Stegal67 Blog

Friday, August 30, 2019

Estate 2019: secondo tentativo di autodistruzione...


La puntata estiva con il secondo tentativo di autodistruzione avrebbe dovuto uscire su questo blog molto prima rispetto ad oggi. Purtroppo non potevo immaginare che le settimane coincise con la 5 giorni d’Italia e la Dolomiti 3 (+2) Days sarebbero risultate, a conti fatti ma non ancora del tutto conclusi, le meno faticose e snervanti di questa afosissima estate. Conduco a tutti gli effetti da qualche settimana una vita da autentico nomade, con il bagagliaio dell’auto (che ad un certo momento ne ha avuto piene le scatole pure lei) zeppo di vestiti buoni per tutte le stagioni, materiale dell’ufficio itinerante tra varie filiali del nord Italia, scarpe da orienteering che vagano qua e là insieme a pezzi di tuta e magliette termiche… sono ormai diventato uno dei sostenitori più efficaci dei bilanci delle aziende petrolifere e delle autostrade italiane, e sulla tratta Carpenedolo – Peschiera – Rovereto – Coredo conosco a memoria l’ubicazione di tutte e lavanderie a gettone, benzinai, autoofficine perché non si sa mai e paninoteche dove mangiare qualcosa al volo perché è già tardi.

L’ultimo passo di corsa l’ho mosso con l’ultimo arrivo al traguardo di Val Canali a metà luglio, e tutto l’orienteering che ho fatto è rappresentato dalla visione in streaming dei mondiali dispitati in Norvegia attorno a Ferragosto. Come farò a presentarmi al via delle prossime gare lo sa solo il mio angelo custode, ma giusto per chiudere il racconto delle gare di luglio mi prendo qualche minuto per mettere su tastiera come è andata alla Dolomiti 3(+2) Days in Primiero.

Come è andata? Con un altro tentativo di autodistruzione, peraltro quasi portato a termine. Sono venuto via dal Cadore in un venerdì di inizio luglio, affrontando la strada per Passo Monte Croce Carnico (“perché non facciamo una gara lì…? Oppure lì…? Oppure ancora lì…?”) e poi la discesa verso San Candido – Innichen. Non me ne vogliano i miei amici dell’Haunold Team, ma quando hai la fortuna di nascere e crescere in un posto come Innichen, dove non c’è un filo di erba fuori posto ed il panorama tutto attorno è tra i più belli che ci possono essere, forse non si riesce ad immaginare che il mondo non è fatto tutto come quell’angolo di paradiso… Statale della Val Pusteria, autostrada del Brennero verso sud ed eccomi di nuovo di passaggio a Coredo a vedere come sta la mamma e a leccarmi le ferite della 5 giorni.

Domenica sono di nuovo in viaggio verso il Primiero, dove mi attendono le gare della competizione biennale inventata dai maghi dell’US Primiero e destinata spero a diventare una classicissima delle estati degli atleti scandinavi. Per l’occasione mi sono iscritto ad una categoria più consona alla mia vetusta età: M45. Anche perché sapevo già che le due long distance valide come prima e seconda tappa (m terzo e quarto giorno di gare) sarebbero state due mazzate nei denti da paura. L’altra cosa che sapevo di queste due tappe è che non avrei mai potuto farle all’alba (comunque troppo lunghe per arrivare al traguardo in tempo per iniziare la cronaca) e nemmeno anticiparle di una o due giorni perché il terreno di gara sarebbe stato raggiungibile solo in seggiovia – aperta solo nei giorni di gara – o con un trasferimento a piedi di 50 minuti a salire e 50 a scendere per arrivare all’auto.

Quindi niente gare anticipate, come feci due anni fa, e niente Elite all’alba. Per questa volta, una bella M45 più abbordabile! Dopo la visita doverosa al santuario di Fiera di Primiero – leggi “la sede dell’US Primiero” – si comincia martedì nello stesso posto dove era finita a 5 giorni di due anni fa, al Prà delle Nasse di San Martino di Castrozza. Lo scenario che ci si dovrebbe presentare è quello del prato, con lo sfondo del temibile costone di abeti sul quale si era sviluppata la long leg dell’ultima tappa del 2017. Purtroppo, dopo il passaggio della tempesta Vaia, di quell’anfiteatro naturale è rimasto solo il prato… il costone di abeti non esiste più, o meglio esiste solo la ripida salita con la vista della nuda terra dalla quale sbucano i mozziconi degli alberi rimasti vittime della tempesta. Uno scenario surreale e quali apocalittico da piangere.
Dopo aver scalato la montagna per arrivare alla partenza della prima tappa, mi accingo a gettarmi all’inseguimento di Marco che parte qualche minuto prima di me. Arrivare a prenderlo è impossibile, perché Marco è semplicemente troppo allenato e troppo tecnico per me, ma vorrei almeno arrivargli vicino in classifica. Fu così che parto alla garibaldina in discesa, perché comunque non è mai detta l’ultima parola, ed arrivo abbastanza bene al primo punto di controllo che è un classico esempio del normotipo “se lo manco, poi devo scalare la montagna di nuovo per recuperarlo”.


I punti 2 e 3 vanno via abbastanza bene, ma sulla lunga strada verso il punto 4 commetto il peccato di superbia di cercare di correre dietro a Maurizio Castellaz (imprendibile) e mi ritrovo a boccheggiare già a metà strada. Senza stare a tediare con tutti i punti successivi, vado subito al sodo: attraversamento del prato vicino all’arrivo, per andare nel rock paradise a sud della strada. Sapevo di non poter battere Marco, ma non sono proprio contento di accorgermi, dal suo incitamento a squarciagola, che lui è già al traguardo (e chissà da quanto tempo, penso io) mentre io devo ancora fare l’ultimo loop…


Il punto 12 va via liscio, così come il punto 13 anche se le curve di livello adesso urlano addosso alle gambe. Cerco di trovare un punto di attacco per il punto 14 ed è lì che succede il patatrac: mentre controllo la cartina non mi accorgo di un sasso nascosto nell’erba alta. Ci vado a sbattere di punta, con tutta la velocità (poca) ed il peso (abbondantissimo) che posso scaricare in un urto tra la rotula ed il sasso. Il sasso non so come se la cava, ma la rotula esplode e con essa tutta la gamba. Finisco per rotolare in mezzo alle ramaglie ad un paio di metri mentre mi tengo il ginocchio con le mani. Il pensiero che ci sia qualcosa di rotto è più di un sospetto, e che le mie gare siano finite viene di conseguenza. Per un paio di minuti il mondo è soltanto il dolore al ginocchio, i cattivi pensieri e la sensazione che da quelle ramaglie posso uscire solo se qualcuno mi tira fuori di peso…

Il primo toro scandinavo che passa da lì forse fa finta di non sentire i miei richiami, o forse non mi sente proprio. Il secondo che passa è il mitico Tiziano Bettega ed i soccorsi vanno già meglio. Dopo essermi rimesso in piedi, lo invito a continuare la sua gara e gli chiedo di avvisare qualcuno al traguardo affinché metta man alle scorte di ghiaccio. Zoppicando e con pochissima concentrazione, cerco di arrivare al punto 14: la maggior parte dei miei pensieri dice che la 3(+2) giorni è già finita, un’altra cospicua percentuale dice che dovrei limitare al minimo indispensabile i passi dirigendomi subito al traguardo, una minoranza rumorosa dice che invece farei meglio a finire la gara perché non si sa mai. Vince la minoranza, a scapito degli sguardi atterriti di una famigliola posizionata a bordo laghetto che vede scendere dal pendio una specie di reduce della ritirata di Russia e a scapito dei sorpassi che patirò nella lunghissima (per me che zoppico) tratta su strada che porta agli ultimi due punti e poi al traguardo.

Qui vengo effettivamente accolto dal personale medico che Tiziano aveva allertato e, con abbondante ghiaccio, mi aiutano a tenere insieme il ginocchio che ha già assunto la dimensione di un melone. Per la prima volta (così mi pare di ricordare) nella mia poco luminosa carriera devo chiedere a qualcuno di venire al ritrovo a prendermi in auto, dopodiché passerò il pomeriggio alternando sul ginocchio altre compresse di ghiaccio e una serie infinita di buste di surgelati che diventano per forza di cose il menu della cena della sera (i surgelati, non le buste di ghiaccio).

