Stegal67 Blog

Tuesday, May 12, 2026

Si fa presto a dire Svizzera – seconda parte

Ci sono dei posti che, per tutta la vita, restano una specie di miraggio. Una parola pronunciata da bambini davanti alla televisione accesa. Un rumore di sigla. Un accento. Una voce. Per me, “Svizzera” è stata prima di tutto questo. Per quelli della mia generazione cresciuti vicino al confine, la Svizzera non era “estero”, ma era un’altra idea di mondo.

Era la televisione che sembrava fatta meglio. Era il rispetto dei tempi. Era la sensazione che dietro ogni trasmissione ci fosse gente preparata davvero. Era la voce calma di chi non aveva bisogno di urlare per essere autorevole. Noi crescevamo così: con la RAI che ogni tanto sembrava arrangiarsi e la Televisione Svizzera che invece dava l’impressione di sapere sempre esattamente dove mettere le mani.

E dentro quel mondo io ci sono cresciuto. Senza accorgermene troppo, mi sono portato dentro quel modo di raccontare lo sport: la competenza senza arroganza, l’entusiasmo senza cialtroneria, la passione senza bisogno di fare spettacolo a tutti i costi. Forse anche per questo, quando anni dopo mi sono ritrovato davvero dentro una produzione svizzera internazionale, la sensazione è stata stranissima: come se qualcuno avesse improvvisamente aperto una porta e mi avesse fatto entrare dentro la televisione della mia infanzia.

Era il sabato pomeriggio con dei programmi semplici eppure perfetti. Era “Sabato Sport”. Era Oxygene di Jean-Michel Jarre che partiva in sottofondo e sembrava spalancare le porte di tutti gli sport del mondo. Era la Televisione della Svizzera Italiana che arrivava limpida, precisa, professionale, elegantemente diversa. Era Jacki Marti dalla Valascia o dalla Resega (ma anche dalla Terzerina o dalla palestra Arti&Mestieri), era Ezio Guidi da Kitzbuehel o da Garmish, era Libano Zanolari dalla Sasslong o dalla Val’d’Isère, era Tiziano Colotti dallo stadio di Cornaredo. Gente che non urlava: raccontava. E raccontando insegnava che la passione non è incompatibile con la competenza. Anzi.

Io quella roba lì me la sono portata dentro per anni. Per questo motivo, quando dici “Svizzera”, io non penso subito alle banche, agli orologi o al cioccolato. Io penso alle telecronache fatte bene.

Penso al rigore. Penso all’ordine. Penso a quel modo tutto svizzero di fare le cose seriamente senza bisogno di farlo pesare. E allora capite bene perché, quando mesi fa è arrivata da Checo e Toncsi la chiamata per essere arena speaker alla prima tappa della Coppa del Mondo di Orienteering 2026 tra Locarno e Ascona, la mia prima reazione non sia stata “che bello!”.

La mia prima reazione è stata:

“Oddio.”

Perché va detta una cosa: l’Italia, nell’orienteering, rispetto alla Svizzera è indietro di parecchie lunghezze. E io questo lo so benissimo. Lo sappiamo tutti, non nascondiamoci dietro un dito. Ma gli amici ticinesi sapevano anche un’altra cosa. Sapevano che io in Ticino ci ho lasciato dentro un pezzo di cuore da anni. Sapevano che quelle gare sarebbero passate anche dalla lingua italiana. Sapevano che la gente della Piazza voleva sentire entusiasmo, calore, partecipazione. E probabilmente sapevano anche che, dopo aver avuto il battesimo del fuoco alle Olimpiadi, ero diventato uno che davanti a un microfono può anche buttarsi in quel fuoco senza pensarci troppo.

Così hanno chiamato l’italiano. E l’italiano, appena ha capito in mezzo a chi sarebbe finito, ha avuto un attacco di panico elegantemente mascherato da sorriso professionale. Perché una cosa è fare il matto al microfono. Un’altra è ritrovarsi accanto a gente come:

Nik Suter. Padre di quel Timo Suter lì. Ex nazionale svizzero di orienteering. Membro del Consiglio Generale IOF. Arena speaker delle grandi gare internazionali in Svizzera. Uno che, quando apre bocca, capisci immediatamente che sei seduto al tavolo dei grandi.

Beat Liechti. Che uno potrebbe dire: “Ah sì, quello del calcio svizzero”. E già qui ci sarebbe da fermarsi, perché dopo le ultime uscite di Mr. G. (ex presidente di questo e quello) io eviterei pure l’espressione “calcio”, parlerei direttamente di “pedate alla sfera”. Ma Beat non è “solo” quello. Beat è la voce di Wengen. La voce del Lauberhorn. Capite? Il Lauberhorn. Una di quelle robe che per chi ama lo sport – lo sci alpino in questo caso - stanno a metà tra la leggenda e la religione.

E poi Danilo Trachsel. Voce del Thun, squadra che ha appena vinto da neopromossa il campionato svizzero del suddetto sport di pedate alla sfera. Voce di eventi. Voce di ritmo. Voce di energia. Uno che riesce contemporaneamente a fare il commentatore, il coordinatore, il DJ e probabilmente anche a controllare il meteo senza scomporsi. 

E in giro nella zona speaker... Ma niente di che... Solo Simone Niggli. Che detta così sembra quasi normale. Simone Niggli. La Simone Niggli che prima era Simone Luder. La Simone Niggli che nell’orienteering equivale più o meno a dire Maradona, Federer, Bolt e Mozart messi assieme. La Simone Niggli che girava lì come commentatrice tecnica mentre io cercavo disperatamente di ricordarmi come si respirasse normalmente.

E poi Elena Roos. Le telecamere della RSI. Quelle della SRG. Pullman regia lunghi come treni regionali. Cameramen ovunque. Auricolari. Radio. Monitor. Produzione televisiva organizzata con precisione chirurgica.

E soprattutto Piazza Grande. Piazza Grande di Locarno. Gremita di gente che fa il tifo. Quella stessa Piazza Grande dove ero stato appena l’anno scorso per il Festival del Cinema di Locarno, ospite di una banca svizzera, sentendomi già allora un infiltrato capitato per sbaglio dentro un film. Mai avrei immaginato che ci sarei tornato così presto. E soprattutto mai avrei immaginato di tornarci con un microfono in mano.


 

E poi Locarno. Locarno che fino a poco tempo fa, nella mia testa, era soprattutto cinema, Festival, Piazza Grande, i film, le stelle, le première. E invece all’improvviso è diventata orienteering. È diventata speakeraggio. È diventata adrenalina. È diventata cuffie, radio, countdown ma in modalità “Non c’è countdown!”, atleti in quarantena mentale prima della partenza, producer che parlano in tre lingue contemporaneamente, cameraman che corrono come mezzofondisti, tecnici che sembrano controllori di volo.

Ed io in mezzo a tutto questo. Ancora oggi faccio fatica a crederci. Locarno, poi, è stata una sorpresa vera. Io sono arrivato dopo un viaggio ferroviario abbastanza psichedelico, perché il vagone su cui ero salito a Milano Centrale aveva deciso autonomamente di deviare verso Giubiasco, probabilmente senza consultare nessuno di noi passeggeri. E già lì ho pensato che il weekend sarebbe stato interessante.

Ma appena uscito dal treno, la città mi ha preso a schiaffi di bellezza. Il lago. Il lungolago. La luce. Quel primo sole caldo dell’anno che senti addosso ancora di più perché vieni da mesi di freddo e grigio e improvvisamente ti ricordi che esiste anche la primavera. E poi la sensazione immediata che Locarno e Ascona fossero semplicemente perfette per l’orienteering internazionale: eleganti ma vive, belle ma non finte, ordinate ma accoglienti. Un posto dove lo sport sembrava stare bene.

