Stegal67 Blog

Thursday, March 24, 2016

On the rocks… again!



Tre giorni tra le rocce. Il primo giorno con il fisico, il secondo giorno con la testa, il terzo giorno con il cuore e l’anima. Ma c’è per caso un modo migliore per cominciare la stagione nazionale 2016? Forse no. Abbiamo trovato pure il sole, primaverile, quello si… un primaverile decisamente tendente all’estate, un sole che fa correre senza termica anche se è il 18 marzo; un sole che rende ancora più attraente una notevole arena di gara che di suo offre già il prato tagliato a raso ed il lungo schuss finale tra i pini fino al traguardo (ok: non oso pensare a cosa sarebbe successo in caso di maltempo!).

Poiché sono notoriamente prolisso, chi ha avuto la ventura di ascoltarmi sabato e domenica non aveva bisogno della precisazione, potrei riempire pagine e pagine di blog con la descrizione di questa personale “3 days on the rocks!” (in sottofondo la voce di Eddie Valiant che chiede “Ghiaccio! Non rocce!”).  E lo farò! Ma per favorire gli amici che “non posso mica prendere le ferie per leggere il tuo blog!”, adotterò dapprima una versione corta, prendendo a prestito l’ispirazione dal padre putativo (o figlio adottivo) di una generazione di poeti ermetici, l’orientista il cui volto ha sconfitto la Sfinge egiziana nella semifinale del Campionato del Mondo di “ci guardiamo dritto negli occhi e il primo che ride ha perso”: Alessio “ZZI” in Larrycette. Se toccasse a lui scrivere questo blog, ecco come verrebbe fuori la mia tre giorni:

Gare ottime. Corso alla grande. Birra buona

Credo sia tutto. Tutto l’essenziale intendo. Poi giù cartine di gara come se piovesse, ed i commenti li lasciamo ai lettori che vanno a vedere se poteva essere migliorabile o no la traccia GPS lasciata in mappa dal Master vinicolo furlan… NO! NO! Triestino! Sennò lui e Andrea Margiore poi vengono a picchiarmi a casa (Andrea mi stava già insultando e non aveva ancora tagliato il traguardo di Pieve di Soligo…). Ok, bene l’ermetismo, eh?, ma non benissimo per i miei standard un po’ più parolai.

Se fosse toccato a Larrycette in ZZI scrivere queste parole, il tutto sarebbe venuto fuori in un altro modo ancora…

Premesso che non sono più un orientista anzi non ho mai fatto orienteering in vita mia e no non ero io quello che girava con il radar tra le rocce di Barbisano era un sosia ed era un sosia anche quello che è passato a palla di cannone dal punto spettacolo di Pieve di Soligo appunto lo dicevo io se è passato a palla di cannone ed aveva il radar non potevo essere io…

Eccetera.

Solo che, una volta scritte queste cose, il mio blog passerebbe a parlare di Bruce Springsteen, di Vinicio Capossela e del fatto che, avendo a disposizione solo il Dolce Forno della pubblicità di Topolino, non potevo sfamare più della metà dei partecipanti alla Coppa Italia. E giunto a questo punto, onestamente mi perderei perché: in quanto a gusti musicali i miei sono pessimi (l’Ipod che vi trita le orecchie ad alcune gare  stato recentemente integrato con alcune new entries recentissime tipo “A whiter shade of pale” di Procul Harum e “Hurricane” di Bob Dylan… tutta roba che conoscono solo i superMaster over-età-del-TRex), e in quanto a capacità culinarie, la cosa che mi riesce meglio è l’uovo sodo-molto-sodo (che peraltro mi piace tanto). Scrivendo “peraltro”, ecco spontaneo il collegamento con il blog più letto del reame: Dario P. avrebbe iniziato il suo pezzo scrivendo:

Sono ancora capace! Questo è sicuro! Una gara così, con 30… diciamo 45 secondi di errore in tutto… non me la ricordavo dai tempi della OriCup di Madrano, o forse era la finale del Campionato Italiano Middle? Comunque, parlando di tempi, ecco che per andare alla 1 il mio tempo di gara è stato di 5’11” con oltre 5 minuti di vantaggio su Maurizio Mel...

