Stegal67 Blog

Wednesday, June 03, 2026

Come praticare orienteering senza fare neanche mezza gara

C’è gente che misura una stagione di orienteering in chilometri corsi, punti di Coppa Italia, ranking, podi, split time e scelte di percorso. Io invece ho deciso di affrontare il 2026 come farebbe un panda in letargo, un dirigente FIGC, uno stand-up comedian che nessuno sta ad ascoltare: senza correre praticamente una mazza.

A metà stagione sportiva posso infatti affermare con orgoglio che non ho disputato neanche mezza gara. Zero. Nada. Nisba. Probabilmente all’Unione Lombarda Milano ci sono nuovi compagni e nuove compagne di squadra che pensano che io sia una leggenda metropolitana. Una specie di Bigfoot. Un’entità di cui hanno sentito parlare, ma che nessuno ha mai visto davvero.

“Ma Stefano esiste?” “Pare di sì” “Corre?” “No” “Ma fa orientamento?” “Boh, credo parli al microfono” “Ah, tipo Spotify?” Più o meno. La verità è che mentre il resto del movimento si preparava per la stagione, io ero impegnato in una piccola distrazione chiamata Olimpiadi.

Quelle vere. Quelle con i cinque anelli. Quelle dove se sbagli una frase ti sentono milioni di persone invece dei soliti tre dirigenti federali, due genitori e un concorrente che si è perso andando alla partenza. Come ho già raccontato, tra gennaio e febbraio la mia vita è stata completamente risucchiata dentro l’avventura olimpica del pattinaggio di velocità. Arena speaker.

Il che significa che mentre gli altri facevano ripetute nei boschi, io annunciavo campioni olimpici. E qui entra in gioco una statistica che considero assolutamente imparziale e scientifica, praticamente una scienza esatta: tra gli speaker italiani presenti ai Giochi, io sono probabilmente il più vincente della storia. Tre ori. Quelli di Francesca Lollobrigida e del Team Pursuit con Davide Ghiotto, Andrea Giovannini e Michele Malfatti. Due bronzi: quelli di Riccardo Lorello e ancora di Giovannini. Ora, non sto dicendo che abbiano vinto grazie a me. Non lo sto dicendo, eh? Sia ben chiaro… “Ah! Però lo hai scritto!”. No, io sto solo facendo notare timidamente ed in modo velato che non hanno vinto tre ori e due bronzi senza di me.

Perché le coincidenze esistono. Ma fino a un certo punto.




Nel frattempo, mentre io annunciavo il primo oro italiano e la mia voce finiva nei telegiornali nazionali, sui social e praticamente ovunque tranne che nella segreteria della FISO, risultavo anche tracciatore della gara di Milano nei Parchi del Parco Forlanini. Una presenza puramente burocratica, più o meno come dichiarare che durante il primo allunaggio ero impegnato a controllare i buchi nella fetta di emmenthal.

Quando sono finite le Olimpiadi ho pensato: bene, adesso torniamo all’orienteering.

E infatti sono andato immediatamente a prendermi ice buckets in faccia tra Pietra Ligure e Albenga. Da speaker, naturalmente. Perché se c’è una cosa che distingue uno speaker da una persona sana di mente è la disponibilità a correre la gara prima di tutti per poi lavorare altre sei ore. “Ma chi glielo fa fare?” hanno detto alcune tra le persone meglio introdotte nell’ambiente tra cui le gemelle Sara e Nora Delic? Brave ragazze: domanda eccellente. La risposta? “Eh… ma che ne so…”.

Giusto per dire, tutti quanti ci ricordiamo del famoso passaggio sulla spiaggia di Pietra Ligure. Bellissimo. Poetico. Romantico. Una roba da catalogo turistico. Poi però arriva la realtà. Perché se lo fa Matthieu Van Der Poel (giuro che ho pensato a Van Der Poel in quel momento!) sembra una pubblicità Nike. Se lo faccio io sembra il trasporto eccezionale di un frigorifero industriale su terreno accidentato. E con quel vento. E con quella pioggia gelata. Da ovest, sempre da ovest (maledetti francesi, pensavo, che non si sono tenuti la tempesta sulla testa ancora per un paio d’ore, il tempo che io finissi il mio giro). Ogni volta che giravo i piedi verso ovest sembrava che il Mediterraneo avesse deciso di prendertela con me, ma sul personale proprio!

