Stegal67 Blog

Monday, December 31, 2018

Ultimi scampoli di 2018

E’ il pomeriggio del 31 dicembre. Guardando davanti a me, vedo il 2018 che si appresta a completare la sua fatica passando il testimone al 2019. Come al solito si avvicina anche per me il tempo dei bilanci, per scrivere di quanto ho visto e vissuto di positivo, ma anche di negativo, nel corso dell’annata appena trascorsa. L’ultimo mese e mezzo non è stato proprio così disastroso, e se non posso proprio dire che la mia annata 2018 sia stata fenomenale, penso di poter chiudere l’ultimo pezzo “corso e orientato” del blog con più di una nota positiva.


L’orienteering è quello sport nel quale ogni metro che percorri non è detto che ti porti più vicino al traguardo”. Non sono certo un novello Oscar Wilde, ma persino io posso andare orgoglioso per una citazione semplice, essenziale e così realistica da essere stata citata persino da Dario Pedrotti nel suo “Confessioni di un runner d’alta quota”. Quando l’ho spiegata in inglese al grande Per Forsberg, mi ha guardato come se gli avessi svelato chissà quale segreto. Ma non è la mia frase preferita, che rimane “La vita è una metafora dell’orienteering” con la quale ho accompagnato la partenza della prima Night Hawk attorno al laghetto di Passo Coe; mi lascio guidare da questa frase e provo a guardare indietro agli ultimi due mesi, riavvolgendo il nastro a ritroso e ritrovando sorrisi e paure, orgoglio e disastri in abbondanza fino all’oblio. Ogni tanto nel nostro sport bisogna fermarsi e guardare indietro alla strada che si è appena percorsa, a meno che non ci si chiami Tero Fohr e nel bosco si preferisca guardare sempre avanti verso la cima della prossima collina, anche quando si cammina all’indietro per riportarsi sulla curva di livello giusta (ho paura che questa la capiranno solo Marco e coloro che hanno gareggiato alla Due giorni del Ticino di qualche anno fa… nella famosa sfida stellare Finlandia-Svizzera).
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Qualche ora fa: 21° StraMoncucco


Non ho ancora deciso se la stagione agonistica comincia o finisce a Moncucco di Vernate. Anche quest’anno Marco ed io siamo riusciti a rispettare la tradizione ed andare a correre tra le nebbie e nel gelo della “bassa” al confine tra le province di Milano e Pavia. Il percorso è ormai consolidato, non cambia più ogni anno come le prime volte che l’ho affrontato, e quindi ne ricordo bene le curve, i cambi di direzione ed i due passaggi sopra l’autostrada che ne costituiscono le uniche salite 


Un’altra cosa che ricordo bene è lo stato pietoso nel quale mi ero presentato al via l’anno scorso. Di solito le cose vanno così: io parto con qualche minuto di anticipo su Marco e lui mi raggiunge da qualche parte lungo il percorso: l’anno scorso mi aveva raggiunto al km 2,5 e, al traguardo, mi aveva dovuto aspettare tanto a lungo e al freddo. Quest’anno non volevo che andasse nello stesso modo e sono partito più tranquillo per accelerare lungo il percorso. Ho passato il km 2,5 e di Marco neppure l’ombra, poi il ristoro dei 5,5, le curve all’altezza del km 8 ed il rettilineo infinito dei km 10 e 11. Ho tagliato il traguardo andando a 4 minuti e mezzo al km ed è subito partita una contrattura al polpaccio destro. Un istante dopo è arrivato al traguardo marco, il cui tempo per completare il percorso… beh… diciamo che non sarà una sorpresa per me vederlo battagliare nelle parti altissime della classifica con i vari Anuchkin, Beltramba, Brambilla e Dalla Santa: io vi ho avvisato!
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Qualche giorno fa: San Donato – MOO in notturna.