E la cosa che più mi ha colpito è stata il modo in cui il team ticinese mi ha accolto. Non “l’italiano invitato”. Non “quello delle Olimpiadi”. Non “quello che ogni tanto urla”.

Uno di loro.

Questa cosa io non la dimenticherò facilmente. Perché la verità è che io quella responsabilità l’ho sentita tantissimo. Ogni singolo giorno. Ogni singolo collegamento. Perché se io avessi sbagliato, non sarebbe stato “ha sbagliato Stefano”. Sarebbe stato: “Avete chiamato l’italiano”. E quindi dentro quelle tre giornate io ci ho buttato tutto: la mia professionalità, la preparazione, la passione, la voglia di essere all’altezza, la paura di non esserlo. E soprattutto la voglia disperata di dimostrare che avevano fatto bene a fidarsi.

Le prime riunioni Zoom le ho vissute quasi in apnea. Io zitto. Loro precisissimi. Timing. Scalette sincronizzate al secondo (grazie Sarina Jenzer!). Inquadrature. Coordinamenti. Transizioni.

Sembrava la NASA. Poi però, piano piano, la tensione è scesa. Anche perché a un certo punto Nik Suter ha tirato fuori il suo asso: “Lo spazio al microfono ce lo dividiamo 50 e 50. Non siamo qui a parlare uno più dell’altro”. E lì credo di aver visto la luce. Perché diciamoci la verità: tra qualche settimana mi toccherà entrare in modalità “novanta-dieci”. Novanta a LUI. Dieci a me. E gli svizzeri che mi sentivano parlare in tre lingue e capire in quattro lingue, e continuavano a guardarmi come se fosse una cosa incomprensibile: “Ma perché tra qualche settimana non fate <<cento a te e chiunque altro fuori dai piedi>>?

Eh. Bella domanda. Ma in Ticino no. In Ticino era squadra vera. Ascolto. Equilibrio. Fiducia reciproca. E allora ci siamo messi a giocare questa partita bellissima. Tre giorni vissuti cercando contemporaneamente di essere professionisti e di divertirci. Che poi forse è il segreto dei grandi eventi fatti bene: nessuno si prende troppo sul serio, ma tutti prendono molto seriamente quello che fanno.

Io intanto cercavo di incendiare la Piazza. Come alle Olimpiadi, dove ho appreso le vere tecniche dei maestri di cerimonia da Simon Harding. Ho cercato di trovare un ritmo dove entrasse anche una parte di coinvolgimento, di partecipazione. Ho provato a portare il pubblico dentro la gara. E ogni tanto mi sono pure inventato robe totalmente folli. Tipo quando Danilo, in modalità DJ, ha messo Born To Be Alive di Patrick Hernandez. E io, senza alcun preavviso al cervello, mi sono trovato a urlare:

“BORN TO BE… ORIENTEER!!!”

Con Simone Niggli-Luder che mi guardava con un’espressione a metà tra lo stupore scientifico e la richiesta immediata di assistenza psicologica. Momenti meravigliosi.

E poi le classifiche ricordate a memoria: Nik e Beat che mi guardavano chiedendosi dove stessi leggendo. “Non può mica andare a memoria…”. E invece sì, perché quando ami questo sport in modo malato, certe cose ti restano dentro come le formazioni dei Mondiali per quelli della mia generazione.

Nel frattempo cercavo anche di fare il misterioso, provando pezzi dei percorsi disegnati da Florian Howald, da Francesco Guglielmetti, da Sergio Cantoreggi, senza farmi vedere troppo in giro.

Anche perché in questo periodo corro piano. Piano forte. Molto piano, persino fermo quando ho provato il loop finale della knock-out sprint disegnata da Sergio. Sapete quelle volte che speri che siano le lanterne ad arrivare verso di te? Ecco… questo è il loop finale della ko-sprint di Sergio. Commento tecnico della mia prova come apripista: non ci ho capito una mazza! Mi sono auto-assolto solo pensando che dovevo fare il vago perché non volevo rivelare dettagli dei tracciati. Quindi mi muovevo con la discrezione di un agente segreto… però lento.

(nota post produzione: feedback di alcuni atleti, tradotto da una lingua qualunque: "era troppo tecnica, non dovrebbe essere necessario camminare per leggere la mappa". ALLORA SONO IN OTTIMA COMPAGNIA!!!)

Un’esperienza incredibile. E la cosa più bella è stata vedere come un’organizzazione gigantesca, piena di mezzi e professionalità, riuscisse comunque a mantenere un’anima umana. Perché sì, c’erano i camion regia, c’erano le telecamere, c’erano le radio, c’erano le produzioni televisive.

Ma c’erano anche le risate, le prese in giro, le facce stanche a fine giornata. La gente che si aiutava in un continuo gioco di squadra (e quando vedi che il CEO dell’IOF, Mr. Henrik Eliasson, continua imperterrito a spostare transenne come ai JWOC, e sorride a tutti, allora capisci che il sorriso è una arma molto più potente e performante di una faccia incaxxosa)

E io, dentro quel caos perfettamente organizzato, mi sono sentito incredibilmente bene. Forse perché il Ticino ha questa capacità speciale: ti fa sentire contemporaneamente all’estero e a casa. Per questo, ad un certo punto, mi sono fermato. Ho guardato il lago, ho guardato Piazza Grande piena, ho guardato gli atleti arrivare con gli occhi stanchi e le gambe distrutte, nella bellezza feroce di questo sport assurdo che trasforma podisti in gladiatori e gazzelle in guerriere.

E ho pensato a quel bambino davanti alla televisione svizzera. A Sabato Sport. A Oxygene. Alle voci che mi hanno insegnato cosa significhi raccontare lo sport. E ho pensato che la vita, ogni tanto, fa dei giri pazzeschi. 

Perché quel bambino lì, probabilmente, non avrebbe mai creduto possibile ritrovarsi un giorno in Piazza Grande a Locarno, con un microfono in mano, intervistato dalla RSI, dentro una Coppa del Mondo, accanto ai professionisti che aveva sempre ammirato da lontano.

E invece è successo. E’ successo grazie a un gruppo di persone che ha deciso di fidarsi.

Questa parola torna sempre. Fidarsi. Perché alla fine tutto gira attorno a quello. Nik, Beat, Danilo, Sergio e Checo, tutto il team ticinese, la produzione, la regia, la RSI. Tutti.

Mi hanno dato spazio, mi hanno dato fiducia, mi hanno dato responsabilità. E io spero davvero di aver restituito almeno una parte di ciò che ho ricevuto, attraverso la mia voce, la mia passione, il mio caos mentale continuamente rimesso in ordine dalla disciplina svizzera. Con l’entusiasmo forse troppo italiano ma assolutamente sincero.

Forse la cosa più bella di quei tre giorni è che non mi sono mai sentito “quello venuto da fuori”, ma mi sono sentito parte di qualcosa. E per uno che ha passato una vita ad ammirare la Svizzera da oltreconfine, questa è una cosa che pesa. Pesa davvero. Perché ci sono luoghi che per anni guardi da lontano pensando che appartengano a un altro pianeta. E poi un giorno ti accorgi che qualcuno, da quel pianeta, ti sta dicendo: “Vieni. Dai. Sei dei nostri.” 

Allora forse il senso di tutto questo non sono nemmeno le telecamere, la Coppa del Mondo, Piazza Grande o l’intervista alla RSI. Il senso vero è la fiducia, quella fiducia silenziosa, concreta, svizzera, che non ha bisogno di troppe parole ma che vale infinitamente più delle parole. E io questa fiducia me la porterò dietro per parecchio tempo.

Perché sì, si fa presto a dire Svizzera.

Ma poi ci entri dentro davvero e scopri che dietro la precisione c’è il cuore. Dietro il rigore c’è il rispetto. Dietro la professionalità c’è il desiderio autentico di fare le cose bene insieme.