Il giorno dopo invece sole, caldo, premiazioni in pantaloncini. Come se qualcuno avesse cambiato continente durante la notte, una roba che nemmeno gli sceneggiatori di Netflix quando finiscono le idee.

Da lì è iniziata probabilmente la parte più assurda della stagione. Si riparte da Osoppo, che in realtà era la metà di un viaggio multimodale degno di una tesi di ingegneria dei trasporti. Tram e bus, in una giornata con lo sciopero ATM. Stazione di Rogoredo: il treno mi parte davanti mentre sto per mettere il piede sul predellino. Vengo recuperato in extremis da Marco, quando ormai mi sento già poco essere umano e più bastoncino del testimone di una staffetta.

Finisco a Baselga dove, indossando una maglietta taglia L che sui miei 110 chili aveva più o meno la stessa efficacia di un telo mare usato come tendone da circo, presento la serata dedicata ai campioni olimpici dell’Altopiano di Piné. “Non le abbiamo fatte più grandi perché gli atleti non portano più di una L”. Certo, evidentemente io appartengo a una categoria zoologica differente. 



Poi praticamente autostop fino a Borgo Valsugana. Alle sei del mattino del sabato vengo recuperato in stile film sovietico lungo una statale deserta dal bi-campione del mondo Luca Dallavalle che mi porta al furgoncino del Gronlait.

A quel punto mancava solo un elicottero della NATO.

Arrivo a Osoppo. E lì vengo praticamente adottato, prima da Bepi Simoni e Clizia Zambiasi che mi portano avanti e indietro tra Gemona e Osoppo, poi da Paolo Di Bert che mi accompagna fino a Udine, non prima di avermi fatto vedere la sede del Friuli MTBO. Nel mezzo commento tre gare di MTBO. Tre. Non una. Tre. Come le medaglie d’oro che ho commentato alle Olimpiadi (questa cosa delle Olimpiadi riesco sempre a buttarla dentro in ogni discussione… così per caso…). Ad Osoppo mi invento una cosa mai fatta prima, perché se Mariah Carey riesce a cantare in italiano durante una cerimonia olimpica, allora anch’io posso fare un discorso in sloveno, con l’aiuto fondamentale di Metka (ovvio!) che probabilmente si è resa conto che la mia pronuncia rappresentava una minaccia diplomatica per le relazioni tra Italia e Slovenia.

Eppure ce l’abbiamo fatta. Più o meno. Poi Carrega, Cremona, Locarno, la Svizzera che tutti immaginano come un posto ordinato, pulito e perfetto (e lo è, intendiamoci) e per noi dell’orienteering passare da una località all’altra significa soprattutto una cosa: scoprire i giovani fenomeni che arrivano, le vecchie glorie che resistono ed i dirigenti che presidiano le proprie sedie come se sotto ci fosse custodito il Sacro Graal. Devo dire che purtroppo, talvolta (lo dico in modo impalpabile e velato) l’orienteering italiano è anche questo: una gigantesca staffetta generazionale, con i giovani leoni che bussano alla porta e qualcuno che da dentro continua a chiedere: “Chi è?” “Siamo noi, il futuro” “Ripassate tra dieci anni!”.



Poi arriva Cuneo e la Provincia Granda, che già nel nome sembra una minaccia orientistica elevata al quadrato: salite che sembra che ti portino al valico con la Francia, albergatori che riescono a lasciarti a piedi una volta. Due volte. Tre volte. Tre, come le medaglie olimpiche che…  Alla terza non sei più un cliente ma una cavia per uno studio sociologico del tuo rapporto tra Booking e la realtà. Durante la sprint di Demonte c’è persino chi mi chiede di abbassare la voce. Abbassare la voce. A me? Perché sto facendo troppo casino per una gara nella categoria W16. Come se quelle ragazze non si stessero giocando tutto, come se il bello dello sport non fosse esattamente quello, come se la passione dovesse essere tenuta al guinzaglio.


