Stegal67 Blog

Saturday, December 23, 2017

Going the distance


Sarebbe stato il momento epico dell'anno. Quello in cui ce la stavo facendo contro ogni più fosca previsione. Sarebbe stato ancora più perfetto se io avessi trovato ad accogliermi uno speaker che inneggia al mio nome, magari con il sottofondo di una colonna sonora trasmessa da un Ipod un po' scassato: "Going the distance" di Bill Conti, sarebbe stata perfetta in quel momento. Come perfetta lo era stata nell'accompagnarmi per tutte le tre ore nelle tre ore precedenti. Che poi va bene tutto, ma dopo tre ore che te la ripeti nelle orecchie perfino "Going the distance" scassa un po' la minchia...

Mi sarebbe piaciuto tagliare il traguardo a braccia alzate, con quel tipo di smorfia masochistica sul viso che sta a dire che hai dato tutto quello che avevi da spendere, che sei andato ben oltre i limiti fisici e che ne sei orgoglioso. Sarebbe stato perfetto, se non fosse che a 200 metri dal traguardo mi sono praticamente fermato, indeciso se continuare fino al traguardo o mollare tutto. E quando scrivo "tutto", intendo proprio "tutto". Sono rimasto un paio di minuti abbondanti fermo al freddo, al buio del pomeriggio inoltrato, poco prima del trentunesimo punto di controllo. Fino a poco prima di fermarmi, nonostante la fatica ed il tempo passato nella foresta, i piedi stavano ancora rispondendo come raramente li avevo sentiti in tanti anni di orienteering. Poi quel pensiero mi è passato in testa, e mi sono fermato: potevo finire la gara, potevo aver avuto successo o essere arrivato a fondo classifica, potevo essere stato coraggioso o pavido nell'affrontare il percorso, ma in ogni caso non avrei potuto raccontarlo a mio padre.

Nelle settimane passate dal 19 maggio mi sono posto qualche volta la domanda se avesse senso continuare a fare orienteering, se fare finta di essere ancora un ragazzino o un atleta dal momento che né ragazzino né atleta lo sono più da parecchio tempo. Quest'anno ho compiuto 25 anni di orienteering, e mi chiedo quanta strada avranno fatto le mie scarpe da quel primo giorno a Ronzone. Tanta, sicuramente tanta. Non sempre lieta, non sempre in discesa. Più spesso in salita, commettendo errori dal marchiano al surreale fino al "ma ti sei bevuto il cervello o cosa???". Sono stato superato da ragazzini alle prime armi che magari adesso calcano i palcoscenici internazionali, sono stato superato da anziani master... che continuano a sorpassarmi a 25 anni di distanza! Ho chiesto indicazioni ad esordienti spaesati... e vabbé dai: ho dato indicazioni a 3 campioni del mondo!

C'è stata però sempre una costante: per tutti questi 25 anni, c'è sempre stato mio padre a chiedermi come era andata la gara. Mi ricordo benissimo il giorno in cui, ridendo, disse che era sorpreso che suo figlio avesse sviluppato una strana insensibilità a spine e ortiche, dal momento che da bambino non facevo altro che tornare a casa in lacrime dopo essere caduto in un roveto o essere scivolato sulle ortiche al bordo dei sentieri sterrati. Da quando quella costante della mia vita è venuta a mancare, mi ero chiesto più volte se valeva la pena continuare. Mi ero dato una prima risposta nel primo pezzo sul blog scritto dopo la scomparsa di papà, ma quel dubbio era rimasto. Fino a ritornare forte nella testa in un tardo pomeriggio di un giorno di settembre, in prossimità del trentunesimo punto di una gara fin lì perfetta. Durante quel paio di minuti in cui sono rimasto fermo, accucciato a terra, ho ripercorso in un lampo 25 anni di gare (25 anni sono la metà della mia vita) e di nuovo mi sono rivolto a mio padre per sapere cosa dovevo fare. Non ci sono stati lampi nel cielo, squarci tra le nubi, raggi di sole venuti a lambire i miei piedi. Papà ed io non abbiamo bisogno di questi mezzucci per comunicare: dal 19 maggio siamo tutti e due nella stessa testa, la mia, dove sono passate immagini di amici che ho conosciuto e che sono rimasti attratti dalla forza di gravità dei boschi e delle lanterne, di persone che hanno incrociato i miei passi una o due volte e poi come comete si sono allontanate verso l'infinito, di racconti scritti sul blog quando questo era la "new frontier" della comunicazione e di altri racconti scrtti adesso che il blog è un reperto dell'era dei dinosauri, immagini di microfoni e di parole, immagini di fatica "questa è l'ultima volta giuro!" e di lanterne che solo per vergogna non ho abbattuto a calci dopo una ricerca fatta in stile "livello vice-aiuto-esordiente".

