Stegal67 Blog

Monday, December 26, 2022

Top di Santo Stefano: contiene immagini raccapriccianti

All’inizio dell’annata sportiva 2022 mi sono trovato all’orizzonte due traguardi statistici importanti, sebbene non sia mio costume farne troppa menzione: 30 anni di orienteering e 400 gare commentate come speaker. In entrambi in casi, se qualcuno durante l’estate del 1992 mi avesse detto che mi sarei trovato a questo punto, forse avrei fatto una grassa risata. Risata che probabilmente sarebbe risuonata anche a Pian del Gacc il giorno in cui Andrea Rinaldi mi ha per la prima volta affidato il microfono per commentare una gara. Quel microfono, lui e altri maestri del commento dal vivo di una gara di orienteering, l’hanno rivisto sempre più raramente.

I 30 anni si calcolavano facile: bastava fare 30 agosto 1992 + 30 anni ed il gioco sarebbe stato fatto. Per le 400 gare, qualche calcolo lo dovevo fare. L’ho fatto io durante l’anno sportivo, ma lo stava facendo anche qualcuno altro. In particolare l’Orienteering Tarzo, che mi avrebbe voluto a commentare la gara numero 400 al Cansiglio e ha cercato in vari modi di inserire nell’equazione una singola incognita per arrivare al fatidico “399+1”. Anche il buon Mauro Gazzerro ha cercato di far coincidere la prima tappa della 5 Days of Italy con la gara numero 400, ma il calcolo è stato sballato proprio da una gara organizzata da lui, i GSS del Veneto corsi (e commentati da me) il sabato mattina della Coppa Italia di Villa Gregoriana.

Solo che ci è voluto anche l’intervento del mio angelo custode, o di tutti i miei numerosi angeli custodi, per arrivare alla quota 400 che sarebbe caduta in occasione della Relay of the Dolomites 2022.

Non mi dilungo su ciò che è accaduto il giorno prima della Relay, alla gara regionale di Pian de Gralba. Non ho ancora elaborato del tutto la cosa: lo spavento che ho provato è ancora lì sotto la pelle e si fa sentire ogni volta che guardo giù da una discesa o da un salto di rocce. E poi la descrizione di ciò che è accaduto è stata riportata fedelmente, emozionalmente, ed in un modo che io non sarei mai in grado di ripetere da Dario Pedrotti nel suo blog 

“Alla ricerca di una delle prime lanterne, su un terreno non esattamente banale, ma non peggio di mille altri dove abbiamo corso e continueremo a farlo, "ha perso l'equilibrio" e, stando a chi lo ha visto, è rotolato per 20-30 metri nel bosco, sui tronchi caduti a causa di Vaia, facendo almeno una decina di rotolamenti, e fermandosi contro un albero poco prima di un dirupo di una decina di metri”.

Si. Confermo tutto. Confermo di non essere affatto passato in un posto impossibile per andare al secondo punto (non ce ne è traccia in mappa), confermo di aver solo capito in una frazione di secondo che il terreno aveva ceduto sotto i miei piedi e che in quel breve istante mi ero già trasformato in un oggetto rotolante dominato esclusivamente dalla forza di gravità. Forse alcune delle sensazioni che ho provato le ho ricostruite solo più tardi: tutti i colpi presi contro gli spuntoni dei rami degli alberi, il tentativo di mettere le mani sul volto per proteggere gli occhi. La mappa, la sicard, gli occhiali e anche il porta-descrizione che sono volate in ogni direzione. Le urla di Mattia “Houston” Salvioni che ha assistito dall’alto alla scena, e che deve aver pensato che io ci avessi davvero lasciato le penne.

Dopo essermi schiantato contro l’albero che ha impedito che la caduta proseguisse per un altro paio di decine di metri, ho provato a muovere i piedi, poi le gambe, poi le braccia. Mi sono trascinato sugli alberi per recuperare le cose che erano volate via, e confermo di aver pensato, ma per un solo istante e nonostante la vista annebbiata, di proseguire la gara. Ma è stato solo un istante prima che l’angelo custode prendesse il potere e facesse risuonare forte e chiaro nella mia testa un perentorio “per oggi basta così!

Mi sono trascinato a fatica sul sentiero che portava fuori dal bosco e verso la zona di arrivo, ed ho visto la traccia di sangue che dalla faccia colava ai miei piedi. Poi ho visto l’espressione in volto di Misha Mamleev, che era stato raggiunto dalla notizia che qualcuno si era fatto male nel bosco e stava scendendo verso il traguardo: mi è bastata la sua faccia per capire che la mia non doveva essere del tutto a posto.

E infine l’esame in ambulanza con gli infermieri che, dopo avermi ripulito da parecchio sangue, non si capacitavano di come io rispondessi sempre “no” alla domanda “ti fa male qui? Ti fa male qui?” finché uno ha proprio detto “senti! Ho il dito dentro la ferita aperta… come è possibile che non ti faccia male?”.

Non sono Iron Man, non sono The Unbreakable, ero ancora molto probabilmente carico di adrenalina. Il giorno dopo, con le ferite aperte e dopo aver intriso di sangue il lenzuolo, sono andato alla Relay of the Dolomites ed ho camminato all’alba lungo il percorso Esordienti, per vedere con i miei occhi il sentiero nella Città delle Pietre e per verificare se le lanterne della domenica avevano davvero le dimensioni che mi erano state promesse.