Naturalmente ho continuato, forse pure più forte 😊

Poi Sestri Levante, Campomorone, e le selezioni WOC. Bellissime, tecniche e intense. Dove succede una cosa che Pietra Ligure, con tutta la sua pioggia biblica, non poteva offrire: l’apripista sbuca sulla spiaggia, il sole finalmente esplode, e improvvisamente il lungomare si riempie di persone che stanno iniziando l’estate. Se avete partecipato alla gara di Sestri Levante non dite che non ve ne siete accorti! (parlo per i concorrenti maschi, ovviamente). La differenza tra Pietra Ligure e Sestri è che nel primo caso il mare cercava di uccidermi, nel secondo sembrava stesse organizzando una sfilata. Io naturalmente ero lì a fare il mio lavoro, professionalmente concentrato. Come sempre? Più o meno...




E infine Pisa. Ora, vorrei ripetere qui quello che ho detto fino allo sfinimento (altrui) durante la diretta. Ci sono luoghi iconici, ad esempio il Colosseo: molto bello. Peccato che i romani ne abbiano disseminati ovunque. Oppure la Cappella Sistina: fantastica. Oppure ancora Piazza del Campo: meravigliosa. La Basilica di San Marco: un miracolo.

Ma la Torre di Pisa è un’altra cosa. La Torre di Pisa è immediatamente riconoscibile da qualsiasi essere umano dotato di occhi. È probabilmente l’unico monumento al mondo che da secoli viene osservato da milioni di turisti che fingono di sostenerlo con le mani, praticamente il più grande meme architettonico della storia. E qualcuno è riuscito a farci correre l’orienteering sotto. Non in periferia, non nel parco dietro il centro commerciale: sotto la Torre di Pisa. Una struttura che passa la vita inclinata senza mai cadere… che a pensarci bene è una metafora perfetta per metà delle nostre organizzazioni sportive, eppure funziona, incredibilmente funziona!




Così come funziona questo sport bislacco e maltrattato e bistrattato.

Perché alla fine della fiera io non ho corso neanche mezza gara. Eppure ho visto più orienteering di quanto avrei visto gareggiando. Ho visto ragazze diventare donne. Ragazzi timidi trasformarsi in guerrieri. Vecchi campioni restare competitivi. Nuove generazioni affacciarsi. Tecnici crescere. Organizzatori impazzire. Volontari fare miracoli. Ho visto una comunità che continua a reinventarsi, a litigare, a discutere, a lamentarsi, ma anche a costruire e a resistere.

E adesso? Adesso arrivano il Cansiglio Orienteering Meeting, la Tre3 di Madonna di Campiglio, la 5 Days Italy e soprattutto i WOC. Non ho ancora capito esattamente quale sarà il mio ruolo, ma ormai ho imparato che non importa. Perché in questa prima metà del 2026 ho praticato il mio sport preferito senza correre, senza punzonare, senza classifiche, senza punti in lista base, eppure immerso nell’orienteering fino al collo. Che forse è il modo più assurdo e probabilmente più bello per vivere questo sport.

Anche se, a pensarci bene, una garetta prima o poi sarebbe pure il caso di farla, Giusto per dimostrare ai nuovi dell’Unione Lombarda che esisto davvero!

Tuesday, May 12, 2026

Si fa presto a dire Svizzera – seconda parte

Ci sono dei posti che, per tutta la vita, restano una specie di miraggio. Una parola pronunciata da bambini davanti alla televisione accesa. Un rumore di sigla. Un accento. Una voce. Per me, “Svizzera” è stata prima di tutto questo. Per quelli della mia generazione cresciuti vicino al confine, la Svizzera non era “estero”, ma era un’altra idea di mondo.

