Stegal67 Blog

Monday, August 31, 2026

Genovaaaaa, volevano andare a Genovaaaaa…

Facile partire così, no? Anche troppo facile. Potrei andare avanti per righe e righe del blog a pescare cantautori liguri, e già mi immagino qualcuno dei miei tre lettori — che nel frattempo potrebbero essere diventati quattro, ma non mi voglio allargare — chiedersi se per caso io abbia finalmente scoperto De André a quasi sessant'anni, se mi sia convertito sulla via di Boccadasse, se abbia passato l'estate a fissare il mare meditando sulla condizione umana.

No. Io, della condizione umana, riesco a meditare soprattutto quando sto cercando parcheggio. Soprattutto a Genova. Ed in questi frangenti mi vengono in mente le cose meno pubblicabili e meno riferibili in pubblico. Specialmente a Genova.

E di Genova e della Liguria io continuo ad avere in testa quella particolare capacità ligure di comunicarti che sì, ti vogliono bene, però magari da un'altra parte; e non è nemmeno cattiveria, è una forma di risparmio energetico applicata ai rapporti sociali. Del resto se vivi in una regione nella quale per andare da un posto all'altro devi scegliere tra una galleria, un viadotto, una strada larga un metro e settanta o una mulattiera che Annibale avrebbe giudicato "un po' troppo impegnativa per gli elefanti", impari presto che ogni parola superflua è dislivello.

Ma adesso devo scendere io a Genova.

La Stegal-car, nel racconto precedente, era rimasta sospesa tra la Val di Sole e un punto imprecisato della pianura Padana, con il bagagliaio che obbediva a quella legge fisica sperimentale secondo la quale, finché riesci ancora a intravedere una porzione di lunotto posteriore, c'è posto per almeno un'altra borsa. Non è una legge che insegnano alla facoltà di Fisica, ma solo perché nessuno dei professori che ho avuto ha mai caricato in macchina scarpe infangate, vestiti da cerimonia, vestiti che una volta erano da cerimonia e dopo tre settimane in bagagliaio hanno acquisito lo status di reperto archeologico, e sacchetti Esselunga il cui contenuto è meglio non sottoporre al carbonio 14.

Devo muovermi, e in fretta, perché l'appuntamento dell'anno è il Campionato del Mondo urban di corsa orientamento. WOC 2026. L'unico Mondiale assoluto dell'anno, quello nel quale si assegnano i titoli sprint, knock-out sprint e sprint relay. E questa frase, scritta così, sembra normale. Uno legge: "Campionato del Mondo". Poi chiude il browser, beve il caffè e continua la giornata.

Io no. Io per arrivare a quella settimana ho impiegato tre anni e mezzo.

È la sera del primo gennaio 2023. Diciamo le otto di sera. Sono sulla Stegal-car versione precedente e sto percorrendo quel punto della viabilità milanese nel quale la tangenziale Ovest decide di trasformarsi nella tangenziale Est, o forse il contrario, e comunque c'è un curvone che non è esattamente il luogo nel quale uno vorrebbe ricevere notizie capaci di alterare il battito cardiaco.

Numero sconosciuto. Attacco il vivavoce per lo scambio dei soliti convenevoli da primo dell’anno. Voce ligure conosciuta: "Volevo dirti che abbiamo avuto il Mondiale 2026!"

Ora, nella mia vita ho avuto alcune reazioni motorie poco coordinate. Ho mancato punti di controllo grandi come condomini. Ho inciampato su sentieri larghi. Ho cercato una lanterna attorno a me mentre ero praticamente appoggiato alla lanterna. Ma credo che la traiettoria della Stegal-car in quel momento meriterebbe ancora oggi di essere studiata come applicazione pratica del concetto di tangente.

Abbiamo avuto il Mondiale 2026? Dal nulla cosmico? Non chiedetemi come sia stato possibile che nel piccolo stagno dell'orienteering italiano una cosa del genere sia rimasta abbastanza sottotraccia fino all'annuncio che, se non vado errato, arrivò mesi dopo e abbastanza in sordina Non lo so. So solo che da quel momento la data ha cominciato a esistere nella mia testa come esistono certe scadenze che non hai ancora scritto sull'agenda ma che modificano tutto ciò che fai prima.

L'iconografia ufficiale, negli anni successivi, avrebbe parlato giustamente di avvicinamento: Campionati Italiani sprint, Coppa del Mondo, training camp, test races, Coppa Italia, sopralluoghi, riunioni, prove. Io ho vissuto la stessa cosa in maniera molto meno professionale: ogni volta che prendevo un microfono pensavo, da qualche parte in fondo al cervello, "nel 2026 ci sarà Genova".

Ogni volta che sbagliavo qualcosa: nel 2026 ci sarà Genova. Ogni volta che qualcosa andava benissimo: nel 2026 ci sarà Genova. Ogni volta che mi sentivo vecchio: nel 2026 ci sarà Genova. Ogni volta che mi sentivo ancora capace: nel 2026 ci sarà Genova. E soprattutto ogni volta che pensavo ai Mondiali in Italia mi tornava in mente il 2014. Che non è necessariamente una cosa rassicurante.

WOC 2014. Venezia, Burano, Trento, Lavarone, Asiago, Campomulo. Il primo Mondiale di orienteering organizzato in Italia. Io con Per Forsberg al microfono, o più correttamente io nei dintorni di Per Forsberg, che è un concetto diverso: come dire che uno ha giocato a basket con Michael Jordan perché una volta ha palleggiato nello stesso palazzetto.

Ricorderò per sempre la cerimonia di apertura ad Asiago. Oggi posso raccontarla con il vantaggio di dodici anni di distanza, che è quel particolare fenomeno per cui i momenti nei quali avresti voluto scavare una buca e scomparire diventano improvvisamente "aneddoti bellissimi". È lo stesso meccanismo delle vacanze in tenda sotto il diluvio: mentre sei lì giuri che non lo farai mai più, dieci anni dopo dici "che avventura!". Ricordo Piazza Carli piena. Cinquanta e passa nazioni. Autorità. Bandiere. Il presidente IOF Brian Porteous che deve dichiarare ufficialmente aperti i Mondiali. L'inno IOF. L'inno IOF. Quell'oggetto mitologico che esiste certamente, perché tutti ne parlano, ma che in quel momento ha la stessa reperibilità dell'Arca dell'Alleanza.

Si arriva al punto della scaletta nel quale dovrebbe partire. Non parte. Si riprova. Non parte. Qualcuno guarda qualcun altro. Quel qualcun altro guarda un terzo. Il terzo probabilmente guarda il cielo sperando in un intervento soprannaturale. Io guardo Forsberg. E Forsberg, che per gli orientisti internazionali è da sempre una specie di garanzia ambulante — c'è Per Forsberg, tutto andrà bene — arriva al punto nel quale la garanzia scopre di non coprire il guasto.

"Nothing works here!!!". La frase mi è rimasta dentro per dodici anni. Non so nemmeno se oggi la memoria me la restituisca con il numero corretto di punti esclamativi. Probabilmente erano più di tre. Forse erano udibili.

Ecco: quando nel 2026 mi chiedono se sono emozionato per il Mondiale in Italia, io penso anche a quello. Penso all'inno IOF che non parte. Penso a Per Forsberg che per un istante perde quell'aplomb scandinavo che gli permette di raccontare un atleta lanciato verso il titolo mondiale con lo stesso controllo con cui io annuncerei il numero della coda al supermercato. Penso a tutte le volte in cui una cerimonia ufficiale, preparata per mesi, si scopre dipendere da un file audio, un cavo, una chiavetta, una persona che sappia quale pulsante premere. E penso: dodici anni dopo saremo diventati bravissimi.

Spoiler: non completamente.

Sempre 2014. Lavarone. Premiazione della long distance. Questa volta la memoria del blog è persino più precisa della mia, e mi piace che sia così: è uno dei motivi per i quali da vent'anni continuo a scrivere. La memoria personale è un grande archivista, ma ogni tanto beve. Svetlana Mironova ha vinto il titolo mondiale long. Una vittoria russa che, a giudicare dalla preparazione della premiazione, doveva avere la stessa probabilità attribuita alla neve a Ferragosto a Piazza San Marco.

