Stegal67 Blog

Sunday, November 01, 2020

En attendant lockdown (parte 1)

E’ la sera del 1° novembre, e credo di essere in compagnia di tanti italiani che stanno aspettando che il governo decida che tipo di lockdown (se e quando) applicare in risposta ai numeri della pandemia che stanno crescendo in modo incontrollato. Negli ultimi giorni una delle decisioni che ho preso è di staccarmi un po’ dai social, per evitare di essere travolto dalle discussioni sempre più accanite e polarizzate sulla modalità migliore per gestire la situazione, dagli scambi di insulti ed invettive pesanti che coinvolgono persone che si conoscono da tempo e che conosco da tempo, e mi chiedo se a tempesta passate queste stesse persone saranno ancora in grado di guardarsi negli occhi e perdonarsi o chiedere scusa per il livore e l’acredine riversato addosso ad altri con tanto di nomi e cognomi.

Oggi, mentre percorrevo la strada che mi porta a casa, in mezzo al nebbione, ho pensato ad una eventuale seconda fase di lockdown come ad una specie di opportunità: quante volte mi sono ripetuto, durante ma soprattutto al termine del pesante lockdown di primavera, che se avessi avuto modo di ragionare meglio non avrei commesso gli stessi errori? E quindi ho redatto una specie di piccola lista di cose che, se sarò costretto di nuovo a casa da un lockdown, cercherei di fare meglio. Sbagliando probabilmente ancora, ma SBAGLIANDO MEGLIO!

Per chi fosse interessato, ecco i primi punti della mia lista:

UNO: La giornata lavorativa NON comincia quando apro gli occhi al mattino, con il pc già acceso di fianco al letto, e NON finisce 14 o 15 ore dopo quando gli occhi si chiudono per la stanchezza, con il pc appoggiato alla sedia di fianco al letto e pronto per il mattino dopo: so di essere fortunato ad avere un lavoro, soprattutto un lavoro che mi consente di lavorare in smart working, ma efficienza non fa rima con stakanovismo sette giorni su sette perché tanto non c’è altro da fare

DUE: Il frigorifero NON è il rifugio per prendere una pausa dai cattivi pensieri, o dalle ore lavorative che nemmeno il protagonista de “Il socio” di Grisham: lo stato in cui mi sono ridotto alla fine del primo periodo di lockdown me lo sono portato dietro fino a novembre, ed è ora di darci un taglio! (non alla prossima fetta di salame, intendo)

TRE: Ci sono tanti modi diversi per tenersi in forma: non mi ero forse dato un impegno di continuare con le sessioni di plank? Di fare gli esercizi suggeriti da Federico Venezian durante le sessioni di ginnastica da camera alle quali mi invitava l’Orienteering Tarzo? Chiaro che se sarò costretto a casa, ben difficilmente potrei percorrere ancora quei pochi chilometri a velocità sostenuta nel parco come facevo a febbraio scorso tre volte alla settimana, quando con la voce di Dolores O’Riordan e la batteria di Fergal Lawler nelle orecchie (live from Hamburg) ero tornato a stampare qualche parziale vicino a 4 minuti al chilometro… è una strada lunga ma ci posso riprovare!

TRE BIS: Riprendere a scrivere sul blog, che nel corso di tutti questi anni mi è servito soprattutto come promemoria per rispondere alle domande “ma dove eri tu \ dove ero io nella settimana tale del mese talaltro dell’anno del salSignùr?”

Per questo sono qui, a riprendere il punto 4 per il blog meno tecnico e più approssimativo dell’intera storia dell’orienteering, meno credibile per chi volesse imparare davvero a trovare i punti nel bosco ma al tempo stesso più veritiero e vissuto per chi crede alle parole “tre ore e 16 minuti ben spesi nel bosco!” come quelle che ho pronunciato all’arrivo della gara long di Doganaccia qualche settimana fa.

Riparto quindi dalle 6 gare nazionali che il fato ci ha consentito di disputare in questo surreale anno 2020… il fato e quelle società che si sono sobbarcate fatiche in più, responsabilità, incombenze e sacrifici per consentire alle atlete ed agli atleti veri di tutte le età ed a qualche sparuto tapascione (di cui mi onoro e mi vanto da solo di essere il number one) di tornare nel bosco a praticare lo sport più bello del mondo, perché diciamocelo pure che più bello della caccia al tesoro dell’orienteering non ce n’è e non ce ne sarà mai!

***

Ritorno alle gare: Campionato Italiano Sprint di San Martino di Castrozza

La prima gara (dopo il periodo di riposo forzato) non si scorda mai, soprattutto se la gara si svolge in una località che ormai credo di conoscere a memoria. Guardando il bollettino della gara, non mi sembra forse di vedere la parete di bosco (poi spazzata via dalla tempesta Vaia) dove passava la tratta lunga della tappa finale della prima edizione della Dolomiti Three Days? E mi raccomando: attenzione ai passaggi nella zona della chiesa, con l’insidia dei gradoni e dei recinti e chissà se non mi capiterà ancora di fare da apripista mentre gli orientisti si attardano a consumare il loro pranzo nei baretti della piazza sotto alla chiesa. Ma occhio anche alla parte finale del percorso, che si snoderà vicino alla caserma dei Vigili del Fuoco e del museo a cielo aperto, dove di sera andavo a rompere le scatole ai ragazzi dell’Asco Lugano che si facevano delle spaghettate epocali, guidati da Luca e Martina Rizzi in qualità di “adulti accompagnatori” (20 e 18 anni rispettivamente in occasione della Primiero Three Days 2019, e nessuno che fiatava e tutti in riga da bravi atleti!).