Le volte che ho scritto che odio le gare in notturna non si contano più. Probabilmente non si contano più nemmeno le volte che ho scritto che Remo M. è un maledetto genio. L’ultima sua trovata è l’organizzazione di una serie di allenamenti infrasettimanali in notturna nei quali le tradizionali punzonature con chip, o testimone cartaceo, sono sostituite dall’utilizzo dello smartphone e di una applicazione che legge i QR code con cui sono contrassegnate le lanterne (quelle per fortuna ci sono sempre). L’applicazione si potrebbe sostituire, così mi dicono, con una tecnologia “NFC” che consentirebbe persino di punzonare al volo senza doversi fermarsi ad inquadrare il QR code… ma io non ci capisco un’acca e la mia descrizione della soluzione tecnologica si ferma qui.
Il primo allenamento a cui partecipo si svolge a San Donato, che secondo la definizione di Remo è “sprint paradise da periferia sovietica”. Sarà per quello che l’ultima volta che ero andato a posare lì un allenamento mi avevano praticamente arrestato? Comunque si corre di notte, e a me questa cosa non piace: sarà per il fatto che non ho mai potuto disporre di una luce frontale “Fiamme Gialle style” in grado di illuminare a dovere sia il punto dove poso i piedi sia l’ambiente circostante. Sarà per via di alcune terrificanti notturne trentine (in particolare quella del 2003 a Bedolpian) tracciate in perfetto stile diurno “tanto ci sono i catarifrangenti sulle lanterne”. Sarà per il fatto che ho bisogno di vedere bene tutto attorno e non, alternativamente, la carta di gara o il metro di terreno immediatamente davanti a me o uno scenario lontano confuso. Sarà per una serie di cose, ma a me correre le gare in notturna mette davvero paura. Il che per contrappasso si traduce nel fatto che, se posso, mi iscrivo ancora a questo tipo di gare per cercare di guarire dalle mie idiosincrasie: portandomi dietro tutte le mie paure di cadere e farmi male o di perdermi irrimediabilmente nella notte fonda, e sapendo che durante questo tipo di gare arriva sempre il momento nel quale penso “chi me lo ha fatto fare???”.


Quindi si va a San Donato. Dove Remo mi tiene in corso veloce durante il quale imparo ad usare l’app per scansionare i QR code… insomma, più o meno imparo. La lucina frontale (che non è il faro di cui disporrò già al prossimo allenamento) illumina, debolmente, uno spazio molto piccolo attorno a me, e per evitare guai corro con lo smartphone in una tasca che tengo sulla spalla sinistra. Rispetto ad altri partecipanti meno impediti di me, la mia azione risulta un po’ raffazzonata: trovare il punto nel buio pesto di San Donato è già una mezza impresa, poi devo trovare il cartellino con il QR code, estrarre lo smartphone dalla tasca senza far scattare con le mie ditacce il blocco della tastiera, sbloccare lo smartphone se occorre con le dita mezze congelate, spostare la mappa dalla mano destra a qualunque altra posizione dove non impiccia (in bocca, per terra, nelle mutande, tra le ginocchia), inquadrare il cartellino ed il QR code con la lucina, inquadrare il tutto con lo smartphone senza fare ombra al QR code, aspettare che l’app decodifichi il codice… poi rimettere tutto a posto (mappa in mano, smartphone nella tasca, lucina frontale) e ripartire per il prossimo punto.
San Donato è San Donato: ovviamente è lo sprint paradise annunciato da Remo (che non è solo un maledetto genio, ma anche un ottimo tracciatore e per questo mi sarebbe piaciuto correre lo stesso tracciato di San Donato di giorno e per una gara ufficiale). Altrettanto ovviamente non poteva mancare il solito punto sottratto da chi, evidentemente, pensa che il parchetto non recintato davanti a casa è roba sua e che i tizi che corrono con le frontali possono essere solo ladrimalfattoripocodibuono… L’allenamento serale rimane molto divertente nonostante la mia incapacità con le tecnologie: da ripetere, con (finalmente!) il mio faro nuovo sulla testa per vedere l’effetto che fa: magari mi passa anche la paura!
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Qualche giorno prima: 50 lanterne a Brivio