Serve l'inno russo. Non c'è. Cristian riesce a recuperarlo in extremis sul cellulare da una conoscente di un amico che passava di lì per caso. Già questo, in una cerimonia mondiale, è meraviglioso. Pensate alla finale olimpica dei cento metri. Pensate a una finale NBA. Pensate a Wimbledon. Pensate al direttore del cerimoniale che a un certo punto dice: "Ragazzi, qualcuno ha l'inno sul telefono?". Noi sì.

Parte l'inno. Sale la bandiera. Svetlana Mironova è campionessa del mondo. E nel momento in cui l'intera liturgia dovrebbe comunicare solennità, storia, patria, gloria sportiva e tutto quanto il resto… DRIIIIIIIIIN. Arriva una telefonata. “E’ arrivato il file?!?!?!?”. L'inno si interrompe. I Delegati IOF fanno harakiri. A quel punto credo che Forsberg abbia attraversato, nell'arco di pochi secondi, tutte le fasi emotive: negazione, rabbia, contrattazione, depressione, accettazione. Poi una sesta fase non codificata dalla letteratura scientifica: "vabbè, siamo in Italia".

Quella sera mancava pure la bandiera francese per Thierry Gueorgiou e venne fuori da un tifoso. I nomi dei premianti arrivavano quando la consegna delle medaglie era praticamente già in corso. Roberto Sartori, che avrebbe potuto organizzare un'invasione della Normandia con un furgoncino, tre panche e due amici, riusciva contemporaneamente a essere indispensabile e a sparire con sindaci e assessori per uno spritz.

Il Mondiale era quello. Bellissimo. Enorme. Sfiancante. A tratti perfetto. A tratti una puntata di Helzapoppin diretta da persone che non si erano mai incontrate prima.

Ed è importante dirlo: dodici anni dopo non ricordo quelle cose con rancore. Le ricordo con affetto. Perché nel frattempo ho capito una cosa che forse allora capivo meno: gli eventi sono fatti da esseri umani, e gli esseri umani possono preparare per mesi un protocollo di quaranta pagine e poi scoprire che manca il file mp3.

Il problema non è sbagliare. Il problema è non aver imparato niente quando ti ricapita. E qui, cari miei tre lettori, possiamo finalmente tornare al 2026, a domenica 5 luglio, quando la Stegal-car esce dalla comfort zone dell'autostrada Milano-Genova e si inerpica verso Sassello. Le strade dell'entroterra ligure sono una forma di selezione naturale. Se Charles Darwin avesse fatto il viaggio del Beagle tra Masone, Sassello e il Beigua invece che alle Galápagos, "L'origine delle specie" avrebbe avuto un capitolo dedicato alla sopravvivenza degli ammortizzatori. A Sassello c'è il prologo della 5 Days per gli spettatori. Il Mondiale comincia ufficialmente martedì, la 5 Days lunedì, e noi per non farci mancare niente cominciamo la domenica mattina. È il teaser del trailer del film dell'anno.

Arrivo all'incrocio principale. Una macchina svedese. Una. Gli occupanti si guardano attorno con quell'espressione che conosco bene: la faccia dell'orientista che sa di essere nel posto giusto perché il GPS lo dice, ma tutto il resto dell'universo sostiene il contrario. Caffè e brioche. Accoglienza ligure essenziale. Controllo le locandine sulla porta: sagre, concerti, manifestazioni, forse il campionato mondiale di toelettatura del pechinese — e della 5 Days non trovo nulla.

Telefono a Eleni. "Io sono all'incrocio, Eleni". "È lì”. "Qui non c'è niente". "Non all'incrocio. Sotto l'incrocio!". Ah. La geometria ligure. In pianura un incrocio è un punto. In Liguria può avere coordinate x, y e z. Scendo nel parchetto, saluto Sara, Angela, Sonia, Andrea — martire sacrificato sull'altare della 5 Days — infilo le scarpe e vado a fare la sprint. C'è pure un ponte oscillante nel finale che, dopo caffè e brioche, trasforma per qualche secondo il mio apparato digerente in una dimostrazione pratica delle leggi di Newton. Il dato statistico della giornata potrebbe essere la percentuale di non partiti. A un certo punto dall'arrivo non passa più nessuno da un'ora e mezza, dal punto spettacolo nessuno da un'ora. Chiamiamo la partenza. "Avete ancora qualcuno?" "Non si vede nessuno da un'ora"

Fine. Di baracca e burattini. E fu sera e fu mattina.

Secondo giorno. Monte Beigua. Salgo da Campo Ligure, che per tutta la settimana sarà la mia base logistica e il punto dal quale ogni mattina dovrò risolvere un problema di geometria differenziale applicata alla viabilità ligure. Il percorso della prima tappa della 5 Days è bello. Molto bello. Emiliano Corona e Michele Caraglio sanno fare il loro mestiere.

È anche lungo. Molto lungo. E io continuo ad avere questo dubbio che mi porto dietro da anni: perché le gare di contorno ai grandi eventi devono ogni tanto trasformarsi in prove di selezione per la Legione Straniera? È estate. C'è il mare. Ci sono turisti che sono venuti in Italia anche per divertirsi. Ci sono Elite che, essendo Elite, preferirebbero essere abbattuti con un sedativo per elefanti piuttosto che ritirarsi volontariamente. Risultato: gente in giro tre ore, quasi quattro.

Il vincitore MElite è Florian Attinger e il tempo del vincitore è centrato. Quindi tecnicamente nulla da dire. È il concetto che continua a lasciarmi col mio "cui prodest?" da liceale che ha studiato latino abbastanza da poter usare due parole per darsi un tono e non abbastanza da poter sostenere una conversazione con Cicerone.

Per fortuna compare Tiziano Bettega. The next generation speaker. E io mi rilasso. Tiziano parla con gli spagnoli in spagnolo, coi francesi in francese, con il concorrente che arriva come se in quel momento nell'universo non esistesse nessun altro. È esattamente il tipo di speaker che mi piace: non "io vi racconto la gara", ma "questa è la tua gara e per trenta secondi io la racconto a te".

Lo guardo e penso una cosa che non mi mette tristezza: un giorno io non ci sarò. Non "non ci sarò" in senso definitivo – almeno spero -, che per quello spero di avere ancora qualche categoria da attraversare, ma non sarò su quella sedia. Non voglio diventare quello che rimane aggrappato al microfono fino a quando i volontari devono staccargli le dita una per una. Se arriva qualcuno più giovane, bravo, preparato, capace di parlare alle persone e non soltanto sulle persone, benissimo.

Anzi. Era ora.

Martedì 7 luglio. Terzo giorno per me, primo giorno del Mondiale, secondo giorno della 5 Days, e già questa frase dovrebbe spiegare perché alla fine della settimana nessuno sappia più che giorno è. È IL GIORNO. La sera prima Forsberg mi ha scritto: vuole che ci vediamo un po' prima. Lui arriva in arena a piedi dall’hotel dove alloggia. Io parto da Campo Ligure. Qui entra in gioco il metodo scientifico. Studio Google Maps. Calcolo il tempo. Lo raddoppio. Aggiungo la tara. Inserisco una costante empirica per lavori stradali, camion, incidenti, gallerie, deviazioni e per quella particolare legge ligure secondo cui una strada indicata come "8 minuti" può richiederne 8 oppure 48 senza che l'universo ritenga necessario avvisarti.

Salto la colazione. Arrivo a Sestri Ponente. Fa un caldo mostruoso. L'arena è in piazza Baracca, che il giorno precedente era finita sui giornali per scontri e tensioni durante una manifestazione. Quando arrivo, però, vedo transenne, tende, cavi, schermi, tecnici, atleti. Sembra tutto già pronto, anzi è tutto pronto. È come entrare in sala a metà film: tutti sanno già cosa sta succedendo tranne te.

E c'è Per Forsberg. Sempre lui. Ma non esattamente lui. Perché la prima cosa che vuole sapere non riguarda i WOC. Riguarda le Olimpiadi: Milano Cortina. Pattinaggio di velocità. Arena speaker. Per Forsberg ha commentato non so quanti Mondiali, Europei, Coppe del Mondo e Olimpiadi dalla televisione. Ma in arena olimpica, col microfono in mano davanti al pubblico, zero. Zero. Io tre ori e due bronzi italiani. Non hanno vinto tre ori e due bronzi senza di me, e non accetto obiezioni scientifiche.

