Stegal67 Blog

Tuesday, June 15, 2021

E' mancato il signor Giorgio

L’orienteering è uno sport fatto anche di tradizioni. Una di queste si manifestava ogni volta che la macchina con il lanternino fatto all’uncinetto valicava la frontiera di Maslianico, con l’occupante già consapevole che quel giorno in Canton Ticino si sarebbero pigliate solo sonore mazzate. Canton Ticino, dove si narra che ci siano anche orientisti tapascioni come me, ma nessuno è mai stato in grado di indicarmene uno.

La tradizione? Presto detto: si imbocca il Ponte sulla Breggia, poi salita verso sinistra alla dogana di Pizzamiglio dove si passa la frontiera sotto lo sguardo severo dei “Bernasconi” provenienti dalla Svizzera interna (questa è per chi è avvezzo con la serie “Frontaliers” trasmessa dalla TSI – Televisione della Svizzera Italiana), pochi metri ed ancora a sinistra verso Via del Breggia ed immediata svolta a destra nel parcheggio del BP.

Al bancone del gestore, il guidatore dell’auto con il lanternino fatto all’uncinetto avrebbe trovato il signor Giorgio Tettamanti, proprio “signor Giorgio” come io ed altri eravamo abituati a chiamarlo. I suoi dipendenti lo avrebbero visto pronto a partire per qualche località del cantone, con il borsone SCOM Mendrisio, il sorriso sulle labbra di chi sa che sta andando a praticare la sua attività preferita, gli occhi brillanti che guardano lontano alle insidie di una cartina che probabilmente conosce a memoria, per averla frequentata in tante gare della sua carriera o persino cartografata lui stesso. Sono convinto che tanti orientisti lombardi e non sono abbiano nella loro collezioni cartine con “rilievo e disegno: Giorgio Tettamanti”, o con indicata la coppia “Fausto e Giorgio Tettamanti”.

Direi anzi “non solo lombardi”. La carta di gara del recente Campionato Europeo sprint disputato a Neutchatel, nella versione “old” che tutti i partecipanti hanno sicuramente avuto tra le mani per prepararsi alla competizione, era stata proprio realizzata da loro nel 2010:

http://news.worldofo.com/2021/05/12/eoc-2021-all-you-need-to-know/

La carta di gara di Monte San Giorgio sulla quale si sono corsi i Campionati Europei del 2018, per me ha un significato assai maggiore quando penso che su quella carta ho vinto la mia prima gara di orienteering nel 1999 (e poi ci ho vinto altre due volte negli anni successivi)… e posso pensare a quante volte il signor Giorgio deve essere andato su quel terreno per i periodici aggiornamenti dei rilievi! Glielo dicevo ogni volta, gli dicevo che quella carta mi portava fortuna più di altre, e una volta mi ha risposto “non è mai questione di fortuna! L’orienteering è sempre solo una questione di abilità”. E quando gli ribattevo “Si… però se vado a correre a Gudo tra i roccioni…” e la chiosa finale era sempre sua: “La carta ed il terreno sono sempre lì attorno a te. Sei tu che li fai diventare facili o difficili!”. E talvolta tutto questo scambio di idee succedeva mentre mi portava alla gara sulla sua macchina.

Sempre con un sorriso sulle labbra, sempre con gli occhi brillanti e sereni. Ho visto il suo nome nella classifica della gara sociale SCOM disputata pochi giorni fa al Monte Generoso (“Siamo al Monte Generoso \ E si corre in salita \ E’ inutile lamentarsi \ Bisognava pensarci prima!”), perché lo speaker va a cercare informazioni un po’ dovunque sulla rete e anche adesso me lo posso immaginare a suo agio sul terreno, magari un po’ più lento per via degli anni trascorsi, ma con la testa e la tecnica orientistica sempre a guardare avanti. Kristian mi ha girato queste due foto del signor Giorgio (nella foto riconoscete Roberto Tettamanti, figlio d’arte del signor Giorgio, due generazioni di campioni del nostro sport) e lo voglio ricordare così.

Il signor Giorgio è mancato ieri: un’altra pietra angolare che ha contribuito a rendere l’orienteering lo sport che noi oggi conosciamo e pratichiamo è venuta a mancare. Ti abbraccio, signor Giorgio.

Tuesday, February 23, 2021

S.U.P.er MOO 2021

Mi rendo conto di essere diventato ripetitivo. Sarà l’età. Sarà che in qualche modo uno deve pur cominciare a scrivere due righe. Sarà che, purtroppo, da 12 mesi a questa parte le notizie che si rincorrono sono sempre le stesse: siamo rossi, arancioni, gialli, i numeri, i vaccini, gli scandali o le ruberie, chi nega, chi afferma, chi ormai passa da un salotto all’altro e non si capisce quando trova il tempo di lavorare (ho già detto “Otto e mezzo”?), con una spruzzata di Biden ed un'altra di Draghi a dare l’idea che il mondo va avanti lo stesso.

Questo incipit ha un unico scopo: allungare il brodo quel poco che basta per dire una verità incontrovertibile e stabilita da commissioni specchiate ed unanimemente riconosciute, che il CTS fa loro una pippa. La verità è: che grande che è stato il MOO 2021!!! Fantastico. Memorabile. Super! Anzi: S.U.P.er. Mi spiace tanto per il grande Dario P. che non ha potuto viaggiare verso Milano per via della situazione. Ma sono sicuro, lo spero, che avrà modo di rifarsi nei prossimi anni. E lo dico perché: “se lui avrai modo di rifarsi, vuol dire che allora io avrà la possibilità di fare degli altri MOO”.

Ci vuole del genio a mettere insieme un MOO che fino all’ultimo minuto non sai se potrà andare in porto oppure no. Genio o follia. Allora diciamo: genio E follia. Lo stesso genio e la stessa follia che fanno cartografare a Remo “Remmaps” una serie di posti di Milano sempre nuovi, alcuni dei quali non ho mai visto in vita mia! E chiaramente non si tratta sempre di sole mappe orientistiche, bensì mappe minimaliste, mappe storiche, mappe che “boh?!?”… e una serie di quesiti che… quante volte Marco ed io siamo venuti via da un punto chiedendoci “e questa come diavolo se la è inventata?”

Già che ci siamo, introduciamo a furore di popolo il protagonista del S.u.p.er MOO 2021 in salsa “quelli del ‘67”: Marco G. al secolo anche “Rusky” in una delle sue variegate e StanislaoMoulinskyane interpretazioni. Anche quest’anno Marco ha immolato una delle domeniche più belle del reame per portarsi in giro quella zavorra del sottoscritto. “Portarsi in giro” che si traduce così.

Prima ora: le energie ci sono ancora ma, se si parte troppo forte, a quel cretino dello scrivente vanno su le pulsazioni da 0 a 250 in trenta metri netti e non ce la faremo nemmeno a finire la prima mappa.

Seconda ora: il riscaldamento è stato fatto. Chiaro che Marco finora ha passeggiato (ed è riuscito a staccare lo stesso il barilotto…). La velocità sale di uno zinzinello, da bradipo lesso a lumaca ubriaca, così almeno riesco a non farmi superare dalle vecchiette che trascinano il carrello della spesa.

Terza ora: da lumaca ubriaca passiamo a tartaruga che ha voglia di fare un po’ di movimento. Chiaramente la terza ora la velocità sale perché strategicamente Marco porta il team in zona centro di Milano, dove il barilotto cerca di darsi un contegno mentre dribbla Ferrari di dubbio color pisello parcheggiate in Via MonteNapoleone, vichinghe del tappeto rosso (cit. Leo Ortolani) che  al primo accenno di sole sfoderano minigonne o pantaloni attillatissimi per sfilare in Via della Spiga, o anche solamente gente vestita nei modi più improbabili che ha scelto di venire la domenica mattina a farsi un aperitivo al quadrilatero della moda dove il costo della consumazione da asporto è pari al prodotto interno lordo di un paese della zona sub-Sahariana.

Tutto questo però lo si paga nella fatidica quarta ora: le vichinghe sono scomparse, la periferia la fa da padrona e le energie, anche quelle che vengono cercate nel terzo e nel quarto carbogel di giornata, non bastano più a muovere muscoli stanchi e doloranti, la cui elasticità ormai rivaleggia con i tombini della Breda.

