Stegal67 Blog

Tuesday, July 26, 2011

Vorrei dedicare i miei ricordi della OOCup 2011 a due personaggi di contorno della multi-days slovena: le due “sciure” che hanno gestito le iscrizioni sul posto alle categorie Open.

Antefatto. Una OOCup sui terreni impossibili di Mala Lazna (Slovenia) è sempre nei miei piani estivi, ma è pur sempre vero che tra il dire ed il fare c’è di mezzo “e il”. Il mio personale “e il” erano gli impegni di lavoro uniti ad alcune assenze non preventivate; il fatto di essere appena tornato dall’Austria mi aveva un po’ inibito le idee per una nuova immediata ripartenza... poi un invito personale mi ha fatto propendere per una presenza ridotta: dalla seconda alla quinta tappa, con iscrizioni giorno per giorno nelle varie categorie Open che, alla OOCup, risultavano abbinate alla M35 (Open1), alla W35 (Open 2) e alla W16 (Open 3).

La GOK-convocazione last minute veniva raccolta da Bibi (già in ferie), e dopo un viaggio allucinante venerdì sera fino a Gorizia eravamo pronti ad affrontare la tenzone da “esterni”, da Open, senza patemi di classifica e nessuna ambizione (quando mai?) se non quella di fare ogni giorno il percorso che più ci interessava, tenendo d’occhio sia il tempo di gara che quello atmosferico, in grado di rendere i terribili percorsi sloveni (ho già usato la parola “terribile”) ancora più impegnativi.

Il mio primo giorno, dunque, corrisponde alla seconda tappa. Mi presento fiero del fatto mio alla tenda delle iscrizioni sotto un cielo che non promette nulla e con un venticello “boreale” che fa pensare ad un ottobre avanzato anziché al 23 luglio... La persona in coda davanti a me perde un sacco di tempo chiedendo di poter fare la M21Elite e mal-disponendo quindi la “sciura” che fa quello che può ed anche di più per accontentare lo sciagurato. Poi arrivo io, dico che vorrei iscrivermi sul posto e chiedo due cartine Open1. La “sciura” si assicura che io sappia quello che sto facendo: il suo inglese è ottimo e mi chiede se conosco il tipo di terreni, le pendenze, eccetera. La nuova tattica “DiPace che va ad affrontare Jorgen Martensson” prevede che a quel punto io tiri fuori la mia si-card personalizzata... e con quella rabbonisco la sciura che prende nota del nome mio e di Bibi sul percorso Open1. Lascio una mezz’ora di vantaggio a Bibi, e poi mi presento in partenza nella faggeta slovena: qui c’è “sciura2”, simpaticissima e bardatissima in giacca a vento, che mi accoglie con un largo sorriso, prende nota del fatto che “sciura1” non mi ha dato alcun pettorale, del fatto che dall’arrivo non le hanno ancora aggiornato la griglia degli iscritti sul posto e prende infine nota del nome e cognome. Mi chiede la categoria e quando rispondo “Open1” si assicura che io sappia il fatto mio e a cosa vado incontro. Al mio “Tutto ok!” mi fa timbrare la stazione di partenza e con uno squillante “Good luck!” mi affida al bosco.

Il bosco di Mala Lazna... è il bosco di Mala Lazna! La cartina è abbastanza terrificante ma molto precisa, le rocce e roccette sono in numero infinito, le depressioni sono in numero infinito-fratto-due ed il percorso labirintico è più simile ad una middle che ad una long. La concentrazione è quella che è (in fondo sto facendo una Open...) e quindi dalla 3 vado alla 6, senza perdere molto perchè è quasi in mezzo, e dalla 4 vado verso la 7 perdendo un paio di minuti e forse di più. Dopo l’eterna tratta 10-11, fatta aggirando il montarozzo, succede una cosa buffa mentre navigo in bussola verso la 12: sento improvvisamente nel bosco risuonare il mio nome “Galletti!”. Mi giro e vedo Bibi. Mi sta seguendo da qualche minuto ma non mi ha visto punzonare la 11... si è accorta che la mia navigazione non seguiva più il percorso verso la 11 ma adesso ha bisogno di sapere dove si trova per andare a trovare il punto. Penso di essere nell’unico posto dove non so esattamente dove sono ma solo verso dove sto andando, quindi decido di metter via la cartina e di tornare indietro per rifare la 11 e concludere con lei la gara facendole un po’ da “shadow”. Mentre torno sui miei passi sento un’altra voce “Galletti!”... solo che Bibi è alla mia destra! Vengo sfiorato per un istante dal fatto che sono in preda al delirio, quando davanti a me appare provvidentemente Bea Arn sul sentiero... era stata lei a chiamarmi! Dopo una gara così, riesco infine a stornarmi di brutto una caviglia... sotto la doccia!!!