Per una volta posso raccontargli io un mondo nel quale lui non è ancora entrato. È una sensazione stranissima. Nel 2014 ero il ciarlatano di paese accanto al primario dell'ospedale. Nel 2018 in Ticino mi sembrava di frequentare un master. Nel 2026 non sono diventato Forsberg — e grazie al cielo, perché uno basta — ma ho fatto un pezzo di strada mio. "Stefano, questo è un Mondiale urban. Ci sono gli spettatori e gli atleti, ma ci sono anche i turisti e le persone del posto. Dobbiamo usare molto più italiano." A me lo dici? Oh Per, ti voglio bene!"

Alle nove si parte. Alle dodici è già tutto finito. Le qualificazioni sprint hanno questa caratteristica: i migliori partono presto, quindi il film comincia dal finale. È come se Hitchcock ti dicesse subito chi è l'assassino e poi passasse due ore a spiegarti perché. Forsberg parte naturalmente con gli arrivi principali. Io mi infilo negli spazi. All'inizio sento ancora quel vecchio riflesso del 2014: "non sovrapporsi, non rubargli l'arrivo, non fare casino, ricordati Soren Bobach a Venezia". Poi mi accorgo che questa volta il meccanismo funziona diversamente. Per mi lascia spazio. Io capisco quando la linea è mia. Non devo più aspettare che il microfono si allontani fisicamente dalla sua bocca come un semaforo verde. Siamo una squadra. Non cinquanta e cinquanta. Non serve. Settanta e trenta può essere un connubio felicissimo.

Poi arriva la cerimonia di apertura. Io non volevo immischiarmi. Questa frase, nella mia autobiografia, dovrebbe essere stampata in rosso perché di solito precede il momento esatto nel quale mi immischio. Le cerimonie hanno un problema strutturale. Da una parte ci sono professionisti che costruiscono una scaletta, un'immagine, un protocollo. Dall'altra ci sono volontari che devono trasformare quella scaletta in persone vere, bandiere vere, movimenti veri, tempi veri.

In mezzo ci sono gli anelli della catena. E ogni tanto manca un anello. O ce ne sono quindici e nessuno sa quale debba parlare con quale. Io vedo persone ferme. Bandiere. Volontari. Tempo che passa. E mi scatta il difetto: "Ora faccio qualcosa io". Comincio ad abbaiare nazioni. “Australia!!! YOU… from Down under…where women glow and men plunder!”. Ci sono un ragazzo ed una ragazza che hanno già la bandiera, si tengono per mano, sono bellissimi. Manca solo il cuoricino di Peynet. La ragazza sorride. Il ragazzo ascolta le mie parole e mi guarda come se avessi appena recitato un'iscrizione etrusca. Lei lo guarda. "MA NON LA CONOSCI?". Lui: "Ho diciassette anni!". La ragazza lo molla lì e se ne va… Fine di una relazione, forse.

Ma succede una cosa importante: la gente ride. Si rilassa. Capisce che può prendere una bandiera senza dover prima superare un concorso pubblico. La macchina parte. Nazioni in fila. Bandiere. Palco. Io col microfono. E a un certo punto, preso da quella particolare trance agonistica nella quale il cervello smette di chiedersi "chi ti ha autorizzato?" e comincia a chiedersi soltanto "qual è la prossima cosa da fare?", do praticamente io il via ai Campionati del Mondo 2026.

Sul palco c'è un signore che mi guarda. Scoprirò essere il presidente IOF Tom Hollowell. Ha un foglio in mano, sul quale l’ultima frase che ha vergato dice “dichiaro aperti i Campionati Mondiali 2026”. Adesso ha la faccia di uno al quale hanno appena anticipato il finale del film, magari uno come “I soliti sospetti”, quando sulla locandina del cineforum era scritto… no, non lo dico… magari qualcuno non lo ha visto, ma c’era scritto il nome del cattivo (Kayser Soze) seguito dal nome dell’attore che lo impersonava.

Mi torna in mente il 2014. Mi viene in mente Brian Porteous. Mi viene in mente Asiago. Mi viene in mente Forsberg e "Nothing works here!!!" Dodici anni dopo qualcosa funziona. Forse persino troppo. Finite le cerimonie, si gareggia. Kasper Fosser vince la sprint maschile. Simona Aebersold demolisce la gara femminile con un margine che in una sprint mondiale appartiene più alla geologia che alla cronometria: un minuto e undici su Pia Young Vik.

E poi arriva la premiazione. Gli inni. Ancora. Gli. Inni. La postazione speaker e l'impianto audio sono separati da metri, tende e angoli ciechi. Per comunicare con chi materialmente manda l'audio devo organizzare una forma di telegrafo ottico che Marconi avrebbe guardato con interesse professionale.

Mi ero fatto dare i riferimenti degli inni e dell'inno IOF. Proviamo. Riproviamo. Tutto bene. Poi sale Simona Aebersold. Parte la musica e io non la riconosco. Ora: io non sono il direttore della Filarmonica di Vienna. Ma in Svizzera ho corso, parlato, vissuto gare, premiazioni, amici e chilometri sufficienti per avere almeno un dubbio. Quella roba non mi torna. Non torna a nessuno. È l'inno sbagliato.

Non "una versione strana". Non "un arrangiamento moderno". Un'altra cosa. Il giorno dopo Simona racconterà alla televisione svedese di non aver capito nulla, perché il testo era completamente diverso. L'organizzazione e la IOF si scuseranno. Io, nel frattempo, vorrei essere teletrasportato ad Asiago 2014. Che è una frase notevole, considerando cosa era successo ad Asiago 2014.

Interrompiamo. Chiedo scusa. Prometto che l'inno svizzero vero lo sentiremo un'altra volta.

E dentro di me penso al cellulare di Cristian, a Svetlana Mironova, al DRIIIIIN di Lavarone, a Per Forsberg che dodici anni prima aveva attraversato tutte le fasi del lutto protocollare.

La storia non si ripete mai uguale. Ha più fantasia.

Come se non bastasse, durante la cerimonia vedo un signore che fino a un attimo prima era in camicia e bermuda, e che improvvisamente indossa una fascia tricolore. La fascia tricolore, in Italia, è un oggetto quantistico: finché non la indossi puoi essere chiunque; quando la indossi diventi immediatamente "Autorità".

Punta il palco.

Io ho appena ricevuto nomi e ruoli delle autorità previste, li ho tradotti mentalmente in inglese e sto cercando di evitare che la cerimonia assuma la struttura narrativa di "Cent'anni di solitudine".

"Scusi, lei chi è?". Mi spiega. "E cosa deve fare?". Mi spiega. Io reagisco male, malissimo. Non è che uno può arrivare senza dire niente a nessuno e salire sul palco dei Mondiali. Ma non avete mai visto una dico una cerimonia di premiazione di una qualunque manifestazione sportiva internazionale??? Poi mi scuserò. Ma il punto rimane: in una cerimonia internazionale non puoi materializzarti sul palco perché in quel momento ti è venuta voglia di esserci. Non è la premiazione della gara del palo della cuccagna, con tutto il rispetto per il palo della cuccagna, che probabilmente ha un protocollo più rigido.

A fine giornata, però, non è questa la cosa che mi rimane addosso. È l'inno. Perché una festa bellissima, una gara mondiale, un'arena piena, due campioni straordinari e tutto il lavoro di centinaia di persone vengono per qualche minuto riassunti nel video dell'inno sbagliato. È ingiusto, ma funziona così. La perfezione non fa notizia, l'errore sì.

Mercoledì. Riposo WOC. Riposo 5 Days. E qui la domanda dell'impiegato panzottello è semplice: se i due team organizzativi sono disgiunti, perché non mettere una spectator race proprio nel giorno nel quale il Mondiale riposa? Non ho risposta, quindi riposo anch'io. Che, dopo tre giorni, è già una disciplina nella quale rischio di non qualificarmi.

Giovedì: qualificazioni knock-out sprint. Sestri Ponente. Poi bisogna salire al Passo del Faiallo per la spectator race. Il Faiallo ha una caratteristica geografica oggettiva: non arriva mai. Puoi guidare verso il Faiallo per venti minuti e il navigatore dirà che mancano venticinque. Dopo altri venti minuti ne mancano ventidue. È il paradosso di Zenone applicato all'Appennino ligure. Strada stretta. Lavori. Caldo fotonico. In cima manca pure l'acqua, per cause che nulla hanno a che fare con l'organizzazione.