L’anno scorso, più o meno in questo periodo, scrivevo del mio clamoroso secondo posto dietro al solo Samuele Curzio nella “50 lanterne 2017” Da una simile performance non è saltata fuori nemmeno una convocazione per la nazionale, sgrunt! Quest’anno la Besanese ha riproposto la 50 lanterne, ma in una versione più edulcorata e tranquilla: ci sono sempre i 50 punti sparsi sulla mappa, c’è sempre un tempo limite entro il quale rientrare alla base pena squalifica, ma stavolta la carta non è un’area che fa provincia bensì il delizioso paese di Brivio, dove avevo già corso benino anche se con un risultato negativo . Due ore il tempo massimo rispetto alla classica mazzata da tre ore, e la novità di 15 lanterne da fare “a memory” con il solo ausilio di due mappe posizionate nella parte ovest del percorso.


Stare dentro le due ore non è un problema. Venire a capo delle 15 lanterne a memory lo è un po’ di più, perché sbaglio in pieno la strategia di memorizzazione: in pratica, anziché fissarmi nella testa la posizione delle lanterne, cerco di ricordare la sequenza delle svolte destra-sinistra-avanti-indietro che devo fare (forse ho visto troppe volte in televisione Marcel HIrscher che mima lo slalom speciale…). Il risultato è che la mia RAM va in overflow troppo presto e mi tocca passare tre volte (una volta di troppo) dai tavolini dove sono posizionate le mappe con tutti i punti. Nonostante ciò, la classifica mi gratifica con una serie di scalpi mica da poco… in una gara che vede un altro “Clamoroso al Cibali!” ovvero la vittoria in MElite di un neofita dell’Unione Lombarda, cosa che credo non si verificava dai tempi di Giorgio “The Great” Deligios! Ma lo scalpo che avrei veramente voluto portare a casa è quello del passante che in pieno svolgimento della gara si ferma a pisciare a 50 centimetri dalla lanterna numero 45 proprio mentre la sto punzonando, e alle mie rimostranze replica con un seccatissimo “Quando scappa, scappa…!”.


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Fine novembre: “El Clasico” al Monte Stella


L’inizio della “MiPa 2019” (Milano nei parchi) non poteva che svolgersi alla mitica Montagnetta di San Siro. Per il quattordicesimo anno di fila cerco di cavare fuori dall’unica mappa in scala 1:3.500 del circonDario qualche cosa che risulti: comprensibile per chi si cimenta per la prima volta, comprensibile ma un pelo più sfidante per chi magari ha qualche anno in più rispetto ai più piccolini ma non è ancora arrivato alla seconda uscita orientistica, infine abbastanza sfidante da attirare qualche agonista che vuole sfidare la salita… perché al Monte Stella c’è quella (la salita) e poco altro, soprattutto per chi ci ha già corso in tutte le altre 13 occasioni. Mi sono inventato un percorso “corto”, due percorsi “medi”, due percorsi “lunghi” con un transito in cima al Gran Premio della Montagna, ed un percorso “agonisti” che prevedeva tre passaggi ed un cambio carta.
La storia dei numeri degli iscritti al “Clasico” è sempre quella: fino al martedì prima della gara riceviamo qualche sporadica iscrizione che fa pensare ad un autentico fallimento. Poi Marco Lombardi comincia a macinare numeri che crescono come lo spread nei periodi davvero brutti: 90 iscritti, poi 140, poi 200 in totale, che diventano improvvisamente 220 iscritti sul solo percorso medio… alla fine conteremo 420 iscritti, che scenderanno a poco meno di 400 alla conta dei testimoni cartacei. Oggigiorno poco meno di 400 partecipanti, che hanno sfidato la pioggia gelida caduta fin dal mattino presto durante la posa, non te li tira dietro nessuno signora mia!
Non saranno sicuramente 400 tesserati in più per la FISO, ma saranno quasi 400 persone che avranno una possibilità di rispondere correttamente ad una delle domande più insidiose formulate in uno dei programmi-bufala più penosi e pietosi della storia recente della RAI Radiotelevisione Italiana:
E pensare che in televisione l’hanno sbagliata TUTTI!
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Metà novembre: campionato regionale sprint a Barzanò