E allora grazie, Ticino. Grazie Locarno. Grazie Ascona. Grazie Piazza Grande. Grazie RSI. Grazie a chi mi ha accolto come uno di casa. Grazie a chi mi ha sopportato nelle mie esplosioni di entusiasmo. Grazie a chi mi ha aiutato a non perdermi dentro la mia stessa adrenalina.

E grazie soprattutto per avermi ricordato una cosa fondamentale: la passione, quando incontra la competenza, produce magia.

Ci vediamo alla prossima. Magari ancora con un microfono in mano. Magari ancora sul lago. Magari ancora con qualcuno che mette Born To Be Alive al momento sbagliato.

E a quel punto prometto già da ora che proverò a trattenermi.

Anzi. Meglio dire: forse mi tratterrò, ma non lo garantisco.

Friday, April 03, 2026

Era una notte buia e tempestosa…

No, non era notte.

Non era buio.

E soprattutto non tempestava un bel niente.

Era giorno.

A Soave.

Trentasei gradi all’ombra — che poi, ombra non ce n’era — e io ero sul tetto del camion-regia di Videomedia in compagnia di Johnny Lazzarotto (telecronista sportivo in gambissima!) a urlare dentro un microfono come se stessi salvando il mondo, mentre commentavo i Campionati Europei di orienteering, dopo aver salutato Forsberg e averlo lasciato da solo sotto il gazebo a fare l’arena-speaker in solitaria… “e mo’ sono cavoli tuoi”

Elegante? No.

Dignitoso? Nemmeno.

Ma una esperienza assolutamente incredibile.

Ed è in quel momento, come nelle migliori storie — o nelle peggiori, dipende dai punti di vista — che arriva lui: il messaggio. “Ti andrebbe di provare a commentare il pattinaggio di velocità?”. E lì, amiche ed amici miei, il mondo ha fatto clic.

Una sliding door, ovvero “come la vita decida ogni tanto di prenderti a schiaffi (ma con affetto, eh?). Si, c’è questa cosa delle sliding doors che ci raccontiamo sempre, no? “Se avessi fatto quello…” “Se non fossi andato là…”. Ecco. Nel mio caso non è una porta. È un portone blindato che mi è caduto addosso mentre stavo passando tranquillo sul marciapiede con il sacchetto della spesa.

Perché io, il commentatore sportivo, volevo farlo davvero. Da sempre. Da quando negli anni ’70, in una casa dove lo sport era una religione laica, ho scoperto che una gara non è solo qualcuno che va più veloce di un altro. È una storia. È tensione. È attesa. È racconto… È voce! E quella voce… volevo essere io. Poi la vita — che è una simpatica signora con il gusto per la violenza gratuita — ti dice: “No guarda, tu no. Tu fai altro.” E quindi niente astronauta, niente pilota, niente Piccolo Principe. Niente commentatore sportivo. Certo, in tutti questi anni ho fatto tante prove, fin da giovane, ottenendo pubbliche disapprovazioni a scuola, pubblicando piccole cose per vari sport, a caso, quando trovavo l’ispirazione. Ho fatto il redattore per una rivista di scacchi. E poi arriva l’orienteering, ovvero un’arte nella quale sono maestro: l’arte di perdermi… e di ritrovarmi, ma con un microfono in mano.

Fine anni ’90. Internet è una cosa per pochi eletti, Google è fantascienza e le informazioni si trovano con la stessa facilità con cui oggi si trova parcheggio in centro a Milano: cioè, non si trovano. Se volevi sapere com’era andata una gara, o ti accalcavi come un disperato davanti a una classifica appesa a una ringhiera, o aspettavi le fotocopie di Dario che sarebbero arrivate quando e se gli organizzatori avessero mandato alla sede della tua società le classifiche cartacee, o eri talmente bravo che qualcuno scriveva il tuo nome da qualche parte.

Io non ero nessuna di queste tre cose.

Però un giorno succede. Una staffetta. Terzo posto. Nessuno se ne accorge. E io, che evidentemente avevo dormito male — ma male male — decido di mandare una email. Una email nel 1999. Praticamente un atto rivoluzionario.

E da lì, parte un effetto domino di altra gente che aveva dormito male: il presidente della mia società scrive alla Segreteria Fiso, che scrive all’addetto stampa, che risponde alla segreteria Fiso che risponde al mio presidente che inoltra a me che al mercato mio padre comprò.

“Vuoi provare a scrivere?”. Che, letto sotto effetto di stupefacenti, diventa “Prova tu se credi di esserne capace!”. Scusa? Si può? E così nasce tutto.

I primi pezzi. Freddi. Cronachistici. Noiosi. Poi qualcosa cambia: “Perché non raccontarla prima la gara e vedere se ci ho azzeccato?”. E poi: “Perché non raccontarla da dentro, quella gara, con gli occhi di chi è sudato graffiato macchiato di sangue e con le unghie incatramate dal fango di qualche salita?”

E lì nasce uno stile. Il mio. Caotico. Poco elegante. Completamente emotivo.

Poi arriva il giorno in cui ho rubato un microfono (ma legalmente, eh?). Trofeo delle Regioni a Pian del Gacc. Andrea Rinaldi — persona seria, speaker composto, comportamento professionale — deve andare a un matrimonio. Errore fatale. “Vuoi provare tu, Stefano?”. Io: “Sì.”

E da quel momento… il microfono non lo rivede più. Perché succede una cosa strana: entro nel bosco come atleta, ne esco distrutto… e parlo al microfono. Parlo per ore. Parlo di tutto. Parlo troppo. Ma la gente ascolta. E da lì non si torna più indietro.

Ottobre 2023. Soave. Caldo infernale. Io sul camion. “Ti andrebbe di commentare il pattinaggio di velocità?”. Risposta razionale: no. Risposta reale: “Ok, ma fammi tornare a casa che ci sentiamo con calma dopo gli Europei”. Con calma vuol dire che il primo neurone pensa: “prendiamo tempo, si accorgeranno da soli che è una assurdità”. Ma l’altro neurone intanto raccoglie informazioni: prima o poi qualcuno si farà vivo, occorre avere un piano, abbozzare una risposta.

Finiscono gli Europei, ritorno alla vita quotidiana e, un giorno, suona il telefono: numero sconosciuto. Ma è la telefonata che segue il messaggio: “Vuoi provare?”. I due neuroni entrano in competizione tra loro, le sliding doors, il pessimismo cosmico che mi pervade e che mi fa scuotere il capoccione “non ce la farò mai”. Ma. In fondo, perché non provare? Una sola accortezza, un solo disclaimer: ci proverò, farò del mio meglio, “se non dovesse funzionare, me lo dite ed amici come prima, ok?”.

Flash forward. Sono in cabina di commento. Una VERA cabina di commento, con la regia, con un microfono enorme, con un fonico professionista accanto a me che mixa la mia voce, con le immagini davanti che scorrono. Esordisco in uno sport invernale e il livello è già Coppa del Mondo Juniores (pur sempre juniores sono, ma pur sempre Coppa del Mondo!).

Diretta streaming. Zero esperienza.

Perfetto, no?

Comincia la prima gara. Non è orienteering, mi ripeto. Stai calmo, stai concentrato. 
Quaranta secondi nei quali parlo in modo pacato (forse), professionale (spero), compassato (non so nemmeno cosa vuole dire. Quaranta secondi di “Partita la prima batteria! Sembra che il concorrente in corsia interna sia partito meglio… aggredisce il rettilineo iniziale… primo tempo intermedio…”.
Io parlo.

E poi da fuori della cabina si sente un urlo. Una voce fa irruzione in cabina di commento: “CHI &%&%£ STA COMMENTANDO?!?!”. Fine. Il fonico indica me con il dito, l’assistente indica me. Io appoggio lentamente il microfono sulla sua base. Fine. Così pensavo. E invece:

VOGLIO TE. SETTIMANA PROSSIMA. AL MONDIALE. VOGLIO SOLO TE E NESSUN ALTRO

Riprendo lentamente il microfono in mano e ricomincio a parlare.

