Stegal67 Blog

Friday, January 04, 2019

Nelle nebbie del tempo: 21 maggio 2004, il primissimo "MOO"


Milano. Una di quelle sere nelle quali tornano in mente le parole di Alberto Fortis “Mi piacciono i tuoi quadri grigi, le luci gialle e i tuoi cortei. Oh Milano sono contento che ci sei”. In sere come queste uscire dall’ufficio è lieve e dolce come l’ultimo giorno di scuola prima delle vacanze, ho voglia di fare tutto, di sentirmi vivo fuori e di sentirmi vivo dentro...
Mi hanno detto che l’appuntamento è a Porta Ticinese, proprio in mezzo al piazzale. Ma poiché è una di queste sere strane, io parcheggio l’auto un po’ lontano e poi continuo a piedi lungo Via Col di Lana, tra i negozi che chiudono lentamente le saracinesche e i tram che passano portando a casa i lavoratori usciti tardi e che ancora non trasportano i lupi della notte verso i locali. Infatti sono il primo ad arrivare al ritrovo.
Ma ecco i miei amici, Remo e Tatiana. Probabilmente hanno appena finito di fare il giro e di controllare che tutto sia a posto. Arrivano Oscar, Luca ed Alberto, i vari Stefani, Emanuela, Paola, Farah con le sue amiche, altri ragazzi che non conosco, il microcosmo degli Stankanov quasi al completo: ragazze e ragazzi che riescono a trovare una idea comune del divertirsi e dello stare insieme che va al di là delle età e della provenienza di ognuno di loro, per questo li invidio molto. Spiegazioni rapide delle caratteristiche della gara, poi mi ritrovo in mano la cartina: è un gesto che faccio 60 o 70 volte all’anno, ormai dovrei esserci abituato.

Non questa volta, però. La cartina sembra un oggetto strano, che mi lancia strane sensazioni ... come delle onde ... i rumori li sento attutiti e cambia la prospettiva di ciò che vedo intorno a me. Non vedo più nessuno, ma ovunque poso lo sguardo, colgo lampi in bianco e nero, fuori fuoco e sgranati dal tempo. So che devo andare... devo andare da quella parte, attraverso la strada che non è più una strada; è come se passassi in un tunnel, in un caleidoscopio, nel mio “stargate”. Non ho ancora raggiunto il marciapiede opposto ma so che sto puntando verso il piazzale della chiesa di Sant’Eustorgio, dove ci sono i bambini che giocano a pallone nell’unico spazio aperto disponibile; non importa se io sono quello che non è capace di colpire bene la palla, perché la darsena è lontana e non c’è pericolo che i miei tiri a banana facciano finire la palla in acqua… non importa se c’è Don Nino che viene fuori a mandarci lontano perché al posto della porticina usiamo l’ingresso piccolo nella cancellata e ogni tanto la palla finisce contro il portone della chiesa.
Poi esco dal piazzale ed entro in un altro quadro, mi sto infilando in una stretta viuzza del Ticinese e sto andando in giro con i sacchetti di riso e di pasta, a fare il fattorino della drogheria per le signore che si facevano portare la roba a casa... mi sembra di sentire in tasca il fruscio della prima banconota da 500 lire di mancia, che sono tornato al negozio come se avessi in tasca i diamanti, ma vergognandomi perché le 500 lire le avevo avute io e non Pinuccio, l’altro fattorino. I giardinetti in fondo alla via non c’erano ancora...
Vado avanti e di colpo è il 1984, sono in Via Correnti e c’è la sala giochi dove andare quando il prof di ginnastica all’ultima ora ci faceva uscire prima, una partita veloce a “time pilot” e poi via a pigiarsi sulla 97 per tornare a casa puntuali. Al di là del portico, all’angolo della strada, c’è ancora il vecchio baretto tre metri per sei... siamo lì il 12 giugno 1985, seduto attorno ad un tavolino in cinque: solo in cinque, pochi e maledetti, e stiamo per andare alla palestra dell’Ariberto a giocare la finale dei campionati studenteschi, senza cambi perché Andrea e Sergio si sono sbragati in malo modo facendo i cretini in moto per la strada, e sulla balconata dell’Ariberto non abbiamo nessuno che tifa per noi, perché nessuno crede che possiamo vincere... l’altro Andrea arriva all’Ariberto con lo Zundapp, è l’unico motorizzato, è quello ricco col Monclair e le Timberland ma almeno sa giocare. Noi altri andiamo all’Ariberto a piedi, guardiamo malissimo l’altra squadra che si è portata pure le cheerleaders, lottiamo per tutta la partita e alla fine vinciamo di un punto dopo due supplementari ed andiamo a fare festa da soli sulle note di Don’t You Forget About Me. Ma quando giro in Via Lanzone sono passati solo pochi mesi, e chi si ricorda più del trofeo? Ci sono i ragazzi dell’85 per le strade a protestare per lo stato delle scuole italiane, 17 giorni di fila di scuola occupata, e per la prima volta abbiamo dovuto organizzarci le lezioni da soli perché ci sono gli esami di maturità e i commissari se ne fregano se abbiamo saltato la scuola per un buon terzo dell’anno scolastico, nonostante i gran premi di Formula 1 in tv siano annunciati dalla sigla “i ragazzi dell’85 e i ragazzi dell’86 – tutti insieme sulla strada del 2000”.
Non devo aspettare il 2000 per girare attorno al Corso, perché adesso è il ’93: sono già grande e mi tocca studiare sul serio per laurearmi, anche di sera in osservatorio a Brera che è il posto più silenzioso e lugubre dove si può stare il sabato sera mentre fuori c’è la vita; qui invece al posto delle finestre abbiamo i tendoni di plastica che fanno ululare di più il vento, e se c’è corrente le porte sbattono come in un film di Dario Argento, e se all’improvviso suona il telefono in laboratorio si salta sulla sedia con i capelli dritti e la pelle d’oca spessa... meglio tornare verso casa, passando da Piazza Fontana, che è un luogo che qualcosa rappresenterà pure nel modo in cui ognuno di noi è cresciuto, nel bene e nel male, anche se siamo ancora qui adesso a capire cosa è successo veramente e forse nessuno ce lo dirà mai; meglio tornare verso casa, passando giù per Via Olmetto dove andavo a portare le buste con i biglietti del Milan e dell’Inter, e questo succedeva prima che passasse il ciclone di Tangentopoli... e chissà quante persone sono passate di qua a consegnare qualcosa, senza immaginare che stavano entrando in una storia brutta, solo perché era il loro turno nel tabellone delle consegne.
E’ il momento di tornare verso casa passando per i giardini di Piazza Vetra, la ex casa dello spaccio, adesso Parco delle Basiliche ma quante volte da ragazzo ho visto arrivare le ambulanze per portare via i ragazzi per via delle dosi tagliate male, e magari io avevo in borsa “I ragazzi dello zoo di Berlino” che a scuola ci hanno fatto leggere nella speranza che qualcuno capisse e non ci cascasse dentro, ma Andrea Antonio e Pinuccio non ci sono più ... loro quel libro non hanno fatto in tempo a leggerlo e la lurida maledetta fottutissima neve se li è portati via da ragazzi, che non è la neve dell’85, quella caduta copiosa che ci faceva dire “torno a casa a piedi da scuola e speriamo di arrivare”... Voglio andare via da questo giardino che non mi piace perché è un buco nero nei miei paesaggi, è un quadro offuscato in cui il mio sguardo si perde in lontananza e non riesce a fissarsi su nulla, perché da quando Pinuccio se n’è andato dentro lì per me non c’è davvero nulla che valga la pena di ricordare...
A pochi passi da lì ci sono le colonne di San Lorenzo, un tram numero 15 che passa per portarmi a casa e chissà quante volte l’ho preso di corsa, ma questa volta lo lascio passare perché non ho fretta, non devo andare a casa a studiare, c’è il sole e voglio sentire il tempo che passa sulla mia pelle e risentire tutti i momenti di questa giornata, perché ho appena visto il tabellone con i voti della maturità e per questa volta posso andare a casa orgoglioso del lavoro che ho fatto. E poi a vedere i risultati c’era anche Alessandra, che è venuta a salutare me anche se lei la maturità l’ha fatta l’anno scorso, è fidanzata con Andrea e aspetta un bambino da lui, ma io l’avevo aiutata a preparare greco quando la maturità toccava a lei, e se ne è ricordata ed è venuta a salutarmi ed è stata l’ultima volta che l’ho vista, sono convinto che lei non si ricorda più di me, ma io si perché di quel giorno in cui ho vinto la mia prima battaglia non dimentico nulla.