Era la televisione che sembrava fatta meglio. Era il rispetto dei tempi. Era la sensazione che dietro ogni trasmissione ci fosse gente preparata davvero. Era la voce calma di chi non aveva bisogno di urlare per essere autorevole. Noi crescevamo così: con la RAI che ogni tanto sembrava arrangiarsi e la Televisione Svizzera che invece dava l’impressione di sapere sempre esattamente dove mettere le mani.

E dentro quel mondo io ci sono cresciuto. Senza accorgermene troppo, mi sono portato dentro quel modo di raccontare lo sport: la competenza senza arroganza, l’entusiasmo senza cialtroneria, la passione senza bisogno di fare spettacolo a tutti i costi. Forse anche per questo, quando anni dopo mi sono ritrovato davvero dentro una produzione svizzera internazionale, la sensazione è stata stranissima: come se qualcuno avesse improvvisamente aperto una porta e mi avesse fatto entrare dentro la televisione della mia infanzia.

Era il sabato pomeriggio con dei programmi semplici eppure perfetti. Era “Sabato Sport”. Era Oxygene di Jean-Michel Jarre che partiva in sottofondo e sembrava spalancare le porte di tutti gli sport del mondo. Era la Televisione della Svizzera Italiana che arrivava limpida, precisa, professionale, elegantemente diversa. Era Jacki Marti dalla Valascia o dalla Resega (ma anche dalla Terzerina o dalla palestra Arti&Mestieri), era Ezio Guidi da Kitzbuehel o da Garmish, era Libano Zanolari dalla Sasslong o dalla Val’d’Isère, era Tiziano Colotti dallo stadio di Cornaredo. Gente che non urlava: raccontava. E raccontando insegnava che la passione non è incompatibile con la competenza. Anzi.

Io quella roba lì me la sono portata dentro per anni. Per questo motivo, quando dici “Svizzera”, io non penso subito alle banche, agli orologi o al cioccolato. Io penso alle telecronache fatte bene.

Penso al rigore. Penso all’ordine. Penso a quel modo tutto svizzero di fare le cose seriamente senza bisogno di farlo pesare. E allora capite bene perché, quando mesi fa è arrivata da Checo e Toncsi la chiamata per essere arena speaker alla prima tappa della Coppa del Mondo di Orienteering 2026 tra Locarno e Ascona, la mia prima reazione non sia stata “che bello!”.

La mia prima reazione è stata:

“Oddio.”

Perché va detta una cosa: l’Italia, nell’orienteering, rispetto alla Svizzera è indietro di parecchie lunghezze. E io questo lo so benissimo. Lo sappiamo tutti, non nascondiamoci dietro un dito. Ma gli amici ticinesi sapevano anche un’altra cosa. Sapevano che io in Ticino ci ho lasciato dentro un pezzo di cuore da anni. Sapevano che quelle gare sarebbero passate anche dalla lingua italiana. Sapevano che la gente della Piazza voleva sentire entusiasmo, calore, partecipazione. E probabilmente sapevano anche che, dopo aver avuto il battesimo del fuoco alle Olimpiadi, ero diventato uno che davanti a un microfono può anche buttarsi in quel fuoco senza pensarci troppo.

Così hanno chiamato l’italiano. E l’italiano, appena ha capito in mezzo a chi sarebbe finito, ha avuto un attacco di panico elegantemente mascherato da sorriso professionale. Perché una cosa è fare il matto al microfono. Un’altra è ritrovarsi accanto a gente come:

Nik Suter. Padre di quel Timo Suter lì. Ex nazionale svizzero di orienteering. Membro del Consiglio Generale IOF. Arena speaker delle grandi gare internazionali in Svizzera. Uno che, quando apre bocca, capisci immediatamente che sei seduto al tavolo dei grandi.