Una giornata fredda nonostante il sole, ma le mie condizioni fisiche non sono proprio le migliori: la settimana era cominciata sette giorni prima con la gara organizzata dall’UL al Parco Nord di Milano, dove cerco di contribuire come posatore e come giudice di arrivo (passando altre tre ore al freddo e sotto la pioggia) ma era proseguita come peggio non si poteva; di conseguenza la gara di Barzanò è arrivata come il cacio sui maccheroni per assicurarmi qualche ora di stacco mentale, anche se ero sicuro che avrei fatto più fatica di quanto sarebbe stato lecito. Luigi Giuliani ha tirato fuori un bel percorso divertente, e a giudicare dalla mappa di gara secondo me restano ancora zone adatte per farci passare la gara già annunciata per il calendario 2019. Dato che è una gara sprint, le partenze sono ogni minuto ed io ce la devo mettere tutta per non farmi passare sulle orecchie da Angelo Occhi già al primo punto in salita.
Qualche svarione qua e là (leggi: scelte di percorso non proprio ottimali nelle tratte 2-3 e 4-5) ma il percorso mi aiuta a non mollare mai. Sul rettilineo finale ci presentiamo in tre con lo stesso tempo a giocarci il terzultimo, il penultimo e l’ultimo posto: anche se non mi sembra di essere andato proprio piano, l’amico Fabio Gaspari dell’UTOE Bellinzona (vecchiaccio quasi quanto me, ma anche lui coraggiosamente iscritto in M21) mi rifila due secondi e mi lascia in penultima posizione.


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Inizio Novembre: Toscana Orienteering Classic


Continuo con il rewind. Ultima tappa a Montalcino, dove avevo cercato invano di correre nel 2016 nei giorni più duri per la fascite plantare, in una notturna con mass start nella quale la luce frontale mi aveva abbandonato subito costringendomi ad un ritiro quasi immediato in preda sia al dolore che al panico. Montalcino 2018 va in scena di domenica mattina, io sono speaker e l’organizzazione dell’IK Prato mi consente di provare il percorso Elite con un certo anticipo rispetto alla gara che, almeno per quanto riguarda gli atleti Elite, parte in una zona remota del bellissimo borgo medioevale. Cerco di fare del mio meglio e darmi un tono, o perlomeno di giocare le mie residue energie quando lungo il percorso incrocio gli orientisti che cercano parcheggio o fanno colazione o escono dai loro B&B, ma sono veramente stanco dopo una settimane di gare che arrivano in un periodo dove non sono al mio meglio fisicamente.