Pensavo a tutto questo ed improvvisamente ho sentito una specie di spinta arrivare all'altezza dei piedi, come se qualcuno mi avesse tolto da sotto la zolla di terreno, ed ho sentito un desiderio irrefrenabile di correre verso il traguardo. Dove non c'era lo speaker, non c'era la colonna sonora di Rocky, non c'era la folla di orientisti, non c'era nemmeno la linea del traguardo con il gonfiabile. Potrei quasi dire che non c'era veramente nessuno, se non fosse che sono sicuro che sulla linea del traguardo mi aspettava mio padre. Grazie papà!

(Foresta del Cansiglio - venerdì 8 settembre 2017)


Un posto perfetto. Una gara perfetta. Un giorno perfetto. Un finale perfetto. Ma avrebbe potuto essere un posto da incubo, una gara terribile, nel giorno sbagliato, con un finale diverso. D'altra parte il Cansiglio non perdona. Non perdona chi ci accede con le migliori intenzioni e forte di una preparazione fisica e tecnica condizionata ad arrivare al meglio a quella particolare gara; figuriamoci se può perdonare lo speaker che arriva al Cansiglio il giorno prima per cimentarsi sul percorso Elite dei Campionati Italiani Long Distance, che si disputano una tantum in un’autentica foresta "come mamma l'ha fatta". Ricordo benissimo la telefonata di Valter Giovanelli di due anni prima: stiamo pensando di organizzare i campionati italiani sul versante del Cansiglio che butta verso il Lago di Santa Croce, è un posto bellissimo, verresti a fare lo speaker? Come si fa a dire di no? In due anni ho sentito tante volte la voce di Valter che mi aggiornava sullo stato dei rilievi della mappa, sulle idee del tracciatore: una voce sempre rotta dalla commozione per un posto che avrebbe potuto rappresentare nella sua immaginazione "il posto definitivo" per una gara di orienteering. E in due anni tante volte gli ho sentito dire "sono andato nella zona della foresta per fare un controllo, e mi sono perso!". Non è proprio un commento da lasciare tranquillo il sottoscritto...

La mattina di venerdì 8 settembre la GOK-car lascia Milano in direzione Cansiglio. A bordo uno speaker che non ha la più pallida idea di che cosa gli sta venendo addosso. Una sola certezza: i ragazzi dell'Orienteering Dolomiti si sono fatti il mazzo per mettere giù un giorno prima il percorso Elite (con lanterne e tutto) per darmi la possibilità di fare la gara nelle stesse condizioni degli altri. Il viaggio è lungo. Si fa presto a farsi assalire dai pensieri: la lunghezza, il dislivello, la difficoltà del percorso, la foresta dove sarà dentro da solo... Al cambio driver all'autogrill di Piave Ovest mangio qualcosa... ma con il senno di poi sono convinto che la signora Marta dell'autogrill mi abbia messo il Prozac nella coca-cola, perché da quel momento in poi mi sembra di non avere più un solo cattivo pensiero: la giornata è perfetta, non fa né caldo né freddo, Valter mi aspetta per portarmi in partenza ed io non mi sento nemmeno stanco dalle ore passate in macchina.