Eccetera.

Ma diciamocelo pure. Delle MIE scelte (non di quelle di Dario) e dei MIEI parziali di gara non potrebbe importare di meno a chicchessia… forse solo a Marco Giovannini ma per dirmi subito che sono rimasto veramente scarso, sia tecnicamente che fisicamente, se dopo aver parlato a destra e sinistra dei miei allenamenti, e dopo 20 anni di orienteering, ci metto ancora poco meno del doppio del tempo del vincitore a finire la mia gara.

Ecco: questa faccenda del “doppio del tempo del vincitore” era uno degli obiettivi di inizio stagione, per raggiungere il quale mi sono sottoposto a parecchi allenamenti in più. Nel finale di stagione 2015, causa complicità di altri eventi esterni e anche poco piacevoli, non ero più riuscito a rimanere entro un distacco dal primo classificato almeno “decente”, almeno per evitare di sentirmi dire cose tipo “ok… abbiamo capito che questo non sarà mai il tuo sport… grazie per averci provato ma guarda che anche il calciobalilla è tanto divertente”.

Di conseguenza il primo giorno della mia personale Three days on the Rocks (peccato che la birra non me l’ha portata Jessica Rabbit, ma nemmeno il pinguino) è stato il giorno del FISICO. Metterci il fisico. Arrivare a Barbisano pompatissimo dopo un viaggio in treno fino a Padova passato a studiare la carta di gara, facendo tesoro degli insegnamenti di Elena Roos (una che ormai a stare sul podio con Simone Luder ci sta facendo l’abitudine) e provando ad inventare più di un percorso nel Rock Labyrinth per memorizzare la posizione delle poche tracce e dei roccioni più evidenti. Arrivo in partenza accompagnato da Elia Vettorel, mi libero del peso superfluo e poi parto ABBOMBAZZ…! … No. Abbombazza proprio no.
Sul primo punto me la sono presa proprio comoda, perché girando attorno al vigneto e poi salendo lungo l’avvallamento ed il sentiero ho studiato comodamente tutta quanta la zona del “warm up”, cioè tutto quanto il campo di gara che mi portava fino al punto spettacolo, all’ingresso di quella parte di campo di gara che costituiva il VERO MOTIVO per essere venuto a Barbisano a correre: il Rock Labyrinth, appunto. Carico emotivamente ma tranquillo, bombato di Nutella e di gel Enervit, con i muscoli delle gambe tesi e stirati e contratti e rilassati per due ore e mezza in treno (finché il tizio di fronte a me, che andava a Venezia a fare una presentazione per un congresso medico, ha pensato che io gli stessi facendo un approccio fisico). In quei primi minuti ho capito una sola cosa: vai con i sentieri e le tracce!, corri più che puoi che la gara si fa nel finale tra le rocce! Ho messo a tacere la vocina che mi ripeteva “gareggi per l’ultima posizione in classifica e vai a cercare i sentieri? Ma almeno sii uomo e vai dritto in bussola sotto la linea rossa!” (o era la voce di Marco Giovannini?). Diciamo che il già citato Maurizio e poi Loris D’Errico, sempre santi siano gli amici con i quali fare quattro risate dopo la gara, hanno dimostrato nei fatti di essere stati un po’ più arditi di me…