Decidiamo di scendere a Masone con la mia auto con le taniche, ma la fontanella eroga acqua con la portata di una flebo. Nel frattempo un incidente in autostrada blocca mezza Liguria di Ponente e alcuni concorrenti arrivano con ore di ritardo. E qui torna fuori il motivo per cui, alla fine, non riesco mai a raccontare una manifestazione soltanto con i risultati. Perché la gara è anche uno che scende a Masone con una tanica.

È un altro che aspetta gli ultimi. È chi decide che la partenza rimane aperta. È una ragazza della segreteria che non sa quando mangerà, o – come Martina L. - che è scesa a piedi dalla colonia infrattata in mezzo ai monti dove dormono i volontari perché non c’era più posto in furgone e si è fatta i chilometri a piedi per essere lì. È qualcuno che si accorge che l'acqua non c'è e invece di compilare un modulo prende la macchina.

Queste cose non finiscono nelle classifiche. Però senza queste cose le classifiche non esistono.

Venerdì. Piani di Praglia, per poco. Poi Forsberg mi chiama all'ordine. Genova centro. Quarti, semifinali, finali knock-out sprint. La giornata frullatore abbia inizio in Piazza Matteotti. Alessio Tenani ha messo insieme percorsi che fanno una cosa meravigliosa dal punto di vista dello spettatore: gli atleti entrano in una zona di Genova, escono, ritornano, ripartono da un'altra parte, per qualche secondo sembrano perfino chiedersi se la città abbia cambiato topologia mentre correvano.

È l'orienteering urban quando funziona. Non è semplicemente "correre forte in città". È risolvere problemi mentre il cuore è a 190 e cinque persone accanto a te stanno risolvendo lo stesso problema, magari scegliendo una porta diversa.

Fa caldo, sotto la tenda speaker tocchiamo temperature che renderebbero illegale il trasporto di animali vivi. Per ed io facciamo volume. Tanto. Ci alterniamo. Lui racconta la gara mondiale e io provo a raccontare anche la piazza. A un certo punto mi accorgo che non sto più pensando a come comportarmi con Forsberg. Sto lavorando con Forsberg, che è diverso. Nel 2014 cercavo di non intralciarlo, nel 2018 cercavo di imparare. Nel 2026 ci passiamo il microfono. Non dico materialmente,  ma ce lo passiamo.


Tereza Rauturier vince il titolo femminile. Guilhem Verove quello maschile, dopo l'argento nella sprint. Arrivi decisi per frazioni di secondo. Atleti che sbagliano l'ultima scelta. Campioni eliminati. Piazza che urla come se fosse il Palio di Siena E io penso che forse, il primo gennaio 2023, la Stegal-car aveva qualche motivo per rischiare di uscire dalla tangente.

Sabato 11 luglio. Fa sempre caldo, naturalmente. Prima c'è da chiudere la 5 Days al Porto Antico.

Premiazioni, saluti, tutto in fretta perché le persone devono poi risalire verso Piazza Matteotti per godersi la sprint relay mondiale.

La staffetta è sempre la staffetta. Quattro frazioni. Donna-uomo-uomo-donna. Mass start. Nessuna possibilità di nascondersi dietro il cronometro. Se arrivi davanti hai vinto. Se arrivi dietro no. La forma di orienteering più comprensibile persino per quello che passa per caso e si domanda perché tutta quella gente corra con un foglio in mano.

La Svizzera difende il titolo. Simona Aebersold chiude il Mondiale con un altro oro. Io urlo per gli italiani, e da qualche parte, nella zona da cui trasmettono la diretta per la televisione svizzera, Judith Wyder dice in diretta che quello che si sente sotto è lo speaker italiano che sta caricando la sua nazionale con una certa enfasi. "Certa enfasi” mi piace. È un'espressione svizzera, ma in Italia diremmo che sto facendo un casino infernale. La mia voce entra nella cronaca televisiva nonostante cuffie, isolamento, tecnici e tutte le misure che l'ingegneria moderna ha messo a disposizione dell'umanità per evitare che la mia voce entri nella cronaca televisiva. È una piccola vittoria personale.

Poi c'è la cerimonia di chiusura. Questa volta ho accanto una specie di bodyguard metaforica che, ogni volta che sembra che io stia per aggiungere una frase non prevista, mi fa capire con lo sguardo che il protocollo è già sufficientemente lungo. Funziona quasi tutto. Quasi.

Poi si spegne tutto. È una cosa che mi ha sempre impressionato negli eventi sportivi. Fino a un secondo prima c'è una gara mondiale. Telecamere. Atleti. Pubblico. Risultati. Autorità. Musica. Cavi. Persone che corrono. Persone che gridano. Poi qualcuno stacca una presa. Qualcuno piega una transenna. Qualcuno porta via un tavolo. E il Campionato del Mondo diventa passato.

Saluto Forsberg. Saluto il team IOF. Ormai credo che per le persone della IOF io sia una specie di tassa italiana. Sai che quando vieni in Italia ci sono il coperto, la tassa di soggiorno e Stegal. Non so cosa dicano davvero di me quando prendono una birra, forse "quel matto italiano", forse "il giullare",  forse "il joker". Forse parole che non posso pubblicare sul blog perché Blogger ha ancora delle condizioni d'uso.

Ma io sono fatto così. Ho esondato ancora una volta dai miei compiti. Ho messo mano alle bandiere quando non ero stato incaricato delle bandiere. Ho interrogato autorità che non sapevo fossero autorità. Ho chiesto inni. Ho urlato. Ho parlato troppo. Ho parlato anche quando forse sarebbe stato meglio tacere. E ho lavorato con Per Forsberg meglio di quanto avessi mai fatto.

Questa è la cosa che porto via. Non che io sia diventato lui. Non voglio esserlo. Porto via il fatto che nel 2014 guardavo Forsberg come si guarda uno che appartiene a un'altra categoria professionale. Nel 2026 continuo a guardarlo con la stessa ammirazione, ma posso sedermi al suo fianco senza sentirmi un abusivo.

Forse è questo che fanno dodici anni. Non ti trasformano in un altro. Ti permettono, qualche volta, di diventare un po' più comodamente te stesso.

Ripenso ancora ad Asiago. "Nothing works here!!!". Dodici anni dopo potrei rispondere a quel Per Forsberg del 2014: “No, Per, non è vero. Ci sono un sacco di cose che funzionano”.

Funziona la ragazza che prende una bandiera e sale sul palco anche se cinque minuti prima non sapeva che l'avrebbe fatto. Funziona chi scende a Masone a riempire una tanica. Funziona chi tiene aperta una partenza per aspettare qualcuno rimasto bloccato in autostrada. Funziona Tiziano che parla in francese a un francese e in spagnolo a uno spagnolo come se per trenta secondi quella persona fosse il centro del mondo. Funziona Alessio che disegna un knock-out nel centro di Genova capace di far girare la testa agli atleti e al pubblico. Funziona Forsberg che a sessant'anni suonati — o quelli che sono, tanto lui sembra sempre lo stesso — continua a preparare una gara come se fosse la prima e a ricordare risultati che io avrei bisogno di tre database, due assistenti e un medium per recuperare. Funziona la Svizzera che, dopo essersi sentita suonare un inno che non era il suo, torna due giorni dopo e continua a fare quello che sa fare. Funzionano gli organizzatori quando si prendono tre schiaffi in faccia e il giorno dopo sono ancora lì. Funzionano gli amici. Funziona quella cosa misteriosa per cui centinaia di persone regalano ore, giorni, ferie, sonno, pazienza e spesso soldi affinché altre persone possano correre per venti minuti con una mappa in mano.

Poi, certo, ogni tanto parte l'inno sbagliato. Ogni tanto il telefono squilla. Ogni tanto manca una bandiera. Ogni tanto arriva un'autorità che nessuno aveva messo in scaletta. Ogni tanto lo speaker italiano dichiara aperto un Campionato del Mondo prima del presidente della Federazione Internazionale.

Ma forse non è vero che non funziona niente. Forse funziona tutto in un modo che nessun manuale avrebbe avuto il coraggio di prevedere.

E adesso?

La Stegal-car è di nuovo carica. Naturalmente. Io sono stanco, molto più stanco. Ho dato quello che avevo e anche qualcosa che non sapevo di avere. Per qualche settimana, almeno, l'orienteering si ferma. L'auto no. La destinazione? Non è nota.