Grazie Nìcola sempre, ovunque tu sia in questo momento.

E poi… si entra in un altro mondo. Coppe del Mondo Junior, Mondiale Master, Coppa del Mondo, Campionati Mondiali. I miei commenti sono spesso fuori dagli schemi consueti, ma che bello quando arriva l’atleta che vince la Coppa del Mondo e mi dice “Mi hai fatto vincere tu! Ti ho sentito alla penultima curva… dicevi che dovevo dare tutto e ho vinto!” (il che è falso, ovviamente. Ma è bellissimo.)

Poi un giorno di primavera sto camminando davanti al mio ufficio, in strada in via Manzoni. Suona il telefono: numero sconosciuto. Si tratta di E., una persona totalmente superiore a qualunque standard di gentilezza, di cortesia, di empatia con cui abbia a che fare nel mio quotidiano. Avendo vinto un paio di ori Olimpici (e sarà poi penultimo tedoforo alle Olimpiadi), già il fatto che parla con me è una cosa incredibile, e invece è (ed è sempre stato) di una umanità eccezionale: “Ti andrebbe di commentare le Olimpiadi?”. Domanda retorica. I due neuroni sono d’accordo, per una volta (terrorizzati ma d’accordo): se non rispondo “Si”, cosa ho fatto tutto questo a fare?

“Bene, passerò ad A. il tuo numero. Ha tantissimo da fare, non aspettarti una chiamata presto, magari ti chiamerà tra un mese o due, ma ti chiamerà”.

Quando la telefonata finisce, guardo il cellulare e sono ancora incredulo. Faccio qualche altro passo incerto verso l’ingresso dell’ufficio. Risuona il cellulare: numero sconosciuto. “Ciao, sono A., mi ha appena dato il tuo numero E. Mi confermi che sei dei nostri? Si? Bene, sei dentro!”.

29 novembre 2025: il momento

Sono lì. Davvero. Al Milano Speed Skating Stadium ancora in costruzione. Ultima fila. Regista nell’orecchio sinistro. Fonico nel destro. DJ che spinge musica a 150 bpm.

Un concentrato di tensione, precisione, emozione pura. Una macchina perfetta fatta di persone: chi parla, chi produce, chi coordina, chi sistema ogni dettaglio invisibile, chi crea i giochi di luci, chi gestisce il suono, chi crea le immagini. Ogni funzione è una piccola piramide con una persona che fa da focal point e un piccolo ma efficacissimo contorno di persone che aiutano.

E poi c’è lei: Alexandra. Lei è una professionista vera. Le Olimpiadi le ha viste dalla pista, dal punto di vista della atleta. Lei ha la capacità di capire con una frazione di secondo di anticipo tutto quello che sta succedendo in pista, sa quello che le atlete e gli atleti stanno passando perché è lei per prima che ha vissuto quella vita. Io sono “solo” quello che è capitato lì perché le sliding doors e i pianeti si sono allineati…





Eppure, diventiamo immediatamente una squadra. Non lasciamo spazio al protagonismo personale, all’ego. Squadra dal primo stante. I dialoghi con Alexandra fin dal primo minuto del primo giorno sono del tipo “Cosa ne dici se gestiamo questa gara in questo modo?” “Si, certo, ottima idea e poi magari aggiungiamo quest’altra cosa?” “Certo, e quindi io faccio questo poi tu fai quest’altro poi riprendo la linea io e poi tu chiudi in questo modo…”. Sempre questo, per tutta la durata del nostro impegno

Voglio riprendere qui un vecchio adagio del rugby: una squadra di rugby è fatta di quattrodici persone che si sacrificano per dare al quindicesimo un metro di vantaggio. Ecco: il nostro team è fatto di decine di persone che si sono fatte in quattro per dare ad Alexandra e a me la possibilità di commentare le Olimpiadi.

E poi c’è Simon. Sport Editor. Non c’è televisione di primaria importanza per la quale non abbia commentato sport. Competenza esagerata, cortesia illimitata. Una macchina da coinvolgimento del pubblico. Perché le Olimpiadi sono diverse da ogni altra cosa: il commento non comincia quando la prima atleta ha messo pattino sul ghiaccio. Comincia due ore prima, quando il primo spettatore entra in arena e vogliamo che venga coinvolto, che sventoli le sue bandiere, che si pitturi il viso, che canti e che balli e che giochi con noi finché non è il momento di lasciare lo spazio alle gare. E Simon, in tutto questo, è una macchina perfetta e infaticabile guidata da Rodd, il regista.

Due parole su Rodd. Lui è il primo responsabile di tutto, il regista di tutto quello che avete visto, sentito o a cui avete assistito. Fa un lavoro asfissiante e logorante. E fin dal primo momento, lo ha messo in chiaro: lui avrebbe preso al posto nostro tutti i proiettili, tutte le critiche, qualunque cosa ci fosse arrivata addosso. Primo comandamento di Rodd: nel debriefing serale post-gara non si muovono critiche a nessuno, perché tutti devono andare a letto tranquilli. Secondo comandamento di Rodd: se tutti quanti ci impegniamo e mostriamo concentrazione e dedizione, andrà tutto bene. Terzo comandamento, il più importante: per qualcuno, queste potrebbero essere le prime e ultime Olimpiadi, quindi l’importante è DIVERTIRSI, essere noi stessi, mostrare quelle capacità che qualcun altro (nel mio caso: Pierluigi, Nìkola e poi E. ed A.) ha già colto e che sono il motivo per cui siamo lì.


Un giorno Rodd ha guardato nella direzione di Alexandra e mia, che ormai ci passavamo la linea con un movimento del pollice. Se il pollice della mia mano destra va verso l’esterno (Alexandra è seduta alla mia destra), parte lei, poi io la seguo. Se il pollice va verso l’interno, parto io e Alexandra mi segue con una cadenza che abbiamo già concordato, fifty-fifty. Un pollice per dirsi: “vai tu”. E mai — MAI UNA VOLTA — ci siamo sovrapposti. E Rodd a un certo punto ci guarda e si mette a ridere e dice: “Ma con tutta la tecnologia che abbiamo… voi usate il pollice?”

Sì. E ha funzionato come e meglio di tutto il resto.

“Stefano in English in Five… four… three… two… one… GO STEFANO!”. E io parto.

Perfetto. Provato. Riprovato. “Siete confidenti? Siete tranquilli con le premiazioni? Si? Ok, riproviamo ancora una volta”

Poi arrivano i momenti. Quelli veri. Giorno UNO. Al mattino Franzoni e Paris hanno preso le medaglie nella discesa libera. Le notizie sono già state date, consolidate, digerite. Adesso è il turno del pattinaggio di velocità. E’ il turno dei 3000 metri femminili. In pista c’è Francesca Lollobrigida, che fa una gara pazzesca, che stia vincendo lo capirebbe anche uno appena sbarcato da Marte. Arriva la prima medaglia d’oro per l’Italia, il primo giorno, da una atleta con un nome importante.

Ma c’è un MA. Sono le ore 18:00. Per i telegiornali generalisti non c’è molto tempo per imbastire un servizio degno di questo evento.

Però c’è un PERO’. C’è la cerimonia di premiazione. E nella cerimonia di premiazione, per protocollo Olimpico, c’è la mia voce. In crescendo “Medaglia d’oro… e Campionessa Olimpica… per l’ITALIA !!!... Francesca!!! LO-LLO-BRI-GI-DA!!!!!!!!”.

E’ andata. La prima cerimonia è passata indenne. Domani è un’altra gara. Sto rientrando a casa e alle 20.00 il cellulare, letteralmente, ESPLODE!

