Stegal67 Blog

Saturday, January 02, 2016

Il mio Tuscania Five Days - seconda e ultima parte

(… riprende …)

Superata quindi con agilità la prima tappa ed il successivo impatto con l’esercito di norvegesi calati dai fiordi, il giorno successivo è già ora di calarsi nel primo dei due “back-to-back” previsti dal Tuscania Five Days: al mattino tappa a Lucca, centro storico, ed al pomeriggio rientro a Cecina per un’altra full immersion nelle pinete a bordo Tirreno.

Non conosco bene Lucca. Quel poco che ricordavo, da una fugace visita nel sabato pomeriggio che precedeva una Coppa Italia disputata sotto il diluvio torrenziale all’Altopiano delle Pizzorne, erano la Piazza ovale (che una breve ricerca su Google mi consente ora di identificare come “Piazza dell’Anfiteatro”) e le mura perimetrali, concetto che mi riporta subito alla mente la gara di Palmanova disputata agli European Master Games. Ahimé! Né la piazza né le mura vengono visitate dai percorsi…


… se nel primo caso posso pensare ad una scelta legata alla difficoltà di far transitare i concorrenti dal salotto più frequentato della città (seppure in un martedì mattina di fine settembre), nel secondo caso propendo per il fatto che le mura vengono “sacrificate” sull’altare di una partenza ed arrivo dislocate in un luogo coperto e suggestivo ma un po’ periferico rispetto al centro. Prime (ed ultime) tratte di gara, quindi, abbastanza lunghe e adatte alle gambe fotoniche di un Nick Barrable, ed una lanterna 7 veramente bastarda alla quale mi avvicino in debito di ossigeno (io… ma anche parecchi altri) e cerco di raggiungerla da nord senza accorgermi che c’è un bel muro spesso che fa capolino dal cerchietto color magenta, e che il giro del fullo è l’unica opzione possibile per arrivare alla lanterna. La gara è sufficientemente breve per consentire a tutti di cambiarsi e fare un secondo giro turistico, che ci porta alla Piazza ovale e sulle mura, prima di riprendere la strada costiera e dirigerci verso la terza tappa.

La terza tappa si svolge alla Pineta di Cecina, in un caldo pomeriggio di fine settembre che fa venire voglia di fare un bagno in mare. Tra le due tappe “boschive”, si rivelerà quella più divertente: il percorso è molto più articolato, le parti di pineta con visibilità ampia sono molto mosse con tanti dettagli nei quali è facile perdere manciate di secondi, e la rete di piccoli sentieri (che bisogna sfruttare onde evitare di massacrarsi le gambe tra i rovi) è davvero fitta e quindi bisogna fare molta attenzione a leggere tutti i bivi di sentiero come se ci si trovasse tra le calli di Venezia.


Proprio su questa carta si era disputata una delle tappe del Mediterranean Open Championship 2014, quella che avevo commentato per la RAI dopo la tappa di Clusone, ed il ricordo di Daniel Hubmann che spinge come un forsennato lungo il bagnasciuga per raggiungere il traguardo (messo strategicamente nella stessa posizione) mi farà optare per una scelta di percorso quasi acquatica dall’ultimo punto all’arrivo, per sfruttare al massimo la parte di spiaggia più compatta (visti alcuni concorrenti affondare miseramente in una spanna di sabbia…). Molto belli anche i due loop 2-6 e 9-12-16 nei quali ci si continua ad incrociare con gli altri concorrenti della M21 ed M40; io commetto un unico errore andando dalla 24 alla 21, incurante del sentiero che attraverso e della casetta che trovo davanti a me, e forse più attento a controllare la coda di capelli di Sarah Jane Gaffney…


Dopo il giorno di riposo, giovedì è il momento del secondo back-to-back che ci porta dritti dritti (?) verso le centomila curve dell’entroterra toscano. Siamo nel cuore della Maremma livornese, in un centro storico che è veramente tale, con il castello, le piazzette di forma irregolare, le mura a strapiombo sulla pianura sottostante e la rocca. Siamo inoltre (ma non potevamo aspettarcelo), in una sorta di prodromo dell’inverno: la temperatura rispetto al giorno prima è calata di 12-15 gradi e fa un freddo assurdo con folate di vento artico, per la felicità dei norvegesi che si mettono in canottiera e calzoncini corti e sembra loro di essere a casa! Per quanto mi riguarda, preferirei davvero il caldo del giorno prima, ma non posso imputare al freddo che mi penetra nelle ossa la serie di notevoli “sfondoni” che commetto durante il percorso…


… comincio già andando alla 1. Per raggiungere la lanterna sembrano esserci due strade che corrono parallele da ovest a est. Sembrano, perché quella più a nord, oltre ad avere una chicane in più, è chiusa a metà da quella che sembra una autentica trappola per orientisti. Io fin qui me la cavo, prendendo la strada più a sud, ma poco prima di svoltare a sinistra incrocio un pertugio nel quale mi infilo a testa bassa! Sono finito (e non sarà né la prima né l’ultima volta nel 2015…) in un portone privato, peraltro in ottima compagnia di altri orientisti.