Rapido cambio di scena. Sono ancora in auto, ma questa volta il guidatore è Valter che mi sta portando verso l'arena di gara e poi da lì in partenza. Sono vestito a strati, con la termica a maniche lunghe perché la gara sarà lunga e terminerà a pomeriggio inoltrato, e ho con me tutto il carbogel che posso stivare in tasca. Mentre andiamo, Valter mi indica una zona di bosco sulla destra della strada dicendo: "vedi quel vallone? da lì ci passa la staffetta di domenica... ma quella parte di bosco non è altrettanto bella di quella che farai oggi". Io guardo giù, vedo un bel vallone pulito con il terreno compatto, penso a certi terreni dalle mie parti si intende "rovi-fango-spine-brutte parole alla mamma del tracciatore" e penso che in fondo tutto è relativo...

Zona di partenza. Ultime raccomandazioni di Valter. Consegna della cartina e via. Da quel momento sono da solo. Tutto quello che deciderò di fare saranno solo caxxi miei dettati dal mio desiderio di provare il percorso di quelli forti. Dovrei smetterla, lo so. Sono tre ore di gara come tempo massimo, e ben difficilmente ce la potrò fare: prima ora di riscaldamento, seconda ora ad andare avanti a colpi di carbogel, terza ora non lo so... forse "Going the distance" mi verrà in aiuto. Magari l'anno prossimo faccio una scelta diversa, mi dico... intanto vediamo come inizia questa gara.

Inizia che sul sentiero in leggera salita che mi porta verso la prima zona di lanterne sento le gambe che rispondono bene. Non sono ancora arrivato al primo vallone che a sinistra sento una specie di crepitìo: mi giro di scatto e vedo dei cervi che corrono paralleli a me in direzione della Foresta. Qui sono io l'intruso, mi dico.


L'inizio non è dei più geniali: per evitare di stare troppo basso, in una foresta nella quale la visibilità è solo poco al di sotto di quella dell'altro versante del Cansiglio, mi alzo decisamente troppo e finisco sul mio punto 5. Che tratta perfetta che sarebbe stata, se fosse stato quello il punto 1! Il Prozac della signora Marta ed il carbogel che ho preso prima di partire scorrono forte nelle mie vene: mi giro di 90 gradi e, camminando e contando i passi come mi ha insegnato Roland Pin, punto dritto al mio vero primo punto di controllo cercando di capire quali sassi sono stati cartografati e quali non lo sono. "Trova il primo punto e il resto verrà da solo" mi dico sempre. TAAAAAACC!


Dopo il primo loop arriva la tratta lunghissima che mi aveva segnalato Paride Grava nel pre-gara. Avrei una tentazione fortissima di scendere sulla strada e fare il giro del mondo fino al tornante ad est dei punti 6 e 7. Però almeno fino al sentiero che passa tra il punto 2 ed il punto 3 ci so arrivare, poi c'è un altro pezzo sul sentiero forestale, poi da lì potrei provare a buttarmi dentro con un po' di sana incoscienza e vedere se riesco ad orientarmi tra le colline e le depressioni. Ora... io non saprei esattamente descrivere se nei successivi 45 minuti è stato più l'effetto del carbogel o di Thierry Gueorgiou che si è impadronito della mia testa. Sta di fatto che l'unico pensiero che ho, una volta lasciato il sentiero, è che potrei correre sulle creste che sembrano lisce come un biliardo, che potrei orientarmi con l'area fettucciata con le strisce bianche e rosse (e la trovo appena alla mia sinistra) e infine ci sarebbe persino una radice poco prima del sentiero ad indicarmi dove mi trovo... una radice? E' un albero secolare alto 30 metri buttato giù per terra! Credo di ricordare che Paride si era cronometrato su quella tratta in 13 minuti circa, con tempo stimato per i migliori di meno di 11 minuti. Io mi ero messo nel mirino una tratta da 25 minuti circa... quando sbarco sulla sesta lanterna e faccio scattare lo split del cronometro, il tempo segna 17 minuti e 20 secondi.