La mia gara? Senza lode e con qualche infamia, soprattutto nel finale nella zona della colonia \ museo all’aperto \ caserma dei vigili del fuoco (ma non mi ero detto di fare MOLTA attenzione?): praticamente dalla 16 parto dritto verso la 18 e me ne accorgo quando ormai ho davanti la colonia, dalla 18 alla 19 mi aspetto che lo specchio d’acqua sia una specie di Mar Tirreno e vado lungo fino alla casetta, dalla 21alla 22 sono talmente cotto che prima mi infilo nel bosco ad est e poi mi infilo del recinto non attraversabile sbagliato (per fortuna sono abbastanza lungo che riesco a punzonare lo stesso allungando il braccio sopra al “non attraversabile”)

Ritorno al disastro: Campionato Italiano Long a Passo Valles… non è la 61!

Da qualche anno, purtroppo, soffro di una fastidiosa sinusite cronica che si manifesta spesso a livello del mare, ma che mi lascia davvero con le gomme a terra quando salgo in quota. La sinusite non poteva che colpire la sera prima del Campionato Italiano Long, che si sarebbe disputata su una carta che già l’anno scorso era stata davvero ostica alla Dolomiti Three Days. Pur conoscendo i trucchi per venire a capo della carta, durante la notte tra sabato e domenica devo prendere un paio di pastigliette miracolose per mettere a tacere la sinusite, altrimenti ben difficilmente riuscirei a mettere a fuoco la carta e i paraggi attorno a me; effetti collaterali? Stomaco in delirio e sonnolenza diffusa, quasi uno stato di torpore. Il resto lo fa il tracciato della gara che prevede una partenza tutta in salita fino alla zona di arrivo dell’impianto a fune.


Per dire come sono messo: nell’attraversamento di uno dei vari valloni per andare dalla 1 alla 2 mi ritrovo sdraiato per terra per aver messo un piede in fallo e il mio primo pensiero coerente è di provare a chiudere gli occhi e fare un breve pisolino per far passare il torpore costante che mi pervade! Per dire come sono messo anche peggio: non ho la più pallida idea, anche riguardando la mappa, di come dal punto 4 sono arrivato al punto 5! Le foto dell’implacabile Carlo Rigoni parlano da sole…



Nel finale di gara tuttavia assisto ad una scena impagabile, che da sola vale il prezzo del biglietto: mi trovo infatti a cercare il punto in compagnia di alcuni atleti di varie categorie (di età e anche di peso) tra i quali una autentica “radio” che non smette un secondo di parlare. Rispetto ad altre “radio del bosco” che in 28 anni di orienteering mi è capitato di ascoltare, questa radio in particolare “smista” la gente nelle varie direzioni per cercare il punto di controllo, che nel caso specifico è il punto 61 (cocuzzolo) ed è anche il mio punto. Infatti, questa volta mi dico tra me e me “quando questi troveranno il punto, lo troverò anche io”. Arrivo quindi, in buona compagnia, in prossimità di una lanterna. Alla mia sinistra c’è una parete rocciosa ai piedi della quale si vede chiaramente una lanterna. C’è un atleta vicino alla lanterna, a non più di 20 metri da me, e la “radio” chiede: “è il punto 61 quello?”. Risposta: no. Il gruppetto prosegue la sua ricerca ed io mi chiedo dove cavolo sono arrivato… d’altra parte in zona di pareti rocciose ce ne sono a profusione! Mi convinco quindi di essere arrivato all’altra parete rocciosa nel cerchietto 11 e quindi risalgo di qualche metro la costa, ma di altre pareti rocciose o lanterne non ce n’è traccia, e l’unica roccia che vedo è Tommy Civera, mai così in palla da parecchi anni, che percorre la costa a velocità warp. A questo punto mi convinco che forse ero arrivato alle pareti rocciose ad est del mio punto 11, e quindi ritorno verso ovest, ripassando a 20 metri dal punto che NON E’ la 61 e scendendo ancora. Qui trovo Marisa Bernagozzi (santa subito!) che sta punzonando un punto che non è ovviamente il mio… mi fa vedere la cartina e io penso che devo tornare indietro, verso quella lanterna che ovviamente NON E’ la 61. Gira che ti rigira, torno dove ero passato prima e prima ancora, e c’è ancora in zona il gruppetto e c’è ancora la radio che, come Radio Maria, non ti abbandona mai. E sento le seguenti immortali parole: “Tu!” (un altro partecipante a caso, chiamiamolo Tizio) “Vai lì a vedere se quella è la 61 o no!”. La faccia di Tizio che viene apostrofato nel bosco per andare a vedere il codice di una lanterna (che sta a 20 metri) è inequivocabile: non sto facendo nomi, perché verranno svelati a suo tempo quando il tutto sarà passato in giudicato… Tizio esegue, arriva alla lanterna, guarda il codice e ripete “NON E’ la 61”. Ed il gruppetto con la radio riprende la sua ricerca, Io aspetto qualche secondo. Quando il gruppetto è scomparso dietro al primo dosso…

Manca solo che Tizio, nel punzonare, si lasci andare in un bel “Ma vieni!”. Quella lanterna è SEMPRE stata il codice 61. Pure a me scappa una risata… A parte questo, o forse anche questo da una chiara connotazione alla mia performance, la mia gara è davvero indegna di questo nome.

(continua…)

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