Beat Liechti. Che uno potrebbe dire: “Ah sì, quello del calcio svizzero”. E già qui ci sarebbe da fermarsi, perché dopo le ultime uscite di Mr. G. (ex presidente di questo e quello) io eviterei pure l’espressione “calcio”, parlerei direttamente di “pedate alla sfera”. Ma Beat non è “solo” quello. Beat è la voce di Wengen. La voce del Lauberhorn. Capite? Il Lauberhorn. Una di quelle robe che per chi ama lo sport – lo sci alpino in questo caso - stanno a metà tra la leggenda e la religione.

E poi Danilo Trachsel. Voce del Thun, squadra che ha appena vinto da neopromossa il campionato svizzero del suddetto sport di pedate alla sfera. Voce di eventi. Voce di ritmo. Voce di energia. Uno che riesce contemporaneamente a fare il commentatore, il coordinatore, il DJ e probabilmente anche a controllare il meteo senza scomporsi. 

E in giro nella zona speaker... Ma niente di che... Solo Simone Niggli. Che detta così sembra quasi normale. Simone Niggli. La Simone Niggli che prima era Simone Luder. La Simone Niggli che nell’orienteering equivale più o meno a dire Maradona, Federer, Bolt e Mozart messi assieme. La Simone Niggli che girava lì come commentatrice tecnica mentre io cercavo disperatamente di ricordarmi come si respirasse normalmente.

E poi Elena Roos. Le telecamere della RSI. Quelle della SRG. Pullman regia lunghi come treni regionali. Cameramen ovunque. Auricolari. Radio. Monitor. Produzione televisiva organizzata con precisione chirurgica.

E soprattutto Piazza Grande. Piazza Grande di Locarno. Gremita di gente che fa il tifo. Quella stessa Piazza Grande dove ero stato appena l’anno scorso per il Festival del Cinema di Locarno, ospite di una banca svizzera, sentendomi già allora un infiltrato capitato per sbaglio dentro un film. Mai avrei immaginato che ci sarei tornato così presto. E soprattutto mai avrei immaginato di tornarci con un microfono in mano.


 

E poi Locarno. Locarno che fino a poco tempo fa, nella mia testa, era soprattutto cinema, Festival, Piazza Grande, i film, le stelle, le première. E invece all’improvviso è diventata orienteering. È diventata speakeraggio. È diventata adrenalina. È diventata cuffie, radio, countdown ma in modalità “Non c’è countdown!”, atleti in quarantena mentale prima della partenza, producer che parlano in tre lingue contemporaneamente, cameraman che corrono come mezzofondisti, tecnici che sembrano controllori di volo.

Ed io in mezzo a tutto questo. Ancora oggi faccio fatica a crederci. Locarno, poi, è stata una sorpresa vera. Io sono arrivato dopo un viaggio ferroviario abbastanza psichedelico, perché il vagone su cui ero salito a Milano Centrale aveva deciso autonomamente di deviare verso Giubiasco, probabilmente senza consultare nessuno di noi passeggeri. E già lì ho pensato che il weekend sarebbe stato interessante.

Ma appena uscito dal treno, la città mi ha preso a schiaffi di bellezza. Il lago. Il lungolago. La luce. Quel primo sole caldo dell’anno che senti addosso ancora di più perché vieni da mesi di freddo e grigio e improvvisamente ti ricordi che esiste anche la primavera. E poi la sensazione immediata che Locarno e Ascona fossero semplicemente perfette per l’orienteering internazionale: eleganti ma vive, belle ma non finte, ordinate ma accoglienti. Un posto dove lo sport sembrava stare bene.

E la cosa che più mi ha colpito è stata il modo in cui il team ticinese mi ha accolto. Non “l’italiano invitato”. Non “quello delle Olimpiadi”. Non “quello che ogni tanto urla”.

Uno di loro.

Questa cosa io non la dimenticherò facilmente. Perché la verità è che io quella responsabilità l’ho sentita tantissimo. Ogni singolo giorno. Ogni singolo collegamento. Perché se io avessi sbagliato, non sarebbe stato “ha sbagliato Stefano”. Sarebbe stato: “Avete chiamato l’italiano”. E quindi dentro quelle tre giornate io ci ho buttato tutto: la mia professionalità, la preparazione, la passione, la voglia di essere all’altezza, la paura di non esserlo. E soprattutto la voglia disperata di dimostrare che avevano fatto bene a fidarsi.