La quinta ora è puro calvario. Marco passeggia e si deve fermare ogni 50 metri a guardare indietro dove è rimasto il socio. Cerca di scuoterlo a buone parole, a male parole, a facce da antologia, mentre il display che ha sulla fronte fa scorrere frasi come “ma il prossimo anno lo faccio con Pedrotti… con Grilli… con Segatta… con Galbusera… con i nipoti del Labanti…”. La quinta ora è anche quella che mette la parola fine alle sofferenze muscolari… del giorno. Perché il giorno dopo più che scendere si precipita dal letto, e per andare in ufficio ci si mette in giacca e cravatta ma le scarpe sono le Nike blu tanto comode perché i piedi piangono, e il peggio deve venire il martedì, quando tutto fa male. Come sempre.

E, come sempre, c’è un sorriso stampato sul viso. Dal primo all’ultimo minuto del MOO e anche dopo. Perché questo è stato un SuperMOO. Ma anche un S.U.P.er MOO.

Dove S.U.P. ha un solo significato: “Sono Una Pippa”. E quella che segue è la spiegazione (pensavate di cavarvela con così poco? Ma vabbé, adesso arrivano anche le foto e le mappe)

***

Orario di partenza di “quelli del ‘67”: ore 10.00 che più orienteering di così non si può. Pettorale numero 1 del seeding conquistato schierando ogni conoscenza blasonata possibile e pagando fior di bustarelle. Nella griglia, giacché quest’anno non abbiamo la partenza di massa per evitare assembramenti, siamo collocati strategicamente tra le Brambilla sisters e le “scombussolate 2.0”. Ovvero una gran bella collocazione. Infatti non le vedremo MAI!

Alle 10 in punto Remo ci consegna le mappe dopo averci attivato l’app per dare le risposte e da il via al nostro MOO. Ovvero ci dice di sparire perché di fare chiacchiere non c’è tempo. La Milano che ci si presenta davanti agli occhi è la seguente:

(sempre la stessa eppure sempre così diversa)

Marco guida il team attraverso Piazza Gae Aulenti e comincia a pianificare la rotta. So che il mio compito sarà quello di zavorrarlo il minimo indispensabile, di dare una mano sui quesiti più cervellotici restando lucido il più a lungo possibile prima dell’invasione delle tossine.

Prima scelta: si fa alla Stazione Garibaldi: se un treno della suburbana passasse a breve, potremmo portarci subito nella parte nord di Milano a fare quella cartina della Bovisa che sembra tagliata fuori da ogni percorrenza. Ma la suburbana è appena passata, e quindi una fermata di metropolitana Lilla ci porta in zona Monumentale, dove ha inizio la caccia al punto.

E già al primo punto, la coppia scoppia peggio di Sandra Mondaini e Raimondo Vianello. Accade infatti che il primo quesito prevede di identificare una “targa mancante” sulla destra dell’ingresso di un palazzo, e di contare quanti mattoncini toccava la lastra rimossa. Solo che Marco arriva sul posto e pensa “a destra, uscendo dal palazzo”. Io penso “a destra, guardando il palazzo”. La discussione va avanti per un bel po’, finché io guardandomi in giro mi accorgo di una lastra mancante a destra dell’ingresso. Solo che io Sono Una Pippa. Guardo a destra, ma troppo a destra.

Così “salto” la lastra giusta e rivolgo la mia attenzione al punto sbagliato. Risultato: primo punto, primo errore (ancora non lo sappiamo), siamo appena partiti e siamo già ultimi e io (anche se ancora non lo so) Sono Una Pippa.

Tra un quesito ed un altro, un selfie ed un altro, torniamo alla metro lilla. Si va a Lotto, si salta sulla linea rossa e si va verso Bonola, dove affrontiamo un autentico capolavoro del MOO madelliano:

Sulla mappa non ci sono le strade ma solo le posizioni dei numeri civici di alcune vie del quartiere (via Cechov, via Betti e Via Ojetti). E’ più difficile da spiegare che da vedere: nella zona ci sono magari due palazzi affiancati, ma uno appartiene alla numerazione di una via ed uno appartiene alla numerazione di un’altra via, ed alcuni numeri identici sono pure vicini tra loro! Ce ne accorgeremo al traguardo: ad uno dei quesiti, legato al civico numero 10 di una certa via (Ojetti), rispondiamo in modo errato perché siamo di fronte al civico 10 di un’altra via (Betti). Marco ha il dubbio che potremmo aver sbagliato, ma per averne conferma si rivolge alla Pippa che invece sostiene che siamo nel posto giusto. Per fugare i dubbi interpelliamo persino un vecchietto del posto: “Quel palazzo lì, a che via appartiene?” Via Ojetti è la risposta. “Quindi quello lì è il numero 10 di via Ojetti, giusto? Sicuro?” Si certo. Ripartiamo e la Pippa dice a Marco "vedi che avevo ragione io?". Solo che io Sono Una Pippa, ed anche il vecchietto (… gli possino!) e ci mettiamo in saccoccia un altro errore

(in mappa la collocazione esatta dei due palazzi, 
e di Totò e Peppino Marco e la Pippa che discutono col vecchietto)

Next giro next regalo. Ci trasferiamo in centro per sfilare anche noi in MonteNapo e vie limitrofe, approfittando della lunga percorrenza in metro per cominciare a venire a capo delle 9 mappe che dovremo identificare SENZA recarci sul posto (altrimenti il giro durerebbe tre giorni) ma con l’ausilio della visione panoramica di Street View.

In MonteNapo la situazione si fa abbastanza caotica. C’è parecchia gente in giro, c’è l’onnipresente Ferrari color verde pisello parcheggiata all’inizio della via e spesso anche rombante a 3000 giri del motore in una stradina stretta ed angusta per il solo piacere di vedere l’effetto che fa sui comuni mortali. 

La mappa... e chi non la conosce? Oppure: e chi la conosce? Trattasi infatti di una mappa storica del centro di Milano, non sono indicati i cerchietti delle "lanterne" ma dobbiamo trovare con la lente di ingrandimento i punti corrispondenti ad alcuni numeri civici della Milano storica ancora incisi sui frontoni dei porticati. Durante questa tappa io probabilmente ho già l’ago della benzina sulla riserva, e mentre andiamo verso il “punto selfie” passo davanti ad un mendicante seduto sul marciapiede e sento distintamente la sua voce che dice “all’angolo, vai a sinistra”. Dopo il punto selfie, passaggio davanti al mio ufficio, poi davanti alla sede del mio vecchio ufficio dove c’è proprio un punto, poi davanti alla mensa aziendale… insomma, sembra quasi una normale giornata di lavoro. Con la differenza che io questa volta sorrido (o, per lo sforzo, “tengo la vita con i denti”) invece di smadonnare dietro a colleghi consulenti fornitori e affini.

Da MonteNapo si scende in linea gialla verso sud-est: "Rogoredo, stazione di Rogoredo". Uno dei punti è proprio sul binario del treno che va a Parma. Io cerco di tenere il passo di Marco, anche se rimango staccato più spesso di quanto vorrei, ma mi dico che devo cercare di fare la differenza sui quesiti e sui punti-selfie.

Solo che purtroppo io Sono Una Pippa.

Il selfie del murales posto fuori da Rogoredo lo faccio direttamente via whattsapp per evitare la trafila  malefica scatta – esci – apriwhattsapp - schiaccia”Remo” -schiaccia”allega” – trovalafoto – allegalafoto – invia. Ma non sono Pippa mica per niente: mi dimentico l’ultimo passaggio, quello che prevede l'invio della foto. Una cosa dovevo fare. Una! Manco quella. E ce ne accorgeremo ovviamente solo alla fine.

La mappa successiva nel quartiere Merezzate è puro divertimento e gioia. Un quartiere modellino, tutto nuovo, tutto pulito e lindo, sembra quasi di sentire gli uccellini sugli alberi. Ci sono i giardinieri che mettono a posto le aiuole (di domenica) e ci sono un po’ di abitanti curiosi che ci guardano e che sorridono nel vedere le nostre peripezie.