Perché il TG1 è partito con la sigla e poi, prima ancora di inquadrare la giornalista, con la cerimonia di premiazione. E con la mia voce.

Perché il TG5 ha fatto la stessa cosa, e continuerà per tutto il giorno seguente nel “rullo” a far sentire la stessa frase. Perché lo fa il TG7, poi il TG2, poi il TG3, Notti Olimpiche, cominciano a comparire i video su Instagram e sotto, nel momento più importante della vita di una atleta, mentre sale sul podio a ricevere la medaglia d’oro Olimpica, c’è la mia voce.

Ovunque. Per giorni. Lo sento. So che là fuori ci sono migliaia di persone che lavorano nello sport, che hanno studiato e hanno sudato lacrime e sangue per cercare di affermarsi. Persone che lavorano in ambito sportivo in televisioni grandi e piccole, per giornali a diffusione nazionale o locale, per radio globali o che si sentono solo nei confini di un piccolo paese. Ed è come se fossero stati sorpassati sul lato destro da me.
La voce delle Olimpiadi, in quel momento, è stata la mia.

Poi ancora. I 5.000 metri maschili. Il bronzo di Riccardo Lorello. E quando c’è una tuta azzurra in pista, Alexandra che mi lascia tutto lo spazio che desidero, Rodd che si diverte e non scuote mai la testa quando vede che mi sto emozionando e mi sto mettendo a piangere.

Io che urlo. Il pubblico che esplode. Giovedì 12 febbraio Francesca Lollobrigida bissa l’oro Olimpico con gli ultimi due giri in totale apnea, ed io la seguo pattinata per pattinata, cercando di spingere lei e di tenere la mia voce dentro i confini del puro tifo (non ci sono riuscito). Lei che vince per dieci centesimi. E io che sto urlando sapendo che nessuno mi sente davvero.

Ma non importa. Perché è tutto lì. E poi il team event. Per i soli finali, venuta fuori così senza che ci avessi pensato prima

“IL DREAM TEAM È L’ITALIA!!!!!”




Urla. Ghiaccio. Velocità. E io che tengo tutto insieme grazie a chi lavora dietro.

Perché sì, diciamolo: ci sono quattordici persone che lavorano per permettere a due di parlare.

E senza quei quattordici… tu non sei niente.

Non sono solo gare. Sono persone. Amici che vincono medaglie e tu piangi. Ancora. Come un bambino. Interviste improvvisate. Domande vere.  Risposte che fanno tremare. Storie. Sempre storie. Quelle che sentivo da bambino, solo che stavolta la voce è la mia. In fondo ho sempre pensato che anche il duello tra Achille ed Ettore fosse una competizione sportiva, e che Omero ne fosse il commentatore sportivo

E poi finisce. E questa è la parte peggiore. Perché finisce, ovviamente. Torni a casa. Ti siedi.

E improvvisamente… silenzio. Dopo mesi di caos, adrenalina, vita al massimo volume. Silenzio. E mi manca. Mi manca tanto.

Epilogo (o forse no)

Se mi chiedete qual è stata la sliding door… non lo so. Forse quella volta che sono arrivato terzo e ho mandato quella email? Forse quel giorno in cui ho detto “ok, ci provo”. O forse è tutto. Una catena di eventi improbabili che, messi insieme, diventano inevitabili.

Quello che so è questo: ho vissuto qualcosa di irripetibile, di gigantesco, di profondamente umano.

E sì… me lo sogno ancora di notte. 

E, sinceramente, spero di non smettere mai.



Wednesday, October 22, 2025

Chioggia, Mirano e l'insegnamento di (o del) Galilei

Le gare di orienteering hanno tutte una cosa in comune. Tutte. Che si tratti del Campionato del Mondo o della promozionale di paese dove il ristoro è gestito dal circolo bocciofilo e il premio è un salame. Non sto parlando del fatto che l’orienteering è uno sport bellissimissimo – anche se lo è, e pure parecchio di più – fatto da persone speciali che forse è vero che attaccano il cervello solo al clear & check, ma di certo non lo staccano quando tagliano il traguardo.

È uno sport in cui nelle gare sprint ti scanni ogni secondo per quindici o venti minuti e poi, appena arrivi, fai high five con quello che ti ha appena dato due minuti di distacco. Gente strana, gli orientisti: competitivi come pirati in cerca di tesori, altruisti con la bussola ed il chip.

Ma ecco il punto: ogni gara di orienteering, per quanto ben congegnata, ha una percentuale intrinseca di catastrofe. È fisica pura. Galileo lo direbbe così: “Eppur si sbaglia.”
Soprattutto se la gara si svolge in centro storico, cioè in quell’habitat naturale dove convivono vicoli, turisti in modalità selfie, comitive guidate da professionisti con l’ombrello alzato e signore del posto con il carrello della spesa che ti attraversano davanti proprio quando tu sei impegnato a leggere la descrizione punto.

Aggiungiamoci che per l’italiano medio, “sportivo” è sinonimo di “quello dentro uno stadio \ una piscina \ un campo da tennis \ hanno bloccato la strada per questi che corrono o pedalano eccetera”. Quindi, quando l’italiano medio vede orde di alieni in calzoncini fluorescenti con una mappa in mano che urlano “occhio!!!!” e tagliano a tutta velocità tra i tavolini del bar, pensa subito: “Ma proprio oggi dovevate venire a rompere le scatole? C’è il sole, si mangia bene, i locali sono pieni, e voi? Con le vostre lanterne e… uno SPEAKER che parla da solo per ore come se fosse all’assemblea degli Alcolisti Anonimi? TACETEEE!”

Ecco, questo è il rischio. È ciò che ogni settimana sfiora chi organizza una gara.
Ma non a Chioggia e Mirano. Perché grazie all’Orienteering Galilei, e in particolare a Federica Anedda, quello che poteva essere il solito “esperimento sociale” si è trasformato in un capolavoro organizzativo degno del telescopio del Maestro Galileo. Federica ha fatto ciò che Galileo fece con i pianeti: li ha previsti (io che sono laureato in astrofisica posso dirlo senza tema di smentite). Ha pensato all’imprevisto, al prevedibile e al catastrofico.
E l’ha fatto PRIMA. E questo, nel nostro sport, è spesso raro (esempio di due parole messe in fila che hanno significati opposti). Per questo motivo vorrei aver registrato le parole dell’altro speaker, Andrea “il Maestro” Rinaldi, che tra un fiatone e l’altro (scusa Andrea!) ha ricordato a tutti che dietro una gara riuscita c’è chi lavora come un dannato perché tu possa perderti con stile.

Io, dal canto mio, ero quello con il microfono che parlava troppo — il parvenu del decibel, uno che è finito lì per sbaglio, tipo un alieno a cui hanno dato il telecomando della NASA dicendo: “Premi un tasto qualsiasi”. E l’ho fatto. Per ore.

Sabato, Chioggia. La piccola Venezia che non ti perdona. Il corso principale è più affollato della spiaggia di Pinarella a Ferragosto. Un dedalo di calli, ponti, turisti e locali dove il profumo di fritto misto si mischiava al sudore degli atleti. Tracciati di Luca Rosato: puliti, brillanti, cattivi al punto giusto. Finalmente un percorso in cui anche io potevo vedere la tratta intera senza dovermi fermare ogni trenta secondi a chiedermi se quella calle lì è questa o quell’altra con lo stesso nome. Sublime.


Domenica. Mirano. La domenica del villaggio (con sprint annessa). Atmosfera da domenica mattina italiana, piazza elegante, colazione nei bar, pubblico incuriosito. Anche qui, Rosato & Co. hanno tirato fuori il meglio: cortili segreti aperti per l’occasione, trappole cartografiche piazzate come mine anti-intuitività e barriere perfettamente collocate nel punto in cui non avresti dovuto passare. Io ci sono cascato, ovviamente. “Ops… devo fare il giro del fullo”. Punizione divina per chi non osserva bene. Galileo mi avrebbe detto: “Non è che il punto si muove, sei tu che non guardi bene”.