Dopo una notte quasi insonne per il male, il giorno successivo si va in Val Venegia per la seconda gara. Il ginocchio tiene molto poco e la ferita non accenna a rimarginarsi bene. Il che non è il modo migliore per affrontare il percorso su una delle carte più belle che esistono.


In effetti la mia andatura è già zoppicante lungo il sentiero che porta al ritrovo di Malga Venegia, e lo diventa ancora di più quando devo mettere i piedi fuori dai sentieri sul terreno sconnesso ed insidioso delle malghe. Al momento della partenza, mi scanso per evitare di essere travolto dai concorrenti che partono al mio stesso minuto, ma mi accorgo già andando al primo punto che, nonostante il dolore, il ginocchio è più saldo di quel che temevo; il morale migliora, la stabilità aumenta ed il tracciato di Erik Nicolao e Nicolò Orler fa il resto: va bene che Val Venegia è uno di quei posti dove puoi mettere le lanterne ovunque, ma il percorso ed i rimbalzi nella zona a nord del fiume sono davvero azzeccati. Mi ruga tantissimo aver perso tempo alla lanterna 6, che poi scoprirò essersi rivelata ostica per parecchi concorrenti, perché pur andando piano ho la sensazione di essere sempre in carta e sempre a contatto con i dettagli del rilievo in mappa. Al traguardo, sempre zoppicante, vedo qualcuno dei soccorritori del giorno prima che si chiede come diavolo faccio ad essere in piedi e soprattutto ad essere in gara… potenza di Val Venegia, rispondo io.

Dopodiché si finisce di scherzare, perché le due tappe successive sono previste alla quota oltre 2000 metri di Passo Valles. E sono cavoli amarissimi! Che si sarebbe trattata di una “prima assoluta” da ricordare me lo ha raccontato in tutte le salse Franco Orler che, puntualissimo sulla sua auto alle 6.10 del mattino di San Martino di Castrozza, mi ha scarrozzato fino al ritrovo. Lo scenario cui mi trovo di fronte mentre mi cambio è lunare:




La temperatura è di pochi gradi sopra lo zero. Io dispongo di due maglie termiche ed un pantalone parimenti termico. Pensavo di tenere una maglia ed il pantalone per le ore che avrei passato dietro al microfono, ma con una temperatura di 3 gradi ed il vento gelato che spira ovunque mi trovo costretto a vestirmi a cipolla… e quando verrà il momento della cronaca ci penseremo! Il sole sale un po’ e mi consente di riprendere queste foto della zona di partenza:




(le nuvole stanno sotto di noi!)

Il terreno di Passo Valles non saprei descriverlo in altro modo se non “lunare”: alberelli ce ne sono pochissimi e sparsi qua e là, rocce e movimenti del terreno ce ne sono quanti sono i centesimi nel deposito di Zio Paperone, e se soltanto si commette l’errore di perdere il contatto con il terreno, la rovina è immediata. Per qualche motivo mi convinco che la partenza è abbastanza facile: basta andare al punto dove il sentiero fa la curva, scendere in bussola ed arrivare al punto.

Facile, no?

Grande capo Eestiqaatsi dice “Anche no!”.

Otto minuti e trenta secondi per venire a capo di un punto che è “lì dietro”. Si, ma “lì dietro” a cosa? Ci sarò passato a 5 metri? A 10 metri? Boh… Eppure è l’unico avvallamento in direzione est-ovest! Niente: otto minuti e trenta secondi che praticamente mi fanno da warm up, e che mi fanno capire che da lì in poi l’angolo della bussola sarà piazzato ben saldo sulla mappa sopra al punto in cui mi trovo. Peraltro questa cosa del “punto numero 1 problematico” la racconteranno parecchi altri concorrenti, anche tra i fortissimi: c’è gente che si ha lasciato il quarto d’ora sul primo punto: “Benvenuti a Passo Valles!” sembrava che ci fosse scritto…

Dal terzo punto in poi la tecnica di gara diventa quella che mi ha spiegato Pierpaolo Corona durante la mia visita alla sede dell’US Primiero. Prima cosa: si guarda nella direzione indicata dalla linea magenta. Seconda cosa: si identificano tutte le macroforme del terreno, soprattutto le colline ed i roccioni, che praticamente tracciano la strada per il punto successivo. Terza cosa: ci si mette di buzzo buono e si va in direzione di queste macroforme identificate da lontano. Poi quando si arriva in zona punto, si fa orientamento fine. Et les jeux sont faites...

La terza cosa, quella sera alla sede dell’US Primiero, mi era sembrata una cagata pazzesca. Mentre PierPaolo mi descriveva cosa avrei dovuto fare, a secco e su una mappa senza percorso, la mia testa diceva “si, ok” ed il mio cervello alternava pensieri del tipo “ma non ce la farò nemmeno dipinto sul muro…” oppure “si, certo, queste cose le sai fare tu che sei stato nelle Fiamme Gialle!”. Però come fai a dire “no” a PierPaolo? Quindi succede che dopo aver trovato il punto 3 dieci metri alla mia sinistra (good choice, Stegal!), arrivo fino alla prima curva della pista da sci, mando un pensiero non del tutto gentile a PierPaolo, guardo dritto davanti a me e comincio a vedere: il laghetto con la collina ad est cui devo passare dritto in mezzo, la collinetta posta subito dopo, il sentiero, la roccia a forma di baffo che devo tenere a sinistra, la collina con la roccia a forma di “U” cui devo passare in mezzo… e il punto non può che essere lì a pochi metri!!!!
Come diceva Watson a Sherlock in non so quale libro “ma è di una banalità sconvolgente!”. Grazie PierPaolo! Grazie e ancora grazie! Praticamente metto via la carta e comincio la seconda parte di gara con uno spirito sicuramente più sollevato. Ora… proprio banale non sarà mai, d’altra parte devo sempre venire a patti con il mio ginocchio, ma chi l’avrebbe mai detto che mi sarei trovato a mio agio in tratte come la 7-8-9-10 ? Il diavolo era davvero molto più mansueto di come me lo ero figurato la domenica sera precedente, e così in poco meno di due ore sono riuscito a venire a capo del percorso e presentarmi stanco ma soddisfatto al traguardo.

Succede così che, per una volta, mi presento al via il giorno successivo con un po’ di fiducia: in fondo tutta quanta la prima tappa a Passo Valles era stato un lungo warm up di cui avrei fatto tesoro il giorno successivo. Lasciamo perdere il punto 1, di cui avevo trovato il paletto il giorno prima mentre peregrinavo senza meta e senza testa, ed il punto 2 per il quale basta scendere (ahi che male il ginocchio!) stando a sud del roccione. Purtroppo il punto 3 mi sembra più lontano delle Colonne d’Ercole, e la migliore strategia che mi viene in mente consiste nel salire mille curve di livello, ripassare dalla partenza e poi scendere lungo la traccia… se 24 minuti vi sembrano pochi!

Sarà la quarta tappa, sarà il ginocchio, sarà ‘altitudine ed il freddo, sarà quel che sarà… ma dopo aver ingollato il carbogel e fatto una foto…

… entro in modalità “survivor” e cerco di trascinarmi lungo il percorso fino al traguardo. Sbagliando nell’ordine: la 4 (il roccione non era sbagliabile, ma non mi sono accorto che la lanterna stava sul lato ovest), la 5 (sono finito alla curva del ruscello… ma quella fuori dal cerchio magenta, a sud ovest!), la 6 (e si che bastava stare tra i due ruscelli!), la 7 (che ho trovato solo quando mi sono girato a guardare dietro di me), la 8 (eppure c’era la trincea…). Per arrivare alla 9 sono passato in zona arrivo, poi ho percorso tuuuuuuto il sentiero che porta verso la 10 e, all’incrocio con i fili dell’alta tensione, mi sono buttato a destra in bussola.

Cercando di seguire Anna Pradel che stava facendo l’apripista sul percorso W18.  Non riuscendo a seguirla. Perdendomi inesorabilmente a 10 metri dal punto. Mentre sono lì che brancolo nel vuoto, ogni tanto mando una occhiata a sinistra e vedo che lontanissimo sul costone della zona del ritrovo ci sono alcuni puntini (leggi: persone) che si stagliano sull’orizzonte. Mi viene in mente che uno di quei puntini potrebbe essere Marco che mi segue con il binocolo, che commenta ogni mia malefatta (soprattutto i lunghi periodi nei quali sono fermo e mi guardo intorno a 360° pensando “eppure dovrebbe essere qui!”) pronto a farmi a pezzi quando sarò al traguardo. Alla 9 perdo parecchi minuti, e quando la trovo mi verrebbe proprio voglia di prendere a calci il paletto… Il pensiero di Marco con il binocolo però è salvifico, perché da lì in poi rimetto insieme il mio senso dell’orientamento e, seppure con la lentezza di un bradipo, riesco a venire a capo bene delle ultime lanterne fino al traguardo.