Il pomeriggio precedente, sabato, ho ricoperto gli stesso ruoli di apripista-Elite e speaker a San Giovanni d’Asso. Mi sento in dovere di riprendere un commento fatto già da Dario Pedrotti sul suo blog: la carta non è proprio il borgo medioevale nel quale mi sarei aspettato di correre, ma evidentemente l’organizzazione deve fare i conti con dei permessi negati all’ultimo momento (il pensiero mi corre spontaneo ad alcune situazioni che, in passato, hanno costretto le organizzazioni ai salti mortali quando qualcuno ha cercato di lucrare all’ultimo momento qualche compenso extra per il passaggio su un proprio terreno…). Rimaneggiamento dopo rimaneggiamento, la gara sprint è partita su una autentica “creta senese” che mi si è incollata ai piedi in quantità inaudita, appesantendo la mia già faticosa andatura.
Non oso pensare a cosa devono essere state quelle zolle dopo il passaggio di tanti concorrenti! Prima discesa verso il ritrovo e passaggio al punto spettacolo cercando di darmi “il solito tono”, cosa per niente facile visto che gli orientisti sono sparsi lungo tutto il percorso! Il secondo giro per fortuna non ripassa dalla zona della creta senese, ma mi trovo ugualmente coinvolto in un paio di situazioni decisamente curiose: la prima quando giro l’angolo della lanterna 15 e mi trovo improvvisamente immerso nelle lenzuola stese di traverso lungo tutto il passaggio, come in una comica degli anni ’30; la seconda alla 20, con la lanterna posizionata sopra le ciotole per i gatti: appena giro l’angolo per punzonare, partono gatti da tutte le parti!
Le gambe, ma soprattutto il mio stato d’animo, era stato messo alla prova la sera precedente a Castelnuovo dell’Abate durante la notturna che faceva da collante tra le prime due gare in bosco al Monte Amiata e le ultime due gare sprint in centro storico. Notturna a sequenza libera: ce n’è a sufficienza per farmi salire l’ansia anche adesso che sono seduto al tavolo di casa! Giusto per la cronaca, sono talmente affannato che il solo portarmi sulla linea di partenza diventa una impresa… dapprima mi metto in fila con dietro ai concorrenti già presenti, ma mi rendo conto solo dopo qualche minuto che ho con me la bussola ma non ho preso il chip. Torno alla piazzola dove ho posato lo zaino, vicino ai ragazzi dell’Orsa Maggiore Roma, prendo il chip e ritorno in coda. Qui vedo Alessandra Gariboldi che mi guarda perplessa: io guardo perplesso lei, perché la luce frontale che indossa, e che mi punta negli occhi, mi acceca… la frontale! Ho dimenticato la luce frontale! Torno allo zaino e poi ritorno a mettermi in coda. Dove vedo che tutti i concorrenti indossano il pettorale con il numero e la categoria di iscrizione… il pettorale! Non ho preso il pettorale! Avanti e indietro ancora una volta… scoprirò l’ultima dimenticanza solo dopo aver preso il via: non ho indossato le scarpe da corsa, e terminerò il percorso con i miei vecchi scarponcini Nike azzurri.
La parte nel piccolo borgo medioevale è davvero suggestiva, ma finisce troppo presto e le discese verso il punto 43 prima ed il 36 dopo non sono delle più agevoli su sentieri sconnessi, con i sassi che affiorano qua e l e qualche rovo che potrebbe farmi lo sgambetto ad ogni passo. La luce frontale appena comperata per pochi euro presso la ferramenta di Montalcino è davvero fioca (non è il faro che userò il 9 gennaio, supportato dalle nuove pile arrivate per Natale) ed è solo per la presenza di altri orientisti che riesco a disimpegnarmi al punto 32. La maestosa Abbazia di Sant’Antimo per fortuna è abbastanza illuminata di suo da consentirmi di trovare il punto 33 e 34 senza problemi, ma il punto 35 è cacciato in una zona più buia del lato oscuro della Luna, con la lucina frontale insufficiente in una zona completamente aperta e senza alcun fondale a fare da punto di riferimento (per non parlare della creta senese che abbonda e degli scarponcini inadatti…). Gli ultimi scampoli di luce li uso per evitare di sfracellarmi sul filo spinato che ad est separa la creta senese dalla strada, mentre gli scarponcini li distruggo definitivamente sui sentieri del vigneto per andare e tornare dal punto 37. Notturne? Sono sempre un disastro!


Le prime due gare boschive al Monte Amiata non sono proprio da annoverare tra le mie migliori prestazioni orientistiche del 2018. Nella prima tappa, complice forse anche il lungo viaggio di andata da Milano, ho abbandonato ogni velleità di classifica già al primo punto di controllo affrontato per la direttissima sotto la linea rossa: il fondo del terreno, argilloso come pochi, ha respinto a lungo i miei tentativi di arrampicata dal fondo del torrente… quanto sarebbe stato più vantaggioso fare il giro in senso antiorario lungo la strada! E nonostante la maggior parte della strada per arrivare al punto 2 si potesse fare utilizzando un sentiero, sono riuscito a trovare quel punto solo accodandomi ad una amica ticinese che stava andando ad un punto di controllo completamente diverso, e facendomi dire da lei la posizione una volta che lo abbiamo trovato insieme (il suo punto!).