Secondo giorno e terza tappa. Su Mala Lazna piove sotto forma di acquazzoni, ma soprattutto il vento si è rinforzato e la temperatura è di 7 gradi (a mezzogiorno del 24 luglio!). L’idea è quella di correre in Open2, e Bibi in Open3; devo cambiare idea quando scopro che ho dimenticato le scarpe da corsa e mi ricordo che, a causa della pioggia, non sto calzando le scarpe da tennis ma le scarpe che avevo in ufficio... poco male: mi iscrivo anche io in Open3! (le immagini del sottoscritto in tuta da orienteering e scarpe da passeggio in giro per Mala Lazna semplicemente NON ESISTONO!!!). La sciura della tenda iscrizioni mi vede arrivare per la seconda volta:

Sciura: “Sei tornato, allora... Open1?”

Stegal: “Certo che sono tornato... però Open3”

Sciura: “Era difficile ieri, vero?” (come dire “ti avevo avvisato”)

Stegal: “Fattibile, ma oggi ho dimenticato le scarpe...”

A quel punto la faccia della sciura diventa di vetro... ha già capito che sta parlando con un tipo poco raccomandabile.

Accompagnato verso la partenza dagli incitamenti di Roland Vogl che ha visto le mie scarpe, rassicuro anche Sciura2 in merito al fatto che posso fare la gara W16 anche con quelle ed affronto il mio percorso W16 “à la papà Grassi”.

Breve inciso: tutti gli orientisti lombardi che sono passati dalla categoria HC hanno una leggenda da raccontare su papà Grassi. La mia risale a metà anni ’90 in zona Sesto Calende: io, giovane ed inesperto, a correre a destra e a manca senza testa; papà Grassi a camminare da un punto all’altro sullo stesso percorso, arrivando sui punti ogni volta prima di me, o insieme a me, mai dopo. Questa leggenda l’ho sentita raccontare anche da PLab, da Alessio Imberti, da altri. Bene: la mia W16 è stata una gara “à la papà Grassi”, con le ragazzine scandinave che correvano attorno a me ed il sottoscritto, sulle rocce di Mala Lazna con le scarpe da passeggio, a fare spesso da punto di riferimento: per la lanterna 99, dove faccio il miglior tempo di categoria (!), una ragazzetta mi urla il numero in tutte le lingue conosciute finché persino le sue compagne di treno le intimano di moderare i toni (o, almeno, io l’ho capita così).

Lascio perdere il caos che creiamo alla tena dello scarico si-card, dove i nomi miei e di Bibi compaiono già una volta sotto la voce Open1 e adesso li devono aggiungere alla voce Open3... ad un certo momento il (competentissimo e gentile) addetto comincia a cancellare dati e mi pare che così facendo faccia sparire in un colpo solo anche Giacomo Barbone...

Intanto la caviglia sembra aver tratto giovamento dal trattamento robusto inflitto dalle rocce di Mala Lazna.

Terzo giorno e quarta tappa. La pioggia sembra cessata anche se fa ancora molto freddo. Mi assicuro di avere con me le scarpe giuste e per la terza volta mi presento alla tenda iscrizioni.

Sciura: “Ma sei ancora qui?”

Stegal: “Certo... faccio le iscrizioni giorno per giorno (come previsto dal volantino n.d.r.)”

Sciura: “Open1 o Open3?”

Stegal: “Oggi Open2... grazie”.

Lascio la solita mezz’ora di vantaggio a Bibi e mi presento in partenza. Qui c’è Sciura2 che mi chiede sorridente “Oggi Open1 o Open3?” “Open2, grazie”. Ormai Sciura2 conosce i nomi miei e di Bibi a memoria, solo che per qualche motivo ci chiama “Borroni Stefano” e “Galletti Roberta”...

La Open2 sarebbe la W35, ed in effetti sulle prime 6 lanterne che faccio lentamente ma benino mi trovo talvolta circondato da ragazze delle categorie master. Alla 6, una roccia in mezzo a mille rocce in trenino con Tim Tett (campione mondiale master 2010 e finalista alla ko-sprint di Asiago), sento una voce alle mie spalle “Adesso voglio proprio vedere dove sta quella lanterna!”: è Bibi che, piuttosto affranta, sta affrontando il punto per la N-esima volta.

Piuttosto che vederla ritirata, affrontiamo le restanti 12 lanterne insieme; il percorso è effettivamente abbastanza duro, ma a me la carta di gara piace molto e ci sono sempre buche e depressioni evidenti alle quali appoggiarsi per trovare conforto sulla propria posizione. Forse il mio ritmo controllato (per me) tira un po’ troppo il collo a Bibi che minaccia di mollare alla 16, ma alla fine con un po’ di incitamenti (e di insulti) arriviamo insieme al traguardo.

Quarto giorno e quinta tappa e bisogna pensare anche al viaggio di ritorno. Bibi propende per la Open3 ed io scelgo la Open2, dove sfiderò Anka Kuzmin e Clizia Zambiasi. E come al solito mi reco alla tenda delle iscrizioni ad affrontare la sciura...

Sciura: “Ma sei qui anche oggi?”

Stegal: “Certo... vorrei acquistare una Open2 ed una Open3”

Sciura: “Fammi capire: tu sei venuto qui tutti i giorni, e tutti i giorni al mattino hai scelto che categoria fare in base alla lunghezza, al dislivello, alla difficoltà...”