Negli ultimi metri trovo ancora la forza di combattere, perché vorrei finire la gara in un tempo inferiore a quella del giorno prima, e ci riesco seppur per soli 9 secondi: una magra consolazione per una prestazione francamente dimenticabile. Poi scoprirò che Marco non mi stava osservando con il binocolo, che NESSUNO mi stava osservando (perché se loro erano un puntino sulla linea dell’orizzonte per me, io ero un puntino nel nulla cosmico per loro…) e che mi ero fatto un pippone da solo.

Per l’ultima tappa si va su un terreno più tradizionale: Val Canali. Partenza dal pratone che aveva ospitato lo start della staffetta mondiale del 2009, percorso strutturato in modo molto simile a quello della Due giorni del Primiero del settembre 2018, e punti posati in alcuni casi sullo stesso oggetto (punto 12) o sul masso\avvallamento\cocuzzolo a fianco. Va da sé che mi piacerebbe fare una bella gara su un terreno che conosco, laddove “bella gara” vuol dire “stare sotto l’ora”, ma non ci riesco e non posso nemmeno dare la colpa solo alla fatica (siamo ormai alla decima gara) o al ginocchio. Perdo qualche secondo qua e là e, soprattutto, dopo il punto 17 non ne ho davvero più: finisco in 68 minuti, staccato di 20 da Fabio Hueller, ma considerato il fatto che si tratta di un terreno che conosco non posso proprio dire di aver fatto una bella gara.

Poi arriva l’ultimo commento, le premiazioni, i saluti. Il sole rimane alto nel cielo come merita l’US Primiero e con enorme rammarico arriva il momento i riprendere la strada di casa, un momento triste che anche questa volta cerco di annacquare con un ennesimo passaggio da Coredo. Senza ancora sapere che gli accadimenti dell’estate mi avrebbero portato a Coredo molto più spesso di quanto io stesso avrei voluto…

Saturday, July 20, 2019

Estate 2019: primo tentativo di autodistruzione


Ci sono annate che vanno un po’ così così… è proprio vero che quest'anno non riesco a riversare nelle gare la stessa quantità di tempo ed energie che dedicavo nelle stagioni scorse. Parecchie volte quest'anno mi è capitato di cominciare a pensare solo a metà settimana “ok… dov’è che dovrei andare a correre questo fine settimana?”. Ancora meno sono riuscito a prepararmi per le gare stesse: gli allenamenti stanno a zero, la preparazione a secco sulle cartine sta a zero, persino quel minimo di preparazione dell'evento quando sono coinvolto come speaker mi ha visto lasciare lì le cose a se stesse fino all'ultimo momento "tanto poi trovo il modo di cavarmela". Il blog ha latitato e non sono riuscito a trovare grandi stimoli nei risultati di quelli bravi nemmeno per commentare in modo decente e la prima metà di anno sportivo in occasione del pezzo scritto per Azimut.

Però le gare delle prime due settimane di luglio erano state programmate da almeno un anno, e così anche le categorie nelle quali mi sarei cimentato, e anche il fatto che avrei fatto lo speaker: 10 giorni di gare all'alba nei boschi e 10 giorni di commenti alle gare dietro al microfono. Nelle mie condizioni, avrebbe potuto trasformarsi tutto in un disastro. In realtà il tutto è stato solo un autentico tentativo di autodistruzione, fisica e mentale, che in talune occasioni per puro miracolo non si è trasformato in una autodistruzione perfettamente riuscita! Con un piccolo rimpianto: piuttosto che tornare in ufficio, avrei volentieri affrontato anche una terza settimana di gare al limite (o ampiamente oltre) delle mie possibilità.

Prima settimana: 5 giorni d’Italia in Cadore. 
Dato che, come speaker, avevo il semplice compito di affiancare Per Forsberg per qualche sporadico interventi in italiano (il mio inglese non gli piace, e faccio poca fatica a credergli), al momento di fare l’iscrizione avevo buttato lì un “faccio Elite!” senza criterio e senza cervello: l'unico motivo razionale, se ce ne fosse almeno uno, è che con Forsberg al microfono avrei potuto arrivare al traguardo anche a gara già iniziata. In fondo il piano di volo della 5 giorni prevedeva una sprint (sempre fattibile), una long (il duro scoglio) e tre middle che (illuso!) avrei potuto portare a termine in un’ora e mezzo circa. Poi mi sono dimenticato di completare l’iscrizione indicando la categoria! (forse un involontario rigurgito di sanità da parte del neurone del cervello).
Risultato: a 7 giorni dall’inizio delle gare mi chiamano e mi chiedono: “Allora? Che categoria?”. Devono avermi colto in un momento di spegnimento del cervello, perché la risposta è stata ancora una volta la stessa: “faccio l'Elite!”. Oh!: mai nessuno che pensa a contraddirmi...

Già la prima tappa sprint ad Auronzo di Cadore si è rivelata un autentico calvario: il caldo africano che aveva imperversato in settimana a Milano ha avuto il classico colpo di coda nella domenica di Auronzo, soprattutto per me che ho affrontato il percorso alle ore 13, nella più torrida giornata estiva degli ultimi anni. E’ stato come correre in un forno, con l’aggiunta di alcuni hairdryer bollenti puntati direttamente in faccia e sul collo. Ho avuto le allucinazioni per il caldo, mi è sembrato di correre nella colla, e dopo aver superato più per inerzia che per reale volontà atletica le noiosissime  tratte dalla 8 alla 12, ho passato la seconda metà di gara a cercare tutte le fontane posizionate lungo il percorso, per tuffarci il viso e le braccia e per tirare su a manate quanta più acqua gelida potevo buttare sulle gambe e sul tronco.


La continua combinazione di vento bollente e doccia gelata, alla lunga, mi ha procurato un piccolo shock termico che si è sentito evidentemente anche nella successiva cronaca in italiano, raffazzonata e con la bocca impastata, e durante la cerimonia di inaugurazione della 5 giorni in piazza ad Auronzo (che ho lasciato gestire a Forsberg dal primo all’ultimo minuto) fino al definitivo crollo a letto alle 19.30, finalmente con un po’ di fresco ma senza cena.


Tanto il giorno dopo mi aspettava la long distance al Lago di Misurina. Sveglia suonata alle 4.50, alle 6 ero in partenza al lago di Antorno. Ho affrontato la long in modalità “passeggiata in montagna”… nemmeno alla O-Marathon si va così piano! Oltre 3 ore e 20 minuti per completare un percorso da 9,2 km e poco meno di 400 metri di dislivello. Credo che, a conti fatti, potrebbe essere questa davvero la mia ultima long distance in Elite della vita.


Eppure fino al punto 3 è andato tutto bene. La logica del tracciatore Paride Grava prevedeva di usare i primi 3 punti per studiare la lunga tratta 3-4: io devo essere stato uno studente poco diligente perché non ho studiato un cavolo! Infatti sono tornato verso il lago di Antorno, ho fatto tutto il sentiero a bordo palude fino alla curva della strada e poi fino al “casello” che blocca le auto prima della salita alle Tre Cime di Lavaredo. Da lì mi sono buttato un po’ a casaccio nel loop 4-7 facendo tanto ma tanto di quel dislivello in più che sarebbe bastato per un’altra tappa a lunga distanza. Alle 7.40 del mattino sono arrivato più o meno indenne alla 8 e alla 9, in mezzo ad una mandria di mucche incaxxose che mi hanno costretto a girare largo persino per fare un punto di 100 metri! Giunto al punto 9, ho aspettato Paride che stava posando proprio quei punti, ho preso il carbogel e ho girato la mappa per fare una occhiata a cosa mi aspettava nella seconda parte del percorso.