E mentre scrivo queste righe mi viene quel magone che arriva sempre quando un evento finisce. Quello strano momento nel quale fino a ieri avevi un orario, una strada da fare, una gara, una postazione, qualcuno da incontrare; e oggi non hai più niente di tutto questo.

Ci vediamo al prossimo Mondiale. Sì.

Quale? Dove? Con chi? In che ruolo? E soprattutto: ci sarò? Sono domande che a una certa età diventano meno retoriche.

Ma poi penso al 1992. A un sabato pomeriggio nel quale Giovanni e Barbara mi dissero che il giorno dopo si poteva andare a provare una cosa chiamata orienteering. Penso a Ronzone. Penso al ritorno a casa in auto senza riuscire a parlare. Penso al microfono arrivato una domenica a Pian del Gacc, senza programma. Penso al 2014 e al "Nothing works here!!!". Penso al 2026, alle Olimpiadi e a Genova.

E allora forse il problema non è sapere dove sarà la prossima pagina. Il problema sarebbe pensare che non ce ne sarà una. Il 2026 non è ancora finito. E nemmeno io.

BEEEP

Thursday, August 27, 2026

Sessanta giorni dopo, il bagagliaio è ancora pieno

A giugno avevo scritto un pezzo intitolato “L’uomo che non sapeva più dove si sarebbe svegliato”. Il lettore incuriosito — ne ho tre, e tengo molto a tutti loro — potrebbe legittimamente chiedersi: “E quindi? Come è andata a finire?”.

Ecco. Non è ancora finita. Nel senso letterale del termine. Io non sono ancora tornato a casa.

A metà giugno ho caricato la Stegal-car con una quantità di borse, borsoni, zaini, sporte dell’Esselunga, sacchetti per le scarpe, scarpe senza sacchetto, vestiti tecnici, vestiti molto poco tecnici, cavi dei quali ignoravo già allora la funzione, materiale da speaker, materiale da orientista e materiale che probabilmente appartiene a qualche altra persona e che prima o poi dovrò restituire. Ho riempito il bagagliaio secondo quel principio scientifico per cui, se riesci ancora a vedere qualcosa attraverso il lunotto posteriore, significa che c’è spazio per un’altra borsa.

Poi sono partito. E non sono ancora tornato a casa. Ci sono vari motivi. Alcuni sono pregevoli, romantici e quasi da commediante dell’arte o bohémien del ventunesimo secolo: l’uomo senza fissa dimora che attraversa l’Italia seguendo le sue passioni, dorme dove capita, incontra persone straordinarie e ogni mattina riparte verso una nuova avventura.

Altri motivi sono meno pregevoli. Su questi ultimi glisserò con l’agilità con la quale Duplantis supera i sei metri e venti, che è comunque parecchia più agilità di quella con cui io supero un tronco caduto nel bosco. Diciamo soltanto che ci sono passaggi degli ultimi due mesi che conserverò per sempre. Altri che conserverei volentieri nello stesso posto dove vengono conservati i vecchi floppy disk, le musicassette smagnetizzate e i risultati delle mie peggiori gare di orienteering.

Da qualche parte. Possibilmente senza etichetta.

Nel frattempo credo di aver partecipato, commentato, attraversato o semplicemente vissuto mille gare. Ho parlato dentro un microfono con una passione talvolta fin troppo accentuata, raggiungendo volumi ai quali Galeazzi avrebbe probabilmente chiesto di abbassare la voce e Caressa avrebbe risposto: “Stefano, magari questa era solo l'arrivo della W16”. Ho coltivato un senso del ridicolo che ha raggiunto altezze alle quali normalmente arriva soltanto il suddetto Duplantis ma lì, questa volta, io mi trovo benissimo.

Ci sguazzo come una papera nel laghetto. D’altra parte, come diceva quel proverbio che probabilmente sto ricordando male, "ci vuole molta pioggia per affogare una papera". E di pioggia, questa estate, ne abbiamo vista. Non moltissima, perché soprattutto abbiamo visto caldo. Un caldo infinito. Un caldo che a giugno gli esperti chiamavano “ondata anomala ma temporanea”. A luglio “persistente fase anticiclonica”. Ad agosto probabilmente hanno smesso di dare un nome alle cose e si sono trasferiti tutti in Islanda.

Ho anche scoperto che esiste un livello di vergogna superiore a quello nel quale una pluricampionessa del mondo ti guarda, aspetta un secondo per essere certa che tu abbia davvero terminato la frase e poi ti domanda: “Ma tu ti ascolti quando parli?”

No. Ovviamente no. Se mi ascoltassi, avrei smesso venticinque anni fa.

So con ragionevole certezza di essere partito attorno alla metà di giugno. Prima destinazione: Cansiglio, dove entrare in punta di piedi. E possibilmente uscirne. Tre giorni di sole, caldo e arsura, quando ancora tutti ripetevano: “È estate anticipata, vedrai che non durerà”.  

Certo. Come no.

Il Cansiglio è e resta uno di quei posti nei quali l’orienteering dovrebbe entrare in silenzio e con le pantofole ai piedi. Non perché sia facile. Esattamente per il motivo opposto. È uno di quei terreni che sembrano guardarti mentre apri la carta e pensare: “Adesso vediamo quanto sei bravo". Nel mio caso la risposta arriva abbastanza rapidamente. Primo giorno: una middle d’altri tempi, piena di rimbalzi e cambi di direzione, con Roland Pin al suo meglio. E poi la long. O meglio: la long degli altri. Perché ormai età, peso, chilometraggio e quel trascurabile dettaglio chiamato “allenamento” fanno sì che io possa affrontare certe gare con un concetto piuttosto personale di percorso. Gli atleti seguono la sequenza 1-2-3-4-5. Io applico un modello più creativo. Una specie di Netflix dell’orienteering: guardo alcune puntate, ne salto un paio, torno indietro, poi magari vedo direttamente il finale.

Terzo giorno ad Archeton, con una delle aree di arrivo più belle che io ricordi, riesco nell’impresa di ritirarmi una prima volta andando alla 7 — mai trovata, nonostante una serie di passaggi a volo radente che probabilmente hanno provocato alla lanterna la stessa sensazione di quando aspetti un autobus e ne passano quattro dalla parte opposta — e una seconda volta andando alla 15. Poi completo la parte finale a sequenza libera, ma è bella lo stesso. Bella oltre il bello. E in qualche modo anche questo è orienteering. Non quello delle classifiche ma quello per cui, nonostante tutto, continui a tornare.

Dal Cansiglio la Stegal-car punta verso Madonna di Campiglio. Il solo fatto di poter passare alcuni giorni parlando, confrontandomi e scambiando opinioni con una persona genuina e generosa come Tommaso Scalet vale già il viaggio. Poi ci sono anche le gare. Una partenza della gara sprint nel pomeriggio con arrivo davanti al tabellone commemorativo dei vincitori della TreTre. 

Poi una bellissima gara a Malga Patascoss, con uno dei momenti che rendono perfettamente ragione del motivo per cui continuo a fare queste cose. Sono sulla carta, cerco i punti. Chiamo il cartografo, Buselli.

Lo tiro praticamente giù dal letto. Lui risponde con quella voce che significa inequivocabilmente: "Se squilla il telefono a quest'ora del mattino, qualcuno deve essere morto”.

No. Sono solo io. Che forse è peggio. Sto cercando davvero i punti sulla sua carta e contemporaneamente sto cercando una minuscola bava di campo telefonico sufficiente a mantenere viva la chiamata per raccontargli in diretta cosa sto facendo e quanto mi sto divertendo. Questa, credo, è la versione orientistica dell’assistenza tecnica da remoto: “Vedi quella forma del terreno?”. “No". “Il costone?”. “No". “Il sentiero?”. “No”. “Stefano, ma dove sei?”. “È esattamente quello che sto cercando di capire”. Il dialogo in realtà (perché è reale) non è avvenuto durante la gara di Malga Patascoss, ma l’ultimo giorno quando si sale al Grosté. E sul Grosté non c’è molto da aggiungere.

Chi c’è stato sa. Chi non c’è stato dovrebbe andarci. Chi c’è stato e non ha fatto orienteering lassù dovrebbe tornarci. Io, per non saper né leggere né scrivere, dal punto 10 al punto 11 faccio Mobile-O con Marco: gli mando il francobollo con la foto della carta, lo chiamo, lo tiro già dal letto e mi faccio guidare verso il punto. Da cui il dialogo scritto sopra (ma quello con Buselli non è stato molto diverso).