Infine, prima di prendere la strada per l’aeroporto e per Londra dove il lavoro mi aspettava, mi sono sgolato a commentare l’edizione più bella della Relay of the Dolomites, perché sono fatto così e perché volevo dare qualcosa alle persone che non avevano potuto salire a Passo Sella e si dovevano accontentare della cronaca su Youtube



Tutto questo grazie ai miei numerosi angeli custodi e a tutti coloro che mi hanno pensato. E ancora grazie anche a te, Dario

Sunday, December 25, 2022

Top di Natale: Heaven is a place on Earth

Cosa posso scrivere ancora di un posto come questo? Quali aggettivi posso trovare ancora? Prendo a prestito le parole, la musica e la voce di Belinda Carlisle: Heaven is a place on Earth, il paradiso è un posto sulla Terra. E stop.

Alcune cose che mi sono venute in mente:

10: Joey Hadorn, tu che durante la Coppa del Mondo del 202 ti sei perso come un HC alle prime esperienze... sappi che ti ho pensato, soprattutto mentre andavo al primo punto e mi dicevo “trova il primo punto, trovalo e avrai fatto già meglio di Hadorn!” Ma non ti devi rimproverare niente. Non che devo venire io a rassicurarti, solo che il Cansiglio non è un posto per tutti.

9: ore otto del mattino o giù di lì. Sono in giro da ben più di un’ora e mi sembra il caso di chiamare Base Luna per dire che sto bene e che è tutto ok. Più o meno alle 8 del mattino, dicevo, dalle parti del punto 11, in un momento di piena esuberanza tecnica, attraversando un bosco che mi fa solo dire "se ci rimango secco, seppellitemi pure qua". Quando all’altro capo del telefono la voce ha risposto "dove sei adesso?" non ho potuto non rispondere "dove c'è quella collina a forma di... a forma di... ci siamo capiti???". No, non sono stato capito

8: tratta 14-15, accompagnata dal gracidio di un miliardo di rane. Un casino come nemmeno ad un concerto rock!

7: tratta 18-19. Ok, io volevo solo arrivare al punto 18 e poi lì decidere cosa fare. Mi sono detto "arriviamo almeno al punto 19 e vediamo come stanno le gambe". A giudicare da quello che ho visto su Worldofo.com, devo essere stato l'unico ad arrivare fino al bivio a nord del punto di primo soccorso, e (si!) sono passato dall'area vietata per ripassare dal sentierino che congiunge la partenza al punto K, ma solo per far vedere che c’ero ancora, che non avevo ancora mollato. Da lì è cominciata un'altra gara

6: punto 19. Quando l'ho trovato mi sono detto "A questo punto, posso provare anche a finirla, ma visto che si stanno avvicinando le ore 10 sarà il caso di avvisare qualcuno al traguardo". Chiamo Tona: non risponde. Chiamo Ercole: non risponde. Chi ci sarà in zona arrivo? Chiamo in miei compagni di squadra: non rispondono. Chiamo Aaron Gaio (che è sempre il primo nome nella rubrica): non risponde. Chiamo Massimo Bianchi: non risponde. Alla fine, qualcuno mi ha risposto: "tranquillo, prenditi pure tutto il tempo che ti serve, tanto qui al traguardo non c’è nessuno che ti sta aspettando così presto". Grazie, eh?

5: punto 1. Uno l'ho trovato, uno lo metto da parte. Ma in che bel posto sono arrivato??? (forse è stato questo angolo di Paradiso che ha convinto Hadorn a pascolare in giro)







4: devo andare al punto 3. Va bene che la cartina è 1:15.000, ma la strategia del tipo "una lanterna tra la 3, la 4 e la 23 la vedrò in questo bosco!". Per fortuna il Cansiglio mi vuole (ancora) bene: ho trovato la 4, così mi sono localizzato... e sia sempre ringraziata la "ampia visibilità"

3: tre ore di gara, i carbogel sono finiti e ho ancora davanti a me tanta strada. Non è il momento di mettersi a dubitare

2: 24-25-26-27: ritorna l'esuberanza tecnica, mentre sul sentiero passano tanti compagni di avventura che stanno prendendo la strada della "partenza bassa". Sento il tifo, vedo sguardi perplessi, qualcuno finalmente sembra capire che parto davvero alle 6.30 del mattino

1: traguardo, sono passate oltre 3 ore e 41 minuti. Altri amici si iscriveranno al "club delle tre ore" e tutti quanti al traguardo arriveranno con la stessa faccia: quando ci riproviamo?


Saturday, December 24, 2022

Top avanti tutta: ascensori sulla mia strada

Con l’avvicinarsi del nuovo anno, fioccano i premi assegnati per il migliore e la migliore orientista, i premi Oscar, la “course of the year” (fondamentale la “o” in “course”), l’orienteering mistake dell’anno, vengono assegnate le stelle di vari metalli e altri ricchi premi e cotillon.

Mancherebbe una categoria, ma quella manca da tempo. Parlo del premio per la tratta di percorso più imprevedibile, più anticlimatica, meno pronosticabile dal tracciatore. Quella a cui nessuno in gara mai avrebbe neppure pensato. Ma il motivo è chiaro: non ha senso assegnare un premio quando si sa fin dall'inizio che il vincitore, da parecchi anni e negli anni futuri, sarà sempre l’Impiegato Panzottello a nome Stegal.

Attenzione: non sto parlando di scelte di percorso dettate da quegli errori grossolani o dalle strambate cui seguono ovvie correzioni di rotta che portano oltre i confini della nazione (a me è successo) o a correre lungo la tangenziale o in buie gallerie (a me è ovviamente successo, come ben noto a tutti). Parlo invece di quelle scelte di percorso che denotano una sagacia, un savoir faire, uno sprezzo della dignità orientistica che non verrebbe mai in mente al tracciatore o alla tracciatrice di una gara Elite di alto livello (i quali ovviamente sono spesso Elite a loro volta). E che, ovviamente, nessuno iscritto in Elite per merito personale e non per follia farebbe mai. Tranne Stegal.

