagne, sole, livello dei concorrenti) che fanno grande una domenica di orienteering.

Purtroppo per me, la giornata di Jenesien ha coinciso con una nuova puntata della saga “arriva dal Lussemburgo – torna in Lussemburgo” (ma come faceva a resistere l’anno scorso Plab a questi ritmi?), ma soprattutto con una nuova puntata della telenovela “Medicina 33” (condotta da Luciano Onder) dal titolo “Come gareggiare in M40 se ti trascini da 3 settimane la bronchite in giro per gli aeroporti...”. Speravo che l’aria pura e azzurra dell’Alto Adige avrebbe costituito un toccasana per i miei polmoni che passano dai 5 gradi del Lussemburgo ai 22 gradi del Lussemburgo (come oggi): e forse è andata proprio così, perchè sto decisamente meglio di ieri... ma ieri la carta di Jenesien da Paradiso si è trasformata per me in un inferno, un inferno dal quale ad un certo momento ho persino dubitato di avere la forza per uscirne!

Domenica mattina. Il mio orario di partenza è attorno all’ora e 10 minuti. Accompagno Bibi in partenza e sul bellissimo prato antistante il minuto “meno 3” (mi chiedo: ma perchè mettono la moquette nei boschi?) scopro di essere già sudato fradicio, di quel sudore freddo ed appiccicaticcio e malsano che sa tanto di febbriciattola. Alla partenza, il mio momento migliore è ancora una volta quando sulla carta demo identifico con bello stile il primo punto, e quindi la strada da fare per arrivarci: mi scopro a pensare che già in due occasioni quest’anno ho fatto la stessa bella pensata ed in entrambe le occasioni la gara non è andata tanto bene...
Primo punto quindi facile per precedente identificazione e valutazione (e perchè è in discesa!) e secondo punto che sembra essere ancora più facile: un albero isolato in mezzo ad un pascolo pulito. I recinti (penso che ne scavalcherò 50, alla fine della mia prova) mi danno con precisione l’indicazione della direzione, praticamente ogni tanto sembra quasi di correre in centro storico... sulle ultime curve di livello prima di scollinare incrocio il Doff con il quale prima della partenza avevo scoperto di avere in comune proprio una bella bronchite: non ha una bella faccia e gli chiedo se vada tutto bene. Doff mi rassicura, sta facendo una faticaccia come me ma pensa di arrivare fino in fondo.
Secondo punto quindi bello facile nel prato, così come il terzo punto sempre a scavalcare i recinti, le mucche o i cavalli, a basarsi sui vari casottini che fanno da riparo per gli armenti o da legnaie.... fino al quarto punto. Sulla strada per il quarto punto mi sbuca davanti la capigliatura di Lorenzo Vivian che è evidentemente intenzionato a portarsi velocemente a fondo carta per un giro in senso orario che vedrà il percorso M40 accomunato alla Melite. L’istinto è quello di provare ad accelerare per seguirlo... ed è la fine: i polmoni improvvisamente rifiutano di accettare aria, vogliono soltanto svuotarsi di tutto il marciume che si stanno portando dietro. E non solo loro, evidentemente! Perchè vengo colto da un attacco di tosse violentissima che mi costringe a fermarmi piegato dietro ad un albero, ed anche lo stomaco vuole dare il suo contributo perchè improvvisi partono dei conati di vomito che mi fanno rivedere colazione pranzo e cena di una settimana fa! Svuotato, muovo ancora qualche passo ma appena dietro ad un dosso ricomincio a vomitare con violenza. Caccio dei rantoli primordiali e, nuovamente svuotato, arrivo in cima a quel dosso: dietro transita Massimo Sartori (chissà se mi ha sentito...) e stanno due ignari gitanti. Loro si che mi hanno sentito! Hanno gli occhi sgranati nella mia direzione, come se si aspettassero di veder comparire chissà quale bestia del paleolitico (e più o meno ci hanno azzeccato).
Ecco, se io dovessi candidarmi a Presidente Fiso metterei nel mio programma “E’ vietata la partenza a tutti coloro che con il loro aspetto, andatura, ecc. nuociono al buon nome della disciplina. Stegal per primo!”.
In questo momento sono praticamente disidratato. Sto sudando come una fontana rotta (più per lo sforzo di vomitare che per la corsa) e passo accanto ai due semre più esterrefatti turisti togliendo la fascia frontale rossa e strizzandone il contenuto sul terreno (una bella pozza...). Sento che dovrei fermarmi, ma non voglio rinunciare così alla carta di Jenesien (così come l’anno scorso non avevo abbandonato a Bedolpian). Mi trascino quindi sui punti 4, 5 e 6, incrociando atleti che poi al traguardo mi diranno “ti ho visto qua e poi là...”, ma io non ricordo di aver visto loro.
Ma il primo colpo di grazia arriva sulla lunga tratta per il punto 7. Cerco di mantenermi vicino alla linea rossa, passando per il minor numero di curve di livello possibile ed attraversando una parte di prato dove nemmeno più si parla di moquette ma di vera e proprio tappeto di erba all’inglese, ma la disidratazione mi colpisce con violenza. Non riesco a mantenere la direzione e ad un certo punto devio bruscamente a destra (come mi vedrà fare Roberto Pradel): ci sono delle case in fondo e io ho bisogno assolutamente di bere o di rinfrescarmi. Per mia fortuna, fuori da una di quelle casette c’è un gruppo di persone (e un bambino sul triciclo che chissà cosa avrà pensato): chiedo dell’acqua e mi allungano una bottiglietta, chiedo se hanno del sale e una signora si fruga nello zaino e mi porge .. dello zucchero! Ma va bene ugualmente.
Basta poco per tornare, improvvisamente, a mettere a fuoco la cartina ed i punti. Il punto 7, in effetti, non è lontano da me nonostante la deviazione per il ristoro non previsto. Arrivo infatti, camminando, proprio dritto sul punto, in tempo per incrociare un Davide Miori che senz’altro non è in difficoltà atletica e che mi mormora “queste buche sembrano tutte uguali”. Sono di nuovo in grado di fare le mie scelte e mi dirigo verso la 8 con rinnovata fiducia sulle mie possibilità di arrivare al traguardo... grave errore! La salita sotto il sole per il punto 8 mi prosciuga nuovamente. Non sbaglio il punto perchè è, veramente, non sbagliabile (un albero in mezzo ad un prato), ma la salita mi prosciuga le poche forze rientrate in circolo.
Ancora una volta scollino con le forze residue per ritrovarmi ad un enorme bivio di sentieri. La carta è davanti agli occhi un oggetto indistinto che non riesco nemmeno a mettere a fuoco. Ci sono delle persone lontane che camminano ma non riesco nemmeno a capire se sono orientisti o turisti. Non so nemmeno dove sono ed ho voglia di sedermi all’ombra a riposare per qualche ora finché avrò la forza di tornare verso la partenza. Ed è a quel punto che arriva il mio salvatore... non sono io che vado verso il ristoro: è il ristoro che viene verso di me!!! Oh T.O.L., chi c’era al quel ristoro? Gli pago una groooooossa birra! “... Ristoro?...” e arriva verso di me, sfatto come Clint Eastwood dopo la traversata del deserto, con un bicchiere d’acqua in mano. Gli vado incontro, pochi passi, come se non fossi un orientista in gara ma solo un turista. E lì comincia un dialogo quasi surreale ma che la dice molto di come sono gli orientisti:
Io (dopo tutti i vari ringraziamenti): “Sono sfinito. Finisco di bere e vado dritto al traguardo...”
Lui: “E perchè? Non ti piace questo posto? Finisci la gara.. anche camminando... anche se hai sbagliato. Sapessi io quante volte sono rimasto in giro tanto per via degli errori...”
Io: “Non è che ho sbagliato molto. Forse ho sbagliato a partire. Sto male e sono disidratato”
Lui: “Qui c’è tutta l’acqua che vuoi. Riposati e quando sei pronto riparti. Ma cerca di finire la gara. Anche camminando: è bella”.