Per andare alla 10 ho attraversato tutta la malga verso sud-est e sono ripassato in zona casello (dove nel frattempo le auto erano aumentate a dismisura). Tutta la seconda parte di gara può essere accompagnata dall’aggettivo “penoso”:
attacco penoso e a casaccio al punto 12, che ho trovato solo dopo aver incrociato il posatore Maurizio Ongania
risalita penosa verso la strada dopo aver trovato il punto 13
risalita penosa (lacrime e tante ma tante ma tante parolacce e pensieri ad alta voce “chi me lo ha fatto fare”) dalla 14 alla strada per andare a bere qualcosa alla fontana posizionata sulla strada tra la 14 e la 15 (l'acqua più buona dell'universo mondo!)


salita penosa lungo il prato nella seconda parte della tratta tra la 18 e la 19, già sotto gli occhi dei primi concorrenti che stavano raggiungendo il lago di Antorno e si chiedevano chi fosse quell'folle con indosso il pettorale già in piena crisi di fatica prima dell'ora zero di partenza (domanda: ma davvero i concorrenti, anche gli ultraottantenni, sono stati mandati in partenza lungo quella salita? Assassini!)
All’arrivo al traguardo non mi aspettava nessuno, e menomale perché ci ho messo 45 minuti a riprendere delle sembianze un minimo umane. La giornata finirà poi sotto la clamorosa grandinata che infliggerà agli ultimi concorrenti in gara una punizione imprevista e immeritata, abbassando la temperatura da “estate torrida” a “l’inverno sta arrivando”. Io non posso fare altro che infilarmi di nuovo a letto presto e cercare di recuperare un po’ di energie.
La sveglia della terza tappa suona alle 5.10. Tanto è middle e la partenza è leggermente più vicina… Il bosco è ancora fresco per la grandinata del giorno precedente, e in alcune zone ci sono delle piccole pozze di ghiaccio che scricchiolano sotto i piedi. I primi due punti sono proprio vicini alla partenza, ed io li faccio bene e mi sento proprio in carta. Metto alla prova la mia sensazione di essere un grande orientista andando alla 3… ed ho la conferma di essere proprio un figo! Ci arrivo dritto con minimi aggiustamenti lungo la tratta, e già mi figuro la possibilità di arrivare al traguardo prima dell’arrivo in zona dei partecipanti alla 5 giorni e con un tempo finalmente decente… solo che alla 4 ho la chiara conferma che le mie abilità orientistiche sono attorno allo zero in una scala “da zero a autentico schifo”. Alla 5 persino lo schifo avrebbe fatto meglio di me, e alla 6 incrocio un paio di escursionisti che risalgono lungo il sentiero a sud della pista da sci e si offrono di cercare insieme a me il paletto, se solo gli faccio capire a che gioco sto partecipando.





Ovviamente sbaglio qualcosa anche alla 7, che è sbagliabile solo nelle condizioni in cui io pratico questo sport (scorgere il solo paletto piantato tra i sassi non è facile, ma io per accorgermi di essere andato lungo devo arrivare fino al sasso a bordo pista, a nord del punto). Per fortuna esiste Marco Bezzi, o qualcuno che va nel bosco a controllare il percorso ed il fettucciamento in stile Marco Bezzi: per andare alla 8 scelgo infatti di salire fino al tornante del sentiero a bordo carta, e da lì si vede distintamente una traccia impercettibile che si inoltra nel bosco, e mi convinco che quella traccia mi porterà dritto al punto senza deviazioni. Così è. La traccia prosegue fino alla 9, che non è peraltro sbagliabile in quanto a due terzi di tratta c’è il primo dei massi “formato condominio” di questa 5 giorni; per scendere alla 10 basta avere un minimo di circospezione (= lentezza, dote in cui sono campione del mondo), per la 11 c’è un comodo sentiero che porta proprio sotto il punto, da dove si sale .ungo la linea di massima pendenza nella direzione indicata da apposito cartello “per le parolacce su da questa parte”.
Quel sentiero fa comodo anche per andare alla 14 (prima discesa con la piccozza ed i ramponi, girando a sinistra dopo i sassi), ma le ultime parolacce bisogna tenerle da parte per andare alla 15 che è ancora una discesa terrificante da usare piccozza e ramponi, dove finisco per trovare la roccia in costa in un punto nel quale si possono tenere le mani davanti a sé appoggiate alla parete di bosco. Il loop finale invece è davvero carino, se non fosse che le energie sono ancora una volta al lumicino e che anche questa volta per terminare una middle mi tocca stare in giro quasi 1 ora e 50 minuti, e meno male che (andando a velocità di lumaca) riesco praticamente ad andare dritto sotto la linea magenta dalla 16 al traguardo (fatto salvo il pezzo 18-19 sul sentiero).

Per la quarta tappa si abbandona la zona del Lago di Misurina e si va verso la zona del Passo Monte Croce Carnico. La mia giornata storta comincia alle 5.15, quando parto da casa dimenticando sia le scarpe da orienteering che la busta che contiene la bussola. L’arrivo a Val Grande è un po’ caotico, in quanto non ci sono indicazioni o cartelli che indicano dove si trova la zona arrivo e quindi devo girare a vuoto per una mezz’ora prima di trovare il posto giusto. Quando mi accorgo che non ho né la bussola né le scarpe, il morale va un po’ a terra… per la bussola rimedio acquistandone una al volo allo shop, con un siparietto degno dell’Ambra Jovinelli tra me ed il venditore austriaco che ho appena tirato giù dal letto del suo van:

“ho dimenticato la bussola, me ne vendi una?”

“si, ok… quando apro il camion te la vendo”

“no, mi serve adesso, puoi aprire il camion per favore?”

“il camion non è ancora aperto, a che ora ti serve la bussola?”

“mi serve adesso… sto partendo adesso!”

Per le scarpe, purtroppo non posso fare molti aggiustamenti. Mi tocca fare la gara con le scarpe da jogging a suola liscissima, ma diciamo che a parte qualche pattinata sul muschio bagnato fino al punto 10 il battistrada non costituisce un problema: il bosco è una autentica foresta che mi ricorda tanto il Cansiglio, i punti vengono via uno dopo l’altro senza particolari patémi d’animo (tanto io sono lento e viaggio sotto la linea magenta…), il fiume è gelato e l’attraversamento dalla 4 alla 5 è solo un assaggio di quella crioterapia che troverà il suo culmine la settimana successiva in Val Venegia. I simboli degli alberi caduti a terra per via della tempesta Vaia sono precisissimi al limite del “cartello indicatore della direzione”.

Fino alla 10, quindi, tutto bene. Per andare alla 11 cominciano le curve di livello, ed allora le scarpe a suola liscissima cominciano a non andare più bene. La 11 e la 12 le faccio in coppia con il posatore Stefano Raus, poi le nostre strade si dividono. La tratta 12-13 è tutto fuorché una tratta da media distanza, ma mi dico che se trovo la 13 il più è fatto… appunto: prima bisogna trovarla. Scollino dalla 12 in direzione est e vado a prendere il sentiero, poi direzione nord, corsetta lungo il sentiero fino alla zona della 13, e poi entro nel bosco per attaccare il punto che è un avvalamentino minuscolo che più piccolo non si può. 20 minuti dopo “credo” di essere ancora in quella zona, ma il punto non l’ho ancora trovato! “Credo”… perché faccio talmente tanti giri su me stesso che potrei essere finito persino in un’altra regione! Forse sono stato corto, forse lungo, forse non l’ho visto, forse ero basso, forse ero alto. Dal momento che non ho alcuna idea di dove sono finito, decido di ritirarmi e scendere verso sud fino alla strada… con il risultato che mi ritrovo ad un minuscolo bivio 12 curve di livello sotto il mio punto di controllo! Controllo con la mia nuova bussola la direzione dei due sentieri (il bivio è proprio quello) e mi rimetto in gara, arrancando faticosamente sui 60 metri di dislivello, usando un albero caduto come “mirino” per il punto e infine trovando il punto finalmente corredato dell’apposito telo bianco-arancione. La tentazione di dargli una pedata come i calciatori con le bandierine del calcio d’angolo è fortissima…

Da lì in poi non è una passeggiata di salute, ma a partire dalla 14 sento distintamente la voce di Per Forsberg al microfono che comincia a raccontare come si dipanerà la gara, lo sento parlare di middle distance e nel bosco mi parte una serie di male parole, la più pulita della quale è “te la do io la media distanza!”. Finale nella zona dei massi fino al punto 20 con i tre massi-autobus parcheggiati uno di fianco all’altro e arrivo a velocità pietosa, con Forsberg che ormai quando mi vede arrivare ha una faccia tra l’incredulo e lo sconvolto, e che ha smesso di scuotere il capoccione fin dalla prima tappa vedendo i miei tempi di gara: anche oggi sono ben sopra le due ore di gara, ed è pur sempre una media distanza!