Nel frattempo cominciano ad arrivare alla segreteria dello Spinale alcuni dei tori e delle toresse che parteciperanno alla 5 Days. E lì si apre uno dei miei spettacoli preferiti. Arrivano atleti con fisici che sembrano prodotti in uno stabilimento scandinavo specializzato in orientisti professionisti. Chiedono di iscriversi alla gara del giorno: 

“Abbiamo Open Corto e Open Medio". 

Pausa.

“Avete Elite?”

Sguardi. Che si posano sulle maglie dell'Halden SK. Gambe che hanno chiaramente un numero di cavalli superiore a quello della Stegal-car.

“Ah”

No, evidentemente non sono arrivati fin quassù per fare due passi attorno allo Spinale.

Pochi chilometri e poche ore dopo e si scende in Val di Sole. E qui lo dico senza troppi giri di parole: per me questa 5 Days è stata forse l’edizione più bella di sempre. Si comincia a Cogolo con un prologo magnifico. E con un commento di una prolissità stordente per chi aveva a che fare con me per la prima volta. Per gli altri ormai esiste una procedura consolidata. Mi accendono il microfono. Aspettano. Dopo circa quattro ore si chiedono perché le pile vanno ancora e non si sono ancora carbonizzate.

La premiazione è una operazione logistica che avrebbe messo in difficoltà il comando dello sbarco in Normandia. Piove. Le bandiere non vogliono stare allineate. Le autorità arrivano e scompaiono con tempi da finale olimpica dei 100 metri. La scaletta cambia continuamente. Bisogna premiare tutti, possibilmente nell’ordine giusto, possibilmente senza annegare gli spettatori e possibilmente senza che un fulmine trasformi lo speaker in un esperimento di Alessandro Volta.

In qualche modo ce la facciamo.

Il giorno dopo salgo per la prima volta al Passo del Tonale, zona aeroporto. Arrivo presto, troppo presto. Talmente presto che non c’è nessuno. Niente arena. Niente posatori. Niente organizzatori. Niente. Per qualche minuto ho il ragionevole dubbio di aver sbagliato giorno. Poi mi rendo conto che no: sono semplicemente arrivato prima di tutti. Il che comporta immediatamente la conseguenza più ovvia: parcheggio la macchina esattamente nel posto peggiore possibile per tutte le grandi manovre che dovranno cominciare di lì a poco. Nel frattempo comincio le mie. I primi punti sono più che altro grandi strambate: restare in piedi e contemporaneamente cercare le lanterne si rivela un multitasking superiore alle mie capacità. Peraltro non ci sono nemmeno le lanterne, solo piccole fascette. Potrei passarci accanto, potrei passarci sopra, potrei essere a cinquanta metri da dove credo di essere. In tutti e tre i casi la mia capacità di accorgermene sarebbe sostanzialmente identica.

Poi esco dal bosco, arrivo sui pascoli e cambia tutto. Alta montagna. Silenzio. Nessun rumore tranne il mio fiatone. Passi lenti. Una lanterna, poi un’altra: allora qualcuno è in giro e sta facendo il suo lavoro. Il morale che risale. E infine il traguardo, dopo aver attraversato una palude nella quale affondo più volte fino al ginocchio, mi copro di fango, stanco e felice. Quanto è bello sporcarsi da capo a piedi facendo uno sport pulito?

Il giorno successivo, invece, le previsioni annunciano la tempesta perfetta. A quel punto la competizione più importante non è più quella degli atleti, ma quella degli organizzatori contro l’orologio: quanta gente riusciamo a far partire e soprattutto a far tornare prima dell’ora X? Anche la mia gara dell’alba finisce al punto 7.

Squilla il telefono e questa volta è il mio. È il boss che chiama: “Vieni giù di corsa!!!”. Di corsa… certo. Apprezzo sempre l’ottimismo delle persone che mi circondano. Bisogna dare comunicazioni urgenti a tutti, in qualunque lingua del mondo. Ed ecco che la tecnologia viene in soccorso: inglese, francese, tedesco. Provo persino lo svedese. Poi arriva il ceco. Guardo lo schermo, guardo il testo, riguardo lo schermo… Bandiera bianca. Ci sono limiti che l’essere umano non dovrebbe oltrepassare, nemmeno se è lo speaker.

Poi il meteo decide di farsi perdonare. Lago dei Caprioli. Terza e quarta tappa. E qui potrei scrivere moltissime cose, ma ne basta una. Sto percorrendo il giro del lago verso il penultimo punto quando incrocio un atleta dell’Halden, sempre lui, il toro. Si guarda attorno. Guarda me. E mi domanda, più o meno: “Ma davvero ci viene concesso di gareggiare in un posto così bello?

Sì.

Esattamente.

Parole sante. E infatti le ripeterò al microfono fino allo sfinimento. Soprattutto quello degli altri.

L’ultima tappa è a Ossana. Un altro piccolo gioiello targato Tommaso Scalet. Partenza nel bosco sopra il paese e poi giù, verso vicoli, case e giardini. Jörgen Mårtensson, che agisce da posatore, mi ferma addirittura per chiedermi di verificare un paio di punti, mentre solo in pura frenesia da orientista e mi sembra di riconoscere in mappa persino i singoli fili d'erba. Ora… Quando Jörgen Mårtensson chiede a me di controllare se due punti di orienteering sono posati bene, le possibilità sono due. O l’universo sta per finire. O questa estate ha definitivamente mandato fuori asse la realtà.

E poi si entra a Ossana. Ed è qui che succede una delle cose che amo di più delle gare di orienteering nei paesi "giusti". La gente esce. Guarda. Chiede. Sente parlare lingue diverse. Vuole capire cosa stanno per fare due migliaia di persone sudate che corrono per i loro vicoli fissando un foglio pieno di colori. Qualcuno mi ferma. Mi chiede cosa sia quella cosa bianca e arancione.

Spiego che è una lanterna. Mi ascoltano. Ci pensano. Poi arriva il suggerimento: “Però se la mettete nell’altro angolo del giardino è più nascosta”. Ecco… Adesso provate voi a spiegare il concetto di centro del cerchietto. 

In una giornata di un caldo oltre l’immaginabile, la 5 Days finisce così: tra gli atleti, tra le case, tra le persone. In gloria. E io? 

Io continuo. Continuo a guidare. Continuo a dormire nei posti più improbabili — improbabili nel senso di “ma ti vedi dove hai dormito?”. Continuo a parlare. Continuo a incontrare persone. Ed è forse questa la cosa che resta davvero di questi mesi. Perché nelle manifestazioni sportive che stanno un gradino sotto i grandi eventi planetari — quelle senza limousine, senza red carpet, senza migliaia di volontari e senza qualcuno che ti porta il caffè perché “lo speaker deve restare concentrato” — incontri una umanità straordinaria: persone che montano un gazebo alle sei del mattino, che posano una lanterna, che spostano una transenna, che ti danno un passaggio, che ti portano una bottiglia d’acqua, che hanno dormito meno di te ma ti chiedono comunque se hai bisogno di qualcosa.

Persone che si fanno un mazzo così affinché questo enorme gnocco che gira attorno al Sole continui, nonostante tutto, a essere un posto abbastanza vivibile. E soprattutto pieno di passioni. Non sono le mappe a contare in questo racconto. Solo i ricordi e qualche foto. 

Anche perché le foto mi servono come documentazione scientifica: sono partito con dieci, forse dodici chili in più. Oggi il mio profilo è decisamente migliorato. Vorrei poter scrivere che è merito della mia incrollabile forza di volontà, di una alimentazione equilibrata e di un programma di allenamento studiato nei minimi dettagli.

Non posso. Diciamo che la vita ha elaborato un programma dimagrante molto più efficace. Non necessariamente lo consiglierei su TripAdvisor, ma almeno per quanto riguarda il profilo sulle foto funziona.