Stegal: “... alle scarpe...”

A quel punto la sciura si fa una gran risata e tutto finisce in gloria con il consueto “Buon divertimento!”.

Anche se i percorsi sono diversi, lascio la solita mezz’ora di vantaggio a Bibi e poi vado alla mia partenza... dove ovviamente mi aspetta sorridente Sciura2 (che, avendo visto passare Bibi, aveva già capito l’antifona...).

Sciura2: “Open1, 2 o 3?” (sembra Mike Bongiorno con le buste, isn’t it?)

Stegal: “Open 2, grazie”

Sciura2: “E ti chiami Galetti Stefano, giusto?”

Stegal: “Si, giusto!” (no, è appena appena sbagliato, ma figuriamoci se mi metto ad eccepire... io, e chiunque altro, saremmo stati in grado di memorizzare al volo un nome sloveno?)

Ancora una volta sento risuonare in italiano uno squillante “Buona fortuna!” e prendo il via. La carta è in scala 1:10.000, ed ho qualche minima difficoltà perchè ormai è tutto il mese di luglio che corro sulla 1:7.500. Sento la competizione perchè quando ho qualche difficoltà, soprattutto fisica, mi sembra di vedere Clizia o Anka che mi sfilano sulla destra correndo più di me, quindi cerco di mantenere alta la concentrazione per vedere se almeno me la potrei cavare a livello “W35”...

Purtroppo in uscita dalla 8 il bosco sloveno reclama il suo tributo: metto un piede su un albero a terra che è bagnato fradicio, istantaneamente pattino come sul ghiaccio ed il mio fianco sinistro finisce per frantumarsi contro una roccetta affiorante... domani avrò il fianco sinistro viola e di tutti gli altri colori. Controllo di non essermi rotto nulla, e seppur con forti dolori riprendo la strada per la 9. Solo che, ovviamente, vado più lento e quindi anziché arrivare al punto di attacco della 9 resto corto in incrocio di sentieri identico; qui la concentrazione torna a salire: piuttosto che fare una mega-cappella, decido di spostarmi all’esterno verso una zona sicura. Se ero sul punto d’attacco giusto, torno indietro; se stavo facendo un errore di parallelo, ho modo di rimediare. Giusta la seconda! Dopo la tratta lunga per la 9, le ultime 6 lanterne sono quasi “middle” sempre tra le rocce e le depressioni. Il fianco mi fa male ma non così tanto e posso concludere anche la mia quarta giornata alla OOCup... adesso resta solo un ultimo compito: scovare gli split times e vedere cosa hanno combinato Anka e Clizia!!! Sia mai che scopro di essere una donna W35 competitiva :-)

Monday, July 18, 2011


Sei giorni di Austria, ovvero come colmare un vuoto nel mio palmares.

Tra i miei difetti non c’è quello di essere permaloso (astenersi da commenti, grazie!), ma di essere un po’ “elefantone”... quello si. Gli elefanti non dimenticano mai niente, o quasi, ed era difficile dimenticare che due compagni di mille avventure orientistiche come PLab e Bibi avevano partecipato alle gare del WMOC disputato nel Nieder Osterreich ed io no. E poiché quelle carte campeggiano persino incorniciate sui loro “muri della gloria”, e dei racconti di quelle gare sono piene le lunghe serate invernali, ecco che io non aspettavo altro che l’occasione per poter pareggiare i conti, o almeno portarmi sull’1-2 al posto di uno scomodo 0-1 senza possibilità di replica.

Quando hanno cominciato a comparire i primi volantini della 6 giorni di Austria 2011, ecco che è stato fissato il primo appuntamento estivo con le multi-days. Grandi aspettative da parte mia: boschi da favola da affrontare, una prudenziale H40 con tracciati tecnici sui quali sciorinare il meno peggio di quanto appreso in questi 18 anni, qualche avversario più o meno noto con il quale andare a vedere l’evoluzione della classifica (almeno per quanto riguarda le parti basse della stessa). E quando domenica siamo arrivati al ritrovo di Aspang Markt, tutte le aspettative sono state confermate da una organizzazione veramente buona, addirittura sovrammisurata rispetto ai circa 900 iscritti arrivati a Wiener Neustadt (credo sinceramente si aspettassero un afflusso maggiore... io non ho visto lacune nell’organizzazione ma mi pare che rispetto ad altre occasioni ci sia tanto tempo per tutti i volontari per fare le cose con calma, prendere i loro pasti, sistemare anche le virgole...).