Per far vedere che sono ancora capace di fare orienteering decentemente, mi resta solo la quinta tappa. Ed è una tappa, finalmente, alla mia portata: la giornata è fresca ed il bosco mi sembra più comprensibile rispetto a quello dei giorni precedenti. Il percorso prevede una salita “micidiale” per andare al primo punto (mani sui fianchi, passo lento e cadenzato, fiatone, sudore a catinelle e parolacce… tutte quelle rimaste) ma dal punto 1 in poi la fatica lascia il posto ad un gran divertimento. Una volta capito che le buche lungo il percorso sono molto più grosse rispetto a quelle che avevo trovato nella quarta tappa, scopro che le gambe sono ancora in grado di correre, ed è proprio quello che riesco a fare nella lunga tratta 4-5 che percorro davvero sotto la linea color magenta, tanto nel bosco non si sono praticamente ostacoli.

Arrivo “abbomba” all’attraversamento della strada dopo la 8, trovo la 9 solo perché il posatore la sta cercando anche lui, e poi viaggio lungo il percorso in pura esuberanza orientistica arrivando addirittura a fare le singole tratte dalla 13 alla 18 in modalità “memory”: sulla 15 incontro uno dei posatori che mi chiede dove ho la mappa ed io rispondo “in tasca!”. Il finale in paese mi consente di mettere su almeno un sorriso dopo la faticaccia di questa 5 giorni, e per una volta anche il tempo di gara è quantomeno paragonabile a quello del penultimo in classifica.



Vengo via da Padola dopo le premiazioni ed i saluti ai grandi meravigliosi volontari della 5 giorni con la sensazione che sono ancora a metà del mio cammino di autodistruzione, ma che le tappe in Cadore e Comelico non mi hanno spezzato… anche se temo che quella long del secondo giorno resterà davvero la mia ultima long in Elite della mia onesta e poco fulgida carriera!


Per il secondo tentativo di autodistruzione, restare sintonizzati su questi schermi: Dolomiti 3+2 Days is coming...

Tuesday, May 28, 2019

Sempre acqua sopra la testa



Qualche anno fa il bardo Dario Stefani coniò una frase che mi fa sorridere ancora adesso: “Fino al clear&check è andato tutto bene...”. Sabato scorso sono riuscito a fare di meglio: non mi è andato bene nemmeno il clear&check. L’occasione di fare meglio (o peggio, a seconda dei punti di vista...) del Bardo mi è capitata alla Bi-Sprint di Vedano al Lambro, in una giornata nella quale il cielo ha scaricato ancora una volta sulla testa degli orientisti secchiate di acqua a volontà.

La gara prevedeva due distinte manches con partenza mass start (ho già detto che odio le mass start?), la prima con sviluppo nel parco di Monza in prossimità dell’ingresso di Vedano dell’autodromo, la seconda nelle vie del paese (poco “storico”) di Vedano. L’afa dei pomeriggi di gara a Vedano è ormai un classico, ma le previsioni meteo garantivano l’apertura delle cascate del Niagara più o meno attorno alle 16, proprio in corrispondenza del via alla seconda manche.

Recentemente mi è capitato di fare spesso due gare nel giro di due giorni, e mi sono accorto che se faccio ogni sorta di nefandezza orientistica nella prima gara, la seconda invece mi riesce benissimo. Recentemente, ad esempio, mi è successo di commettere ogni sorta di oscenità a Pennabilli e di essere molto in palla il giorno successivo agli italiani middle a Carpegna. Ancora più recentemente, ho terminato la gara middle distance nel sabato dell’Altopiano della Vigolana mettendoci oltre 100 minuti (in Elite, ma sono sempre più di 100 minuti…) e poi, nonostante il diluvio, ho corso proprio bene il giorno dopo (in M40, sulla stessa carta e con tre punti del percorso identici a quelli del giorno prima, ma mi sono sentito davvero bene).

Se tanto mi da tanto, dopo tutto quello che ho combinato a Vedano, il giorno dopo avrei potuto vincere il Campionato del Mondo…

Alla partenza sono schierato in prima fila con il fior fiore dell’orientamento Elite lombardo. Alla mia sinistra Davide Garufi, alla mia destra Cesare Mattiroli. Davanti a me, a soli 4 o 5 metri di distanza, un albero a largo fusto che sembra messo lì apposta a prendere le mie misure. Arriva l’uomo clear&check, e la mia sicard non da segni di vita. Passano 10… 15 secondi e ancora nulla. Intanto attorno a me ci sono tutti quanti gli altri che devono eseguire l’operazione di reset del chip, e che cominciano a pensare “questo ha la sicard veloce tanto quanto lui!”. Mi arrendo all’evidenza e torno di corsa al ritrovo a farmi dare una nuova sicard. Arrivo alla partenza già abbastanza trafelato, quando mancano ormai pochi secondi al via, e mi rimetto in corrispondenza della mia cartina tra Garufi e Mattiroli: meno 10 secondi… 5 secondi… 3, 2, 1, via! Prendo la carta e mi muovo in avanti, concentrato come sempre per eseguire l’operazione che mi riesce più difficile: trovare il triangolo di partenza…

… L’ALBERO!!!!!!!

Va bene. La partenza non è andata per il verso migliore. Mi tocca rincorrere il gruppone che si avvia verso il primo punto. Da qui vado al secondo punto, il centro della “farfalla”, e poi al terzo punto ovvero il primo della serie di "ali di farfalla"

(qualcuno nota qualcosa di strano?)

Quando arrivo al punto successivo (dopo il 3 che cosa viene?), colgo con la coda dell’occhio un mio avversario che, dal punto precedente (sempre lui, sempre il 3), ha fatto una scelta di direzione diversa. Io arrivo al punto, controllo la mappa… punto 10!!! Ma come?!?!?!? Manco a Vedano al Lambro riesco a tenere la direzione per più di 50 metri?. Proseguo verso il cerchietto che indica il punto 4, dove “l’avversario” visto precedentemente ha già punzonato, punzono a mia volta e mi accingerei persino a tornare verso il centro della farfalla… se non fosse che la linea rossa che disegna l’ala mi spinge invece a proseguire verso sud-ovest al di là della strada. Arrivo al punto successivo, controllo la mappa e… punto 9!!! Ma che cavolo sto combinando?!?!?

Ci ho messo qualche manciata di secondi a capire che nella stampa della carta ci deve essere stata qualche inversione di punti. Nel frattempo attorno a me succede un po’ di tutto, con la gente che si chiede reciprocamente che cosa bisogna fare, tipo “ma tu che regola ti sei dato per farle nell'ordine giusto?”. Diciamo che nell’aria si diffonde anche un po’ di scaxxo generale. Io non capisco più quali lanterne ho fatto e quali no e in quale sequenza, di conseguenza decido diligentemente (o stupidamente) di tornare al centro della farfalla come se fosse di nuovo il mio punto, poi andare alla 3, poi andare al cerchietto contrassegnato con il 4… poi però torno a non capirci più niente di quello che sto facendo e completo le ali di farfalla ed i punti un po’ a casaccio!

Quando mi allontano dal punto 11, avrà punzonato già una ventina di lanterne. per trovare il punto 12 si tratta solo di entrare nel sentierino giusto per evitare di dover bucare un verde rognosetto. Percorro il sentiero, lascio alla mia sinistra un albero caduto al suolo con la sua bella enorme radice in bella mostra, vado a quella che considero la “vera” radice segnata in carta (che sta 10\15 metri più in là…) e non trovo nulla. Accipicchia! Controllo… nulla. Controllo per scrupolo anche la radice dell’albero caduto… nulla. Esco verso nord a rivedere a luce e mi dico che il sentiero che avevo imboccato era quello giusto. Torno dentro e sento la voce di un ragazzo che dice “corri corri che di orientàti ce n’erano ancora!”. Un ragazzino compare sullo sfondo con la lanterna in mano che viene buttata là dove mi aspettavo di trovarla la prima volta…

Andiamo benone!