Due in particolare, dal balcone di casa si godono la gag che mettiamo in scena al quesito numero 68: in una “corte” del quartiere abbiamo un grosso tavolo ed una grossa panca in stile “va bene il picnic, ma con un arredo di gusto ed di design da personcine giuste ed a modìno”. Dovremmo semplicemente identificare il nome della ditta costruttrice, che dovrebbe essere riportato su una qualche targhetta dell'arredo. Solo che Marco sta studiando la strada per il punto successivo. La targhetta la devo cercare io, ed io Sono Una Pippa. Cecàto come in occasione del primo quesito (targa... targhetta... targalcaxx!!!), non mi accorgo del nome impresso (in maniera invero quasi impalpabile) in un angolo e quindi comincio ad esaminare il legno ed il tavolo e la panca ogni lucido acro per lucido acro, fino a quella che mi appare come una rivelazione in stile John Belushi davanti a James Brown: la targhetta con il nome sarà sicuramente sotto la panca (dove la capra campa, ma i miei muscoli no) o sotto il tavolo! Segue quindi nell'ordine: svestizione, appoggia tutto quello che hai in mano sulla panca (zaino mappe occhiali bussola), sdràiati per terra, striscia per metri sotto a tutto quel po’ po’ di opera d’arte picnicària e non si trova un bel nulla. I due sul balcone non hanno mai riso così tanto (anche la pischella che ad un certo momento sembrava essere rientrata per chiamare la polizia…). Stiamo lì a cercare la targhetta sotto la panca per un’era geologica, finché finalmente Marco (mica la Pippa…) si accorge del rilievo con il nome tanto agognato, riportato in bella mostra sulla superficie del tavolo!

Ci sarebbe bastato stare lì due minuti in meno e saremmo riusciti, Marco correndo ed io rantolando al limite dell’infarto, a prendere la suburbana per attraversare la città fino alla Bovisa per l’ultima mappa. Ma la S13 ci parte proprio sotto il naso.

A questo punto la Pippa ha l’IDEA! Anziché aspettare 28 minuti il prossimo treno, perché non prendiamo la linea gialla, attraversiamo la città in metropolitana, scendiamo a Dergano e ci facciamo di corsa da Dergano a Bovisa? Marco mi guarda come se fossi matto: già non mi reggo in piedi così come sono, figuriamoci se provo a correre altri 2 km tutti dritti… ma piuttosto che stare lì a fare nulla ci avventuriamo sulla metro gialla. Io vorrei tanto smentire le sue catastrofiche previsioni sulla mia velocità di percorrenza Dergano-Bovisa, ma a conti fatti ha avuto ragione lui.

Dalla Bovisa si continua a correre verso la zona dell'ultima carta, mentre il tempo avvicina le 5 ore di gara: il parco delle Sculture si rivela un posto incredibile, con queste vere e proprie sculture di arte moderna messe in mezzo ai rovi di un bosco orientisticamente molto verde. Un posto che non avrei mai mai MAI sospettato di trovare a Milano (ogni tanto mi chiedo: ma Remo come li va a scovare questi posti? Ci sono delle newsletter "Milano underground"? Dei gruppi di studio che si avventurano nelle periferie a trovare posti dove manco Livingstone e Stanley hanno mai messo piede?)

Dopo aver evitato l'ultimo rovo, è ora di tornare alla cosiddetta “civiltà” dell’asfalto. Finalmente riusciamo a prendere una suburbana (la seconda della mia vita, dopo la celeberrima Porta Romana - Romolo e ritorno di un altro MOO) che ci riporta in zona Garibaldi, e da lì ultima salita sul cavalcavia Bussa per fermare all'arrivo il tempo di gara. L’ultimo colpo al morale della Pippa arriva proprio sul rettilineo del cavalcavia: davanti a noi, a poche decine di metri, stanno arrivando al traguardo altre due squadre. Marco ce la farebbe a raggiungerle e superarle allo sprint, ma io no.

Mi consolo pensando che sicuramente NOI abbiamo fatto tutto giusto e LORO no… e invece allo scarico della sicard delle risposte il fattore Pippa emerge in tutto il suo fulgore. Quando scopro che nemmeno l’invio delle foto aveva funzionato a dovere, capisco che è giunto il momento di lasciare il palcoscenico alle squadre più forti (alla fine saremo decimi in classifica finale, come nel 2020) e prendiamo mestamente la strada di casa. Marco sulla suburbana e io sulla linea verde, a pensare ai quesiti, agli errori, agli incontri fortuiti di questa edizione del MOO, alle vichinghe del centro che abbiamo snobbato per cercare la marca di un faretto davanti al Palazzo degli Omenoni. Marco resta uno degli atleti più forti del lotto, io resto una Pippa e posso solo andare a cercare una caverna per nascondermi.

Riemergerò solo tra un anno. Per il prossimo MOO, anzi per una nuova edizione del SUPERMOO! Ma l'ano prossimo mi piacerebbe poterlo scrivere senza puntini.

Saturday, January 23, 2021

Corso di aggiornamento Quadri tecnici del 23 gennaio 2021

E alla fine qualcuno (Eddy) mi chiese di partecipare come special guest...

Fu così che, senza idee in testa, con gli appunti per iniziare lo speech che perdevano significato giorno dopo giorno, alle 7.05 del 23 gennaio 2021 mi sono svegliato con un pensiero fisso in testa:

La ex ministra Bellanova seduta al suo scranno in Parlamento


Ma alla partenza della quinta tappa dell'Oringen di qualche anno fa...


Nella foto una delle figure più influenti della Terra, un volto noto e benvoluto a tutti
Dicono che l'altro tizio si chiama Joe Biden...


Ma alla Lipica Open di qualche anno fa...


E' infine quello che è già meme dell'anno: "ci siamo lasciati alle spalle il 2020 ed ecco che ad inizio 2021 c'è già uno vestito da gnu a Capitol Hill"


Solo che qualche anno fa sulla salita di Plan de Corones...
(chi non riconosce Jonas Rass?)




Saturday, December 26, 2020

Ma che 2... mila e 20!

Che poi in realtà non è proprio “un anno fa” ma diciamo che va bene lo stesso, che è passato un anno esatto. Perché poco meno di un anno fa ero al centro sportivo Tuberose e stavo festeggiando la fine dell’anno sportivo 2019 e l’inizio di quella 2020.

Il giorno dopo, 26 gennaio 2020, Remo Madella avrebbe messo in scena una nuova bellissima edizione del MOO con partenza ed arrivo proprio al Tuberose, e quante battute abbiamo fatto sul fermarci lì a dormire nella notte tra sabato e domenica.

Attorno a noi, l’orienteering 2020 aveva già cominciato a muovere i primi passi: gli allenamenti organizzati dal Comitato Regionale Lombardo, i “MOO sprint” a Crescenzago e al Ticinello. Poi la nostra Milano nei Parchi e, finalmente dopo tanti anni che ci si pensava, uno corso outdoor per esordienti totali in più puntate.

Certo… Da qualche giorno l’attenzione dei giornali e dei commenti tra colleghi e sui mezzi pubblici si stava spostando sempre di più verso quanto accadeva nella lontana Cina: nella città di Wuhan (e chi ne aveva mai sentito parlare? Eppure, ha quasi 7 milioni di abitanti), provincia dell’Hubei (vedi sopra quanto a popolarità) da qualche settimana sembrava essersi diffuso un nuovo virus. I primi accostamenti alla SARS, le prime batture sugli scenari apocalittici da film di fantascienza, quelli che citano la “sindrome cinese” (che non c’entra niente ma vaglielo a spiegare alla “gggente”), e poi le battute sui mercati cinesi dove si vendono si comprano si mangiano crudi pipistrelli e scimmie e pangolini e serpenti, che pure il governatore del Veneto Luca Zaia aveva fatto questo genere di batture in televisione, salvo poi essere rieletto con percentuali che fanno sbalordire persino i bulgari e che sembra essere uno dei pochi (alla data dell’Io narrante del 15 novembre) ad aver tenuto la testa sulle spalle…  e comunque tanto chissenefrega, tanto queste cose succedono solo in Cina, cambia canale che dall’altra parte c’è X-Factor!

Il 15 febbraio va in scena “El Clasico” al Monte Stella, grande successo come sempre, si corre sulla carta allargata da Alberto Grilli al Parco delle Dune, ed il 16 febbraio si corre o meglio ci si va a rotolare nei rovi di Cascina Amata per il Campionato lombardo Middle distance e tutto sembra andare come sempre.