Le prime riunioni Zoom le ho vissute quasi in apnea. Io zitto. Loro precisissimi. Timing. Scalette sincronizzate al secondo (grazie Sarina Jenzer!). Inquadrature. Coordinamenti. Transizioni.

Sembrava la NASA. Poi però, piano piano, la tensione è scesa. Anche perché a un certo punto Nik Suter ha tirato fuori il suo asso: “Lo spazio al microfono ce lo dividiamo 50 e 50. Non siamo qui a parlare uno più dell’altro”. E lì credo di aver visto la luce. Perché diciamoci la verità: tra qualche settimana mi toccherà entrare in modalità “novanta-dieci”. Novanta a LUI. Dieci a me. E gli svizzeri che mi sentivano parlare in tre lingue e capire in quattro lingue, e continuavano a guardarmi come se fosse una cosa incomprensibile: “Ma perché tra qualche settimana non fate <<cento a te e chiunque altro fuori dai piedi>>?

Eh. Bella domanda. Ma in Ticino no. In Ticino era squadra vera. Ascolto. Equilibrio. Fiducia reciproca. E allora ci siamo messi a giocare questa partita bellissima. Tre giorni vissuti cercando contemporaneamente di essere professionisti e di divertirci. Che poi forse è il segreto dei grandi eventi fatti bene: nessuno si prende troppo sul serio, ma tutti prendono molto seriamente quello che fanno.

Io intanto cercavo di incendiare la Piazza. Come alle Olimpiadi, dove ho appreso le vere tecniche dei maestri di cerimonia da Simon Harding. Ho cercato di trovare un ritmo dove entrasse anche una parte di coinvolgimento, di partecipazione. Ho provato a portare il pubblico dentro la gara. E ogni tanto mi sono pure inventato robe totalmente folli. Tipo quando Danilo, in modalità DJ, ha messo Born To Be Alive di Patrick Hernandez. E io, senza alcun preavviso al cervello, mi sono trovato a urlare:

“BORN TO BE… ORIENTEER!!!”

Con Simone Niggli-Luder che mi guardava con un’espressione a metà tra lo stupore scientifico e la richiesta immediata di assistenza psicologica. Momenti meravigliosi.

E poi le classifiche ricordate a memoria: Nik e Beat che mi guardavano chiedendosi dove stessi leggendo. “Non può mica andare a memoria…”. E invece sì, perché quando ami questo sport in modo malato, certe cose ti restano dentro come le formazioni dei Mondiali per quelli della mia generazione.

Nel frattempo cercavo anche di fare il misterioso, provando pezzi dei percorsi disegnati da Florian Howald, da Francesco Guglielmetti, da Sergio Cantoreggi, senza farmi vedere troppo in giro.

Anche perché in questo periodo corro piano. Piano forte. Molto piano, persino fermo quando ho provato il loop finale della knock-out sprint disegnata da Sergio. Sapete quelle volte che speri che siano le lanterne ad arrivare verso di te? Ecco… questo è il loop finale della ko-sprint di Sergio. Commento tecnico della mia prova come apripista: non ci ho capito una mazza! Mi sono auto-assolto solo pensando che dovevo fare il vago perché non volevo rivelare dettagli dei tracciati. Quindi mi muovevo con la discrezione di un agente segreto… però lento.

(nota post produzione: feedback di alcuni atleti, tradotto da una lingua qualunque: "era troppo tecnica, non dovrebbe essere necessario camminare per leggere la mappa". ALLORA SONO IN OTTIMA COMPAGNIA!!!)

Un’esperienza incredibile. E la cosa più bella è stata vedere come un’organizzazione gigantesca, piena di mezzi e professionalità, riuscisse comunque a mantenere un’anima umana. Perché sì, c’erano i camion regia, c’erano le telecamere, c’erano le radio, c’erano le produzioni televisive.