Un bicchiere d’acqua dopo l’altro, tornano le forze e torna la lucidità. E mi basta poco per capire che:
1) la lanterna 9 sta a pochi passi da me, facilissima (un altro albero in mezzo al prato)
2) la lanterna 10 sta in fondo ad una discesa, attaccabilissima da un bivio sentieri
3) tutte le altre lanterne non prevedono salita e in fondo hanno dei punti di attacco veramente inconfondibili... fino al traguardo, che adesso non è più un miraggio!
Rinfrancato, saluto l’amico del T.O.L. e con una stretta di mano gli dico: “Adesso so che posso arrivare fino al traguardo”. E riparto. Poco importa che sulla 9 veda la sagoma di Carbone che mi sfila da destra. Poco importa che sulla 11 mi appoggi ad Helga Bertoldi e alla 13 a Jessica Orler per l’attacco al punto. Importa poco perchè non sto facendo una gara contro nessuno ed in fondo nemmeno contro me stesso: il solo fatto che io sia ancora in giro per finire questa M40 eterna mi riempie di orgoglio e soprattutto mi riempie gli occhi di un bosco meraviglioso e di colori che a Milano (o in Lussemburgo) potrò solo ricordare con immagini più sbiadite della realtà.

Quindi sono orgoglioso di poter affermare che il mio ultimissimo posto in M40 è in realtà una mia personale vittoria (magari esagero... diciamo una gara che ricorderò positivamente). Perchè sono arrivato in fondo quando le mie condizioni fisiche non me lo permettevano, perchè tanti orientisti incontrati lungo il percorso mi hanno incitato a non mollare, perchè in fondo mi sono goduto il bosco di Jenesien in ogni momento nel quale sono stato lucido. Non è la solit “consolazione del perdente”: è la pura e semplice verità. E così come spero di tornare presto a correre a Bedolpian (devo ancora vendicare la gara dell’anno scorso), allo stesso modo mi piacerà tornare quanto prima a correre a Jenesien: un campionato dell’Alto Adige il prossimo 1° maggio?

1 Comments:

At 4:00 PM, Anonymous Anonymous said...

Bella cronaca! Peccato che nessuno l'abbia commentata...

 

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