Perché sono capaci tutti in Elite di percorrere la tratta migliore correndo sul limite di vegetazione appena accennato, prendendo poi la curva di livello ausiliaria, l’avvallamento poco profondo, il bordo della palude e la sesta roccia a destra per giungere senza indugio alla lanterna. Tutti tranne Stegal. Il quale deve ovviamente appoggiarsi a soluzioni che non verrebbero mai in mente agli altri. Ad esempio, ripassare dalla partenza (talvolta anche dai vari cancelletti della partenza) perché rappresenta un punto ben preciso ed identificabile in mappa. Fatto? Più volte, anche in questo anno di grazia 2022. Oppure dall’arrivo, se non addirittura dal parcheggio, per raggiungere un’altra zona della mappa. Fatto? Si, anche in questo 2022.

Ma a nessuno è mai capitato di pensare, davanti a certe pendenze che sembrano messe lì apposta da Michele Caraglio “qui mi servirebbe proprio un ascensore!”. Ho detto proprio ascensore?

Ancona. Che bella gara! Pound for pound, una bellissima urban race che ha unito tante diverse caratteristiche di una gara di orienteering. Va dato merito agli organizzatori (ed al tracciatore Emiliano Corona) di aver realizzato una gara urbana più lunga dei soliti canonici 12 minuti che talvolta obbligano i tracciatori, soprattutto per alcune categorie master, a rimandare atlete ed atleti al traguardo lungo la linea più diretta, poco importa se in pratica le\li si manda a correre su vialoni dritti o in mezzo alla zona industriale.

Ad Ancona il vincitore della gara Elite (quella degli atleti che non si sono qualificati il giorno prima a Recanati per i quarti di finale del campionato italiano knock-out) impiega 19 minuti e mezzo, ma si tratta di Giacomo Zagonel che quando corre sembra Speedy Gonzales. ed io ci metto pochissimo meno di 39 minuti (quindi poco meno del doppio, obiettivo raggiunto!), di conseguenza il tracciatore può permettersi di farci partire dalla Cattedrale di San Ciriaco con il suo bel dedalo di scalette, ci fa passare dal faro di Ancona e quasi a picco sul mare (un gran premio della montagna di prima categoria), ci fa scendere verso i quartieri residenziali con delle scelte di percorso per nulla banali. Viene poi il turno dei condomini della zona del Tribunale, dove non si può fare altro che perdere la testa e qualche diottria e infine, prima di precipitarsi verso il traguardo posizionato in Piazza Roma, occorre domare il quartiere multilevel con le mura greche, con altre centomila scalette da fare in salita ed in discesa.

Quando arrivo al punto 12, sono ancora leggermente shockato dalle difficoltà incontrate al punto 11, sto cercando di fare del mio meglio per tenere il mio tempo di gara nei limiti della decenza ma al tempo stesso mi sto divertendo davvero tanto. Ma so che davanti a me c'è quella zona dei punti 13 e 14 e 15 rischia di mandarmi in crisi. Di cercare di “anticipare” le scelte ormai non se ne parla, quindi mi accontento di passare dal punto 12, e poi si vedrà.

Al punto 12 avviene uno dei dialoghi più surreali della mia carriera di orientista-apripista: una signora sta pascolando il cane proprio in prossimità del punto, io arrivo in discesa correndo, il cane si spaventa e la signora si lamenta con me. Giusto per tenere buono il vicinato, mi scuso e faccio presente che di lì a poco da quello stesso punto passerà una gara di corsa “lo vede il punto di passaggio?”, ma la signora mi risponde con fare perentorio che è impossibile, che proprio non se ne parla, che niet! Vietato! Verboten! A me non mi sembra che quell’area incolta sia un giardino provato e lo faccio notare, ma la signora è categorica: “non potete passare da qui! Qui è dove viene a giocare il mio cane!”.

Ho ancora in mente la scena del cane quando arrivo al livello inferiore, sulla strada, e nel tentativo di capire dove devo andare per arrivare al punto 13 entro in uno stretto portico. Stretto e profondo un paio di metri.

Solo che non è un portico. E’ un ascensore. Impiego davvero poche frazioni di secondo per prendere la mi decisione: se è il destino che mi ha portato qui dentro, chi sono io per andargli contro? E schiaccio il tasto “T”. Pianterreno. Non so dove sto andando, non so cosa mi troverò di fronte all’uscita, ma l’occasione è troppo ghiotta. L’ascensore passa dapprima da un livello “biblioteca”, poi al livello di un “drink bar” e, quando le porte di aprono, sono in fondo alla zona multilivello: esco da un altro piccolo portico, svolto a destra, e in fondo al sottopasso vedo la lanterna del punto 13.

Se non si tratta della scelta di percorso più brillante del 2022, non so quale altra potrebbe esserlo. Una scelta in perfetto stile MOO, tra l'altro. Trovo la cosa così assurdamente incredibile che, per andare al punto 14… riprendo l’ascensore (questa volta sono in compagnia di un paio di turisti) per andare a prendere il punto 14 dall’alto.

Da quel momento in poi, il percorso continua a rimanere piacevole e a farmi passare da altre zone pittoresche di Ancona, fino al traguardo dove continuerò a ridere per un po’ e a raccontare agli amici di una mia scelta di percorso “particolare” (senza scendere nei dettagli). So per certo che almeno un paio di persone hanno visto quell’ascensore, ed hanno pure pensato di servirsene!