Adesso il tunnel si restringe e in fondo vedo quasi le luci, non è più il bianco e nero di prima, sono in Corso di Porta Ticinese e là in fondo c’è il mio presente, quello per il quale vale la pena di vivere tutti i giorni, sento che ho in mano una cartina e sono felice come un bambino. Intorno a me la gente guarda e non capisce ma forse percepisce anche solo per un istante che sono felice. Ecco. Sono tornato dal mio viaggio. Vedo Porta Ticinese e lì ci sono Remo e Tatiana. Ci metto un po’ a rientrare nel presente perché qualcosa di me è rimasto agganciato al passato: è il fardello e la piuma che mi porto dietro tutti i giorni in tutte le cose che faccio. Nel bene e nel male sono passato attraverso tanti stargate ed ognuno mi ha lasciato una cicatrice, un segno, un capello bianco ed un sorriso, e stasera ne ho rivissuti tanti... avrei dovuto essere qui a festeggiare un compleanno (un altro stargate per un amico ed un compagno di squadra), invece resto sovraeccitato a pensare al regalo che proprio io ho ricevuto questa sera. Tornare a casa lungo la Col di Lana non mi sembra nemmeno vero, alcuni negozi sono ancora aperti per il popolo della notte ed i tram continuano a passare semivuoti perché i lupi si muovono per i fatti loro... per il mondo sono passate due ore, per me è passato molto di più.

4 Comments:

At 5:41 PM, Anonymous Fabio Storti said...

Grazie Stegal di queste perle, e mi dispiace di non essere milanese per coglierle a fondo. Buon Anno caro grande amico !

 
At 11:17 PM, Anonymous Anonymous said...

👏🏻

 
At 4:28 PM, Anonymous Anonymous said...

Grandissimo Stegal
Augusto

 
At 9:57 AM, Anonymous Anonymous said...

Grandissimo Stegal.
Una trama romanzesca ed un amarcord struggente.
Augusto

 

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