E a questo punto uno potrebbe pensare: “Beh, Stefano. Due mesi così. Cansiglio. Campiglio. Grosté. Val di Sole. Tonale. Lago dei Caprioli. Ossana. Migliaia di concorrenti. Campioni del mondo che arrivano alla segreteria chiedendo se per caso possono correre l’Elite. Temporali. Microfoni. Paludi. Alberghi. Automobili. Boschi. Montagne. Direi che il meglio dell’estate è passato”

No. Per niente. Perché proprio quando questa estate sembrava aver già giocato tutte le proprie carte, la Stegal-car ha puntato il muso verso sud-ovest. Verso il mare. Verso la Liguria. Verso Genova. E lì mi aspettava qualcosa per cui, in fondo, erano serviti tutti gli anni precedenti, tutte le gare, tutti i microfoni, tutte le volte in cui avevo raccontato un arrivo nel bosco come se fosse la finale dei Giochi Olimpici.

Stavolta non c’erano soltanto tre gazebo e un prato. Stavolta erano davvero i Campionati del Mondo. I WOC 2026. Genova, le nazionali, le televisioni, i migliori orientisti del pianeta. Per Forsberg. Ed io. Che, già mettendo questi ultimi due nomi nella stessa frase, provo un certo imbarazzo. 

Pensavo di sapere cosa significasse fare lo speaker ad una gara di orienteering. Pensavo di sapere cosa significasse vivere un grande evento. Pensavo persino di sapere quanto fosse alto il livello massimo al quale può arrivare il mio senso del ridicolo.

Mi sbagliavo su tutte e tre le cose. Ma questa è un’altra storia. E merita una puntata tutta sua. La prossima puntata

Monday, June 15, 2026

L'uomo che non sapeva più dove si sarebbe svegliato

C'è un momento preciso dell'anno in cui una persona normale prende le ferie, prenota un albergo, mette due magliette in valigia, compra una guida turistica e magari si concede il lusso di fare colazione dopo le otto (e, nel mio, caso, di non finirla prima delle 10, perché sia mai che avanzino uova e bacon).

Io no. Io ho deciso che il modo migliore per rilassarmi sarà attraversare mezza Italia rincorrendo boschi, cartine, microfoni, partenze, arrivi, parcheggi improbabili e sveglie impostate a orari che normalmente vengono utilizzati soltanto dai pescatori d'altura e dalle squadre speciali: nel giro di poche settimane passerò dal Cansiglio a Madonna di Campiglio, dalla Val di Sole fino a Genova per i Campionati del Mondo.

Almeno, credo. Perché già adesso non sono più sicuro dell'ordine.

Tra qualche giorno mi sveglierò alle cinque del mattino, guarderò il navigatore e gli chiederò semplicemente: "Portami dove devo essere oggi". Lui probabilmente risponderà: "Mi dispiace, ma nemmeno io ci sto capendo qualcosa". La macchina diventerà il mio appartamento, il bagagliaio un armadio e il sedile del passeggero un archivio di accrediti, mappe, cronoprogrammi e bottigliette d'acqua mezze vuote.


Cambieranno i paesaggi, cambieranno le montagne, cambieranno gli alberi e cambieranno perfino gli accenti. Io invece continuerò a fare sempre la stessa cosa: parlare per ore dentro un microfono cercando di convincere migliaia di orientisti che correre dentro un bosco sia la cosa più divertente del pianeta.

E, cosa ancora più inquietante, potrei anche riuscirci. Naturalmente tutto questo arriva dopo l'esperienza olimpica, perché una volta che hai avuto il privilegio di vivere l'atmosfera dei Giochi Olimpici da speaker, succede qualcosa di strano: non riesci più a guardare un'arena senza immaginare un countdown, una musica epica e qualcuno che entra sventolando una bandiera, anche se davanti hai soltanto un prato, tre gazebo e un parcheggio pieno di furgoncini multicolori.

Vorrei provare a portare un pezzetto di quella magia ovunque vado, anche in mezzo a un bosco. Anzi, soprattutto in mezzo a un bosco. E poi arriveranno i Mondiali. I veri Mondiali. Quelli con i campioni, le medaglie, le televisioni e la gloria. E con Per Forsberg, la leggenda, il monumento, l’enciclopedia. Ma saranno gli spettatori delle Spectator Races ad avere qualcosa di ancora più esclusivo, perché loro avranno lo speaker olimpico.

Insomma, gli atleti d'élite avranno Per Forsberg. Gli spettatori avranno me. Mi sembra un compromesso assolutamente equilibrato. Anzi, sono sicuro che probabilmente qualcuno si iscriverà soltanto per questo (o forse no). Alla fine di tutto questo viaggio avrò percorso centinaia di chilometri, attraversato climi completamente diversi, cambiato albergo così tante volte da non ricordare più il codice del Wi-Fi di casa mia e incontrato migliaia di persone.

Cercherò di raccontare gare incredibili, rimonte spettacolari, errori clamorosi e vittorie memorabili. Almeno per la prima mezz’ora… poi comincerò a confondere il vincitore del Cansiglio con quello della Val di Sole, attribuirò una sprint a una long distance e forse finirò per raccontare che qualcuno ha vinto a Madonna di Campiglio correndo in Liguria.

Tutto questo sarà inevitabile perché, verso la fine di questa maratona estiva, ogni mattina inizierà allo stesso modo: suonerà la sveglia, aprirò un occhio, guarderò il soffitto, e la prima domanda non sarà "Che ore sono?" ma sarà "Ma... oggi in che regione mi trovo?"

Se riuscirò a ricordarmelo prima del caffè, sarà già una piccola vittoria. Per il resto ci penseranno il microfono, la bussola e quella meravigliosa follia chiamata orienteering.

(le foto, grazie Claudio, sono prese dal servizio RAI dedicato alle gare di Pisa)

Wednesday, June 03, 2026

Come praticare orienteering senza fare neanche mezza gara

C’è gente che misura una stagione di orienteering in chilometri corsi, punti di Coppa Italia, ranking, podi, split time e scelte di percorso. Io invece ho deciso di affrontare il 2026 come farebbe un panda in letargo, un dirigente FIGC, uno stand-up comedian che nessuno sta ad ascoltare: senza correre praticamente una mazza.

A metà stagione sportiva posso infatti affermare con orgoglio che non ho disputato neanche mezza gara. Zero. Nada. Nisba. Probabilmente all’Unione Lombarda Milano ci sono nuovi compagni e nuove compagne di squadra che pensano che io sia una leggenda metropolitana. Una specie di Bigfoot. Un’entità di cui hanno sentito parlare, ma che nessuno ha mai visto davvero.

“Ma Stefano esiste?” “Pare di sì” “Corre?” “No” “Ma fa orientamento?” “Boh, credo parli al microfono” “Ah, tipo Spotify?” Più o meno. La verità è che mentre il resto del movimento si preparava per la stagione, io ero impegnato in una piccola distrazione chiamata Olimpiadi.

Quelle vere. Quelle con i cinque anelli. Quelle dove se sbagli una frase ti sentono milioni di persone invece dei soliti tre dirigenti federali, due genitori e un concorrente che si è perso andando alla partenza. Come ho già raccontato, tra gennaio e febbraio la mia vita è stata completamente risucchiata dentro l’avventura olimpica del pattinaggio di velocità. Arena speaker.

Il che significa che mentre gli altri facevano ripetute nei boschi, io annunciavo campioni olimpici. E qui entra in gioco una statistica che considero assolutamente imparziale e scientifica, praticamente una scienza esatta: tra gli speaker italiani presenti ai Giochi, io sono probabilmente il più vincente della storia. Tre ori. Quelli di Francesca Lollobrigida e del Team Pursuit con Davide Ghiotto, Andrea Giovannini e Michele Malfatti. Due bronzi: quelli di Riccardo Lorello e ancora di Giovannini. Ora, non sto dicendo che abbiano vinto grazie a me. Non lo sto dicendo, eh? Sia ben chiaro… “Ah! Però lo hai scritto!”. No, io sto solo facendo notare timidamente ed in modo velato che non hanno vinto tre ori e due bronzi senza di me.

Perché le coincidenze esistono. Ma fino a un certo punto.




Nel frattempo, mentre io annunciavo il primo oro italiano e la mia voce finiva nei telegiornali nazionali, sui social e praticamente ovunque tranne che nella segreteria della FISO, risultavo anche tracciatore della gara di Milano nei Parchi del Parco Forlanini. Una presenza puramente burocratica, più o meno come dichiarare che durante il primo allunaggio ero impegnato a controllare i buchi nella fetta di emmenthal.

Quando sono finite le Olimpiadi ho pensato: bene, adesso torniamo all’orienteering.