Nelle ore successive arriveranno altre immagini a sovrapporsi a quelle della mia gara urbana di Ancona: la finale della knock-out maschile con l’incredibile e paradossale risultato finale, le prestazioni maiuscole di Silvia Di Stefano e Paride Gaio nei quarti di finale. Soprattutto, il mio urlo “NON CI CREDO!”  nel veder arrivare dal fondo di Corso Garibaldi la più impronosticabile delle finaliste, Stella Cignini, che si qualificherà con una prestazione superlativa e che farà scattare sulle sedie tutti i ragazzi del Friuli Venezia Giulia presenti. So di aver alzato “leggermente” il volume della voce quando ho pronunciato quel “non ci credo!”, e di questo ne ha fatto le spese un malcapitato, seduto al tavolino del bar a fianco, che per lo spavento ha lanciato in aria il bicchiere pieno di birra e si è fatto una doccia da capo a piedi.

Il passaggio della finale MElite al punto spettacolo, con il gazebo dello speaker gremito come nemmeno la postazione di Luigi Necco a "Novantesimo minuto"

Come direbbe qualcuno: “E’ anche per cose come queste che faccio lo speaker”

Friday, December 23, 2022

Top ancora di fine 2022: poteva mancare il MOO ?

“Uno di Lugano si è buttato nella Martesana!!!”. Eppure di cose assurde ne ho dette tante quest’anno al microfono. L’apice credo di averlo toccato durante l’ultimo giro della Relay of The Dolomites (e ne riparlerò tra qualche giorno), ma anche ai WMOC non ho scherzato per niente. Che dire poi del commento alla 5 Days of Italy?

Ma la frase che mi risuona nella testa, ancora adesso a distanza di quasi un anno, non l’ho detta io. Io l’ho solo sentita, urlata al cellulare in un pesante accento napoletano da un tizio che si è trovato suo malgrado a passare lungo la ciclabile che corre a fianco della Martesana. 6 febbraio 2022, una fredda ma asciutta metà giornata milanese di quasi fine inverno.

E quel “Uno di Lugano” sono io, solo io, niente altro che io. Il momento è quello più “cool” del MOO 2022: il momento nel quale dovevamo (“dovevamo”, plurale!) entrare a fare un selfie nelle acque limpide, cristalline, praticamente potabili, del naviglio Martesana, poggiando i piedi su un fondale lastricato di marmo e praticamente cesellato da maestri fiorentini del rinascimento. “Cool” nel senso di fresco, anzi proprio di freddo, anche se ormai persino Google dice che “Cool: nel linguaggio giovanile, che riscuote approvazione o suscita meraviglia, alla moda, fantastico”. Ecco: non so bene quanti giovani ci fossero in giro in quel momento, quindi non credo di aver riscosso tanta ammirazione, e di sicuro non ero alla moda sebbene bardato nel mio trimtex dell’AGET Lugano che mi accompagna ad ogni edizione del MOO. Un po’ di meraviglia ci deve essere stata, vista la reazione del tizio al telefono. Perché le acque del naviglio Martesana sono né limpide, né cristalline, né tantomeno potabili a meno di essere un papero, ed sul fondale avremmo potuto trovare qualunque cosa: da due spanne di fango a sassi, rottami, carcasse di pesci morti e via discorrendo.

Il risultato finale è stato coerente con il leitmotiv del MOO 2022 corso\pedalato dal team “Quelli del ‘67”, consolidato durante gli anni nella formazione con Marco Giovannini e me medesimo, consolidato anche per quanto riguarda il nome di battaglia, ma di fatto disputato per parecchi tratti in totale solitudine dal team che si è riunito solo al momento di correre sulle mappe predisposte dal genio di Remo Madella




MOO 2022. Dopo averne parlato per anni in termini entusiastici, che dire della edizione 2022? Dico che non mi sono rimasti più aggettivi. Ormai le iperboli le ho usate, i superlativi sono persino limitanti, i premi Oscar li riserviamo a gente di Hollywood che potrebbe pagare a remo chilate di dollari per i diritti di fare un film sul MOO (oppure lo hanno già fatto? https://www.youtube.com/watch?v=yPf0NvAi5Is )

Quindi quest’anno niente aggettivi, niente termini entusiastici, niente di niente. Solo un “state leggendo questo blog – e magari avete già letto quelli degli anni scorsi - e non vi è ancora venuta voglia di provare???”.

Il mio\nostro MOO 2022 si chiude con una sonante vittoria. Primo posto in classifica! Chi l’avrebbe mai detto che quell’impiegato panzottello avrebbe vinto il MOO davanti a fior di atleti del calibro di Lambertini e Curzio e tanti altri? Chi l’avrebbe detto? Ma io mica l’ho detto. Se dico “prima posizione” intendo “a latere”, in un’altra categoria. Mi ci vedete forse a correre veloce come i suddetti? “Ahhhh” diranno gli esperti “Avrai vinto nella nuova categoria dei ciclisti!”.

In realtà no, nemmeno in quella. La categoria ce la siamo inventata rco ed io nei giorni immediatamente antecedenti la gara, quando Marco ha deciso che avrebbe provato a fare il MOO in bici (lui che di “MOObike” è esperto), mentre io ho visto nel mio futuro prossimo una serie interminabile di cadute, investimenti (da parte di ogni genere di altro veicolo), investimenti (da parte mia verso ogni genere di possibile pedone), scontri con cartelli stradali, panettoni in cemento, dissuasori della sosta, gradini dei marciapiedi…

E fu così che, in prossimità del MOO, abbiamo fatto a Remo una proposta che lui poteva benissimo rifiutare: una squadra mista. Un ciclista, un podista. Remo, che ha ricevuto il regolamento del MOO direttamente dalle mani di Mosé appena sceso dal Monte Sinai (Mosé, non Remo) ci ha guardato con uno sguardo tra il compatimento e l’impietosito, e con dolore ha acconsentito ad inserire nel regolamento una postilla che ci avrebbe consentito di separarci durante i lunghi spostamenti tra una mappa e l’altra.