Sentieri quindi. Mi appoggio ai sentieri, sfrutto i sentieri, vado a cercare i sentieri. Le lanterne stavolta mi corrono veramente incontro facendo ciao con la manina! I vigneti sono un punto di appoggio formidabile. Quando piombo addosso alla 6 mi sento Batman (che sono capaci tutti di fare Batman con l’aiuto della BatMobile… ehmmm… di una traccia di sentiero proprio prima del punto!). Alla 7 mi fermo qualche secondo sulla piazzola appena ai piedi della roccia prima di buttare l’occhio di sotto e trovare il telo arancione… come sarebbe a dire IL TELO ARANCIONE? Si, o cari! L’Orienteering Miane, per farmi fare la gara nelle migliori condizioni, aveva finito di posare tutto nel primo pomeriggio di venerdì (grazie! Ancora grazie! Sentitamente grazie!). Giro antiorario e un po’ largo alla 8, ma si rivelerà una buona scelta (fatta anche da Marco Seppi) perché l’inghiottitoio sul fiume mi avrebbe fatto perdere tempo e morale. Per andare alla 9 scalo la parete di terra e, giunto a due metri dalla cima, mi accorgo che ho bisogno di entrambe le mani per aggrapparmi: prendo carta e bussola e le lancio di sopra, dove spiana, mi aggrappo a tutti i fili d’erba e mi isso in cima. I primi punti tra le rocce, quelle “non sull’ingrandimento 1:3500”, li faccio con calma… perché adesso è ora di preparare il Rock Labyrinth, ma come faccio a rallentare quando il bosco mi scaraventa verso il laghetto e da lontano ho già la visione del punto spettacolo che mi aspetta?
Passo al punto spettacolo in 53 minuti netti, e adesso so che la cosa si fa spessa. Faccio la mia scelta fino al primo punto: traccia, traccia, traccia, curva della traccia, dentro nel bosco-avvallamento-roccia e lì dietro ci dovrebbe essere il mio punto E C’E’! Fuori di nuovo… traccia traccia traccia… vado appena lungo ma raggiungo un sentiero più grande che mi ributta dentro, e questo mi consentirà di “marcare” con il tacco per terra l’ingresso per la lanterna 20 (non si fa? Mandatemi Vladimir Pacl e i suoi regolamenti che ne riparliamo…). Ancora traccia traccia giro attorno alla roccia, sella tra le rocce E C’E’ ancora! (è la fettuccia 83 grande come un rotolo di carta igienica, ma c’è).

Poi via di nuovo, andando dentro e fuori dalle tracce. Non me la sento di girare a vuoto dentro al bosco aggirando le rocce, bravi coloro che ci sono riusciti o che hanno anche solo pensato di riuscirci. Ma io non voglio buttare nel cesso proprio adesso tutta la fatica che ho fatto, anche se sono mentalmente condizionato che al primo errore mi devo buttare fuori e fare il giro del fullo per ricollocarmi e rientrare nel labirinto. Però.. penso che la 20 in fondo l’ho già trovata e devo solo ritrovare il segno del tacco sul sentierino E LO TROVO, e poi trovo anche la lanterna che occhieggia a 15 metri. E infine mi ributto fuori verso il prato, comincio ad essere stanco morto, ma manca così poco e voglio arrivare all’arrivo e far esplodere il cuore. Il prato di arrivo è così vicino, sento le voci di chi sta allestendo l’arena e, a costo di vomitare l’ultimo atomo di gel, voglio arrivare al traguardo! 1 ora, 7 minuti e 11 secondi. Per una gara middle (quelli bravi ci fanno una long distance…) ma almeno stasera potrò scrivere ad Ercole Pin che stavolta le rocce non mi hanno sconfitto, che volevo la mia vendetta (quanto mi ci ero perso tra quelle rocce l’ultima volta) e l’ho avuta! Due calcoli a mente, e penso subito che sarà difficile che qualcuno dei nazionali impieghi meno di 33’36 secondi per finire quella gara, e che quindi potrei rimanere anche questa volta (d’altronde lo faccio da inizio stagione, e mi sono già confrontato sia con Tobia Pezzati che con Andrea Seppi) attorno al 90% in più del tempo del vincitore.

E fu la sera del giorno FISICO, e poi fu mattino.

Secondo giorno. Il giorno della TESTA.

E’ sabato mattina e non ho nulla da fare. Ma il Rock Labyrinth è lì, a pochi metri dal posto dove dormo. Quindi, perché non approfittarne per vedere dove passeranno anche le altre categorie? In fondo l’Elite maschile ha solo 4 punti nel labirinto… detto? Fatto! Carlo Pilat mi allunga la “tutti i punti” della zona delle rocce e, seppur che sono vestito come per la Messa di domenica, indosso di nuovo la mia bussola e vado a battere palmo a palmo tutta la zona. Primo shock: ci saranno almeno 15 punti in quell’antro infernale (o paradisiaco, a seconda del risultato finale); non importa: ancora una volta vado dentro e fuori dalle tracce, mi immagino dove potrebbero incrociarsi i percorsi dei più forti nelle varie categorie, dove potrebbero giocarsi la gara o rischiare il tutto per tutto per una rimonta dell’ultimo secondo (e succederà, oh se succederà!). Mi guardo ancora i miei punti di controllo, arrivo alla 83 e stavolta il telo c’è… e ti credo: l’ho ri-posato io! Arrivo alla 86 e, come nei miei giorni tecnicamente migliori, trovo solo la fettuccia. Torno all’arena di gara e dico “manca la 86! Manca la 86!”… era l’ultimo punto ancora da posare, mannaggia!, e mancava davvero! Mi sono fatto venire un colpo per niente…

