Stegal67 Blog

Friday, August 21, 2015

Garette Estive. Capitolo 5: Mondiali Master (qualificazione long 1)

Arriviamo così alle ultime tre tappe di questa maratona svedese: le gare long dei WMOC 2015. Dopo il giorno di riposo, trascorso saltabeccando tra le isole della West Coast, si va verso il lago Delsjon per la prima gara di qualificazione. Il cielo sta buttando giù acqua a catinelle e le probabilità di cambiarci in macchina sono molto alte, ma la prima preoccupazione che dobbiamo affrontare è relativa al “dove” possiamo lasciare l’auto. 

Accade infatti che, sempre nell’ottica del Mondiale eco-sostenibile, la zona di arrivo è stata piazzata ai margini della zona industriale di Molndal, un assembramento di piccole officine di meccanico, di basse palazzine per uffici, di aziende di autotrasporti; ci sono veramente poche possibilità di parcheggiare in zona, e quando cerchiamo di “mediare” con uno dei locali per poter lasciare la macchina davanti al suo ufficio, le risposte sono tra l’esasperato e l’incaxxato: sono tutti lì a chiedersi chi abbia mai dato il permesso a tutte queste persone di radunarsi lì attorno, e soprattutto cosa ci stiano facendo! Cerco di spiegare, anche con un po’ di pompa magna, che sta per disputarsi il campionato mondiale di orienteering e… incredibile a dirsi! Pure nella fantastica Svezia, accade che di questa cosa ai locali non gliene può fregare nemmeno un pìcciolo!!! Alla fine riusciamo a transare un parcheggio vicino ad un autotrasporti, ed andiamo in zona arrivo: l’area è veramente minimalista; sotto il diluvio, parecchie società sono riuscite ad infilare le tende sotto gli alberi, solo il gruppo di giapponesi è dotato di una specie di “casa” di tela, con tanto di finestre e area di ingresso, ma gliel’ha portata lì già bell’e montata l’agenzia di viaggi.

Le prime persone che vedo in zona arrivo sono Katja e Daniel Zwicker, che hanno già finito la loro gara e come al solito sono puliti e sorridenti come se fossero sul red carpet (ma come fanno?). Daniel mi squadra e la sua faccia cambia espressione: “Stefano, per l’amor del cielo! Non entrare nelle paludi! Stefano, stacci lontano!”. Mi pare di capire, dai commenti che sento in giro, che anche questa long distance stia per diventare una nuova lezione di paludismo applicato… la conferma me la offre su un piatto di argento, sereno come sempre, il buon Jorgen Holmboe: “Devi  sapere che quest’anno la primavera è stata molto calda, cosicché l’erba nelle zone di palude è cresciuta tantissimo. Poi abbiamo avuto un inizio di estate molto più piovoso del solito, e quindi le palude sono assai più profonde”. Il risultato è presto fatto: chi è partito per primo ha corso nelle paludi ancora abbastanza compatte, ma si è dovuto far largo nell’erba da elefanti dove serve la forza di Hulk per procedere. Chi partirà in fondo, probabilmente troverà l’erba tutta pestata, ma praticamente farà la gara nel fango dall’inizio alla fine.

“Tu in che posizione della griglia sei?” chiede Jorgen.
“Sono l’ultimo che parte di tutto il Mondiale…” rispondo io. 
Jorgen, l’infame, sorride.

A pomeriggio inoltrato, quando ormai sembra che tutta la qualificazione sia finita e la maggior parte delle persone si è già fatta la doccia e si è rifocillata, arriva anche il mio turno di partire. Questa cosa, dicevo qualche giorno fa, mi mette sempre addosso una certa inquietudine, che cresce ancora di più quando vedo la carta di gara, ovvero questa COSA QUI:


Primo pensiero, rivolto a Daniel Zwiker: come cavolo faccio a stare LONTANO DALLE PALUDI?!?!?
Secondo pensiero, rivolto a me: Stefano! Pensa solo a trovare il primo punto. Trova solo il primo punto e potrai andartene da qui orgoglioso di quello che hai fatto.

Solo per fare un confronto, farei vedere la carta di gara di Roberta (D45): se in Italia qualcuno osasse proporre il percorso che ha fatto Roberta in D45, arriverebbero al traguardo in tre e scoppierebbe la rivoluzione…

Su per la linea di massima pendenza, poi di traverso verso nord-est a valicare le linee di rocce (sul terreno ce ne sono molte di più di quanto è segnato in mappa) finché, con i piedi perennemente a mollo, arrivo sulle sponde del laghetto. Superata la palude a nord del laghetto, di nuovo su tra le fila di rocce a costeggiare l’enorme Stige chiamato Bredaremossen, che in svedese vuol dire “lasciate ogni speranza voi italiani che ci entrate”. Da lì, è sufficiente leggere bene la carta di gara e mappare sul terreno colinette, avvallamenti, paludine fino ad arrivare all’evidente roccia… SI, COL CAVOLO! DAL DIVANO DI CASA!!!... La zona a nord dello Stige è un continuo movimento del terreno, con paludi ovunque e cocuzzoli che fanno deviare dalla linea retta. Arrivo nella zona ad est con gli alberi buttati al suolo e, dopo qualche secondo si sbandamento (vado a destra? A sinistra? Avanti? Torno indietro?) identifico le piccole linee verdi sulla mappa e vado dritto al punto. Lento ma dritto.

Sono in mappa! Il peggio è passato, da qui in avanti… ecco: da qui in avanti è peggio! Basta un minimo calo di concentrazione che, pur passando accanto alle roccette a metà tra la 1 e la 2, arrivo al punto solo per scommessa. Alla 3 c’è il ristoro con le sciurette che si chiedono chi sia questo che a metà pomeriggio sta ancora passando dal ristoro, la 4 la faccio dritta e la 5… la trovo solo perché vedo il brasiliano che è partito 20 minuti prima di me che punzona: sarebbe una parete rocciosa, ma avrebbero dovuto scrivere “abbiamo scelto di cartografare QUESTA parete rocciosa e non le altre 20 che sono all’interno del cerchietto…”.

Sulla via del ritorno, il Bredaremossen non fa più tanta paura come all’andata, e mi posso beàre gli occhi dello spettacolo delle cascate formate dall’acqua che tracima dalle paludi superiori a quelle che stanno un livello sotto. Per scendere dalla 9 (fatta in bussola sotto la linea magenta) alla 10 bisognerebbe avere i pattini ed anche essere bravi come Brian Boitano per riuscire a stare in piedi senza frantumarsi le ossa sulle pietro cosparse di sapone. Invece per uscire dalla 11… ecco: qui veramente bisognerebbe avere il filmato! La tratta fettucciata dalla 100 all’arrivo è un OCEANO di fango,  profondo da mezzo metro in su. Io impiego due minuti e rotti per arrivare al traguardo, ed assicuro che è un tempo di tutto rispetto per quelli che sono arrivati al traguardo attorno alle 16! Alcuni anziani concorrenti semplicemente devono tirare gli uni con gli altri per venirne fuori, un altro (il mio compagno di stanza) finisce lungo e disteso a faccia in avanti nella torba, e non sarà nemmeno uno dei pochi ad arrivare al traguardo in stile “mostro della laguna”.


(… continua …)

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