Dopo questa cosa, il mio personale morale è parecchio sotto i tacchi, e decido quindi di completare il percorso come piccolo allenamento (tanto immagino – a ragione – che la manche sarà annullata). Nella zona della seconda farfalla c’è solo da prestare attenzione alle tracce di sentiero, senza preoccuparsi delle salite e delle discese di questa zona dove ogni tanto si allenano quelli che provano la mountain bike…

Attenz…!!! SBEMMMM!!!

Avevo detto mountain bike? Detto… fatto, anzi centrato! Un bel manubrio nel fianco! Il biker che mi ha centrato, poveretto, si fa qualche metro a pelle di leone sul terreno. Quello dietro tira una derapata da lasciare giù mezzo copertone, quello dietro ancora gli finisce sopra ed il quarto completa l’ammucchiata di corpi e mezzi meccanici! Resto per un po’ lì in zona, un po’ perché il fianco mi fa male, un po’ perché voglio essere sicuro che transiti anche il gruppone dei ritardatari, un po’ perché ormai non posso nemmeno più parlare di “morale sotto i tacchi” dato che il mio ha trivellato il terreno fino a scoprire un nuovo giacimento di petrolio.

Finisco la manche camminando, tenendomi il braccio come Beckenbauer.

E mancano pure pochi minuti alle ore 16 del lancio della seconda manche. Ci arrivo dopo essere già stato dato per ritirato, causa incidente con la bici che era stato segnalato all’arrivo. La seconda manche si svilupperebbe in modo più consono, se non fosse che alle 16.07 si scatena una bomba di acqua che trasforma Vedano in una piscina da pallanuoto. L’asfalto diventa scivoloso, diventa difficile persino leggere i codici sulla mappa e si punzona “sulla fiducia” perché la visibilità è quella che è. Sotto la bomba di acqua, diventa poco significativo “indovinare” che sotto al numero "6" si nasconde un passaggio per accedere al cortile (io me lo ricordavo dalla gara di due anni fa) o “interpretare” che, nella tratta 8-9 del primo pezzo della seconda manche, lo sghiribizzo rosso in mezzo alla strada rappresenta una scaletta a scendere nella zona dei garage e poi a risalire, scelta che consente di superare un cancello non attraversabile: la mia interpretazione, genio e\o sregolatezza a piacere del lettore, è che se c’è un segno nero di cancello non attraversabile ma ci hanno messo attorno un segno rosso come quello (indistinguibile da qualunque altra cosa, sotto il diluvio) allora vuol dire che forse si passa…

Infine perdo la volata per la penultima posizione, perché sotto la cascata di acqua torno al triangolo di partenza anziché andare al cerchietto del punto 9, e finisco la gara di nuovo come Beckenbauer, senza nemmeno la soddisfazione di sapere che a 4 anni di distanza dal 3-4 di Città del Messico potrò vincere io la coppa del Mondo di calcio.

Ah… ma se domenica avessi potuto gareggiare (anziché stare a letto a riprendermi dalle botte), sarei sicuramente diventato campione del mondo! Altro che Gardolo, caro Dopolavori…

Monday, May 13, 2019

Mobile-O: buona la prima!


Era da tanto tempo che volevo organizzare una cosa del genere, e finalmente anche il Mobile-O è andato in porto: la prima gara di questo tipo nella storia dell’Unione Lombarda Milano! Forse non è stato un successo organizzativo paragonabile ai numeri della Milano nei Parchi, ma i sorrisi dei partecipanti alla fine della gara testimoniano che l’esperienza è stata gradita, che tutti sono andati via contenti (anche per non aver preso sulla testa l’uragano che si sarebbe poi scatenato mentre chiudevo nel baule pali e teli) e che la cosa sarà da ripetere, magari come manifestazione di contorno ad una gara ufficiale. D’altra parte anche la MiPa, la Milano nei Parchi, era cominciata in una giornata assurda e con pochi fedelissimi inarrestabili partecipanti… e a 15 anni di distanza siamo ancora qui a rifarla!
(a perenne ricordo della primissima MiPa - Parco di Trenno - 3 dicembre 2005)


Intanto, per i meno attenti: cosa è il Mobile-O? E’ una competizione a coppie: i componenti della squadra gareggiano restando in contatto tra loro via telefono cellulare. A turno un componente della squadra, che dispone della mappa e che rimane fermo in una zona di partenza delimitata, “guida” l’altro componente del team (che può portare solo la bussola) alla ricerca dei punti di controllo, che sono da punzonare nel corretto ordine, come in una classica gara di orienteering. Al termine del primo giro, i ruoli di "guida" e "corridore" si alternano su percorsi leggermente diversi. La classifica viene stilata sulla base della somma dei tempi dei due giri.

(primo giro) 


Noi avevamo provato questa disciplina in Ungheria (e dove sennò?). Qui il Mobile-O è una specie di religione con sponsor mega-galattici, con gare da centinaia di iscritti che coinvolgono anche gente che si solito fa i mondiali di corsa d’orientamento. La prima volta in assoluto, in un Mobile-O “boschivo” al Thermenland Open, eravamo stati felici di aver trovato 1 (uno!) punto di controllo, perché in un bosco come si può trovare il punto senza mappa, appoggiandosi solo ai suggerimenti che arrivano via telefono da parte di chi non ha idea di dove mi trovo? Sembra facile, ma non lo è per niente! Va bene finché ci sono i sentieri da seguire, e non devono nemmeno essere troppi perché altrimenti si perde il contatto con la distanza percorsa e ad un certo momento non corrisponde più nulla… ma quando si tratta di entrare nel bosco per un paio di centinaia di metri per trovare un avvallamento… faccio già fatica a trovarlo potendo disporre io stesso della carta, grazie!

Le due volte successive, all’Hungaria Kupa (Paradfurdo e Miskolc), in ambiente parco cittadino, era stato tutto molto molto più divertente, appassionante, appagante e competitivo! Bisogna sfruttare una certa affinità nella comunicazione, bisogna che la guida sia in grado di dare fiducia al corridore, incitandolo nei momenti di difficoltà, bisogna superare i momenti nei quali “gira a sinistra…” “fatto!” “... entra nella piazzetta…” “fatto!” “... vai all’albero isolato e punzona…” NON C’E’ NESSUN ALBERO!!!” (scena autenticamente vissuta a Miskolc 2009) perché in quel momento ci si cava di impaccio solo se entrambi collaborano e non ci si insulta a vicenda. E quei momenti di totale perdita di rotta ARRIVANO SPESSO!



Sentito io con le mie orecchie commenti da parte delle guide del tipo "Vai dritto! Dritto ti ho detto!!! Ok perfetto, adesso fermati alla fine del sentiero... COME NON SEI SUL SENTIERO!?!?!... Dritto ti avevo detto! TORNA INDIETRO!..." e via discorrendo amabilmente.





Comunque non ci sono stati né divorzi né liti famigliari né rotture di amicizia su facebook...







E’ una modalità di gara molto divertente. Ovviamente, finché non ci prenderemo un po' la mano, i percorsi dovranno essere quasi sprint e comunque “tutelati” in un parco nel quale c’è la possibilità di rimettersi in sesto dopo una strambata, senza dover tornare alla partenza con le pive nel sacco, altrimenti non è più divertente.

 

E QUINDI NOI LO RIFAREMO ANCORA !

Monday, April 22, 2019

Linee di arresto



Quando ho pubblicato l’ultimo pezzo per il blog, quello dedicato al MOO, avevo già in mente in piano editoriale degli argomenti ai quali avrei dedicato la mia produzione successiva. Avrei voluto dare spazio all’ultima tappa del MOO notturno disputato in Via Candiani, in occasione del quale (finalmente!) sono riuscito a venire a capo della lettura dei QR Code in modo da essere così inserito per la prima volta in una classifica. Poi avrei dedicato qualche parola, ma non tutte sarebbero state simpatiche a dire il vero, alla mass start di Taino: un sabato nel quale prima mi sono incaponito (ma solo per colpa mia) nel percorrere in auto sentieri sterrati nel bosco per trovare il luogo del ritrovo, e poi mi sono incaponito (in ottima compagnia!) a percorrere per un’ora altri sentieri nel bosco nel tentativo di raggiungere la partenza del percorso, non segnalata e persino più ostica da trovare rispetto ad alcuni dei punti sparsi lungo il percorso, almeno quelli che non erano stati ficcati nel verde rognoso reso ancora più impenetrabile dall’inverno clemente. Infine avrei voluto dedicare adeguato spazio alla 3-gare-in-1-giorno di Piacenza, dove avrei voluto rimettere le gambe ma soprattutto la testa in sintonia con le ragazze ed i ragazzi della nazionale, in vista del primo impegno con le gare nazionali coincidenti con la due giorni di Mantova.