Spostamenti che Marco avrebbe affrontato in bici ed io con i mezzi pubblici, dopo averci fatto giurare che ogni quesito ci avrebbe visto insieme al centro del cerchietto. E così è stato. E, solo per non farci mancare nulla, dopo aver apostrofato tutti i partecipanti a non tirarci addosso delle lattine vuote qualora qualcuno avesse visto me o Marco da soli tra una mappa e l’altra, perché chiaramente avremmo dovuto scegliere due strade diverse

Prologo all’Ecomostro di Viale Famagosta: qui ho qualche vantaggio nei confronti di Marco, visto che gli spostamenti sono molto limitati, ci sono parecchi ostacoli e c’è un gran viavai di partecipanti


Prima tirata in zona Bocconi: Marco ci arriva in due pedalate, io mi devo sciroppare 3 km a piedi di corsa per non lasciarlo a gelare davanti al “Pane quotidiano”


Successiva tirata fino in Duomo ed oltre sulla prima mappa GENIALE nella quale sono identificati solo il fondo in pavé o in sanpietrino. Sono due km a piedi per arrivarci, più tutta la tirata sulla mappa che ha uno sviluppo chilometrico importante. Ce la faccio perché sono ancora abbastanza fresco e perché Marco deve disimpegnarsi in bici tra i tram, i pedoni e i marciapiedi (credo che conteremo una sola caduta)

Dal centro ci si sposta nella zona nord est di Milano. Stavolta arrivo prima io perché devo viaggiare sulla linea rossa della metropolitana, Marco arriva poco dopo. A Gorla incrocio alcuni partecipanti che mi guardano e si chiedono come faccio a non essere ancora stramazzato… qualcuno allude al doping.

La mappa di Gorla, con le sue vie larghe e lunghissime e diritte è favorevole al ciclista, cui bastano due pedalate robuste per allontanarsi, mentre io comincio a rantolare. I rari incroci con gli altri team mi motivano a continuare a correre, motivazione che ovviamente raggiunge l’apice quando “gli altri team” sono partecipanti da cui mi voglio far vedere pimpante ed atletico (un sentito ringraziamento alla famiglia norvegese Bjugan, a chi va a Cracovia, a chi dichiara la sua passione per il gin...): Marco quindi mi vede alternare partenze a razzo e tratte da bradipo imbalsamato.

Purtroppo ci mettiamo del nostro perché non capiamo che le due mappe di Gorla sono in realtà sovrapposte, e quindi facciamo due giri anziché uno solo.


Con le energie al lumicino, spostamento a piedi alla mappa “Bing”, dove le tossine cominciano a penalizzare anche le scelte cerebrali, e dove la nostra età anagrafica di 110 anni in due fa a pugni con gli skill tecnologici che bisogna avere per scaricare una determinata app, accedere alla voce giusta del menu, ascoltare una tiritera e stabilire dove andare per rispondere ad una domanda. Durante la fase di scaricamento dell’app, Marco accede ad almeno due servizi a pagamento di giochi on line, uno di escort (sempre a pagamento), uno di suonerie caucasiche e ad una chat sul dark web dove è in corso una trattativa di scambio di organi ed armi. E’ anche in questa mappa che avviene il fattaccio della Martesana…

Il MOO sta diventando epocale, e tutto succede con il trasferimento da nord est a nord ovest. Marco si arma della cartina di Milano ed identifica la strada più breve che lo porterà in bicicletta dall’altra parte di Milano, mentre io resto lì come “quello della mascherpa”, senza forze e senza una fermata della metropolitana a portata di mano. Ma con la coda dell’occhio vedo arrivare un autobus: è la 87, e sulla testa c’è scritto chiaramente “Centrale”. Rincorro l’autobus e lo prendo al volo, e mi accascio. Non so bene dove sta andando e che giro farà, ma in qualche modo mi porterà alla Stazione Centrale, da dove potrei prendere l’unica linea della metropolitana che va verso la Bovisa, e poi lì si vedrà. Quando scendo alla fermata di Dergano, ho già chiaro che c’è un bus (la 82) che mi può portare proprio all’incrocio dove ci siamo dati appuntamento.

Ed in effetti arriviamo quasi insieme. Il premio per il miglior trasporto intermodale del MOO 2022 mi verrà recapitato a casa direttamente dal signor ATM.


 

Dalla Bovisa, un ultimo sforzo per andare alla Stazione Garibaldi per affrontare la mappa di “Isola”, altra geniale intuizione di Remo con una cartina nella quale ci si sposta identificando i dehors di tutti i localini. Ormai la tratta Bovisa-Garibaldi la conosco per via dei vari MOO. Sul treno, devo puzzare da far schifo perché attorno a me si crea il vuoto, ma mi prendo la rivincita su due ragazzi infighettatissimi quando passa il controllore ad appioppare sanzioni come se piovesse.

Da Isola ultimissimo sforzo per tornare a Famagosta, in zona partenza. Sul vagone della metropolitana c’è la squadra Bananamix (31 e lode a loro sul libretto, per il nome) composta da Rocco, fratello di Lucilla e figlio di Marta e Beniamino, e la sua fidanzata Bianca, che all’uscita della metropolitana recuperano i pochi metri che avevo guadagnato nell’imboccare subito la salita giusta e vanno via di corsa come due olimpionici.