Andando al punto 3 sono stato così lento e impreciso da continuare a pensare che la carta di gara segnata al 1:10.000 fosse in realtà rilevata al 1:15.000 : nulla mi sembrava a posto, ed i miei punti di riferimento sembravano non arrivare mai. La vegetazione, poi, nella mia percezione non ha quasi mai combaciato con la realtà! Sia come sia, il primo punto che ho fatto decentemente nella prima tappa all’Amiata è stato il punto 4 (d’altra parte il laghetto davanti al punto non era mancabile), ma di quella tappa ce ne sono stati gran pochi di punti che ho fatto bene: anche in quelli vicino al traguardo tra le case mi sono perso.
Infatti durante la seconda tappa ho badato più a controllare quelli che mi correvano vicino, sperando che fossero loro a portarmi ai punti, che a fare orienteering da solo. Il primo che mi è capitato vicino è stato il mio amico svedese Ola Skepp, che qualche Tiomila e qualche Jukola le ha fatte durante la sua lungimirante carriera piena zeppa di successi: stavamo cercando insieme il punto 66, e ad un certo punto mi ha detto “looking for sixty-six?” e io ho pensato “cazzarola! Ola Skepp sei tu! Trovala tu per me la lanterna, che io ti vengo dietro!”. Beh… per una volta nella vita che decido di seguire un toro come Skepp, la lanterna 66 la troverò prima io.
La tappa alla fine la porterò a casa con fatica e qualche buon punto di controllo, ma nonostante io sia andato più forte e più preciso rispetto al primo giorno, la mia posizione in classifica sarà decisamente peggiore…


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Fine ottobre: Mezzano e Caltena


Risalendo il corso del tempo, arrivo alla gara di Mezzano valida come Campionato Italiano Sprint Relay… Un momento! Come sarebbe a dire “Mezzano”? La staffetta sprint è stata disputata al sabato, e la domenica era in programma la Coppa Italia long a Caltena. Vuol forse dire che non ho corso alla Coppa Italia? Non esattamente. E’ successo invece che per una serie di fortunate circostanze io sono riuscito a correre la gara di Coppa Italia il sabato mattina. Ed ho fatto il percorso Elite, perdindirindina! Mettendoci, chiaro, una iradiddio di tempo, ma arrivando al traguardo ancora con un minimo di energie per potermi cimentare a pochi quarti d’ora di distanza sul percorso M50 della staffetta sprint nelle vesti di terzo frazionista dell’OK Trzin Slovenia.
Vado con ordine. Succede che in settembre, in un giorno imprecisato, vengono pubblicate le lunghezze della Coppa Italia long di Caltena, tracciata dal mio buon amico Fabio Dalla Riva a fianco del quale ho combattuto innumerevoli battaglie. Io leggo e trasecolo: 11 km + 650 di dislivello a Caltena non sono uno scherzo per nessuno… quella sera stessa mi attacco a Facebook e mando un messaggio a Fabio, avendo anche letto la sua intervista per il sito Fiso.

La risposta di Fabio è lapidaria come un guanto di sfida:
A questo punto il gioco era fatto. Sarei salito a Caltena il venerdì sera. Sabato mattina presto Fabio (e Fabiano, e Simone, e Ivano, e non so quanti altri…) avrebbero posato i punti di controllo perché la giornata coincideva con il compleanno della bimba di Fabio, e bisognava finire la posa molto presto. Io sarei andato dietro alla loro posa facendo il percorso Elite, e magari controllando qua e là se la posa era stata fatta a puntino.
Insomma: questa cosina qui:


Parto alle 7.52 e già sulle prime due salite per la 1 e per la 2 mi chiedo chi me lo sta facendo fare.
(uscita dal B&B…)
(luce e sorriso alle 7.52...)
La discesa agli inferi per la 3 mi vede incrociare le orme proprio di Fabio, ma poi il punto 3 me lo devo cercare da solo e sarà un avanti e indietro poco divertente. Da lì in poi mi sembra di vivere in una bolla: decido di appoggiarmi a tutti i sentieri, e trovo i punti proprio dove mi aspetto che sono anche a costo di fare una quantità di dislivello inaudita. Fabio mi aveva avvisato di stare molto attento alla salita micidiale per la 11, ed io sono il campione del mondo di fare attenzione: sentiero verso est, strada tortuosa fino al ristoro (che ovviamente ci sarà solo l’indomani), sentiero verso nord fino alla malga dove la proprietaria mi chiede se ho una sigaretta da regalarle (!), poi sentierino verso nord fino al fiume e da lì ci si mette la carta in bocca, le mani sul terreno, la testa a sfiorare il terreno stesso ed arrivo al punto 11 senza nemmeno la sensazione di aver fatto tanta fatica!
(… espressioni varie in gara…)


(in cima al mondo, prima della discesa…)
(lo sfondo delle Pale… prima della 14)
La 12 e soprattutto la 13 vanno via come se niente fosse, ma il conto da pagare arriva salato alla 14 ed alla 15 che costano uno sforzo supplementare imprevisto e non auspicabile, visto che sta per arrivare l’ora della micidiale pietraia di Caltena. Pietraia che affronto con la stessa circospezione di un cercatore d’oro, ottenendo all’inizio gli stessi risultati di Paolino Paperino: il nulla cosmico! Ad un certo momento mando a ramengo la “circospezione” e comincio a muovermi nella zona tra le rocce con una sola tattica: nella pietraia ci sono solo le lanterne dell’Elite, basta che ne trovo una e da lì faccio il punto per localizzarmi e trovare le altre… adesso capite perché Gueorgiou in questo momento ha una lancinante fitta al duodeno! Sia come sia, alla fine mi imbatto in un telo che risulta essere quello della 18. Da lì è (quasi) uno scherzo arrivare alla 19 (c’è il sentiero, sia ringraziato lui) e poi alla 20 (sette minuti per fare 150 metri). Per la 21 si usa il sentiero verso sud e, al bivio, ci si butta dentro fino al cocuzzolo… si, col caxxo! Al terzo tentativo lo trovo! La 22 semplicemente non è sbagliabile, o meglio non posso sbagliare a trovare il masso che è grosso come un condominio, ma sbaglio arrampicandomi sulla cima del masso quando la lanterna è alla base. Uscito dalla pietraia, la 23 è banale come un bivio di sentiero al Parco di Trenno, l’orrido vallone tra la 23 e la 24 lo scalo mentre parlo al telefono con Marco che nel frattempo sta arrivando a Mezzano, e le ultime lanterne sono altrettanti bivi di sentieri al Parco di Trenno.

(nella sassaia… e la faccia è cambiata!)
Finale in debito di energie e traguardo in tre ore, cinquantanove minuti e cinquantanove secondi. Si. È vero, ho perso una decina di minuti a fare le foto alle lanterne, ma in meno di 3 ore e 45 minuti non ce l’avrei mai fatta. Però ogni tanto bisogna fare qualcosa di pazzo, o no? (cit. Rudolph Ropek-Carsten Jorgensen per gli orientisti più anziani). La cosa pazza non sarà, a conti fatti, provare il percorso long Elite di Caltena, ma presentarmi al via di Mezzano anche solo per la frazione a staffetta M50; convincere le gambe a ripartire è impossibile, e mi tocca aspettare di essere sul percorso con il bravissimo tracciatore Emiliano Corona per avere quello stimolo (si chiama orgoglio) per muovere le gambe ad una velocità superiore rispetto a “strisciare sul terreno”. A proposito di tracciato, ancora complimenti ad Emiliano per aver tirato fuori da Mezzano un tracciato mai banale e davvero impegnativo, ed aver utilizzato l’escamotage delle barriere artificiali in modo da rendere ancora più intricato il percorso.


Dovrebbe essere tutto per quest’anno, ma forse è già ora di ricominciare: 9 gennaio notturna alle Tre Torri di Milano, con la speranza di essere un po’ più puntuale anche nell’aggiornamento del blog (e con tante altre speranze per il 2019).


Auguri a tutti!


1 Comments:

At 2:28 PM, Anonymous Anonymous said...

��

 

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