In mezzo ai vari impegni, avevo anche trovato il modo di mettere insieme un paio di tappe carine della Milano nei Parchi, sfruttando per l’occasione la possibilità di tracciare percorsi in modalità “quasi micro-sprint”. Purtroppo il piano post-Piacenza ha subìto una imprevista linea di arresto che mi ha portato lontano dai terreni di gara sia fisicamente che mentalmente: ancora oggi, sto guardando al calendario gare con quella pianificazione minima che mi consente solo di non “bucare” le iscrizioni alle gare in tempo utile (o, devo ammettere, anche fuori tempo massimo in un paio di occasioni…).

La prima uscita importante dell’anno è diventato quindi il fine settimana delle gare nazionali organizzate a Castiglione dei Pepoli ed a Pian del Voglio dalla Polisportiva Masi. Un appuntamento nel quale avrei gareggiato (ma in quali condizioni?) sui percorsi Elite sprint e middle, e nel quale avrei cercato di dare il mio meglio (ma, anche qui, con quali motivazioni?) come speaker. Avvicinandomi alla Valle del Sambro, non ero particolarmente tranquillo per nessuna delle due situazioni.

Poi qualcosa di imprevedibile, oppure comincia ad essere troppo prevedibile?, è successo quando l’auto è arrivata in prossimità di Castiglione dei Pepoli, ed abbiamo cominciato a trovare i cartelli indicatori per raggiungere il ritrovo. Ho cominciato a sentire la mente più leggera, le spalle meno cariche dalle tensioni e dalle preoccupazioni delle settimane precedenti, e una volta imboccata l’ultima curva prima del ritrovo ero già in “modalità gara”, incurante del freddo o del pensiero della fatica che stavo per affrontare.

La prima gara del weekend è stata la sprint, alla quale mi sono avvicinato dopo un intenso briefing con Alessio Tenani che con poche ma efficaci parole mi ha descritto lo scenario dell’arena e che cosa avrei potuto tenere d’occhio al momento topico di commentare gli arrivi più importanti. E’ stato in quel momento che, una delle primissime volte nella mia “carriera” ho deciso che mi sarei immediatamente tolto dalla classifica: con gli ultimi due punti della gara non ancora posati, il mio arrivo sarebbe diventato visibile a tutti gli Elite che non avevano ancora raggiunto la zona di quarantena, con conseguente perdita dell’effetto sorpresa che, a conti fatti, qualche vittima l’ha fatta.


Il percorso mi è piaciuto, e tanto! Nonostante la fatica si facesse sentire metro dopo metro (le mie gambe non ne volevano proprio sapere di andare avanti), fin dal primo punto ho capito che Lucia ed Alessio avevano attinto a piene mani dal loro bagaglio di esperienze internazionali di gare sprint, e che ad ogni punto mi sarei trovato di fronte a quelle scelte di percorso che poi Alessio puntualmente analizzerà nel blog sprintorienteering.blogspot.com con tanto di lunghezze a confronto, tempi dei migliori e via discorrendo. Un percorso lungo il quale la strada più evidente per andare da un punto all’altro non si è quasi mai rivelata essere quella diretta.

(da qui in avanti c’è la descrizione del mio percorso punto per punto: può interessare solo un amante dell’orrido, o chi soffre irrimediabilmente di insonnia, o infine chi trova un morboso piacere nel leggere gli allegati alla Gazzetta Ufficiale)

Dopo aver puciato i piedi nell’area grezza per andare alla 1, ho optato per fare tutta la scalinata da fondo a cima per andare alla 2 (ed improvvisamente mi sono sentito come se fossi ancora a Mantalcino), per poi ripercorrerne metà per andare alla 3. Su per le scale e poi giù per le scale e poi ancora una piccola salita per andare alla 4, da dove sono uscito in direzione sbagliata di 180° (andando in discesa, anziché in salita) fino a ritrovarmi in piazza! In questi casi il terrore arriva dalla possibilità, mai remota, di ritrovarmi faccia a faccia con qualche orientista… Risalgo rabbiosamente lungo le scalette fino alla strada, solo per il gusto di togliermi le orecchie da asino che mi sembra di sentir crescere ogni volta che faccio una cappella del genere, punzono il punto 5 e mi lascio andare in discesa lungo la strada, incrociando i passi della tracciatrice che sta facendo un ultimo controllo del percorso. Per fare la tratta 8-9 ci sono almeno 6 scelte di percorso diverse: io probabilmente prendo la peggiore di tutte, continuando a correre lungo la strada verso nord-est e poi salendo i vari livelli lungo la stradina a zig-zag; nella piazzetta tra la 9 e la 10 ci sono già i vigili ed i volontari della protezione civile che deviano il traffico e, al mio passaggio, si chiedono se la gara è già cominciata…

Subito dopo aver punzonato la 10 subisco una imboscata dalle scalette a chiocciola in cemento che si protendono sopra di me mentre, ingobbito a studiare la scelta successiva, comincio a girare attorno all’edificio. Da qui comincia una parte ancora più divertente del percorso: la 11 la affronto girando in senso antiorario, scendendo lungo la stretta via che si conclude con le scalette; per la 12 ritorno sui miei passi verso nord-est perché non mi accorgo subito che l’unico modo per arrivare al piazzale sono le scalette che scendono da un livello all’altro. La 13 sta a 50 metri in linea d’aria dalla 12, ma a conti fatti bisogna fare il giro di mezzo quartiere: io scendo le scalette verso nord, imbocco la corsia a forma di uncino che porta al parcheggio, salto dall’uno all’altro dei muretti grigi cercando di mettermi in mostra davanti ai cameramen che riprenderanno quella parte della gara (e che giustamente non mi si filano nemmeno di striscio…) per poi imboccare la stradina che porta nella zona della scala a chiocciola su cui si era dilungato il bollettino di gara. Scala a chiocciola che diventa l’ovvia soluzione per arrivare alla 14, e sono gli ultimi metri di salita. Da lì infatti si tratterebbe solo di lasciar andare le gambe fino alla 15, ma sono ormai in debito di ossigeno e sbaglio l’ingresso alla 15, infilandomi nel primo pezzo di cortile che è sbarrato da un bel recinto non attraversabile. La prima discesa verso la 16 la faccio “a culo”, nel senso che appena metto il piede sull’erba tiro una pattinata che mi fa arrivare in tempo record contro “la siepe che il guardo esclude” a ridosso del primo condominio. Seconda discesa a rotta di collo, terza discesa a rotta di collo e vedo i tetti dei camper che stazionano nel parcheggio dell’arena. La mia testa dice che appena mi infilo sulla strada devo girare a destra e poi buttarmi nel primo passaggio che trovo ancora a destra, di qualunque passaggio si tratti… ed è quello che faccio anche se per un paio di secondi mi sembra di infilarmi nell’androne nel condominio dove ci sono i citofoni… le voci di qualcuno che sopra di me sta finendo di pranzare sul balcone non mi rassicurano molto, ma basta un attimo ed un filo di esperienza per infilarmi nel sottopasso del garage, trovare la lanterna e dichiarare chiusa la mia competizione.

(fine della descrizione del mio percorso)

La mia giornata, ovviamente, non è ancora finita. Dal tavolo di commento avrò la possibilità di commentare la volata di Samuele Tait verso il penultimo punto di controllo, le vittorie di Tobia ed Elena, le nuove sfide che si svilupperanno lungo l’arco dell’anno nelle categorie giovanili a causa dei cambi di categoria. Quello che percepirò chiaramente sarà però il senso di serenità che mi ha accompagnato durante le due ore e mezza di commento, come se tutte le ombre ed i fantasmi e le preoccupazioni degli ultimi tempi siano rimaste lontane dal gazebo dell’arrivo.

Il giorno dopo, sotto un cielo che promette acqua ma che a conto fatti si lascerà andare a qualche goccia solo al termine delle premiazioni, salgo a ValSerena per affrontare la prima vera gara nel bosco della stagione sportiva. Fa freddo, ma le termiche sono fatte apposta per proteggere anche quelli come me che prendono il largo prima delle 8.30 del mattino e, quando dal furgone della Masi esce la cartina del mio percorso Elite, mi sembra di percepire radiazioni positive.