Al traguardo siamo dodicesimi, inopinatamente secondi nella categoria “bici” ma primi primissimi nella categoria “mixed”. Quest’anno, ed è credo la prima volta, facciamo segnare un esaltante 63 su 63 nei quesiti come soltanto i primi della classifica generale sanno fare.

Giusto per non farmi mancare niente, alcuni mesi dopo in un’altra località, in un’altra regione, sempre al cospetto di Remo e di tanti partecipanti esaltati, un concorrente non identificato racconterà agli amici radunati attorno a lui di quella volta che a Milano aveva visto partecipare al MOO “uno che andava in bici ed un cog..one in squadra con lui che gli correva dietro a piedi… ma si può essere così cog…oni?!?!”.

Come direbbe solo il grande Enzo Jannacci “Quel pistola seri mi

Thursday, December 22, 2022

Top qualcosa di fine 2022: che il countdown abbia inizio!

Ieri ero in ospedale per una visita di controllo, e mentre aspettavo che mia madre terminasse ero seduto in sala d’attesa a leggere Compass Sport, la rivista dell’orienteering britannico. Un giovane dottore è passato e deve aver visto qualcosa che gli ha fatto scattare un neurone, perché mi ha chiesto “orienteering?” e poi “ma di che cosa di tratta esattamente?”.

Per puro caso, avevo in tasca del giaccone la mia carta di Trivigno dei Campionati Italiani long distance 2022 disputati a Trivigno… (d’altra parte, quale orientista non ha un paio di carte disseminate nelle tasche di qualunque giaccone? Sia mai che ti capita di incontrare una giovane attrice famosa che ti chiede di spiegare l’orienteering! Così ho fatto vedere in quattro e quattr’otto al dottore in che cosa consiste una mappa di orienteering.

E quindi che Trivigno sia!

Solo che Trivigno…

C’è una mappa che nella mia carriera orientistica ho considerato più ostica di Trivigno? Così ad occhio gran poche, direi. Sarà che Trivigno mi ricorderà sempre la volta in cui, quasi 30 anni fa, ho perso la prima posizione nella classifica generale del Trofeo Lombardia in HC, in anni nei quali in HC correvamo in 30 o 40, altrettanti in HB, e poi se ce la facevi salivi in HA ad affrontare i migliori. Sarà che ho sempre fatto fatica a digerire le curve di livello valtellinesi (ogni riferimento a fatti ed eventi che avverranno nel 2023 è puramente causale). Per questo motivo, quando parto per la mia avventura in solitaria che non sono ancora le 7 di domenica mattina, la mia faccia è quella della pecorella che sta per andare al macello, mentre quella degli organizzatori della Besanese già convenuti al centro fondo è quella un po’ così che hanno tutti gli organizzatori che mi vedono sparire nel bosco e pensano “e anche ‘sta volta vediamo andare via ‘sto matto”.

Però Trivigno…

Trivigno mi ricorda anche quella volta in cui ho ricevuto il passaggio di consegne, il testimone proprio, da Walter Peraro in occasione del Campionato Italiano sprint + Coppa Italia di tanti anni fa, la sprint vinta da Klaus “l’ombra nera” Schgaguler ed Helga Bertoldi, la sprint conclusa sui pratoni del centro fondo invasi dalle nuvole e in cui sono stato uno dei pochi, dalla mia postazione all’intermedio posizionata molto più in alto, a godere della volata ciclonica seppure perdente di Michele Tavernaro.

Trivigno mi ricorda una gara di Coppa Italia nella quale ero co-speaker (la spalla) di Franz Isella, ruolo che avevo barattato con una partecipazione come apripista sul percorso Elite nel quale uno dei punti di controllo era purtroppo “fuori” di tanti metri, ma non feci in tempo ad arrivare al traguardo e segnalarlo prima che venisse dato il via.

Per i motivi più diversi, molto probabilmente perché è davvero una delle pochissime carte storiche di alta montagna del territorio lombardo, Trivigno esercita un fascino assoluto sul popolo lombardo degli orientisti. I quali non vedono l’ora, ogni volta che possono, di tornare da quelle parti a mettere in scena una gara nazionale sebbene il posto sia ad ore di macchina dalle sedi delle varie società.

E quindi che davvero Trivigno sia!

Prima però diamo a Walter Peraro quello che è di Walter Peraro:


Oh! Se qualcuno avesse in mente uno strano refrain nell’ascoltare il mio “Sono tutti dietro!”,  per pronto riferimento l’originale “Sono tutti cotti dietro!” di Riccardo Magrini lo trovate qui: https://www.facebook.com/watch/?v=1374170969637257

Dico adesso della mia gara. Mentre vado al primo punto, facile come non mai se preso dalla radura a nord est (ma, penso, facile anche se preso da qualunque direzione), mi sono detto:

“fino alla 12 è una gara middle un po’ più lunga… se ci passo in un’ora…”

“da lì tutta strada e sentieroni per arrivare alla 18, e potrei metterci 40 minuti”

“mezz’ora per tornare al ristoro rifacendo tutti i sentieri e passando di nuovo da 14 e 13”

“40 minuti per il collinone finale”

Così ho pensato che avrei potuto persino stare sotto le tre ore di gara!

Solo che sticazzi. Solo che se fossi veramente arrivato alla 12 in un’ora sarei stato al passo con Lucian Mirza… e quando mai??? Diciamo quindi che una volta fatta la 2 in piena esuberanza tecnica da “la 1 l’ho trovata facile”, la 3 è stata decisamente ostica (12 minuti), alla 10 ho impiegato 10 minuti e alla 11… 11 minuti in un crescendo aritmetico che mi ha portato alla 12 in un’ora e 25 minuti.