"Le Roi" continua a guidare sicuro i miei passi almeno fino in prossimità del punto 8, dove perdo almeno 6\7 minuti girando ben lontano dalla zona punto (ne approfitto per prendere il secondo carbogel). La 8 è in effetti parecchio problematica (vedi alla voce "hai rischiato di essere abbattuta a calci"), così proseguo al passo verso la 9 per riprendere un po' di morale e di energie. Ne approfitto anche per guardare intorno a me, e quel che vedo è pura beatitudine: ci sono alberi, c'è la foresta, non c'è un solo bipede nel raggio di qualche chilometro, ma c'è tantissima vita... ci sono i gufi che ogni tanto planano lentamente verso di me, vedo qualche cervo in lontananza e caprioli che fuggono quando mi avvicino. Mi sembra di percepire la forza che emana ogni albero attorno a me, alberi che abitano la foresta da tanto prima che io nascessi e che resteranno lì quando non ci sarò più. Io sono l'intruso oggi, mi ripeto, e per questo voglio essere rispettoso del posto che mi sta ospitando (anche quando si tratta di cercare di non calpestare le distese di funghi, soprattutto sanguignoli e mazze di tamburo, che crescono ovunque). Ritornando nella zona del punto 13 mi appoggio sempre ai sentieri: aumento il ritmo quando corro sulle tracce e cammino, cercando di leggere le curve di livello, quando mi avvicino ai punti. La visibilità è sempre perfetta, i movimenti del terreno sono sempre dolci, le gambe reggono. Non sono ancora a metà gara ma, come diceva ad ogni piano quello che stava precipitando dal grattacielo, "fin qui tutto bene".

Punto 13-14. O "della superbia". Non mi è passato neanche per l'anticamera del cervello di andare a prendere la strada. Non l'ho proprio vista! Ho visto dopo la gara le tracce gps dei campioni, e mi sembra che nessuno si sia avventurato lungo il bosco (d'altra parte i campioni solo loro e ci sarà un perché). Io ho seguito tutte le tracce, soprattutto quella del sentiero ad est del punto 19 che, con il suo "sentiero cugino" poco più ad est ospiterà l'inizio della seconda parte di gara. Avrò fatto bene? Non avrò fatto bene? Boh? Il fatto è che continuo ad essere in uno stato di perfetto "flow" con la foresta e con il percorso; i piccoli sentieri, che talvolta si riconoscono solo perché sono proprio una linea pulita tra gli alberi tutto attorno, mi accompagnano lungo il percorso. Quando sbaglio il punto 17, arrivando alla depressione più ad est, mi fermo addirittura a salutarla e a dire qualcosa del tipo "mi dispiace cara, non è il tuo turno, devo andare a visitare la tua amica qui a fianco". (poi non si vede bene per via della traccia disegnata con paint, ma quella ansa tra il punto 18 ed il punto 19 è praticamente tutta su sentiero). Il punto 19 è il cambio carta: giro il percorso sull'altra facciata e ne approfitto per sedermi accanto ad un albero.
Prendo l'ultimo carbogel che mi deve bastare fino al traguardo e intanto mi guardo intorno ancora una volta cercando di immagazzinare le immagini dello spettacolo attorno a me; oppure, come dico di solito, di mettere il silenzio e la bellezza che mi circonda in una bottiglia che poi stapperò nei momenti più difficili.


La prima parte del secondo giro non mi fa paura: ormai conosco come le mie tasche quei due sentieri che corrono paralleli da nord a sud, e la rete di sentieri tutta intorno è quella che mi ha già aiutato a terminare il primo giro. Per andare dal punto 20 al punto 21 non mi azzardo nemmeno a mettere fuori il naso dalle tracce perché al solo pensiero di buttarmi a casaccio in mezzo alle depressioni ed alle colline mi fa pensare che resterei a vagare senza meta fino alle luci dell'alba di sabato. Con calma arrivo al punto 22: sentieri e tracce = corsa, fuori da sentieri = si cammina con gli occhi aperti a controllare le curve di livello. La punta della bussola che tiene il segno sulla mappa è la mia migliore amica. Per andare al punto 23 mi infilo sulla cresta tra le due depressioni: non è un punto difficile, ma è difficile evitare di calpestare il tappeto di funghi che, lungo quella cresta, separa il sentierino dalla madre di tutte le carbonaie del Cansiglio. La prossima parte del percorso è la più dura: il tempo di gara sta già correndo oltre le 2 ore di gara e manca ancora parecchia strada. Soprattutto mi mettono una gran paura le lanterne 25 e 26 che sono buttate in mezzo ad un "frattale" di buche sassi depressioni colline e qualunque altra cosa possa essere disegnata in marrone su una carta da orienteering. Visto che dalla 23 alla 24 non trovo niente di meglio da fare che corricchiare sui sentieri (mi punge vaghezza di andare dritto verso la 24 al grido di "tanto troverò il pratone che mi ferma e mi dice che devo tornare indietro!", ma mi sa che alla fine lo farà solo Mamleev...)