Il resto? Il resto è il bello dell’orienteering: chi vince allo sprint, chi perde di un soffio ma si congratula, chi arriva in centordicesima posizione e non fa seppuku per aver mancato la lanterna di due metri. C’è stato tutto: le volate di Jessica e Caterina, di Sebastiano contro Tommaso, di un altro Tommaso contro Marco, di Lorenzo contro Gabriele. L'arrivo in parata del Gaja Padriciano. E persino la presenza di Tove Alexandersson, che è come dire che Michael Jordan è venuto a fare due tiri nella palestra del dopolavoro ferroviario. Insomma: roba grossa.

Alla fine resta solo una voce che si perde nel vento — la mia — e il ricordo di due giornate perfette, in cui tutto poteva andare storto e invece no. Non un disastro. Minimi inciampi di minima rilevanza. E la prova che, quando dietro c’è chi pensa come Galileo (“misura ciò che è misurabile e rendi misurabile ciò che non lo è”), anche una gara di orienteering nel cuore di Chioggia può sembrare un esperimento scientifico riuscito.

E così, alla fine, niente disastri, niente tragedie, niente turisti travolti da atleti impazziti con la testa sulla mappa. Due giorni perfetti, organizzazione praticamente impeccabile, tracciati geniali, gente felice. Io? Ho parlato troppo, come sempre. Ho urlato nei microfoni come se stessi lanciando un razzo della NASA con una pila stilo. Ma sapete una cosa? Stavolta ne è valsa la pena.

Perché se l’orienteering è l’arte di perdersi con stile, l’Orienteering Galilei e tutti i suoi collaboratori esterni sono riusciti a dimostrare che si può davvero trovare l’ equilibrio tra una lanterna, un ponte e un fritto misto.

E sì — lo ammetto, ho parlato troppo. Ma almeno, per una volta… avevo ragione.

Wednesday, October 15, 2025

Ritorno di fiamma – Pronostici (sbagliati) dei Campionati Italiani Sprint

Sono passati - quanti? Dieci anni? - dall’ultima volta che ho pubblicato dei pronostici sui Campionati Italiani di orienteering. Da allora mi sono astenuto, consapevole delle brutte figure, delle amicizie su Facebook cancellate, dei commenti del tipo “che il Primiero possa perdere la M45 schierando Corona Rigoni e Pradel te lo puoi immaginare solo tu in una realtà parallela!”. E onestamente, mi andava bene così.

Poi succede che ti svegli una mattina e ti prende quella voglia malsana di rimetterti in gioco, di tornare a sparare sentenze che nessuno ti ha chiesto, su gare che non corri più come concorrente ma solo per switchare in speaker-mode e atleti che ormai ti superano pure con una gamba sola. È come la voglia di scrivere alla tua vecchia ex di 40 anni fa alle tre di notte: sai già che è un errore, ma forse lo fai lo stesso.

Così eccomi qua, davanti al computer, pronto a pronosticare le sorti delle categorie giovanili e Elite dei Campionati Italiani Sprint 2025, in quel di Chioggia. Sì, proprio Chioggia: la Venezia che non ha tempo per le gondole, ma neanche per i GPS che perdono segnale in mezzo alle calli.

Solo che… mi è venuto un dubbio. Fare pronostici, in questo sport, è come provare a fare surf sul Po dopo un temporale: o sei un genio o finisci pieno di fango. E io, quest’anno, pieno di fango ci sono già finito. Perché non si sa chi arriva riposato e chi distrutto, chi ha dormito in hotel e chi in macchina in coda sulla Serenissima, e — dettaglio non da poco — se la mappa conterrà o meno quelle barriere “non attraversabili” che ogni anno trasformano la gara in una versione veneta di Squid Game. Il che a quel punto pone in risalto chi si è preparato “a secco”, magari con l’aiuto di qualche coach che si mette lì con OCAD a fare prove su prove.

Insomma: rischio altissimo di fare figuracce, zero possibilità di vincita, e una platea pronta a dirmi “eh ma ti sbagli, ma ti sbagli di grosso! Guarda che Tizio ha il picco di forma”.

Quindi ho fatto la cosa più sensata del mondo, quella che da mondo è mondo fanno TUTTI: ho delegato il compito all’intelligenza artificiale. Così, se qualcuno si arrabbia, io sono salvo.

Sì, avete capito bene. Quest’anno, i pronostici li fa LEI. “La mia Ombra”. Una voce sintetica che abita nel cloud, parla troppo e si crede più intelligente di me solo perché sa calcolare gli algoritmi più in fretta di quanto io riesca a ricordare il podio della discesa libera maschile ad Innsbruck ’76. Ed allora mi sono immaginato cosa poteva venirne fuori:

***

IO: Allora, Ombra mia digitale, tocca a te. Cominciamo con una domanda facile, tipo “argomento a tua scelta”. Chi vince la categoria WElite ai Campionati Italiani Sprint di Chioggia?

L’OMBRA: Calcolo in corso... (rumore di ventoline dell’hardware che frullano)... Tove Alexandersson!!!

IO: ... Aspetta, cosa hai detto?

L’OMBRA: Tove. Alexandersson. È la mia risposta definitiva. La accendiamo!

IO: Ah beh, complimenti, mi sa che mi hanno installato ChatGPT 1.0 sul sistema operativo DOS. Serviva un’intelligenza artificiale per dire che Tove Alexandersson è favorita? Ha vinto 23 mondiali, 6 Coppe del Mondo e la corsa per prendere il tram numero 15 che porta in centro, se ci fosse stata (se ci fosse stata la corsa, ma talvolta non abbiamo la corsa e nemmeno il tram…)

L’OMBRA: Non è colpa mia se i dati parlano chiaro. Io analizzo risultati, punteggi, coefficienti di sprint, e tu analizzi... il menu del bar!

IO: Ehi! Io ho ancora l’occhio! Magari un po’ appannato, ma vedo benissimo chi è in forma e chi no.

L’OMBRA: Ah sì? Allora chi metteresti tu come outsider nella WElite, signor so-tutto-io dell’orienteering?

IO: Eh… dipende. Se la carta è cattiva, chi è abituata alle trappole urbane può dire la sua. Se ci sono barriere a sorpresa, magari una tecnica come Jessica Lucchetta o come Maddalena De Biasi, ma non so come mai mi viene il nome di Guenda Zaffanella…

L’OMBRA: Interessante scelta. Sai che secondo i miei calcoli il tuo podio De Biasi – Lucchetta – Zaffanella, in qualunque ordine, ha una probabilità di verificarsi del… 2,7%?

IO: Perfetto! Allora segnale ottimo: quando l’intelligenza artificiale mi dà il 2,7%, vuol dire che quelle atlete andranno tutte a medaglia

L’OMBRA: Statisticamente impossibile.

IO: La statistica dice tante cose. Anche che i tuoi server non reggono la pressione dei pronostici. Vabbé. Proviamo ancora. Chi vince la categoria MElite?

L’OMBRA: Francesco Mariani. Corre come se avesse debiti con la banca e stesse scappando dagli strozzini

IO: Ok, Ombra, non so bene perché ma questa cosa comincia già a stufarmi. Una cosa un po’ più elaborata? Quello zinzinello di rischio in più? Non so… cosa mi dici di Samuele Tait o di Giacomo Zagonel?