Risolto l’arcano e raggiunta la 1, compio una seconda prodezza per andare alla 2: a secco e dal divano di casa, nonostante l’attitudine all’essere impiegato panzottello e scarsamente a mio agio con i labirinti, le due alternative sono quelle di scendere lungo la strada e girofullare in senso orario (cosa che mi avrebbe giovato per i motivi che scriverò sotto) o ritornare verso il centro storico, magari passando davanti alla 17. Opto per la seconda ipotesi, che il realtà è l’unica strada che vedo, ma per qualche motivo anziché girare a destra dopo essermi incuneato tra i due recinti privati, vedo un cancelletto aperto e mi ci butto a capofitto, preceduto da un master norvegese e seguito da una junior parimenti nordica. Nei 30 secondi successivi, prima che mi accorga di essermi infilato in una area privata, è un susseguirsi di orticelli 3 metri x 3 metri, piccole recinzioni, una cantina con gli attrezzi, un bagno ricavato in un seminterrato, due persone che mi guardano passare all’interno di casa loro! Riesco in qualche modo a sbucare sulla strada, in corrispondenza della scritta “14”!!!

Dopo aver raggiunto la 2, mentre Brian Porteous straccia piangendo tutti i regolamenti e Vladimir Pacl torna da San Pietro a chiedere se può ritornare “di qua”, per andare alla 3 riesco… a infilarmi nuovamente in un’altra area privata! (quella a nord della 2) Sicuramente, dopo l’esperienza in una casa privata di Castagneto Carducci, la mia testa non è proprio al suo posto: dopo essermi infilato di nuovo e senza accorgermene in una zona inaccessibile e non aver capito come raccapezzarmi, decido che la scelta più sicura per andare alla 3 è quella di ripercorrere tutto il centro storico fin quasi alla partenza ed arrivare al punto da sud-est!

Dopo queste prodezze nelle prime 3-lanterne-3 del percorso, prodezze che bastano per un anno intero di un “Bozzola”, un lustro intero di un “Pedrotti” ed una intera carriera di un “Tenani” (tre ori-blogger a caso), riesco ad uscire di cartina tra la 7 e la 8 sotto lo sguardo perplesso e preoccupato di Checo Guglielmetti che mi vede infilare la strada sbagliata che porta verso la sottostante pianura. Da lì in poi corro (… corro…) più di rabbia che di fisico, controllando tutte le svolte e maledicendomi anche ad alta voce per la dabbenaggine e per aver ancora una volta dimostrato la mia inconsistenza tecnica quando il gioco diventa davvero divertente.

Il morale di conseguenza è abbastanza basso quando, a un triliardo di curve di distanza, è il momento di affrontare la gara di Volterra. Tre concetti rapidi ed essenziali: 1. Volterra è bellissima: collocare partenza ed arrivo nella Piazza dei Priori (che finora avevo ammirato visto solo sui libri del Touring Club Italiano) e premiazioni nella Sala del Consiglio del Palazzo dei Priori è un colpo di classe mica da ridere! 2. Fa un freddo assurdo, amplificato nel suo “effetto blizzard” quando si entra nei porticati o ci si passa davanti. 3. Il percorso è disegnato da un tracciatore sadico ma in gambissima…


3 chilometri in linea d’aria: ecco, diciamo che basterebbero le tratte partenza-1, la 2-3 e la 5-6 per capire che quei tre chilometri ho dovuto (io come tutti) sudarmeli proprio tanto. Se poi qualcuno mi dice che alla Suunto Cup di Schio ha fatto la scelta da un milione di gradini anziché quella larga in curva di livello… ecco: io il milione di gradini me lo ero sciroppato già a Volterra tra la 5 e la 6, tratta nella quale mi supera il solito Kjetil Bjorlo che i gradini li fa a 3 alla volta, ed io non posso che sputare un altro pezzo di polmone per mandarlo affanc… a fronte di tale protervia atletica. La lezione di Castagneto Carducci mi è bastata, ed il freddo che aumenta contribuisce a tenere ben desta la mente per evitare ulteriori sfondoni orientistici (devo aver esaurito in mattinata la razione settimanale) fino all’arrivo sotto una pioggerella gelata in Piazza dei Priori.

A questo punto il programma del Tuscania Five Days sarebbe anche finito. Chi doveva vincere, ha vinto anche questa volta… chi doveva arrivare ben adéso a fondo classifica lo ha fatto anche questa volta. Il venerdì il tempo si rimette a posto quel tanto che basta per consentire un altro giro turistico della zona e… e invece succede che il programma non è finito per niente! C’è il colpo di coda, quello che lascia in bocca il sapore del buon ricordo. Del fatto che Jorgen Martensson se ne stesse andando in giro per il complesso dove alloggiamo con l’aria troppo furtiva e troppe lanterne sotto il braccio, ce ne eravamo già accorti tutti; quello che non pensavamo è che gli organizzatori avessero pensato di organizzare un’ultima gara proprio all’interno del complesso della Buca del Gatto, scala 1:1.000 ed un numero di recinti, siepi non attraversabili, vialetti con angoli irregolari e un numero di trappole orientistiche che, se il tracciatore è bravo, diventa una sfida decisamente impronosticabile.