Prima tappa ad Aspang Markt, la gara “two scales”: una prima parte di gara in una zona cartografata al 7.500 e poi spostamento in una zona più dettagliata nella quale si passa improvvisamente al 4.000. Bello, vero? Però i casi sono due: o sono diventato troppo schizzinoso io (eppure le gara a Platak e Kastav sono abbastanza recenti) oppure in questo periodo ho voglia di correre solo nei boschietti delle fate e dei coniglietti col ciuffo bianco sul codino... La carta di gara copre un collinozzo boschivo nel quale si intervallano parti di bosco ad amplissima percorribilità ed altri decisamente verdi: peccato solo che sul suddetto collinozzo ci siano veramente pochissimi dettagli e che quindi la gara si sviluppi per lo più in ampie galoppate lungo facili linee conduttrici (sentieri). Il caldo opprimente fa il resto, ed al terzo punto in salita già non ne ho più voglia ed energie dopo che il primo punto si è rivelato un tranquillo trasferimento di 11 minuti (per i miei tempi) prima a scendere lungo un sentiero + strada per almeno un chilometro e poi a risalire quella quindicina di curve di livello lungo il fosso in cima al quale c’è la mia prima lanterna. La mia fortuna è una intuizione: prendere il contenuto della borraccia e, anziché bermelo, usarlo per farmi una mezza doccia.

Riesco a riprendere fiato e controllo ed arrivare senza infamia e senza lode al punto di “cambio scala”; qui bisogna per prima cosa girare la carta sull’altro lato, capire dove ci si trova e ripartire abituandosi al fatto che i punti ora vengono letteralmente addosso sulla scala 1:4.000.

I primi 3 punti sono in una zona che sembra la carta di Roncegno, con mille avvallamentini in ognuno dei quali c’è una lanterna all’inizio, alla fine, in mezzo o in almeno due punti. Divertente (ed ecco spiegata la necessità della scala ridotta) ma troppo breve: per arrivare al traguardo infatti occorre tornare sulle pendici del collinozzo, che si rivelano essere o un verdone spinto verso il “3” da attraversare a testate per arrivare ai pochi dettagli dove sono collocati i punti, o un semiaperto schifosissimo tipo canneto, sul quale il commento di giornata più sobrio è quello di Giorgio Tettamanti (Scom Mendrisio) “Chi ci è passato per primo è un eroe...”. Insomma, se questa era l’area di gara che tanto anelavo, ero andato proprio a cercarmi le padelle o le braci.

La seconda tappa si disputa a Santa Corona, ed è una tappa bingo non fosse altro per le modalità di arrivo al ritrovo, con trasferimento in quota tramite funivia a “monoseggiola” molto lenta e con tempo di trasferimento quindi unpredictable... Partenza ancora più in quota, in cima ad un pascolo alpino attorno ai 1500 metri di quota, e primi punti decisamene facili. Quando mi accorgo che la quota sta facendo il suo effetto nefasto, che il percorso non mi pare nulla di che (secondo punto: albero isolato accanto – un metro – ad un sentiero), che la mia condizione fisica è veramente deficitaria, arriva il salvataggio.

Non so chi sia ma lo ritroverò. Corre con una tuta rosa e gialla con la scritta “MONA” sulla schiena (astenersi da commenti, grazie!). All’inizio lo scambio per uno spagnolo, ma deve essere scandinavo, e comunque dello scandinavo ha i lineamenti che lo fanno sembrare più simile ad un fotomodello che ad un orientista... la mia domanda è “che ci fa questo nei boschi a farsi spatassare la faccia dai rami?”. Infatti quello che succede nelle tratte 4-5-6 è che cominciamo a tirare in mezzo al verde, ora l’uno ora l’altro, curandoci a vista e spesso superandoci nel verdone. Ed il ritmo di gara sale di brutto ed io comincio a capire che la seconda parte di questa tappa long è una vera e propria middle molto tecnica in mezzo alle rocce, ai dettagli, con tantissimi cambi di direzione e tratte cortissime! Alla 6 “MONA” scompare improvvisamente, così come era arrivato sul mio percorso, lasciandomi con una gran carica ed una gran voglia di abbattere questo percorso a zuccate e di non farmi prendere dallo sconforto. Sento ancora i morsi della fatica e della salita, ma per qualche motivo questi entrano nella directory “Non me ne frega un c...o!” perchè l’attenzione è tutta al prossimo punto, alla prossima uscita dal punto, al prossimo attacco al punto. Vengo a capo con 3-4 minuti di errore della complicata zona sassosa, sbatto sulla 11 nel bel mezzo del nulla, attacco io la 12 e la 13 portandoci una mandria di persone tra cui quel Tony Musone che diventa il nostro bersaglio preferito... poi 14, 15, la 16 è sopra il traguardo, la 17 è ancora più vicina, la 18 è in vista traguardo, sto arrivando sulla 19 che è l’ultima lanterna e sono lanciatissimo... ma ecco che da destra si avvicina Bibi che ha l’attacco alla 100 da un’altra direzione! Purtroppo per lei... Contatto! Collisione!!! Non si guarda in faccia a nessuno!!!!! Punzono la 100 e piombo sul traguardo cercando di non schiantarmi al suolo nella “compressione” tra il discesone e gli ultimi metri in piano (cosa che non riuscirà ad un estone che verrà giù dalla discesa in perfetto stile Martin Hubmann e si schianterà a 10 metri dal traguardo, accolto dal grido “deve morire!”). La posizione di tappa dice 16esimo su 25, ma soprattutto esco da Santa Corona con la sensazione di aver fatto molto bene i miei 98 minuti di gara.