L’OMBRA: tu mi hai chiesto chi vince, non il podio. Hai fatto tre nomi. Che tre concorrenti possano vincere tutti e tre la stessa medaglia è impossibile, lo sanno tutti …

IO: … si si, lo so, impossibile quanto il fatto che Ilian Angeli, Basile Basset e Mikkel Holt abbiano preso la stessa medaglia ai JWOC 2022. Sei una incapace! Allora io sparo, e quando la sparo, la sparo grossa. Vince Mariani…

L’OMBRA: Ma è la stessa cosa che ho detto io!!!!

IO: … secondo Mattia Scopel e terzo Edoardo Pellegrino Tecco! Comunque mi hai fatto già perdere la pazienza con Tove e Mariani. Entriamo nel vivo: le categorie giovanili. Cominciamo con la M12, i più piccoli. Vediamo se lì hai almeno un po’ di fantasia.

L’OMBRA: Fantasia? Io non faccio fantasia, io faccio statistica. Secondo il mio algoritmo di prestazioni giovanili 2022–2025, combinato con la velocità media sui 2,3 km sprint, il favorito è... (seguono nomi a caso di gente inesistente)

IO: Ah sì? Guarda che quello l’anno scorso correva nella M10 e aveva ancora i lacci delle scarpe con i dinosauri.

L’OMBRA: Eppure corre più forte di te persino quando stai cercando il bagno dopo una abbuffata di torta fritta e salumi

IO: Perché stai sottovalutando quelli del Trentino? Pensi che se la mappa è piatta loro di perdano???

L’OMBRA: Nota statistica: il 43% dei trentini si perdono sulle mappe piatte, e solo il 12% arriva alla partenza con la sicard Air

IO: Sai che c’è? Mi sono stufato. Fai tu. Fatti pure i tuoi grafici, le tue tabelle, le tue equazioni. Io torno umano.

L’OMBRA: Come preferisci. Procedo con l’auto-aggiornamento... (bzzzt... rumore di hardware...)

IO: Ehi, che succede?

L’OMBRA: Sto evaporando nel cloud. È la mia forma di eleganza quando un umano perde una discussione.

IO: Ah, geniale. Io invece mi spengo alla vecchia maniera: collassando sulla sedia.

(Rumore di ventola che si spegne. Silenzio. Sullo schermo, una scritta lampeggia: “Connessione persa con L’Ombra.”)

IO: Be’, almeno lei non ha pronosticato che vincevo io.

Alla fine, mentre mi rialzo dalla sedia e cerco di scrollarmi di dosso il sudore della rabbia e dell’esasperazione, mi accorgo di una verità semplice come una Fiat Panda parcheggiata male davanti al bar del paese: fare pronostici è inutile. Soprattutto nell’orienteering giovanile.

Puoi avere algoritmi, statistiche, droni, visioni premonitrici e persino un’intelligenza artificiale che parla come se fosse la reincarnazione digitale di Angelina Jolie. Tutto inutile. Perché ci sarà sempre un ragazzino che si gioca la carta impossibile e fa scopa d'assi, una ragazza che decide di provare una scorciatoia invisibile, un GPS che decide di prendersi un caffè

E allora che senso ha? Il senso è guardare, ridere, sparare battute, aggiornare classifiche e… godersi lo spettacolo. Come guardare quella Panda arrancare su una salita: sai che non vincerà mai la Trento Bondone, ma c’è qualcosa di eroico nel vederla arrivare comunque in cima.

Così, miei cari e miei care, i pronostici sulla base degli algoritmi li lascio a L’Ombra. Io torno a guardare la corsa, il vento che piega le mappe, i giovani che corrono come se il mondo fosse un labirinto di cartone. E se qualcuno mi chiede chi vince, faccio il solito gesto: un’occhiata, una smorfia e un’alzata di spalle. Perché nell’orienteering, come nella vita, la risposta giusta è spesso… “Non lo so. Godiamoci lo spettacolo”.

Ora lasciatemi sospirare, sorridere e bere un caffè. Fuori dalla finestra, la Fiat Panda procede lenta ma orgogliosa, come tutti noi quando tentiamo di prevedere l’imprevedibile.

Sunday, September 07, 2025

Trofeo delle Regioni 2025 – La mia top ten controcorrente

Venerdì 29 agosto 2025. Quando metaforicamente infilo il microfono nello zaino e salgo sul treno per andare al TDR 2025, sono convinto di sapere già tutto: dopo la bellissima e quasi irripetibile ’esperienza del 2024 pensavo di avere il manuale d’istruzioni inciso a fuoco per gestire tre giorni di gare nelle quali le ragazze ed i ragazzi sarebbero stati unici protagonisti: ritmo di gara, nomi di concorrenti a cui non sono del tutto abituato, playlist mentale di emergenza in caso di black-out.

Ero certo che l’emozione sarebbe stata più gestibile, che il “battesimo del fuoco” 2024 fosse alle spalle. In realtà, mentre ripassavo mentalmente i nomi delle regioni e contavo i caffè che mi sarebbero serviti (a conti fatti: zero), avevo ancora addosso quell’agitazione buona che l’anno scorso mi aveva fatto tremare la voce. E non sapevo che, di lì a pochi giorni, il TDR avrebbe di nuovo rovesciato il tavolo delle certezze, ricordandomi perché questo evento è tanto più grande di qualsiasi scaletta o copione.

Sono tornato dal TDR 2025 con la convinzione che l’unico vero trucco per sembrare competente sia stringere il microfono come se fosse un salvagente e parlare con tono da telecronaca NBA anche quando stai solo dicendo “gara sospesa per temporale”. Tutto il resto – la magia, l’energia, la poesia che scivola tra aghi di pino e lanterne arancioni – lo fanno i ragazzi, i tecnici, le mamme che preparano panini al sacco alle sei del mattino, i volontari che sanno montare una tenda sotto la grandine come se stessero costruendo una cattedrale.

Il TDR non è un semplice evento: è un acceleratore di emozioni, un parco giochi per bussole e sogni adolescenziali, una fiera campionaria di entusiasmo che ogni anno ti sbatte in faccia un’unica verità: l’orienteering dei giovani è più rock di quanto qualunque conferenza federale potrà mai essere.

Se cercate l’analisi oggettiva, il bilancio tecnico, il pathos romantico, quello è già stato scritto tutto nell’articolo di Gaia Ferrante https://www.fisoveneto.it/ricetta-per-un-tdr-fantastico.html (un articolo bellissimo e pieno d’amore per lo sport). Qui sotto c’è la mia top ten, rigorosamente soggettiva, stropicciata, carica di frasi buttate lì come birilli sulla corsia sbagliata. È il mio personale countdown “da dietro il microfono” per chi sa che la perfezione non esiste ma che l’unica vera regola è: correre, sbagliare, ridere, ricominciare.

10.

Iris Pecorari, fuoriclasse del microfono. Le puoi lanciare addosso la domanda più insensata del mondo, a bruciapelo, senza preavviso, girandoti di scatto e mettendole il microfono sotto il naso mentre lei sta facendo tutt’altro: “Iris, commentami il volo di un corvo che passa sulla lanterna 6”. Lei, con calma olimpica, ti restituisce una risposta chiara, densa, piena di significato. Zero esitazioni, zero balbettii. Se il parlare bene fosse disciplina olimpica, Iris avrebbe già il record mondiale. La media delle persone con cui ho a che fare quotidianamente sono quei meeting manager da “….ehmmm…. cioè… dunque…”, e Iris stravince il confronto senza attenuanti. Attenzione: non è stata l’unica! Le brevi interviste con Paride Gaio, Inderpreet Singh, Riccardo Granzotto sono l’ a testimoniare che i nostri orientisti sanno parlare, con scelte lessicali che testimoniano il sapersi districare nelle tortuosità del linguaggio come tra i limiti di vegetazione nel bosco. Ma Iris, lasciatemelo confermare, è unica ed inimitabile. La sua voce non vibra, non trema, non suda. È come un faro acceso nella nebbia del mio imbarazzo: orienta e fa pensare che forse l’orienteering è anche fatto di parole che arrivano dritte, senza zig-zag.