Poi, il 17 febbraio 2020, un lunedì, un tizio di Lodi di 38 anni che non era mai andato in Cina si presenta all'ospedale di Codogno dopo sintomi di influenza, o forse una leggera polmonite. Le sue condizioni sono peggiorate ed i medici decidono di fargli un tampone, cosa che non è nemmeno prevista dai protocolli medici… e lo trovano positivo al nuovo virus: lui, la moglie ed un amico, e poi altre persone ancora. Il 20 febbraio due persone risultano positive in Veneto, ed una di queste muore il giorno dopo, prima vittima italiana del Covid. Nei giorni successivi, al detto “tutte le strade portano a Roma” se ne aggiunge un altro: “tutte le strade passano da Codogno”. Le persone che si presentano ai pronto soccorso in varie zone d’Italia e risultano positive al Covid sembrano aver tutte qualcosa a che fare con Codogno, o direttamente o per qualche complessa linea di collegamento che passa per l’amico della cugina della vicina di casa di uno che incrociato al supermercato… sembra che non ci sia un solo abitante di Codogno che se ne sta a casa sua, ma vanno tutti in giro come matti per affari o sport o per farsi i fatti loro; poi si scopre che ci sono quelli che dalle province limitrofe vanno a Codogno a ballare, a mangiare, a ciulare trascorrere momenti spensierati in compagnia di persone remunerate a questo scopo. Il 21 febbraio Codogno ed altri 10 comuni, tra cui Casalpusterlengo, vengono isolati: non si entra e non si esce e ci sono i posti di blocco in strada. L’immagine evocata è quella del film “Cassandra Crossing”, con i militari che alle stazioni dove ferma il treno impediscono ai passeggeri di scendere.

Il 22 febbraio a Bologna si tengono le elezioni per il rinnovo del Consiglio Federale. La macchina di Dario trasporta a Bologna il sottoscritto sul sedile del passeggero, e poi Lucia e Maia Camerini sedute dietro. Siamo 4 tizi nemmeno congiunti, e in auto si parla di candidature e di contagi, di gare estive e di “come diavolo sarà arrivata questa cosa dalla Cina?”. C’è un po’ di gelo quando passiamo davanti all’area di servizio di Somaglia, vicino a Casalpusterlengo, che è sprangata perché è nella zona chiusa per quarantena, così come è chiusa l’uscita stessa di Casalpusterlengo. Cassandra Crossing? Ma va’ dai! Quel tipo del lodigiano di sicuro è andato a farsi fare un “massaggio” in qualche localino esotico (ce n’è uno pure vicino a casa mia!) e quei due anziani di Vo’ Euganeo avranno avuto la badante cinese pagata in nero… cosa vuoi che sia? Le elezioni si tengono in un clima di relativo svacco, ci sono quelli con il raffreddore (che è per il momento solo un raffreddore, e per uno starnuto non evacuano ancora il tram) e quelli che non si scompongono nemmeno quando Gianluca Carbone si presenta come candidato al Consiglio Federale e dice che Genova praticamente ha già vinto la selezione per i Mondiali 2024 di orienteering, cosa che cade nel vuoto e non sente praticamente nessuno. Un attimo di pensiero per gli orientisti che magari sono chiusi in casa perché abitano nella zona blindata (la famiglia Visioli forse? E Corrado Arduini forse anche lui?)… ma vabbé dai che sfiga abitare proprio nella zona dove ci sono questi contagi!

Perché quello che si sente dire sui Mass Media è la solita litanìa: “è una roba tutta cinese, è solo a Wuhan, e poi certo anche voi che ve ne andate a frequentare in questo periodo cinesi che non sapete da dove arrivano…!”

Solo che poi le cose peggiorano e i numeri dei contagiati decollano. Il 25 febbraio cominciano i decreti che suggeriscono di adottare misure più restrittive nelle scuole, negli uffici, nelle manifestazioni sportive che vengono sospese salvo quelle che si possono disputare a porte chiuse: come cataloghiamo l’orienteering? La nostra gara al Parco Adriano è in programma già l’8 marzo, è la seconda del calendario regionale lombardo, ma siamo costretti a sospenderla perché non sappiamo in che condizioni di sicurezza potremmo organizzarla. D’altra parte, è già saltato anche il fine settimana di gare di marzo a Matera, dove avrei dovuto essere speaker nella diretta di Sky Sport (e quando mi ricapita più una occasione del genere?), a breve salterà anche il fine settimana di gare nazionali di inizio aprile in Val Brembana. Sulla Coppa del Mondo di maggio al Cansiglio le voci che si rincorrono sono del tipo “ma dai! A maggio sarà tutto sistemato!” ma lo si dice più per scaramanzia…

Decidiamo di tenere comunque la sessione introduttiva del corso base di orienteering al Parco Lambro il 7 marzo: si presentano una decina almeno di esordienti totali, ai quali raccomandiamo di tenere le giuste distanze, di prendere le prime cautele di buon senso visto che non vogliamo nemmeno sembrare “assembrati” a chi ci dovesse osservare da lontano. Per l’8 marzo pianifichiamo (ma poi decidiamo di far saltare) una seconda puntata del corso, che avrebbe avuto il suo culmine la settimana successiva con la MiPa al Parco della Besozza ed una gara promozionale della Besanese il 16 marzo. Ed è così che la mattina di domenica 8 marzo decido di andare tutto solo soletto al Parco della Besozza per provare i percorsi della MiPa prevista sabato successivo.

Solo che nella notte tra il 7 e l’8 marzo succede di tutto. E’ la notte nella quale esce un nuovo DPCM, ed in Lombardia ed alcune zone limitrofe vengono dichiarate misure ulteriormente restrittive rispetto a quelle già in vigore. Quando sul web trapela (prima “trapelata” di una lunga serie che vedremo nel corso dell’anno) una bozza del DPCM, avviene quella che i giornali definiranno come una fuga generale di studenti e lavoratori originari del sud Italia che vogliono evitare di rimanere bloccati nelle zone che sarebbero state poste di lì a poche ore in quarantena. Vengono così imposti, dai governatori di alcune regioni del sud, i controlli e le quarantene per tutti coloro che stanno arrivando su pullman e treni.

Ma io non so niente di tutto questo, è ancora la mattina presto dell’8 marzo e sono alla Besozza a provare i percorsi. Il cellulare comincia a squillare alle 9 del mattino, ma vedo che è un numero del lavoro e mi dico che può ben aspettare… sono anni che non faccio più il salvatore dei batch notturni, ora faccio il commerciale, chi dell’ufficio può mai avere bisogno di me di domenica mattina? Solo che non smette più di squillare, e poi cominciano a comparire sul display i numeri di persone di un paio di grosse banche che avrei dovuto incontrare in settimana. In quel momento mi trovo nella parte nord del parco, quella con le collinette che lo separano dalla superstrada (dettaglio che, in futuro, mi aiuterà a rispondere alla classica domanda “dove eri tu quando…?”  hanno ammazzato Kennedy/hanno colpito le torri gemelle/hanno dato l’annuncio della morte di Pantani/hanno annunciato la pandemia)

Rispondo al telefono e capisco che quello che sta succedendo è davvero grosso, che forse non dovrei nemmeno stare lì al parco, che ci sono già le prime notizie della gente che si fionda ai supermercati che vengono presi d’assalto. Cassandra Crossing? Forse sta arrivando anche quello. Torno a casa ed è percepibile il fatto che alle battute sui pipistrelli cinesi si stanno sostituendo avvenimenti ben più preoccupanti.

Con l’avvio dello smartworking esteso a tutte le giornate della settimana lavorativa, la sera potrei dedicarmi ad affinare la mia tenuta atletica con qualche uscita in più rispetto alle due volte settimanali che mi ero prefissato. Ma accade che ben presto i runner diventano i nuovi untori della peste manzoniana: una sera un condòmino mi urla di tutto dalla finestra, un’altra sera sto portando la spesa a mia madre e mentre cammino lungo la perifericissima via Treccani da una finestra mi lanciano addosso una bottiglia di qualcosa che dopo un volo di una ventina di metri si disintegra a due passi da me. Le gare di orienteering saltano in serie come tappi di bottiglia all’ultimo dell’anno: l’orienteering 2020 diventa virtuale e vengo coinvolto in una marea di iniziative di virtual trail-O, nasce su iniziativa di Paolo Menescardi de l’Orma il “Laboratorio di Orienteering” nel quale mi trovo spesso a relazionare sui miei svarioni più leggendari, al punto che il mio motto diventa “fate il contrario di quello che faccio io e diventerete bravi orientisti!”. Le gare nazionali ed internazionali di maggio e giugno per le quali mi avevano chiesto di fare lo speaker vengono cancellate, ma ad un certo punto mi chiedono di fare lo speaker alle gare virtuali dei ragazzi della nazionale juniores, e poi nasce il podcast “storie di Orienteering”.