E infatti sono andato immediatamente a prendermi ice buckets in faccia tra Pietra Ligure e Albenga. Da speaker, naturalmente. Perché se c’è una cosa che distingue uno speaker da una persona sana di mente è la disponibilità a correre la gara prima di tutti per poi lavorare altre sei ore. “Ma chi glielo fa fare?” hanno detto alcune tra le persone meglio introdotte nell’ambiente tra cui le gemelle Sara e Nora Delic? Brave ragazze: domanda eccellente. La risposta? “Eh… ma che ne so…”.

Giusto per dire, tutti quanti ci ricordiamo del famoso passaggio sulla spiaggia di Pietra Ligure. Bellissimo. Poetico. Romantico. Una roba da catalogo turistico. Poi però arriva la realtà. Perché se lo fa Matthieu Van Der Poel (giuro che ho pensato a Van Der Poel in quel momento!) sembra una pubblicità Nike. Se lo faccio io sembra il trasporto eccezionale di un frigorifero industriale su terreno accidentato. E con quel vento. E con quella pioggia gelata. Da ovest, sempre da ovest (maledetti francesi, pensavo, che non si sono tenuti la tempesta sulla testa ancora per un paio d’ore, il tempo che io finissi il mio giro). Ogni volta che giravo i piedi verso ovest sembrava che il Mediterraneo avesse deciso di prendertela con me, ma sul personale proprio!

Il giorno dopo invece sole, caldo, premiazioni in pantaloncini. Come se qualcuno avesse cambiato continente durante la notte, una roba che nemmeno gli sceneggiatori di Netflix quando finiscono le idee.

Da lì è iniziata probabilmente la parte più assurda della stagione. Si riparte da Osoppo, che in realtà era la metà di un viaggio multimodale degno di una tesi di ingegneria dei trasporti. Tram e bus, in una giornata con lo sciopero ATM. Stazione di Rogoredo: il treno mi parte davanti mentre sto per mettere il piede sul predellino. Vengo recuperato in extremis da Marco, quando ormai mi sento già poco essere umano e più bastoncino del testimone di una staffetta.

Finisco a Baselga dove, indossando una maglietta taglia L che sui miei 110 chili aveva più o meno la stessa efficacia di un telo mare usato come tendone da circo, presento la serata dedicata ai campioni olimpici dell’Altopiano di Piné. “Non le abbiamo fatte più grandi perché gli atleti non portano più di una L”. Certo, evidentemente io appartengo a una categoria zoologica differente. 



Poi praticamente autostop fino a Borgo Valsugana. Alle sei del mattino del sabato vengo recuperato in stile film sovietico lungo una statale deserta dal bi-campione del mondo Luca Dallavalle che mi porta al furgoncino del Gronlait.

A quel punto mancava solo un elicottero della NATO.

Arrivo a Osoppo. E lì vengo praticamente adottato, prima da Bepi Simoni e Clizia Zambiasi che mi portano avanti e indietro tra Gemona e Osoppo, poi da Paolo Di Bert che mi accompagna fino a Udine, non prima di avermi fatto vedere la sede del Friuli MTBO. Nel mezzo commento tre gare di MTBO. Tre. Non una. Tre. Come le medaglie d’oro che ho commentato alle Olimpiadi (questa cosa delle Olimpiadi riesco sempre a buttarla dentro in ogni discussione… così per caso…). Ad Osoppo mi invento una cosa mai fatta prima, perché se Mariah Carey riesce a cantare in italiano durante una cerimonia olimpica, allora anch’io posso fare un discorso in sloveno, con l’aiuto fondamentale di Metka (ovvio!) che probabilmente si è resa conto che la mia pronuncia rappresentava una minaccia diplomatica per le relazioni tra Italia e Slovenia.

Eppure ce l’abbiamo fatta. Più o meno. Poi Carrega, Cremona, Locarno, la Svizzera che tutti immaginano come un posto ordinato, pulito e perfetto (e lo è, intendiamoci) e per noi dell’orienteering passare da una località all’altra significa soprattutto una cosa: scoprire i giovani fenomeni che arrivano, le vecchie glorie che resistono ed i dirigenti che presidiano le proprie sedie come se sotto ci fosse custodito il Sacro Graal. Devo dire che purtroppo, talvolta (lo dico in modo impalpabile e velato) l’orienteering italiano è anche questo: una gigantesca staffetta generazionale, con i giovani leoni che bussano alla porta e qualcuno che da dentro continua a chiedere: “Chi è?” “Siamo noi, il futuro” “Ripassate tra dieci anni!”.



Poi arriva Cuneo e la Provincia Granda, che già nel nome sembra una minaccia orientistica elevata al quadrato: salite che sembra che ti portino al valico con la Francia, albergatori che riescono a lasciarti a piedi una volta. Due volte. Tre volte. Tre, come le medaglie olimpiche che…  Alla terza non sei più un cliente ma una cavia per uno studio sociologico del tuo rapporto tra Booking e la realtà. Durante la sprint di Demonte c’è persino chi mi chiede di abbassare la voce. Abbassare la voce. A me? Perché sto facendo troppo casino per una gara nella categoria W16. Come se quelle ragazze non si stessero giocando tutto, come se il bello dello sport non fosse esattamente quello, come se la passione dovesse essere tenuta al guinzaglio.


Naturalmente ho continuato, forse pure più forte 😊

Poi Sestri Levante, Campomorone, e le selezioni WOC. Bellissime, tecniche e intense. Dove succede una cosa che Pietra Ligure, con tutta la sua pioggia biblica, non poteva offrire: l’apripista sbuca sulla spiaggia, il sole finalmente esplode, e improvvisamente il lungomare si riempie di persone che stanno iniziando l’estate. Se avete partecipato alla gara di Sestri Levante non dite che non ve ne siete accorti! (parlo per i concorrenti maschi, ovviamente). La differenza tra Pietra Ligure e Sestri è che nel primo caso il mare cercava di uccidermi, nel secondo sembrava stesse organizzando una sfilata. Io naturalmente ero lì a fare il mio lavoro, professionalmente concentrato. Come sempre? Più o meno...




E infine Pisa. Ora, vorrei ripetere qui quello che ho detto fino allo sfinimento (altrui) durante la diretta. Ci sono luoghi iconici, ad esempio il Colosseo: molto bello. Peccato che i romani ne abbiano disseminati ovunque. Oppure la Cappella Sistina: fantastica. Oppure ancora Piazza del Campo: meravigliosa. La Basilica di San Marco: un miracolo.

Ma la Torre di Pisa è un’altra cosa. La Torre di Pisa è immediatamente riconoscibile da qualsiasi essere umano dotato di occhi. È probabilmente l’unico monumento al mondo che da secoli viene osservato da milioni di turisti che fingono di sostenerlo con le mani, praticamente il più grande meme architettonico della storia. E qualcuno è riuscito a farci correre l’orienteering sotto. Non in periferia, non nel parco dietro il centro commerciale: sotto la Torre di Pisa. Una struttura che passa la vita inclinata senza mai cadere… che a pensarci bene è una metafora perfetta per metà delle nostre organizzazioni sportive, eppure funziona, incredibilmente funziona!




Così come funziona questo sport bislacco e maltrattato e bistrattato.

Perché alla fine della fiera io non ho corso neanche mezza gara. Eppure ho visto più orienteering di quanto avrei visto gareggiando. Ho visto ragazze diventare donne. Ragazzi timidi trasformarsi in guerrieri. Vecchi campioni restare competitivi. Nuove generazioni affacciarsi. Tecnici crescere. Organizzatori impazzire. Volontari fare miracoli. Ho visto una comunità che continua a reinventarsi, a litigare, a discutere, a lamentarsi, ma anche a costruire e a resistere.

E adesso? Adesso arrivano il Cansiglio Orienteering Meeting, la Tre3 di Madonna di Campiglio, la 5 Days Italy e soprattutto i WOC. Non ho ancora capito esattamente quale sarà il mio ruolo, ma ormai ho imparato che non importa. Perché in questa prima metà del 2026 ho praticato il mio sport preferito senza correre, senza punzonare, senza classifiche, senza punti in lista base, eppure immerso nell’orienteering fino al collo. Che forse è il modo più assurdo e probabilmente più bello per vivere questo sport.

Anche se, a pensarci bene, una garetta prima o poi sarebbe pure il caso di farla, Giusto per dimostrare ai nuovi dell’Unione Lombarda che esisto davvero!