Terza tappa, troppo bella! Intanto la sede della gara: è a Wiener Neustadt, ed è l’area dove si allena l’Einsatz Kommando “Kobra”... cioè il reparto scelto dell’antiterrorismo austriaco!!! Una area aperta, completamente piatta o quasi, disseminata di buche (cosa le avrà provocate?), di bunker (a che servono?), di cavalli di frisia, di collinette a forma di ferro di cavallo (per che cosa le useranno?). Un bosco piatto con pochissimi dettagli come antipasto (5 punti) e poi 23 lanterne in un piatto unico semiaperto nel quale far viaggiare le gambe, fare un azimut, vedere gente che entra ed esce dalle buche come nemmeno quelli della Brigata Sassari. Prima della partenza, al di là di recinzioni elettrificate e guardate a vista con telecamere, passano un paio di elementi muscolatissimi e con una faccia da “The Expendables”...

Insomma, un terreno sul quale IO fare sia i campionati sprint che i campionati middle. C’è persino una pista da motocross che, per la mia altolivellatissima cultura cinematografica, sa molto di Chuck Norris in “Delta Force”. Il caldo è una variabile da non sottovalutare, ma dopo una partenza prudente riesco a mettere insieme 5 o 6 lanterne fatte proprio benino appena all’ingresso dell’area aperta. La carta è in scala 1:5.000, ed ogni uscita dal punto è in pratica già l’attacco al punto successivo; vengo a capo decisamente bene del “bunker” al punto 18, dove porto dentro un pattuglione di orientisti che vagano lì attorno, ma nelle ultime tratte lunghe (lunghe per il format di gara) mi mancano le forze e vengo ripreso e superato dal tedesco che era partito prima di me e che avevo staccato proprio al bunker. Con le ultime forze e con un po’ di cattiveria agonistica (... “The Expendables”...) riesco a rosicchiargli metro dopo metro nella tirata verso la 27, e da lì al traguardo è uno sprint di 250 metri sul quale lo stacco... di 24 secondi!!! Il fatto di trovarmi in classifica in 14esima posizione, con 4 secondi di vantaggio sul 15esimo, mi darà uno stimolo in più per andare a cercare gli split times... almeno quelli delle ultime tratte.

Troppo divertente... spero che la foto all’ingresso dell’area dell’EinSatz Kommando “Kobra” sia venuta bene :-)

La quarta tappa arriva dopo il giorno di riposo, ed è quanto mai gradita. La gara di Grimmenstein si rivelerà essere la “riserva” ovvero il tappabuchi reso indispensabile dalla impossibilità di correre due volte a Bad Fischau sulla carta delle qualificazioni dei WMOC austriaci. Il trasferimento in zona gara è abbastanza “svizzero” in quanto o ci si smazza quasi 6 kmsf per arrivare in partenza o si prende un agile autobus sul quale ci si schiaccia peggio che in metropolitana (o “squeeze” come dice il simpatico statunitense del Chicago Orienteering che con me si siede praticamente in braccio all’autista...). La partenza è ulteriormente terrificante, visto che nella caldazza austriaca non trovo niente di meglio che scalare subito quelle 15 curve di livello che mi separano dal primo punto! Il risultato è prevedibile: vengo raggiunto attorno al terzo punto dal mio immediato inseguitore, un simpatico (?!?) tedesco di pochissime parole subito ribattezzato “l’impiegato del catasto teutonico” per l’abbinata panzetta+occhialini in perfetto stile “impiegato panzottello italiano”.

Oddio... raggiunto... la gara assumerà fino al punto 14 un andamento ad elastico con il sottoscritto davanti ed il tedesco dietro di 20-30 metri (in pura versione “ombra”). A me non sembra che lui vada tanto forte, ma il pur dando il massimo per staccarlo non ci riesco; il che vuol dire che quello le gambette le muove sempre, ma che in fondo il sottoscritto non è quel fulmine di guerra che crede di essere...

Alla 14, dopo qualche lanterna nell’inferno di rocce del Kulmriegel, non oso attaccare dal basso un punto che si rivela essere in fondo ad un terrificante vallone. Vedo il tedesco arrivare dal basso e capisco di essere stato superato. La discesa verso la roccia dove c’è la 14 è da fare in corda tripla, tanto che io ed un austriaco dobbiamo protenderci per acchiappare al volo una ragazza dell’Attunda SK che viene giù troppo veloce e rischia di finire a fondovalle... la risalita verso la 15 è altrettanto penosa ma, nel primo vallone in uscita dal punto, trovo il mio avversario tedesco che si guarda in giro (anche verso il cielo) completamente perso. E’ con un gesto di grande eleganza e sportività misto ad un invisibile “Tié” che gli faccio segno che la lanterna è dietro di me, e comincio la fuga... La 18 e la 19 sono un invito a cena con l’assicurazione sportiva, visto che bisogna veramente andare giù “a vita persa” sul terriccio molle... ed Attilio pianterà un volo da lasciarci la pelle, salvato ed accudito in extremis da Roland Pach (CA Rosé) e Libor Laznicka (SKOV Zlin) che oltre a riuscire a rimetterlo in piedi non se ne vanno dalla zona finché Attilio non da segni di ripresa ... APPLAUSI!!!!