Gli eventi sportivi riprendono, tra mille regole e restrizioni, solo da metà giugno. Tuttavia per l’orienteering ci sono tempi lunghi per dare di nuovo il via alla stagione agonistica. E’ la Polisportiva Masi la prima società ad assumersi l’onere di organizzare una gara con una buona affluenza, a San Benedetto Val di Sambro a metà luglio. A metà agosto il PWT organizza la tre giorni di Auronzo di Cadore e Lago di Misurina, precedentemente posizionata ad inizio luglio, ma i prezzi degli alloggi nel periodo proprio pre-ferragosto e le incertezze sull’effettivo svolgimento della gara tengono a casa parecchi orientisti (anche se alla fine circa 150 concorrenti italiani saranno comunque al via).

Le organizzazioni delle gare nazionali vengono stravolte: saltano i campionati italiani sprint e long previsti al Sestrière. La FISO riapre i bandi per cercare organizzatori, e li trova ovviamente in Primiero dove hanno numeri e cartine sottomano per buttarsi nel’impresa: GS Pavione per la gara sprint a San Martino di Castrozza e US Primiero a Passo Valles per la gara long, in mezzo a tante restrizioni e controlli del rispetto del protocollo anti-Covid. Ad inizio ottobre è il turno dell’Orienteering Pergine di immolarsi sull’altare delle gare nazionali, per una Coppa Italia. Il giorno dopo siamo nel bosco dell’Altopiano della Vigolana, nel campionato italiano middle. A metà ottobre è il turno dell’IK Prato di mettere in scena l’ultimo fine settimana di gare nazionali, perché si capisce al volo che il clima sta cambiando, che forse i comportamenti talvolta dissennati della “gggente” durante l’estate, o la riapertura delle scuole e degli uffici e la conseguente ressa sui mezzi pubblici, o chissà cosa altro? stanno facendo rialzare i numeri della pandemia: le gare di Doganaccia vengono sospese il venerdì alle 14, a poche ore dalla partenza, e viene dato il via libera solo venerdì stesso nel tardo pomeriggio dopo una trattativa con le autorità locali: c’è tempo ancora per un fine settimana di gare, ma per uno soltanto. Poi è di nuovo il momento di calare il sipario.

Le notizie di questi giorni sono ondivaghe. Ripartiremo, quando sarà possibile, forse con un vaccino annunciato per l’inizio 2021, forse con nuove regole antiCovid. Ripartiremo a livello regionale con un nuovo CRL guidato dal presidente oggi in carica (Marco Della Vedova) e con un calendario regionale che riprende alcune gare saltate nel 2020. Anche nel calendario nazionale parecchie gare previste nel 2020 sono state posticipate al 2021, provocando un effetto domino che peraltro è lo stesso che si verifica in campo internazionale: è di pochi giorni fa la notizia che i mondiali master 2021 che si dovevano tenere in Giappone sono posticipati al 2022. Vuol dire che i mondiali master del 2022 erano previsti in Italia e quindi dovranno essere spostati pure loro? I famosi campionati del mondo previsti a Genova nel 2024 diventeranno forse qualcosa d’altro, sempre internazionali, ad uno o due anni di distanza.

Ripartiremo quindi, con qualche cicatrice (non quelle che ci hanno lasciato i rovi di Cascina Amata) e con qualche motivazione in più per non ripetere gli stessi errori. Io, ad esempio, avevo cominciato a sistemare e catalogare le mille e più cartine circa che ho in casa durante il primo lockdown. Ma non avevo portato a termine il compito, lasciando una stanza nel più completo disordine. Mi ero detto “se mi ricapita un altro lockdown…”: è capitato, ed ho messo a posto tutto, però non ditelo ai complottisti o negazionisti che girano in rete, perché sarebbero capaci di dire che il virus l’ho rimesso in giro io con la complicità di Conte, per poter terminare il lavoro di archiviazione delle cartine!

Wednesday, December 16, 2020

L'uomo che creò "lo speaker del popolo"

Due giorni fa l'amico Professore Enzo Zamperin mi ha inviato la notizia della scomparsa di Luciano Pilati, un compagno di tante avventure orientistiche affrontate nel corso degli anni con la maglia del Cus Torino prima e dell'OriCuneo poi.

Lo voglio ricordare anche io sulle pagine del blog, e non solo per le sue medaglie conquistate in staffetta a livello master (l'ultima, se non vado errato, un argento nella sprint relay a Bardolino 2019).

Luciano è stato un formidabile compagno di chiacchierate nel parterre ed ai ritrovi, sempre gentile, sempre pacato, sempre positivo e aperto ad affrontare la prossima gara come una nuova avventura senza focalizzarsi sulle aspettative di risultato. Ogni tanto abbiamo scherzato sul fatto che il codice della nostra sicard era molto vicino: dato che lui di medaglie ne ha vinte ed io no, gli dicevo "se io avessi avuto la tua sicard, sarei stato io a vincere quelle medaglie!".

Soprattutto devo a Luciano il fatto di aver coniato e codificato per me l'espressione "speaker del popolo", in occasione del Campionato Italiano Middle 2015 disputato a Millegrobbe: posso chiudere gli occhi e rivedere la scena di Luciano che taglia il traguardo con il mio commento del suo arrivo al microfono. Il suo viso non sembrava nemmeno stanco per la gara appena terminata, ma solcato da un sorrido di sorpresa: è venuto alla postazione microfonico e mi ha detto, sempre sorridendo: "sei davvero tu lo speaker del popolo, l'unico che si ricorda di menzionare anche quelli come me quando arrivano al traguardo".

Grazie Luciano per avermi manifestato sempre la tua simpatia e la tua vicinanza, con leggerezza, ed avermi dimostrato che i segreti per cercare di fare bene lo speaker sono la nostra comune passione ed i rapporti personali.

Tuesday, November 24, 2020

Una questione da poco

Vorrei subito mettere in chiaro un punto: scrivendo quello che troverete qui sotto (se avrete la pazienza di leggere fino in fondo) non voglio certo fare sfoggio di competenze che non ho, non voglio fare vanto di sapere come si risolve uno tra i problemi più gravi che affligge i nostri tempi (o, meglio, che affligge fin dall’inizio dei tempi). Non ho io la soluzione, anche se ritengo che la soluzione sia in ognuno di noi. Chiamatemi pure lo stolto che guarda il dito anziché la luna, chiamatemi pure quello che non ha capito niente, quello che parlandone in modo irriverente sottovaluta la cosa perché per sua fortuna non ci è mai passato, quello che “certi argomenti non li devi andare a trattare così”, quello che “… e te ne accorgi adesso e vieni a farci tutto il tuo pippone?”, quello che… quello che… quello che… Non ho la pretesa di insegnare niente a nessuno, e per dirla tutta non sapevo neppure del significato dato al 25 novembre. Il che, forse, da l’idea di quanto io viva l’argomento in modo làbile e poco partecipato. Però questo è il mio pensiero.

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Antefatto: 21 settembre 2014 – Passo Vezzena – zona del traguardo – voce registrata dello speaker

Ancora un titolo da assegnare… categoria W17 e nessuna squadra è arrivata al traguardo. NO! UN MOMENTO! Una tuta blu e nera compare da dietro la collina! Il Gronlait… con Francesca Buffa! Il Gronlait sta per aggiudicarsi l’ultimo titolo della giornata! E’ finita anche la categoria W17… E INVECE NON E’ FINITO NIENTE! Sta arrivando anche De Nardis! Polisportiva Masi!... De Nardis all’inseguimento di Buffa che sembra sfinita! … 40 metri di vantaggio per il Gronlait! … La W17 non è ancora finita quando mancano meno di 200 metri al traguardo! Gronlait contro Masi! … Buffa contro De Nardis che ha un bersaglio davanti a sé a meno di 30 metri di distanza! … Buffa all’ultimo punto! … Buffa si volta a cercare De Nardis… che è sempre più vicina! … 20 metri adesso di distacco… Buffa sembra non averne più E MANCA ANCORA TUTTA LA SALITA FINO AL TRAGUARDO! … Anche De Nardis è stanchissima! Ma la medaglia d’oro è ancora lì a portata di mano! Buffa ora sulla run-in! Anche De Nardis imbocca la corsia finale!... Buffa si volta indietro… anche De Nardis è stanchissima! … Buffa sull’ultima curva! … E’ una corsia finale eterna!... 10 metri di distacco!... Adesso sono meno!... Mancano pochi metri! Ancora 20 metri per Buffa incitata dalle sue compagne! … De Nardis le sta arrivando addosso!... 10 metri! 5 metri! BUFFA SI LASCIA CADERE SUL TRAGUARDO! Gronlait è campione d’Italia W17! La Masi è seconda! La rincorsa feroce di Francesca De Nardis è rimasta a 5 metri dal successo!...