(nella foto il più famoso e iconico tesserato della FISO... quell'altro è Mamleev)

... ma dopo la 24 decido che per arrivare alla 25 è meglio entrare dalla porta posteriore! Punto alla 27, poi corro parallelamente alla strada e arrivato all'avvallamento mi butto in mezzo. Questo è il piano di battaglia. In realtà faccio su un casino che metà basta...

In pratica. La linea gialla è quello che avrei voluto fare: avvallamento, proseguo nell'avvallamento, piccola depressione e poi la roccia sul bordo della collina. Quello che succede nella realtà è che in realtà il primo avvallamento sono due avvallamenti che si biforcano, ma non me ne accorgo; vado lungo, entro nell'avvallamento successivo, piego verso ovest e trovo una lanterna. Per fortuna di tutti i posti dove potevo finire sono arrivato proprio sulla mia 26! Da lì cammino fino alla 25, resistendo alla tentazione di segnare la strada con il tacco come se io fossi Pollicino... e con circospezione ancora maggiore ritorno sui miei passi fino al punto 27, dove trovo un pennarello perduto da Valter Giovanelli durante una delle sue mille uscite di controllo.


Da lì in poi si tratta solo di resistere. L'effetto dell'ultimo carbogel sembra svanito e le scelte diventano di pura sopravvivenza e minimo rischio. "Going the distance" è diventata irritante nella mia testa e non ci sono più energie per accelerare nemmeno quando decido di appoggiarmi alla strada per andare alla 28. Sono a 2 ore e 55 minuti di gara ed il sogno di arrivare al traguardo entro le 3 ore tramonta definitivamente mentre sto andando al punto 29 cercando di non farmi distrarre dai paletti delle lanterne che saranno posate per la staffetta. L'ultima parte nella Foresta del Cansiglio resta pura poesia: le pendenze del terreno sono dolcissime, il terreno è uniformemente ricoperto di muschio o di sottobosco e mi sembra di essere ancora una volta il primo essere vivente a passare in un'area incontaminata.

Poi arriveranno i pensieri e i dubbi, il momento di chiedermi se dovevo arrendermi e quello successivo nel quale mi sono reso conto di una verità: tutte le sensazioni che ho vissuto al Cansiglio e durante tutti i 25 anni precedenti hanno contribuito a fare di me quello che sono adesso. Un "me" che non ho nessuna intenzione di tradire e di rinnegare, perché a conti fatti nei panni dell'orientista (a volte un po’ clowneschi e troppo variopinti) mi ci trovo benissimo. Per questo motivo ho ricominciato a correre, sono arrivato correndo in cima alla salita (un po' alla Rocky), ho piegato a sinistra e mi sono infilato tra le fettucce che portavano al traguardo.

Dove fisicamente non c'era nessuno, ma nella mia testa c'erano esattamente tutti coloro che porto con me ogni volta che vado nel bosco. Se devo ringraziare per una gara del 2017, ringrazio proprio la Foresta del Cansiglio perché mi ha fatto riscoprire quello che c'è di buono nello sport che faccio e nelle passioni che vivo. I dubbi e le angosce sono rimasti indietro: dentro di me restano la realtà ed i ricordi delle cose belle che ho vissuto e che vivrò ancora.
Sarebbe stato il momento più epico dell'anno: e lo è stato!

1 Comments:

At 7:41 AM, Anonymous Anonymous said...

😇

 

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