Poi sostanzialmente la gara è finita, perchè le tratte successive hanno sentieri ben marcati come appoggio o autentiche autostrade di tracce che portano da un punto all’altro; è soltanto per un netto calo fisico dopo i 100 minuti di gara che non riesco ad allungare ulteriormente sul tedesco, anche se all’arrivo gli ho ripreso i 3 minuti di gap alla partenza con l’aggiunta di altri 5 guadagnati da me nella parte dalla 15 alla 21.

Quinta tappa. Finalmente Bad Fischau.

Con Witzelsberg (sesta tappa) il motivo per il quale siamo venuti fin qua. Ed è un motivo che, a conti fatti, si rivelerà azzeccatissimo. La gara di Bad Fischau ha il titolo “Demanding”. Si. Demanding, E’ quello che dico a fine gara al boss dell’organizzazione: io DEMANDING di correre un’altra volta nello stesso posto. Anche sotto l’acqua, come nella quinta tappa, se necessario. Il posto è stupendo. Il bosco è stupendo. Il tracciato middle è stupendo. Il vincitore mi raggiunge alla 11 ma fino alla 15 non riesce a staccarmi perchè le difficoltà tecniche del percorso rallentano i “cavalli” consentendo anche a me di viaggiare a buona velocità. E si corre molto spesso sul muschio, in un ambiente che mi ricorda il bosco di Cavareno e che fa dire alle mie gambe “Si! Oggi anche noi siamo in grado di correre!”. Si ingaggia battaglia da un punto all’altro con un concorrente, poi ci si stacca e si ricomincia con un altro, in un delirio gioioso di attacchi al punto, di microscelte, di uscite dal punto... Ogni lanterna mi appare per una volta proprio dove me la aspetto (qualche indecisione solo su 9 e 11, ma forse per troppa sicurezza), e piombo per una volta sul traguardo stra-felice in 58 secondi più di 1 ora. Ovvero torno a correre, incredibilmente, sotto i 9 minuti al kmsf! L’organizzatore mi dice che anche la quarta tappa avrebbe dovuto essere a Bad Fischau ma che, a percorsi già disegnati e paletti marcatori posati sul terreno, non gli hanno più dato il permesso: è un vero peccato, ma spero veramente di avere un’altra occasione per correre in un osto così magico... magari la long distance che mi hanno tolto per spostarla a Grimmenstein (gli dico subito che avrei rinunciato più che volentieri alla gara di Aspang!).

Sesta tappa. Si va a Witzelsberg. Sede della finale long distance dei WMOC di qualche anno fa. Il titolo della gara è “Chase”, caccia... ma il profilo dei percorso è “very demanding”. Che se fa il paio con Bad Fischau, sono più che contento. Il problema però è un altro: dopo 5 giorni di gare tirate, le energie sono veramente la lumicino. Tutti in auto dicono di essere in forma più che ad inizio 6 giorni, mentre io mi sento proprio in debito di forze. Alla partenza di una gara che misurerà quasi 11 kmsf, ci sono i nostri compagni di viaggio di questa multi-days: davanti a me parte Libor Laznicka, ma per come mi sento ho poche speranze di andarlo ad acchiappare. Infatti la prima tratta mi toglie subito ogni velleità: lunga e con dislivello e con tanti valloni da aggirare. Decido subito di mettere a tacere la componente agonistica e cerco di limitarmi all’essenziale nelle tratte fino alla 8 in mezzo ai valloni... Alla 9, lo shock che rischia di vanificare tutta la 6 giorni: seguo tutti i valloni per benino ed arrivo al mio avvallamento a forma di cuore dove trovo una bella lanterna “206” ed altri due orientisti che arrivano da destra. Piccolo sprint per precederli sul punto, rapida punzonatura e via verso la tratta lunga... per qualche motivo controllo il codice della 10 anche se è lontano e mi cade l’occhio sul codice del punto 9... ed ecco che un piccolo tarlo si fa largo nella mia mente obnubilata dalla fatica! Era il codice giusto o no? Mi sto allontanando... sono stanco... devo tornare indietro e farmi quasi 100 metri in più di strada? Mi fermo e torno indietro. Torno sul punto: guardo il codice “206” e la mia descrizione “205”. Controllo meglio: “206” vs. “205”. Possibile che abbiano sbagliato a posare? Arriva una ragazza... fa per punzonare... “Scheise!” esclama. Si gira di 90 gradi verso est e comincia a scendere. La seguo e dopo pochi passi compare un altro avvallamento a forma di cuore, apparentemente identico, con una lanterna “205”! Immediatamente ringrazio il mio ori-angioletto custode, e penso che con me lo faranno un sacco di orientisti che sono incorsi nello stesso errore (e tutti lo racconteranno increduli e sbalorditi, ed ognuno racconterà un motivo diverso grazie al quale è riuscito a non incorrere in una P.M.).