Da lì in poi le cose sono andate decisamente meglio, vuoi perché più che seguire strade e sentieri non potevo fare, vuoi perché sul loop 15-18 ho seguito un paio di volte il posatore Cesare Mattiroli, vuoi perché 19 e 20 (anzi: 20 – 19 – 20 cercando di lasciare le tracce come Pollicino) le ho fatte proprio benino. Al ristoro prima della 21 (altra lanterna visibile dal sentiero) Mattia “Houston” Salvioni mi ha convinto a provare a finire la gara. Affrontata la salita al collinone sul sentiero a zeta, confortato dai passi di Stefano Raus che stava provando la MB (e in quel momento ho pensato ad alcuni amici MB che di lì a poco avrebbero affrontato la stessa salita!) ho speso veramente una tonnellata di energie (che non avevo) per arrivare in cima e camminare sul loop e in mezzo alle paludi e a quell’erba da elefanti (perché ci vuole una forza da elefante per andare avanti), pregando il cielo azzurro che più azzurro non si può affinché non mi facesse sbagliare troppo.

Arrivo al traguardo in 3 ore e 18 minuti abbondanti, e per qualche minuto non ne avrò davvero più per dire fare baciare lettera testamento qualsiasi cosa.

Dopo questa esperienza, non posso certo affermare che “ho battuto Trivigno”, anzi. Le carte di alta montagna con tutte queste curve di livello continuano a diventare sempre più ostiche (sarà l’età che avanza?), ed il mio pronostico è che ben difficilmente arriverò a capo della long distance 2023 di Livigno.

Ma c’è un leitmotiv che ha fatto sempre più breccia nella mia testa durante il 2022: forse sono diventato più bravo come speaker che come orientista. Me lo sono detto e ridetto varie volte, riascoltando alcune dirette delle gare 2022 (sono malato, lo so!), e uno dei motivi per i quali continuo a fare lo speaker è per vivere e far vivere momenti come quello che potete ascoltare al minuto 1:31:50 del video https://www.youtube.com/watch?v=FNnAwhpZ9Yc quando Federica Ragona e Sonia Rampado si sono aggiudicate nello stesso istante il titolo italiano.

Se faccio lo speaker, è per momenti come questo. E’ non stato nemmeno l’unico momento entusiasmante del 2022!

 

Friday, December 09, 2022

Only the brave

 Lo confesso. Sono un accanito lettore del blog del Disinformatico, al secolo Paolo Attivissimo (qui il link: https://attivissimo.blogspot.com/). Un paio di giorni fa mi sono imbattuto nel post settimanale "Podcast RSI" e la mia attenzione è stata colta dal titolo "intelligenza artificiale che scrive temi e articoli". Non sono la persona più tecnologica di questo mondo. Come ben sanno amiche ed amici, il mio utilizzo della tecnologia si limita ad aggiornare di tanto in tanto la protezione dello smartphone, a scaricare qualche app per giocare sul tram. Mi rifiuto categoricamente, più per pigrizia che per posa o per ignoranza, di aggiornarmi e di inseguire la tecnologia. Non sono mai riuscito ad avere feeling con gli aggiornamenti incrociati di orologio digitale, Garmin, Strava, chi più ne ha più ne metta... Non sono capace di usare Ocad (anche perché non l’ho mai aperto), scappo se qualcuno mi propone di imparare ad usare Purple Pen o Open Mapper.

Tuttavia la parte di generazione automatica di testi mi ha intrigato (ci sono pochissime cose del blog di Paolo Attivissimo che NON mi intrigano) e per qualche strano motivo mi sono detto "stavolta ci provo anche io". Sarà perché nelle ultime settimane ho prodotto a manetta testi e contributi per gare passate presenti e future, ho contribuito e letto e commentato in anticipo tutto il prossimo Azimut, non è passato giorno senza che mi sia stato chiesto un aggiornamento di questo o di quel testo a tema orientistico (e poi c'è da domandarsi perché il blog langue dalla mia ultima performance a Sagnino e dalla O-Marathon?). Ovviamente tutto ciò senza contare i testi e le email che devo effettivamente produrre per lavoro.

Così ho provato a registrarmi sul sito menzionato da Paolo Attivissimo. Ci ho messo pochi passaggi (ottimo!) e subito mi sono trovato davanti una schermata semplicissima (ottimo!) con due sole finestre di testo (ottimo!), pronto a fare la mia prima richiesta. Non ho dovuto neppure pensarci molto, ed ho digitato: “Scrivi il testo di uno speech appassionato e coinvolgente che posso usare davanti ad un gruppo di sportivi per raccontare l’anno appena trascorso”.

Il risultato, ottenuto nel giro di pochi secondi, è pazzesco, incredibile, intrigante e persino inquietante. In pochi secondi ho ottenuto senza alcuno sforzo un discorso appassionato, coinvolgente, ovviamente generico, ma del tutto utilizzabile in un contesto come quello citato. Così, nelle pagine dedicate ai commenti, è iniziato un breve scambio di battute con “Il Disinformatico” nel quale entrambi abbiamo convenuto che l’intelligenza artificiale potrebbe nel giro di pochi anni portare ad una completa sostituzione del ruolo dello speaker.