E il tracciatore è DAVVERO bravo…


Come sanno gli affezionati lettori, il GOK per anni ha approfittato di queste trovate per rendere ancora più memorabili le trasferte nella non vicinissima Ungheria: il Mobile-O e le Mikrosprint sono due format che ho cercato anche personalmente di esportare alle nostre latitudini, proponendo addirittura un “Campionato Regionale di Mobile-O” sulla carta del Monte Stella (proposta che venne bocciata tra frizzi e lazzi in sede istituzionale… eppure con tutte le opzioni flat e you-and-me che ci sono oggi…). Una garetta su una carta 1:1.000, tutta nel complesso dove alloggiamo, con Jorgen Martensson come giudice di partenza, fa proprio al caso nostro! Tanto… quanti norvegesi si presenteranno al via di una ori-minkiata del genere? Ecco… TUTTI!!! Venerdì pomeriggio, dato che non c’è la griglia di partenza predefinita, l’atmosfera al ritrovo (la piscina) racconta di una tensione agonistica come nemmeno alla partenza del Mondiale Sprint Relay di Trento; si lanciano sfide incrociate ed infuocate a colpi di “chi vince questa vince tutto!”, di “ti faccio vedere io le medaglie mondiali!” ed altre amenità del genere.

Nel frattempo, la mano che ha raccolto 9 medaglie mondiali in 17 anni di campionati del mondo appoggia lì, con fare casuale, due lanterne a bordo piscina… Ovviamente è un divertissement per tutti, dal più forte al più baléngo, e alcune tratte del percorso (provare la tratta 3-4) vanno studiate con discreto anticipo al fine di evitare di perdersi sotto il balcone della propria stanza da letto! Con il terreno bagnato dal meteo del giorno precedente, è una buona cosa che non si assista ad incidenti lungo il percorso, ma quello che succede a me e ad un ragazzotto norvegese ha quasi del miracoloso: io (pallino rosso) sto andando dalla 8 alla 9 in un percorso tortuoso, lui (linea blu) sta venendo giù “a bomba” lungo il sentiero verso la 10. La siepe ed il recinto ci rendono invisibili l’uno con l’altro fino all’intersezione delle due tracce…

(BUUUUUMMMM!)


L’impatto andrebbe bene per una dimostrazione in stile “Stupidi al quadrato – la conservazione della quantità di moto”: io, dotato di massa più grande, vedo diminuire la mia velocità da X già bassa a zero e mi fermo sul posto; lui, dotato di massa molto più piccola, DECOLLA sopra la siepe con uno stile che sarebbe invidiato da Dick Fosbury! In un decimo di secondo mi passa per la testa la notizia sul Dagbladet “Impiegato panzottello uccide promessa dell’orienteering norvegese”… quando dall’altra parte della siepe si sente partire una risata grassa ed il ragazzotto ricompare in piedi, integro, più scattante di prima e mi batte un “cinque” prima ancora che io faccia in tempo a chiedere quante ossa si è rotto! Lo ritroverò al traguardo che sta ridendo ancora e mi dice che il volo sopra la siepe è stato la parte più bella del percorso.

Ah si. Il traguardo. Ecco le due lanterne appoggiate lì come per caso:




Gabriele Viale ne ha fatto un reportage con sequenza completa dell’attraversamento in uno stile che non ricorda per nulla quello dell’Elite nato a Betlemme un paio di millenni or sono, ed ora i norvegesi che leggono il periodico pubblicato dalla PWT non possono fare a meno di chiedersi se quel panzone che sta attraversando la piscina sia lo stesso che aveva portato le cartine del Campionato Italiano Elite a cena il primo giorno! (anche Wolfgang Poetsch mi ha detto che la mia scelta di percorso dalla 18 alla 19 è passibile di squalifica, per via della cartografia ISSOM…).

Giusto per la cronaca, il successo è stato tale che la mattina successiva Martensson riproporrà lo stesso percorso “per i pochi che non l’avevano fatto il giorno prima”… 
si ripresenteranno in 100!!!

3 Comments:

At 9:47 AM, Blogger Dario Pedrotti said...

non è "passabile" di squalifica, e neanche "passibile" di squalifica, come la grammatica italiana vorrebbe.
è proprio DA squalifica...

 
At 11:15 PM, Blogger Orienteering e dintorni said...

MMmmmm ... il simbolo IOF 305.1 non è invalicabile, quindi bene ha fatto il prode Stegal ad accorciare, si fa per dire, la lunga tratta tra il 18 e il 19. Casomai da squalifica sarebbe il ragazzotto che valica impunemente il siepone verde 4 agevolato nella circostanza dal menzionato prode Stegal ...

 
At 12:04 AM, Blogger Stefano said...

Lo dicevo io! Lo dicevo io!
Sulle tratte "lunghe" sono irresistibile!

 

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