A quel punto la gara è quasi finita, anche se è ancora molto lunga: sono incorso nell’errore più grosso che potevo fare e me la sono cavata per il rotto della cuffia; dalla 9 alla 10 la benzina finisce del tutto ed è solo grazie ad una buona componente di c...o (fortuna) e di orienteering ormai connaturato nell’inconscio che trovo i punti. Finisco lungo sulla 12, e quando la trovo indico ad Eva del WN Wiener dove ci troviamo (anzi... le lascio la carta in mano e le dico di raccapezzarsi con comodo...). La 13 mi compare davanti solo lei sa come, perchè davvero mi sto muovendo stile zombi, come pure la 14 che si giova della presenza di un vicino ristoro...

Il vaccatone sta arrivando, puntuale, alla 15 attorno alla quale giro per 5 minuti con un altro tedesco (che precederò poi di pochi secondi in volata) in un profluvio di disboschi e di sentieri tracciati dalle ruote dei trattori. Ma nelle lanterne successive si respira l’aria del rientro alla base, e poi sono le ultime della 6 giorni e bisogna farle bene... eccezione alla 20, dove trovo una erede della dinastia Kradischnig completamente persa (e per rimetterla in strada mi deconcentro io) ed alla 21 dove faccio un po’ il giro di tutte le buchette della zona. Trovo la 22 nonostante io pensi di essere sul sentierino lungo (ed invece sono su quello corto che mi porta proprio addosso al punto) e qui supero definitivamente il tedesco dell’OK Gittis che mi è tornato sotto alla 21. Da qui è sprint fino all’arrivo, e la spinta che arriva dall’avversario teutonico è sufficiente per superare nel pratone tra la 24 e la 25 anche un danese di Aarhus che se possibile è ancora più sfinito di me.

Poi passerò la mezz’ora successiva seduto, a guardarmi in giro in totale debito di energie ed a sentire le parolacce dei miei piedi che me ne dicono di tutti i colori. Ma energie a zero e piedi roventi sono solo una componente insignificante di questa 6 giorni di Austria, che mi lascia con un senso di pienezza di soddisfazioni per i terreni ed i tracciati ed il divertimento offerto, e con un senso di rammarico perchè mi chiedo se e quando avrò ancora la possibilità di andare a correre su quei terreni.

Tuesday, July 05, 2011

In questa pagina del diario vorrei in tutta sincerità celebrare alcuni orientisti che, con tutta la buona volontà che posso metterci, non potrò mai nemmeno lontanamente imitare: gli o-bikers. Ho avuto il privilegio di essere chiamato da Beppe Ceresa a fare da speaker alla Due Giorni della Valle del Lanza che assegnava i titoli italiani a lunga distanza e a staffetta di MTB-O e, dopo che nel 2010 ero stato costretto a rifiutare l’invito di Carla Balma a Villarbasse per precedenti impegni, ho pensato che avrei potuto andare a vedere con i miei occhi le evoluzioni di una disciplina che ai primordi mi aveva visto tra i suoi adepti...

(da qui in avanti è SHAron D. OWen che parla, quindi ci si riferirà a Stegal in terza persona...)

Giàggià! Infatti Stegal è stato in un lontano passato un o-biker, in un epoca nella quale i vari Giaime Origgi e Mario Ruggiero e Luca Dallavalle e Laura Scaravonati ancora pensavano solo a pestare forte sui piedi, lui già frequentavo i campi di gara della MTB-O. Soprattutto in Trentino ed in Veneto. Sembrano passati mille anni da quando prese parte alla Due giorni di Santa Colomba tutta dedicata alla MTB-O in una delle carte più belle d’Italia (per lui!), e addirittura andò fino a Mussolente... dico: Mussolente!... per vedere come Andrea Rinaldi stava gestendo il Campionato Italiano da delegato tecnico; quella volta si portò dietro anche Bibi (ma fu veramente l’ultima volta), 542 chilometri andata e ritorno solo per fare una Open Lungo!!!

Il fatto è che a Stegal sarebbe sempre piaciuto diventare un biker... la sua testa è infarcita di epopee sulle due ruote... Parigi-Roubaix, muri delle Fiandre, il Passo Gavia del 1985... ma i suoi problemi quando si avvicina ad un velocipede sono facilmente riassumibili così: lasalita ladiscesa lasalitaripida ladiscesaripida ilfondosconnesso ipedali ifreni lequilibrio nonècapace nonèpropriocapace diandareinbicicletta fafatica faunafaticaimmonda hapauradeisassi hapauradelterrenosconnesso nonècapacediandareavanti non ècapacedifermarsi nonècapacedifrenare esoprattuttoappenasaleinbiciglifannounmaleboialepalle!!! (quelle due cose ovoidali che stanno sopra la sella e sotto il sedere...).