Trasferimento a Pieve di Soligo per la gara di sabato pomeriggio e… si, qui voglio prendere a prestito proprio le parole di Dario P., perché come ha descritto lui la zona di gara non sarebbe capace di farlo nemmeno Spielberg:

… per fortuna gli organizzatori devono aver raso al suolo il quartiere vicino al fiume per costruirci un complesso pieno di scalette e sottopassi, e il tracciatore ha avuto una certa fantasia. Insomma ne è venuta fuori una gara divertente

Parto forte, o almeno credo a giudicare dalle sensazioni nelle gambe (“forte” è SEMPRE da intendersi “per i miei standard”… perché voglio sempre rimanere dentro quella soglia del doppio del tempo del vincitore). Mi faccio su un po’ da solo alla 1, mentre per la 5 scelgo il giro da nord con il risultato che passerò per TRE VOLTE nel giro di un minuto e mezzo davanti ad una signora che staziona sulla panchina al termine sud del muro di cinta e che sta pascolando il cane (la terza volta mi guarda seriamente intenzionata a chiamare i carabinieri, perché ansimo come un maniaco!). La tratta lunga per andare alla 10 non mi prende proprio benissimo, ma finisco per passare due volte davanti ad un bar nascosto dal numero 10 che ha fuori un bel po’ di gente, e quindi voglio farmi vedere bello tonico e scattante nei miei colori turchesi dell’AGET Lugano (combinati con orribili pantaloni rosso fiamma al ginocchio, in un “pendant” che nemmeno uno stilista strafatto di LSD…).
Cambio carta e… ah! Ma si torna nella zona iniziale del delirio?... Cerco di districarmi nelle piccole piazzette e sulle minuscole scalinate, anche se in almeno un paio di occasioni ho una titubanza perché sembra che sto per infilarmi dritto in casa di qualcuno (ma se leggessi la carta, e anche quella carta avesse un INGRANDIMENTO!, avrei meno problemi) ed ho ancora le forze per sprintare attorno alla aiuola con la 15 e buttarmi nell’ultima parte di gara, che è decisamente più filante ma che tollero meno perché le gambe cominciano ad essere davvero stanche. Incrocio Mauro Loss in fase di controllo, mi butto sulla collinetta della 18 sprintando ancora per farmi vedere sempre tonico dai bambini (e dalle mamme) che giocano nei pressi. Evito di incasinarmi tra i piccoli recinti della 19 (bastava arrivarci da ovest e non da est!) ed ancora una volta sto tornando verso il traguardo; sento il brusio dei 500 partecipanti in piazza e accelero fino all’ultimo metro per cercare di farmi vedere per il minor tempo possibile, e da meno gente possibile, mentre taglio il traguardo “scavalcando” l’arco gonfiabile che era ancora a terra. 26 minuti e 10 secondi. Un rapido calcolo: Seppi ce la farà in meno di 13’06”? Mmmhhh… potrebbe… potrebbe farlo. In cuor mio, mentre mi cambio ed i muscoli delle gambe lasciano che il sangue fluisca verso la gola dello speaker, spero davvero di no: ho dato tutto il “tuttibile” (o il “dabile”), e non voglio pensare di esser doppiato da Andrea o da Ricky o da Zagor. Alla fine Andrea ci metterà 14’07”: il mio tempo è superiore al suo del 85%, quasi come alla sprint notturna del Lago Nord! Missione compiuta atleta Stegal!

E fu la sera del giorno della TESTA e di Eleonora Donadini, e tornò il mattino.

Il mattino del giorno del CUORE e dell’ANIMA.