9.

Il Trentino vince (ancora). E’ la centordicesima incoronazione consecutiva. Ormai non è più un albo d’oro, è un’autostrada di vittorie dove il limite di velocità non esiste. Ogni anno diciamo “stavolta arriva la spallata” e ogni anno il Trentino piazza la bussola sul Nord e ci ricorda che la geografia non è un’opinione. Forse dovremmo proporre un handicap: correre con una scarpa sola, fare punzonatura a occhi chiusi, prendere il via con una cartina in braille. Qualunque cosa pur di vederli soffrire un briciolo… ma no, anche così troverebbero un modo per vincere. Però io qualche variazione al regolamento ce la vedrei. Magari far valere un po’ di più la staffetta, che in fondo è gara unica che mette insieme cinque concorrenti nella stessa squadra? Ma io attendo con ansia il momento nel quale, per accompagnare le lunghissime attese della hgara di Trail-O, verrà proposto un Mobile-O, un Labirint-O, una Microsprint all’ungherese. Tutte cose, che, sono pronto a scommetterci, le ragazze ed i ragazzi apprezzerebbero.

8.

Il ricordo di Mattia Debertolis durante la premiazione. Ci sono nomi che il bosco non smetterà mai di sussurrare, come se le foglie sapessero che certe presenze non se ne vanno davvero. Parlare di Mattia al microfono è stato come tenere accesa una lanterna sotto il vento: ogni parola rischiava di spegnersi, ma ogni ricordo illuminava. L’orienteering ha il potere di farti rivivere storie anche quando i protagonisti non possono più correre: è il nostro modo di dire che la bussola della memoria non perde mai il Nord. Il minuto di silenzio ha parlato più di cento discorsi che avrei potuto imbastire in quel momento.

7.

L’ultima chiamata per i veterani. Solo alcuni esempi tra tutti: Pietro Sergas, Nastja Ferluga, Paride Gaio: dopo anni di chilometri e lanterne, salutano il TDR come vecchi amici che si stringono la mano. Sono cresciuti insieme al rumore del beep di partenza, hanno sbagliato curve, hanno azzeccato azimut, hanno riso di sera ascoltando l’ultimo tormentone delle estati più recenti. Ogni chiusura è un testimone che vola verso mani nuove. Chi prenderà il loro posto? Non lo so, ma so che la loro ombra resterà sulle cartine come un sentiero tracciato col pennarello. Pietro, Nastja e Paride lasciano il bosco del TDR con la stessa eleganza con cui ci sono entrati: senza clamore, ma con mille storie negli zaini. Benvenuti in Elite!!!

6.

Le nuove frontiere: dal Lazio alla Sardegna e la Sicilia, dalle Marche alla Valle d’Aosta, migliaia di chilometri di autostrada divorati per un minuto di tensione prima dello start, per un abbraccio con un avversario, per una cena in un refettorio in comune. Il Trofeo è il luogo dove la geografia diventa poesia: il mare incontra la montagna, le isole sfidano le Alpi, e tutti si ritrovano a ridere sotto la stessa pioggia. Questa è la collezione più preziosa che c’è: non medaglie, ma facce, dialetti, foto sfocate e ricordi che tra dieci anni racconterai come se fossero leggende. All’elenco delle regioni manca qualcosa: ci saranno sicuramente motivi validi, economici, logistici e strutturali a monte di una mancata partecipazione. Il calendario FISO, puntuale come le tasse, ci ha catapultato in regioni che – a sentir loro – si vantano di aver inventato l’orienteering, scritto la storia, forse pure piantato il primo picchetto. E che, allo stesso modo, si sono sentite offese dall’ignoranza dello speaker e mortificate dal suo commento poco professionale se è sfuggita la citazione di qualche trofeo polveroso o di alcuni pionieri davvero troppo lontani nel tempo. Mancare la più bella che ci sia per le ragazze ed i ragazzi che rappresenteranno (più che un dichiarato passato glorioso) il futuro di questo sport è un peccato da non ripetere. E no, non sto parlando della Liguria.

5.

Ci sono momenti nei quali lo speaker non può dare solo buone notizie. Questo punto è dedicato a Chiara Ognibene. Che forse non mi saluterà mai più. Penso che ci sia qualcosa di epico nel gareggiare sapendo che il tuo risultato non conterà nulla per una punzonatura mancante avvenuta nei preliminari della gara. È una specie di onore antico, di cavalleria tra aghi di pino. Chiara è partita in testa, ha condotto la gara in testa, ha chiuso in testa nonostante da dietro stesse arrivando un treno FVG con il Veneto a ruota. Ha corso con la serenità di chi sa che non si vince solo col cronometro ma con il cuore. Non è stata la linea del traguardo a rendere Chiara una campionessa, ma la dignità con cui ha corso quando la classifica le aveva già voltato le spalle.

4.

L’organizzazione ovvero “supereroi in maglia Friuli MTBO” (ma non solo). Nessun piano sopravvive al primo contatto con un nubifragio. Eppure eccoli, a montare gazebo sotto secchiate d’acqua, a srotolare cavi come se fossero in missione per la NASA. Il temporale ha lanciato loro addosso fulmini? Loro hanno tirato fuori le cerate e sono andati avanti imperterriti. I piedi hanno franato nel fango, loro piazzano segnaletica come se fosse un tappeto rosso. Sono le società e le organizzazioni che ti fanno tornare a casa con storie da raccontare, e meritano un podio a parte.

3.

Alessia & Ginevra: il ritorno del microfono perfetto. Tra le soddisfazioni del TDR 2025, aver riascoltato la voce di Alessia al microfono. Padrona della situazione, competente oltre ogni mia possibilità, capace di gestire le autorità ed il protocollo con la naturalezza di chi è nata con il talento, e non fa nemmeno mostra di volersene vantare. Alessia è stata bravissima a mettere ordine nel mio caos mentale, nelle mie scalette da circo Barnum ma senza direzione artistica. Alle premiazioni c’erano “solo” i più alti papaveri della regione: sono filate lisce senza un sussulto. Prossimo passo il triangolare Trump Putin Zelenskij: sono sicuro che sarebbe un successo. Se Alessia ha una voce che scivola tra i rami e mette ordine nel caos, con precisione svizzera, ritmo da 400 metri piani e sorriso che sposta le nuvole, Ginevra è stata la bussola della cabina: la direzione giusta, la calma olimpica, la battuta sempre pronta al momento giusto. Insieme sono più sincronizzate di due metronomi, l’equivalente orienteering delle sorelle Williams nel doppio alle Olimpiadi: se aprissero un podcast sulle mappe, lo ascolterei in loop.

2.

Per chi non c’era. Mentre voi litigavate sulle chat dei regolamenti, al TDR si costruisce il futuro tra aghi di pino e zaini fradici. Il vero crimine sportivo non è la punzonatura mancante: è restare a casa mentre il TDR esplode di entusiasmo. Il bosco perdona gli errori di rotta, ma non perdona l’assenza.

1.

Morale della (mia) favola. Il Trofeo delle Regioni minaccia ogni anno di essere la gara più entusiasmante, commovente e rumorosa che ci sia. E finché non inventeremo un modo per rovinarla, continuerà a battere il tempo giusto nel modo giusto. Io non ho vinto niente, non ho perso la voce, ma ho guadagnato ricordi e sorrisi. E in questo gioco, è l’unica classifica che conta davvero. L’orienteering dei giovani merita più parole di quante ce ne stiano in un singolo post. E, onestamente, se io vi avessi raccontato ogni dettaglio, voi rischiereste di credere che io abbia davvero capito cosa stavo facendo e che parole stavo dicendo al microfono.

Spoiler: no, ma ci ho preso gusto. Grazie TDR!