Insomma: ha bisogno delle due rotelline di dietro che ormai non usano più nemmeno i bambini! Per questo la sua stima per gli O-bikers è cresciuta a dismisura durante il fine settimana comasco. Perchè, che a lui piaccia o no, questi qui TENGONO UN “MANICO” GROSSO COSI’!!! D’altra parte non si potrebbe dire diversamente: in salita si va più piano ma bisogna trascinarsi dietro il peso proprio e del velocipede su un terreno sconnesso che al minimo sobbalzo perde aderenza col terreno e hai voglia a pedalare nell’aria... in discesa si prende la velocità del suono in un amen ed intanto bisogna tenere d’occhio la strada, il terreno, i sassi, le buche, si rischia l’osso del collo ad ogni pedalata! C’è sempre un ostacolo dietro l’angolo, un altro biker che arriva, bisogna far andare quel maledetto aggeggio a ruote a tutta velocità e contemporaneamente studiare la rotta, stare sui pedali in equilibrio precario, evitare di ammazzarsi...

Ecco perchè nel caso degli o-bikers si parla di vero e proprio “MANICO”. Anche quando si guarda l’arrivo delle gentili fanciulle che, insomma, sembrano talvolta delle Paola Pezzo ad Atlanta ’96! E dopo aver reso omaggio al loro coraggio ed alla loro bravura, bisognerebbe anche dire qualche cosa su questa disciplina dell’orienteering che conta un certo numero di eroi ed eroine ma che ha veramente un numero esiguo di praticanti.

Sembra di vedere una piramide rovesciata: in cima stanno i Ruggiero, i Mogno, gli Origgi, i Forabosco, i Gaspari, i Dallavalle (proprio “i”), i Turrà ed i Bethaz e poi le Scaravonati, le Cipriani, le Varotti, le Zoppé... insomma QUELLI E QUELLE COL MANICO! Dietro, però, almeno a giudicare dal numero di staffette presenti al sabato (ma anche in parte dal numero di singoli iscritti alla domenica) sembra che ci sia un bel vuoto: insomma, prima o poi Silvia Simoni, Pamela Gaigher, Eleonora Donadini e Maria Silvia Frangi, e poi tutti i Bettega che hanno animato le classifiche giovanili maschili, passeranno nelle categorie assolute. E a quel punto che si fa? Anche Sammy Curzio, Marco “motore” Guizzardi e Marco Bonazzi sono già da categorie assolute...

Certo, Stegal non è un aficionado dei Campionati Italiani MTB-O, ma da un po’ da pensare il fatto che un paio di spingi-bici della categoria M35 sarebbero riusciti a conquistare l’argento a staffetta semplicemente spingendo il velocipede da un punto all’altro e senza nemmeno mettere il popò sul sellino (e complimenti a Sbrambi e Grilli, neo campioni italiani M35, a Remox e ad Andrea Visioli che ha spaccato la sicard, ed a Cisky che ha condotto la prima frazione della staffetta pur sapendo di non avere il secondo frazionista ad attenderlo).

Forse i Campionati Italiani di questa disciplina diventeranno sempre di più un affare “locale”? Ci saranno sempre in tutte le categorie diverse dall’Elite un paio di staffette (almeno un paio di staffette è da sperare!) di “believers” che andranno ovunque a contendersi la medaglia d’oro. Ma non si corre il rischio che alle spalle ci siano solo atleti locali in grado, a seconda della collocazione geografica della competizione, di conquistare una medaglia per fare lustro alla società e di dimenticarsi poi di questa disciplina fino alla prossima occasione propizia? Credo che una situazione come questa dovrebbe far riflettere, e non poco, la Fiso che sta organizzando i Campionati Mondiali 2011; perchè la fatica e l’impegno che ci stanno mettendo tutti gli atleti che OGGI difendono i propri colori ed i colori azzurri nelle gare Elite meritano che alle loro spalle ci sia un movimento che cresce, e non un desolante “se vado alla gara, arrivo a medaglia anche se ci metto 3 ore”.

A meno che non si voglia provare, con qualche formula diversa, a solleticare qualcuno dei bikers-senza-la-“o”-di-orienteering che anche a Cagno, domenica scorsa, sono passati sotto il salsiccione del traguardo senza nemmeno sapere chi o cosa gli o-bikers stessero facendo (penso che il numero di bikers che sono passati proprio da quella stradina sia almeno pari a quello dei concorrenti). In fondo basta poco: un leggio (che Stegal non ha), una sicard (magari a noleggio) e forse un percorso veramente veramente lungo ma veramente veramente facile dal punto di vista orientistico per cominciare a portare nuove leve nella MTB-O.

Stegal, che come speaker ha voluto provare anche ad Albiolo e Cagno il percorso (una vittoria ed un secondo posto tra gli Esordienti corto!!! Mica pizza e fichi...), ha fatto per due volte un percorso di non più di 6 km sia il sabato che la domenica, rischiando la pelle ad ogni pedalata ed inciampando in ogni minimo ostacolo e provando a “punzonare al volo” la penultima lanterna della domenica rischiando l’osso del collo e finendo lungo di 5 metri... ma se un percorso di 6 km può soddisfare uno speaker che ha solo voglia di poter dire ancora una volta “ho fatto anche io la gara come gli altri!”, forse questo non è il modo più coerente per fare in modo che la disciplina per la quale ospiteremo i Mondiali 2011, per la quale ci sono tanti atleti che si impegnano giorno dopo giorno, possa avere un futuro diverso dalla estinzione per mancanza di adepti.

Parola di SHAron D. OWen