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So che i problemi sono altri, so che ci sono ben altri modi per dimostrare sostegno e vicinanza e rispetto alle donne, nello sport e non solo. Questo credo di saperlo bene. Persone ben più qualificate di me hanno già parlato del tema che menzionerò nel racconto e tramite i miei ricordi personali che seguono. Ad esempio:  https://ildragomanno.wordpress.com/2014/08/15/parita-genere-lostaifacendosbagliato/

In conclusione del pezzo linkato viene proprio scritto “Non è certo un articolo a discriminare una donna rispetto a un uomo, e non è eliminandolo che si risolve il problema della disparità”.

Solo che domenica mattina, ascoltando una telecronaca di sci alpino infarcita di “LA”, ho provato una sensazione che stavolta vorrei definire tutta maschile: mi sono veramente girate le palle!

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In principio Quello Lassù aveva deciso di rimanere sul facile. Dopo 6 giorni di lavoro indefesso, dedicati alla creazione di cielo e mare e stelle e sole e luna e pesci e animali, aveva creato l’essere umano. Un genere solo bastava. Il genere era quello maschile: uno solo, Adamo. C’era solo lui e non si faceva confusione: il recinto non era chiuso bene e le bestie si disperdevano nei dintorni? La colpa era solo sua. La luce restava accesa tutta la notte perché nessuno aveva spento? Sempre colpa sua. La pattumiera non si portava in strada nel giorno giusto? Il percorso era posato male?Adamoooooo!!!! Ma che ti possino…”. E non c’era nessun altro che poteva prendersi la colpa.

Però poi Quello Lassù deve essersi montato la testa. “Proviamo a complicare un po’ la situazione…” deve aver pensato. E creò un altro genere, quello femminile: Eva. Quindi Eva arriva qualche tempo dopo Adamo, un po’ a rimorchio. Adamo nel frattempo aveva già avuto il tempo di ridurre il salotto ad un porcile, di riempire il frigorifero di porcate e di abbandonare cartine e lanterne ovunque in casa. Eva si mise di buzzo buono, e le cose cominciarono ad andare meglio.

A quel punto però sorse il problema che Adamo ed Eva dovevano distribuirsi bene le mansioni, sennò Quello Lassù avrebbe potuto andare in confusione. Come diceva Simona, collega al capannino di Astrofisica, Adamo si riservò il compito di spaccare la legna per l’inverno, cacciare l’orso, cartografare la foresta, procacciare il cibo e cose così. Eva avrebbe badato che Adamo non facesse troppi guai, avrebbe badato alla casa, ai bambini ed alla loro educazione, al rispetto delle linee guida ISOM e ISSOM e cose così. Nessuno voleva correre il rischio che, se un giorno Eva si fosse messa a procacciare il cibo e Adamo a badare alle linee guida, Quello Lassù potesse andare in confusione.

Solo che, un giorno, Adamo era a letto con 37,3 di febbre e stava cercando il prete per ricevere l’estrema unzione. L’orso era effettivamente nelle vicinanze e stava facendo razzìa nell’orto. Così Eva, che aveva solo la febbre a 38,9, dopo aver portato su la legna dal ripostiglio e aver finito di imbiancare il tinello, decise di andare fuori a cacciare l’orso. E lo fece con tale perizia che Quello Lassù si lasciò andare ad un “Bravo Adamo! Ben fatto!”.

Io non sono Adamo, sono Eva” fu la risposta a Quello Lassù. Che rimase perplesso. Il compito di cacciare l’orso era del maschio. Possibile che anche Eva fosse un maschio? Questo pensiero Lo arrovelllò fino al giorno in cui, guarito Adamo, i due Gli si presentarono e dissero: “Io sono Adamo, il maschio”. “Io sono Eva, la femmina”. E poi all’unisono: “Solo che ogni tanto ci scambiamo i compiti!”. Questa cosa destabilizzò Quello Lassù, che aveva perso gli occhiali e non distingueva più Adamo da Eva se non in base ai compiti che questi svolgevano. Aveva quindi bisogno di trovare una soluzione al più presto, perché insomma Quello Lassù aveva la fama di essere infallibile, e se tra gli altri Quelli Lassù si fosse sparsa la voce che sbagliava pure ad appioppare il nome ai due bipedi sulla Terra (due ne aveva da gestire! Mica miliardi), avrebbe perso punti rapidamente. La soluzione che trovo fu di aggiungere due lettere ad uno dei nomi:


(ma... è stata la Eva...)

“Tu Adamo sarai per sempre Adamo. Tu invece Eva sarai per sempre LA Eva! Così, con l’aggiunta di due sole lettere, io non farò più confusione. Quando mi direte che Adamo ha preparato il caffè, capirò che è stato l’uomo a farlo. Quando vi sentirò dire che LA Eva ha costruito l’argine per portare l’acqua corrente in casa, capirò che è stata la donna a farlo”

Pare che sia per questo motivo – per un senso di rispetto nei confronti di Quello Lassù - che ancora oggi tantissime persone, soprattutto nella redazione delle cronache sportive, si sentono in dovere di rispettare la regola che Rossi, Sinner, Ibrahimovic, Gallinari, Windisch e compagnia cantante si nominano così, mentre per parlare dell’altra parte dell’universo si parla delLA Goggia, delLA Pellegrini, delLA Cagnotto, delLA Kostner, delLA Wierer e via dicendo.

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Non prendetemi per pazzo. Credo di capire anche io che i problemi, quando si parla di violenza in ogni forma sulle donne, sono ben altri. Se solo guardiamo alla sfera sportiva, è lampante la disparita nelle cronache, negli spazi e nelle considerazioni, con i giornali che tendono a commentare non solo i risultati ma anche il taglio dei capelli o l’abbigliamento più o meno intrigante. Però questa cosa dell’articolo “LA” mi ha sempre lasciato davvero perplesso e sconcertato. Nella storia dei Giochi Olimipici, così come nello stupido raccontino qui sopra, le donne sono state ammesse a tavola dopo gli uomini.

Forse la mia fortuna è stata che, quando ero bambino, a Tavon venivano a passare la villeggiatura due pimpanti signore di Pavia, Germana Malabarba e Diana Pissavini, che avevano fatto parte della squadra di ginnastica artistica che aveva vinto l’argento alle Olimpiadi di Amsterdam del 1928. Un argento che, nei racconti non solo loro ma persino dei giornali locali (olandesi, perché olandese fu l’Olimpiade e fu l’Olanda a vincere), avrebbe potuto essere oro se non fosse che l’Italia eseguì l’esercizio senza il supporto di un accompagnamento musicale al pianoforte, cosa che fece l’Olanda impressionando benevolmente i giudici. 

Il mio primo contatto con due autentiche sportive fu quindi con due donne. Lo sport olimpico femminile ebbe il suo primo oro con Ondina Valla alle Olimpiadi del 1936, poi con Irene Camber (secondo la dizione di “Storia delle Olimpiadi”, mutata in Campber in “Storia delle Olimpiadi invernali”) a Helsinki 1952. Credo che il merito di aver sdoganato a tutti i livelli televisivi lo sport al femminile possa essere attribuito a Sara Simeoni, ma siamo già al 1978 ed agli Europei di Praga con record del mondo nel salto in alto. Io invece avevo avuto la fortuna, una volta sbarcato a Milano, di frequentare quasi tutti i giorni, seppure bambino, il campo sportivo “Cappelli” in Piazza Caduti del Lavoro dove, che ci fosse il sole o che piovesse a dirotto, agli ordini del professor Renzo Testa dello Sport Club Italia si allenava ogni giorno una certa Paola Pigni. La pista di atletica del campo Cappelli non era (non lo è neppure adesso) omologata per le gare di atletica: 6 corsie di terriccio nero a fare da cornice ad un campo di calcio spelacchiato, con la particolarità che il giro completo della pista era di circa 370 metri. Così i volenterosi atleti avevano segnato con la vernice sul bordo dell’anello più stretto il punto, ancora sul rettilineo fronte tribune, dal quale dovevano partire per cimentarsi in una cronometrata sui 200 metri. E se volevano provare un 400 metri dovevano percorrere i primi 30 metri del rettilineo prima di affrontare la prima curva. Paola Pigni si allenava lì in qualunque condizione meteorologica: se diluviava, saliva sulle tribune ed affrontava dure sessioni di allenamento sui gradoni degli spalti.