Pensateci un po’: Federico Bruni è già in grado di proporre una diretta Youtube durante la quale al passaggio dei concorrenti dalla linea del traguardo si ottengono in sovraimpressione nome, categoria, tempo e classifica parziale. Se si potessero estrarre tutti i tempi parziali e li si potesse confrontare in tempo reale con quelli degli altri concorrenti (uno scherzo per l’Artificial Intelligence) si potrebbero dare in pasto alla Voce artificiale elementi per descrivere l’intera gara: qui Tizio ha guadagnato terreno, là ne ha perso, unendo il tutto con le caratteristiche base della mappa la Voce potrebbe lanciarsi persino in un commento tecnico. E se si potesse agganciare il segnale GPS, la cronaca sarebbe diretta dal bosco.

Perché mi è venuto in mente tutto questo? Perché prima di accedere al blog del Disinformatico avevo appena finito di fare i conti delle gare fatte quest’anno. 72 presenze su un campo gara. Dicesi settantadue! Siamo ad un ritmo medio di una mappa in mano ogni 5 giorni di calendario! Chiaro che ci sono periodi di pausa e periodi densi come pochi altri (vedi alla voce WMOC). Ci sono gare (Campionati Italiani Middle di Santa Colomba) e gare (organizzazione dell’allenamento al parchetto “Franca Rame” di Milano). Ma con un ritmo di 72 “eventi” all’anno, devo mio malgrado ammettere di dover essere veramente di coccio se ancora nel bosco commetto delle svarionate talmente ciclopiche come nemmeno un HC alla sua prima esperienza ad Archeton.

Di questi 72 eventi, in 34 sono stato anche lo speaker (e da qui l’aggancio con tutta la prima parte del discorso). 34 giornate durante le quali il mio impegno è iniziato molto molto presto rispetto a quello di tutti gli altri amici e le altre amiche che poi pazientemente mi ascoltano per ore; il primato va ovviamente alla long distance “only the brave” della Foresta del Cansiglio, con passaggio per la partenza rimediato attorno alle ore 6 del mattino, il che a livello di backplanning fa sveglia alle 5.15, cambiarsi nel corridoio per non disturbare il resto della crew, colazione… which one? Lo stomaco mica è sveglio a quell’ora! Passaggio fino alla partenza e infine saluti che manca solo il fazzoletto bianco che sventola alla partenza del Titanic, con tracciatore e posatori che si accommiatano con una faccia che dice solo “ma questo è veramente matto!”.

Le gare nelle quali svolgo il ruolo di speaker sono in alcuni casi molto long, in altri casi meno long. In tutti i casi, il compito che mi prefiggo è quello di arrivare al traguardo in tempo per dare il benvenuto ai concorrenti. Così la tecnica che ho sviluppato, e che poi mantengo per forza di cose anche quando non devo fare lo speaker, è quella “survivor”: scelte sicure, magari più lunghe o meno sfidanti, meno rischiose ma che mi portano a correre meno rischi (e, con la mia panza e la mia età, i rischi sono l’unica cosa che “corre”, almeno in salita).

Nella mia top qualcosa 2022 ci sono sicuramente la sequenza delle lanterne più lontane dal traguardo nel bosco di Villa Gregoriana, sotto il diluvio e con i fulmini che cadevano a pochi passi da me, la sequenza 11-18 alla Foresta del Cansiglio, l’arrivo “a cannone” al traguardo della sprint relay di Sanremo, la sequenza di lanterne tra le diecimila buche dell’Argentario durante la middle di Santa Colomba, una ennesima maglia di “finisher” alla O-Marathon degli Altipiani in categoria Elite (dove ero iscritto in M50, ma Marco ha proditoriamente cambiato la nostra iscrizione a poche ore dal via).

E’ stato l’anno dello speaker ai WMOC, con le mie consuete litigate feroci con il solito Senior-Event-qualcosa che pensa di avere a che fare con un esordiente totale ma anche con tante battute con partecipanti da tutto il mondo che si meravigliano di essere salutati ed annunciati come se avessero vinto medaglie mondiali in Elite (poi magari, come due squisite persone come Mario Ammann e Mikko Sani, le vincono davvero). E’ stato l’anno della Five days of Italy a Madonna di Campiglio, dove ho potuto contare su una crew di supporto invidiabile (Maddalena, Nicole, Samuele e tanti altri) e dove la mappa del Grosté ha fatto ancora una volta dei danni pazzeschi alla autostima orientistica non solo mia.

E’ stato l’anno dei due MOO, di una Milano nei Parchi con oltre 600 iscritti, del caldo micidiale di Treviso (e non ho neppure avuto il punto posato alla “fontana delle tette”), della doccia a base di birra di quel malcapitato avventore di un bar del centro di Ancona che non si aspettava il mio leggerissimo cambio di volume all’arrivo di Stella Cignini nella semifinale della KO sprint. E’ stato l’anno in cui, mio malgrado, ho visto il mio nome comparire come tracciatore di una gara regionale (grazie di tutto, Simone!) e durante il quale nonostante tutto ho corso ancora una volta la long di un Campionato Italiano Elite e ho concluso l’annata con la long del Parco di Monza, dove (quasi tutto) è cominciato 30 anni fa.

E’ stato anche l’anno della terribile caduta di Pian de Gralba, e se sono qui a raccontarlo vuol dire che il mio angelo custode si è ampiamente guadagnato la pagnotta.

Prima che la stagione 2023 ricominci, troverò il tempo di raccontare qualcuna di queste gare. Lo farò senza attingere al software che genera automaticamente i testi, sennò che gusto c’è? E se un giorno quel software dovesse soppiantarmi come speaker, posso sempre contare sulla mia arma segreta: io le gare le corro e le vivo prima di tutti gli altri.

Trovatemi un software che sia in grado di fare altrettanto, poi ne riparliamo.