La prima parte del percorso non mi sembra che nasconda molte insidie: è vero che io mi muovo alla velocità del bradipo, ma per arrivare al primo punto non serve altro che correre lungo la strada fino alla canaletta giusta (perfettamente indicata dal campetto da calcio da un lato e dal recinto della casa dall’altro, risalire la collina tenendo la testa alta fino a sbarcare sulla carbonaia. Per il secondo punto ci sono una profusione di bivi di canalette a fare da mirino, ed io comincio a sentirmi in carta… ma il terzo punto nasconde più di qualche insidia. L’idea originale è quella di prendere il sentiero fino al recinto, e poi di percorrerlo tutto finché non sarò in cima alla collina, da dove non dovrei faticare a vedere dall’alto la carbonaia. Tutto bello, tutto giusto, tutto dal divano di casa. Nella realtà non riesco a percorrere la linea del recinto perché a tratti questo scompare, buttato a terra… il risultato è che perdo di vista la cima della collina, la carbonaia, la curva del recinto ed arrivo clamorosamente al sentiero posto nella parte più a sud della mappa. Come ci sono arrivato senza incocciare nel recinto non lo so, ma so che devo scendere e ritrovare la posizione. Poi succede che è il recinto che trova me:

Impiego una trentina di secondi a staccare il filo spinato dalla gamba e qualche secondo in più per capire che non sono buchi così grossi da impedirmi di proseguire. Terminato il primo loop, salgo a riprendere il sentiero ed arrivo al punto 6 dall’alto: anch’esso come i successivi punti 7-8-9 non è sbagliabile, con tantissimi punti di riferimento, anche se non è facilissimo trovare il paletto che si mimetizza benissimo sul terreno circostante:


Per entrare nel loop 10-13 decido di passare dalla strada ad est: incrocio una macchina della polizia che non mi degna di uno sguardo, ed una della Besanese che non ci pensa nemmeno ad offrirmi un passaggio (me la pagheranno…). Dopo aver trovato in bello stile il punto 10 ed il punto 11, con quel sasso piantato in una posizione innaturale, combino un disastro mancando completamente il punto 12 che non sarebbe sbagliabile nemmeno da un esordiente totale. Mi sembra di trovare altre due piccole piazzole posizionate più o meno nello stesso modo, ma non vedo paletti di sorta. Decido quindi di scendere in bussola verso il punto 13: se lo trovo, vuol dire che con ogni probabilità sono passato dalla carbonaia e non ho visto il paletto… ovviamente sbarco dritto al punto 13, dietro al quale trovo Mattia Greco che sta posando. Il dialogo che ne segue è sintomatico:

Io: “Mattia! Non hai ancora posato il punto nella carbonaia, vero?”
Mattia: “Certo che l’ho posato!

Io: “Ma no, è impossibile, non ho trovato nulla!”

Mattia: “Sarai passato dalla carbonaia più bassa…”

A questo punto dalla mia bocca fuoriescono cattive parole verso alcuni plenipotenziari del Paradiso, ed io riparto con cattiveria verso l’alto… ovviamente in bussola! Ovviamente rimettendo i miei piedi sulle orme che avevo lasciato scendendo! Altrettanto ovviamente, finisco sulle stesse due minuscole piazzole… la lanterna la troverò dopo qualche ulteriore secondo di indecisione, semplicemente perché attorno a me tra avvallamenti, muretti e cambi di vegetazione mancano solo i cartelli luminosi che mi indicano la posizione giusta del punto!

(MiniMe in azione del bosco – si riconosce dai classici pantaloni blu)

Mi rimetto in carreggiata andando alla 15, che non è sbagliabile per chi come me arriva dall’area aperta in giallo. Segue discesa sul culo nel vallone, risalita penosa dall’altra parte e poi si tratta solo di andare verso nord, raggiungere il bivio delle canalette e risalire quella più marcata, tenendo la collina alla propria destra. Quando ormai i piedi non ce la fanno quasi più, il terreno spiana leggermente, la sella che mi porterà verso il punto 15 si vede distintamente, ed i fiorellini gialli che puntellano tutta quella parte di terreno mi fanno pensare che potrebbero fare una brutta fine sotto i piedacci di tutti gli altri orientisti che passeranno da questa parte.

La zona pianeggiante a nord della carta rappresenta un mondo orientistico a parte. Per me è il paradiso: perché è proprio piatta, perché vado addosso ai punti con precisione, perché non capisco come si fa a sbagliare la 17 visto che basta stare a 20 metri dalla strada asfaltata e tenere gli occhi aperti… Tornato al punto 20, ripercorro la sella e la discesa lungo il fianco della collina, e una volta arrivato al sasso mi butto dentro fino all’avvallamento. Segue la parte di percorso che ribattezzeremo in sede di commento il “supergigante”: buttati di traverso, buttati in giù, ributtati di traverso, ributtati in giù! Mentre vado alla 23 ed ho i sette sensi concentrati per non finire lungo, mi imbatto in Mattia che sta finendo il controllo punti e mi lancia un incitamento… che per poco non mi fa venire un infarto perché l’ultima cosa che mi aspetto di sentire in quel punto del bosco (e della mia gara) è una voce umana! Credo di aver anche lanciato per aria la carta per lo spavento!

La risalita sulle rocce per andare alla 24 è un po’ penosa, ma la 25 è una certezza e a quel punto bisogna solo arrivare al sentiero e percorrerlo fino alla curva a gomito dove passa il ruscello… per scoprire solo in quel momento di essere 5 curve di livello sotto al punto di controllo!!! E’ l’ultima punizione prima di arrivare al traguardo, in un tempo solo di poco inferiore all’ora e mezza di tempo massimo, con la prospettiva di essere per la seconda volta di fila oltre il doppio del tempo del vincitore.

(i pantaloni segnati dal volo dopo la 14...)
Riguardo al commento post-mia-gara, posso sicuramente affermare che ancora una volta mi sentirò trasportato in un mondo parallelo, quello nel quale gli orientisti riescono a farmi immergere grazie ai loro sforzi ed alle loro fatiche. A me non resta che immaginare che cosa stanno facendo nel momento in cui il loro nome compare ad uno dei punti radio o al prewarning, e a quel punto dare fiato alla bocca e cercare di esprimere le stesse emozioni che io stesso ho provato qualche manciata di minuti prima.

Nelle classifiche Elite trovo i nomi di ragazze e ragazzi che ormai mi sembra di conoscere da talmente tanti anni che è strano che non siano già passati tra i Master: Erik Nielsen, Lorenzo Bazan e Alessio Dalfollo che fanno il loro esordio nella categoria maggiore, così come Marta Scapin, Melania Tinelli ed Emy Michelin nella pari categoria femminile. Poi guardo le categorie juniores e ci trovo i nomi di atlete ed atleti che sembra che abbiano più anni di esperienza nei boschi che anni sulla carta di identità.

Ho cominciato a raccontare l’orienteering da dietro un microfono talmente tanti anni fa che alcuni dei protagonisti delle gare di ValSerena non erano nemmeno nati, e mi chiedo se tra qualche anno si ricorderanno di quel vecchietto che provava i loro percorsi all’alba per essere in grado di calarsi nel modo migliore nei panni di quell’altro strano personaggio che berciava al microfono in occasione dei loro arrivi.
(Minime lo speaker - con i pantaloni pesanti ed il microfono)
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Non di sole Coppe Italia vive l’uomo…

La settimana dopo le gare di Castiglione dei Pepoli e ValSerena, ho acchiappato per la collottola una iscrizione al campionato lombardo sprint di Curno. L’anno scorso l’Agorosso aveva piacevolmente sorpreso con la bi-sprint nei quartieri ovest di Bergamo, dove mi ero divertito davvero parecchio. L’unica cosa che avrei potuto chiedere di più alle gare di Longuelo era di eliminare le tirate lunghe alla fine della prima manche… ecco: a Curno sotto un diluvio di pioggia gelida mista a ghiaccio l’Agorosso mi ha accontentato in pieno!

(questa è un’altra BELLA sprint!)

Con una differenza rispetto a Castiglione: a Curno il mio tempo in Elite è solo un terzo in più del tempo del vincitore… e sono ancora qui a rimpiangere i 50 secondi persi per un errore alla 20.