(cronaca di una gara disputata all’Arena di Milano, presa dal sito della Fidal)

Pigni vinse il bronzo alle Olimpiadi di Monaco 1972, quelle della strage di Settembre Nero, e alle stesse Olimpiadi il mondo fece la conoscenza di Novella Calligaris, tre medaglie tra argento e bronzo nel nuoto e poi medaglia d’oro e primatista mondiale a Belgrado 1973 negli 800 stile libero. Nonostante io avessi appena compiuto 5 anni, avevo l’album delle figurine di “Munchen ‘72”, e di Novella Calligaris non si faceva menzione. Ben diverso l’album “Campioni dello sport 1973” dove Calligaris compariva con le sue tre medaglie (la stessa figurina che è oggi sulla sua pagina wikipedia).

A me è sempre sembrato ovvio che Marcello Fiasconaro (tanto per dire di un altro che frequentava il campo sportivo Cappelli e che, dopo gli allenamenti che fecero di lui il primatista mondiale sugli 800 metri, prendeva un pallone dalla strana forma ovale e cercava di insegnare a noi bambini cosa fosse il rugby, lui che veniva dal Sud Africa) fosse “Fiasconaro”, che Pigni fosse “Pigni”, che Donata Govoni (nata a Pieve di Cento, il paese di mia zia Ida, e che vinceva le corse a scuola contro i maschi) fosse “Govoni” e stop.

Quando, nel 1982, giocavo al Palalido per il Billy Milano (oggi Armani Milano), in alcune occasioni veniva ad allenarsi con noi Mabel Bocchi, centro della GBC Milano e della nazionale. In quelle occasioni volavano botte da orbi e da tirare giù i denti… perché Bocchi (186 cm) mollava delle gomitate che scànsati, e poiché Franco Casalini in allenamento durante le partitelle metteva il fischietto in tasca e lasciava che ce la cavassimo da soli, c’era il rischio (e a me è successo!) di andare a caccia del pallone a rimbalzo e di ritrovarsi per terra rintronati con gli uccellini e le stelle tutte attorno ed un “beh!?! Alzati! Cosa stai lì per terra? Sei già stanco?”… ed era la voce di Bocchi. Per me Bocchi è sempre stata solo “Bocchi”.

***

In tutti questi anni, da affamato di cronache e telecronache sportive, ho sempre sentito un fondo di disagio nel leggere o nell’ascoltare celeberrimi e meno celebri commentatori sportivi che parlano tranquillamente della gara di Tortu, della nuotata di Paltrinieri o del diritto di Sinner, e poi come se niente fosse commentano il salto delLA Trost, le rimonte delLA Pellegrini e i vincenti delLA Pennetta. Lo considero un retaggio del tempo in cui, nell’atletica come in altri sport, la presenza femminile doveva necessariamente essere connotata dagli addetti ai lavori alla stregua di un mondo a parte, di intermezzo, di "non è una cosa seria". Un maschilismo strisciante che aveva già relegato la parte femminile dell’universo al ruolo di sesso debole.

Questa cosa viene continuamente mantenuta e tramandata di generazione (non solo giornalistica) in generazione in tanti modi subdoli, tra i quali secondo me c’è anche l’uso continuo di quell’articolo “LA”. Non c’è nessun motivo per usarlo, mi dico. Se un telespettatore sta guardando una gara di sci alpino, come è successo a me domenica mattina (ho retto 2 minuti, poi ho spento e sono andato a correre), non c’è nessuno bisogno di continuare a ripetere LA Shiffrin, LA Brignone, LA questa o quella. C’è scritto già: slalom speciale FEMMINILE. Spettatori e spettatrici non l’hanno notato? Se seguono quello sport, sapranno benissimo da solo chi sono Shiffrin e Brignone (mia madre lo sa!)

Se non lo sanno, basta un minuto per vedere l’atleta al traguardo, vedere le sue avversarie (o i suoi avversari, se la gara è maschile) ed inquadrare la situazione. Se ancora non fosse sufficiente, basterebbe al telecronista il piccolo escamotage di dire ogni tanto il nome dell’atleta: MIKAELA Shiffrin, FEDERICA Brignone. Ci sono dubbi? Invece no. Che a fare la telecronaca ci sia IL telecronista o LA telecronista o entrambi, quell’articolo è sempre presente, a perpetuare lo strisciante maschilismo che permea anche il mondo dello sport.

Io non sono un cronista sportivo o un giornalista. Sono solo (e finché mi sarà concesso) uno speaker di orienteering appassionato o, come sento dire sempre più spesso, uno storyteller. Penso (ma attendo smentite) che in tutti questi anni come speaker nessuno mi ha MAI sentito mettere l’articolo davanti al nome di una atleta. E se l’ho fatto, posso vergognarmene. C’è una unica atleta, una sola, per la quale ho usato l’articolo “LA”, ma l’ho fatto unicamente nelle nostre conversazioni al campo di gara, prima o dopo la competizione, dopo aver ben specificato che quell’articolo, usato per lei soltanto, rappresentava unicamente il segno del mio rispetto per una atleta che a livello regionale master si batteva alla grande nelle categorie maschili, dandoci anche delle sonore legnate, come i tempi al Campionato Regionale a Staffetta disputato al Parco della Pellerina sono lì a dimostrare. L’atleta in questione è Giovanna Varoli dell’AAA Genova.

***

Detto tutto questo, ho risolto il problema? No. Ho contribuito in qualche forma a cambiare lo status quo? Neppure. Ho vinto qualche riconoscimento? Nemmeno.

Ma nessuno di questi è per me un motivo abbastanza valido per smettere di parlarne.

Sunday, November 01, 2020

En attendant lockdown (parte 1)

E’ la sera del 1° novembre, e credo di essere in compagnia di tanti italiani che stanno aspettando che il governo decida che tipo di lockdown (se e quando) applicare in risposta ai numeri della pandemia che stanno crescendo in modo incontrollato. Negli ultimi giorni una delle decisioni che ho preso è di staccarmi un po’ dai social, per evitare di essere travolto dalle discussioni sempre più accanite e polarizzate sulla modalità migliore per gestire la situazione, dagli scambi di insulti ed invettive pesanti che coinvolgono persone che si conoscono da tempo e che conosco da tempo, e mi chiedo se a tempesta passate queste stesse persone saranno ancora in grado di guardarsi negli occhi e perdonarsi o chiedere scusa per il livore e l’acredine riversato addosso ad altri con tanto di nomi e cognomi.

Oggi, mentre percorrevo la strada che mi porta a casa, in mezzo al nebbione, ho pensato ad una eventuale seconda fase di lockdown come ad una specie di opportunità: quante volte mi sono ripetuto, durante ma soprattutto al termine del pesante lockdown di primavera, che se avessi avuto modo di ragionare meglio non avrei commesso gli stessi errori? E quindi ho redatto una specie di piccola lista di cose che, se sarò costretto di nuovo a casa da un lockdown, cercherei di fare meglio. Sbagliando probabilmente ancora, ma SBAGLIANDO MEGLIO!

Per chi fosse interessato, ecco i primi punti della mia lista:

UNO: La giornata lavorativa NON comincia quando apro gli occhi al mattino, con il pc già acceso di fianco al letto, e NON finisce 14 o 15 ore dopo quando gli occhi si chiudono per la stanchezza, con il pc appoggiato alla sedia di fianco al letto e pronto per il mattino dopo: so di essere fortunato ad avere un lavoro, soprattutto un lavoro che mi consente di lavorare in smart working, ma efficienza non fa rima con stakanovismo sette giorni su sette perché tanto non c’è altro da fare

DUE: Il frigorifero NON è il rifugio per prendere una pausa dai cattivi pensieri, o dalle ore lavorative che nemmeno il protagonista de “Il socio” di Grisham: lo stato in cui mi sono ridotto alla fine del primo periodo di lockdown me lo sono portato dietro fino a novembre, ed è ora di darci un taglio! (non alla prossima fetta di salame, intendo)

TRE: Ci sono tanti modi diversi per tenersi in forma: non mi ero forse dato un impegno di continuare con le sessioni di plank? Di fare gli esercizi suggeriti da Federico Venezian durante le sessioni di ginnastica da camera alle quali mi invitava l’Orienteering Tarzo? Chiaro che se sarò costretto a casa, ben difficilmente potrei percorrere ancora quei pochi chilometri a velocità sostenuta nel parco come facevo a febbraio scorso tre volte alla settimana, quando con la voce di Dolores O’Riordan e la batteria di Fergal Lawler nelle orecchie (live from Hamburg) ero tornato a stampare qualche parziale vicino a 4 minuti al chilometro… è una strada lunga ma ci posso riprovare!