Cosa rara. Non ho praticamente nulla da fare. Gli amici che mi vedono passeggiare ad un orario umano per l’arena di gara, ed in condizioni fisiche decenti, mi chiedono “stavolta non hai fatto la gara prima di noi, vero?”. Ed io rispondo “certo che l’ho fatta anche stavolta!”, lasciando in un minimo di dubbio a quale razza di orario io possa aver lasciato le coperte per infilarmi nel bosco (adesso lo sapete!). In realtà, se il mio fisico non ha nulla da fare, il mio cuore e la mia anima hanno molto da fare, perché voglio che sia una giornata da ricordare e voglio svolgere il mio compito nel modo migliore possibile. La mia postazione speaker è ai bordi dell’arena: vedo distintamente il passaggio a bordo del laghetto, la breve e dolce salita che porta al punto spettacolo, il corridoio fettucciato che porterà gli atleti tra le nuvolette del Paradiso o nella bocca dell’Inferno…

E’ in quei momenti che io non sono più alla postazione speaker di Barbisano.

Io sono all’ingresso del Carrefour de l’Arbre, e sto aspettando il gruppetto dei fuggitivi che si giocheranno sulle ultime pietre la gloria della Roubaix.

Sono all’inizio della salitella di Lillehammer, quella che poi butta giù verso i centomila dello stadio che aspettano Bjorn Daehlie e si trovano davanti Silvio Fauner.

Sono all’ultimo minuto del secondo tempo supplementare, e Del Piero ha battuto un calcio d’angolo, e poi la palla va fuori e Pirlo la addomestica e potrebbe tirare lui… ma non tira lui verso la porta, passerà a chi tirerà fuori una curva impossibile come quella che può avere solo la schiena perfetta di una modella.

Sono al rifornimento del quarantesimo chilometro della maratona di Seul, e davanti c’è uno di Gibuti, poi un keniano e solo dopo arriva il ragazzo con la canottiera bianca, quello con il volto tirato, quello che è stato staccato qualche chilometro prima… quello che sa che mancano ancora due chilometri!

In fondo, come ha detto Elia Vettorel, la gara di Barbisano, e talvolta anche la vita, fino a un certo punto “è tutto warm up”, è una cosa quasi normale, ti serve per il dopo; poi non conta più “quello che c’è stato prima”: conta solo il momento nel quale si sente la campana che suona. E io stavolta sono ben intenzionato a far sentire alle ragazze ed ai ragazzi che questa volta la campana la farò suonare io!

Il resto è la storia che tutti conoscono. Passano quelli come Lukas Patschedier, con il suo vantaggio irreale che manterrà fino in fondo. Poi ci sono quelli come Miki Caraglio, che arriva con Ricky Scalet ed ha la gara saldamente in mano… e se la lascia sfuggire al primo punto tra le rocce per passarla a Mamleev, che poi la passa a Marco Seppi, che poi la passa a Roberto Dallavalle, che infine la ripassa a Miki per una manciata di decimi di secondo. C’è Christine Kirchlechner, l’atleta più avvezza alle “pressioni dello speaker”, che passa anche lei con un bel margine di vantaggio ed avrebbe sulle code Emilija Gvildyte a guardarle le spalle… ma poi Christine non esce più dal bosco (la lituana si!) e consegna la gara nelle mani di Nicole Scalet. E infine ci sono quelli come Fabiano Bettega, con il quale andrò a scusarmi nel dopo gara e che mi regalerà il commento più bello della giornata:

Scusarti? Perché? Anzi… quando sono passato e mi hai detto che avevo un bel vantaggio, mi hai messo tranquillo… sapevo di potermi permettere un errore. E infatti ho sbagliato subito! Ma ero tranquillo, perché sapevo di avere ancora vantaggio, e ho sbagliato ancora, e poi ancora! Succede, non è mica colpa tua”. Grazie Fabiano!

E infine venne il momento di riprendere FISICO, TESTA, CUORE e ANIMA e riportarli a casa, perché mi serviranno ancora, e molto presto. Ma si tratta di un fisico, una testa, un cuore ed un’anima sui quali il weekend di Pieve di Soligo e Barbisano ha lasciato un marchio che difficilmente verrà via. Che divertimento che è stato!