TRE BIS: Riprendere a scrivere sul blog, che nel corso di tutti questi anni mi è servito soprattutto come promemoria per rispondere alle domande “ma dove eri tu \ dove ero io nella settimana tale del mese talaltro dell’anno del salSignùr?”

Per questo sono qui, a riprendere il punto 4 per il blog meno tecnico e più approssimativo dell’intera storia dell’orienteering, meno credibile per chi volesse imparare davvero a trovare i punti nel bosco ma al tempo stesso più veritiero e vissuto per chi crede alle parole “tre ore e 16 minuti ben spesi nel bosco!” come quelle che ho pronunciato all’arrivo della gara long di Doganaccia qualche settimana fa.

Riparto quindi dalle 6 gare nazionali che il fato ci ha consentito di disputare in questo surreale anno 2020… il fato e quelle società che si sono sobbarcate fatiche in più, responsabilità, incombenze e sacrifici per consentire alle atlete ed agli atleti veri di tutte le età ed a qualche sparuto tapascione (di cui mi onoro e mi vanto da solo di essere il number one) di tornare nel bosco a praticare lo sport più bello del mondo, perché diciamocelo pure che più bello della caccia al tesoro dell’orienteering non ce n’è e non ce ne sarà mai!

***

Ritorno alle gare: Campionato Italiano Sprint di San Martino di Castrozza

La prima gara (dopo il periodo di riposo forzato) non si scorda mai, soprattutto se la gara si svolge in una località che ormai credo di conoscere a memoria. Guardando il bollettino della gara, non mi sembra forse di vedere la parete di bosco (poi spazzata via dalla tempesta Vaia) dove passava la tratta lunga della tappa finale della prima edizione della Dolomiti Three Days? E mi raccomando: attenzione ai passaggi nella zona della chiesa, con l’insidia dei gradoni e dei recinti e chissà se non mi capiterà ancora di fare da apripista mentre gli orientisti si attardano a consumare il loro pranzo nei baretti della piazza sotto alla chiesa. Ma occhio anche alla parte finale del percorso, che si snoderà vicino alla caserma dei Vigili del Fuoco e del museo a cielo aperto, dove di sera andavo a rompere le scatole ai ragazzi dell’Asco Lugano che si facevano delle spaghettate epocali, guidati da Luca e Martina Rizzi in qualità di “adulti accompagnatori” (20 e 18 anni rispettivamente in occasione della Primiero Three Days 2019, e nessuno che fiatava e tutti in riga da bravi atleti!).

La mia gara? Senza lode e con qualche infamia, soprattutto nel finale nella zona della colonia \ museo all’aperto \ caserma dei vigili del fuoco (ma non mi ero detto di fare MOLTA attenzione?): praticamente dalla 16 parto dritto verso la 18 e me ne accorgo quando ormai ho davanti la colonia, dalla 18 alla 19 mi aspetto che lo specchio d’acqua sia una specie di Mar Tirreno e vado lungo fino alla casetta, dalla 21alla 22 sono talmente cotto che prima mi infilo nel bosco ad est e poi mi infilo del recinto non attraversabile sbagliato (per fortuna sono abbastanza lungo che riesco a punzonare lo stesso allungando il braccio sopra al “non attraversabile”)

Ritorno al disastro: Campionato Italiano Long a Passo Valles… non è la 61!

Da qualche anno, purtroppo, soffro di una fastidiosa sinusite cronica che si manifesta spesso a livello del mare, ma che mi lascia davvero con le gomme a terra quando salgo in quota. La sinusite non poteva che colpire la sera prima del Campionato Italiano Long, che si sarebbe disputata su una carta che già l’anno scorso era stata davvero ostica alla Dolomiti Three Days. Pur conoscendo i trucchi per venire a capo della carta, durante la notte tra sabato e domenica devo prendere un paio di pastigliette miracolose per mettere a tacere la sinusite, altrimenti ben difficilmente riuscirei a mettere a fuoco la carta e i paraggi attorno a me; effetti collaterali? Stomaco in delirio e sonnolenza diffusa, quasi uno stato di torpore. Il resto lo fa il tracciato della gara che prevede una partenza tutta in salita fino alla zona di arrivo dell’impianto a fune.


Per dire come sono messo: nell’attraversamento di uno dei vari valloni per andare dalla 1 alla 2 mi ritrovo sdraiato per terra per aver messo un piede in fallo e il mio primo pensiero coerente è di provare a chiudere gli occhi e fare un breve pisolino per far passare il torpore costante che mi pervade! Per dire come sono messo anche peggio: non ho la più pallida idea, anche riguardando la mappa, di come dal punto 4 sono arrivato al punto 5! Le foto dell’implacabile Carlo Rigoni parlano da sole…



Nel finale di gara tuttavia assisto ad una scena impagabile, che da sola vale il prezzo del biglietto: mi trovo infatti a cercare il punto in compagnia di alcuni atleti di varie categorie (di età e anche di peso) tra i quali una autentica “radio” che non smette un secondo di parlare. Rispetto ad altre “radio del bosco” che in 28 anni di orienteering mi è capitato di ascoltare, questa radio in particolare “smista” la gente nelle varie direzioni per cercare il punto di controllo, che nel caso specifico è il punto 61 (cocuzzolo) ed è anche il mio punto. Infatti, questa volta mi dico tra me e me “quando questi troveranno il punto, lo troverò anche io”. Arrivo quindi, in buona compagnia, in prossimità di una lanterna. Alla mia sinistra c’è una parete rocciosa ai piedi della quale si vede chiaramente una lanterna. C’è un atleta vicino alla lanterna, a non più di 20 metri da me, e la “radio” chiede: “è il punto 61 quello?”. Risposta: no. Il gruppetto prosegue la sua ricerca ed io mi chiedo dove cavolo sono arrivato… d’altra parte in zona di pareti rocciose ce ne sono a profusione! Mi convinco quindi di essere arrivato all’altra parete rocciosa nel cerchietto 11 e quindi risalgo di qualche metro la costa, ma di altre pareti rocciose o lanterne non ce n’è traccia, e l’unica roccia che vedo è Tommy Civera, mai così in palla da parecchi anni, che percorre la costa a velocità warp. A questo punto mi convinco che forse ero arrivato alle pareti rocciose ad est del mio punto 11, e quindi ritorno verso ovest, ripassando a 20 metri dal punto che NON E’ la 61 e scendendo ancora. Qui trovo Marisa Bernagozzi (santa subito!) che sta punzonando un punto che non è ovviamente il mio… mi fa vedere la cartina e io penso che devo tornare indietro, verso quella lanterna che ovviamente NON E’ la 61. Gira che ti rigira, torno dove ero passato prima e prima ancora, e c’è ancora in zona il gruppetto e c’è ancora la radio che, come Radio Maria, non ti abbandona mai. E sento le seguenti immortali parole: “Tu!” (un altro partecipante a caso, chiamiamolo Tizio) “Vai lì a vedere se quella è la 61 o no!”. La faccia di Tizio che viene apostrofato nel bosco per andare a vedere il codice di una lanterna (che sta a 20 metri) è inequivocabile: non sto facendo nomi, perché verranno svelati a suo tempo quando il tutto sarà passato in giudicato… Tizio esegue, arriva alla lanterna, guarda il codice e ripete “NON E’ la 61”. Ed il gruppetto con la radio riprende la sua ricerca, Io aspetto qualche secondo. Quando il gruppetto è scomparso dietro al primo dosso…

Manca solo che Tizio, nel punzonare, si lasci andare in un bel “Ma vieni!”. Quella lanterna è SEMPRE stata il codice 61. Pure a me scappa una risata… A parte questo, o forse anche questo da una chiara connotazione alla mia performance, la mia gara è davvero indegna di questo nome.

(continua…)