Ma c’erano anche le risate, le prese in giro, le facce stanche a fine giornata. La gente che si aiutava in un continuo gioco di squadra (e quando vedi che il CEO dell’IOF, Mr. Henrik Eliasson, continua imperterrito a spostare transenne come ai JWOC, e sorride a tutti, allora capisci che il sorriso è una arma molto più potente e performante di una faccia incaxxosa)

E io, dentro quel caos perfettamente organizzato, mi sono sentito incredibilmente bene. Forse perché il Ticino ha questa capacità speciale: ti fa sentire contemporaneamente all’estero e a casa. Per questo, ad un certo punto, mi sono fermato. Ho guardato il lago, ho guardato Piazza Grande piena, ho guardato gli atleti arrivare con gli occhi stanchi e le gambe distrutte, nella bellezza feroce di questo sport assurdo che trasforma podisti in gladiatori e gazzelle in guerriere.

E ho pensato a quel bambino davanti alla televisione svizzera. A Sabato Sport. A Oxygene. Alle voci che mi hanno insegnato cosa significhi raccontare lo sport. E ho pensato che la vita, ogni tanto, fa dei giri pazzeschi. 

Perché quel bambino lì, probabilmente, non avrebbe mai creduto possibile ritrovarsi un giorno in Piazza Grande a Locarno, con un microfono in mano, intervistato dalla RSI, dentro una Coppa del Mondo, accanto ai professionisti che aveva sempre ammirato da lontano.

E invece è successo. E’ successo grazie a un gruppo di persone che ha deciso di fidarsi.

Questa parola torna sempre. Fidarsi. Perché alla fine tutto gira attorno a quello. Nik, Beat, Danilo, Sergio e Checo, tutto il team ticinese, la produzione, la regia, la RSI. Tutti.

Mi hanno dato spazio, mi hanno dato fiducia, mi hanno dato responsabilità. E io spero davvero di aver restituito almeno una parte di ciò che ho ricevuto, attraverso la mia voce, la mia passione, il mio caos mentale continuamente rimesso in ordine dalla disciplina svizzera. Con l’entusiasmo forse troppo italiano ma assolutamente sincero.

Forse la cosa più bella di quei tre giorni è che non mi sono mai sentito “quello venuto da fuori”, ma mi sono sentito parte di qualcosa. E per uno che ha passato una vita ad ammirare la Svizzera da oltreconfine, questa è una cosa che pesa. Pesa davvero. Perché ci sono luoghi che per anni guardi da lontano pensando che appartengano a un altro pianeta. E poi un giorno ti accorgi che qualcuno, da quel pianeta, ti sta dicendo: “Vieni. Dai. Sei dei nostri.” 

Allora forse il senso di tutto questo non sono nemmeno le telecamere, la Coppa del Mondo, Piazza Grande o l’intervista alla RSI. Il senso vero è la fiducia, quella fiducia silenziosa, concreta, svizzera, che non ha bisogno di troppe parole ma che vale infinitamente più delle parole. E io questa fiducia me la porterò dietro per parecchio tempo.

Perché sì, si fa presto a dire Svizzera.

Ma poi ci entri dentro davvero e scopri che dietro la precisione c’è il cuore. Dietro il rigore c’è il rispetto. Dietro la professionalità c’è il desiderio autentico di fare le cose bene insieme.

E allora grazie, Ticino. Grazie Locarno. Grazie Ascona. Grazie Piazza Grande. Grazie RSI. Grazie a chi mi ha accolto come uno di casa. Grazie a chi mi ha sopportato nelle mie esplosioni di entusiasmo. Grazie a chi mi ha aiutato a non perdermi dentro la mia stessa adrenalina.

E grazie soprattutto per avermi ricordato una cosa fondamentale: la passione, quando incontra la competenza, produce magia.

Ci vediamo alla prossima. Magari ancora con un microfono in mano. Magari ancora sul lago. Magari ancora con qualcuno che mette Born To Be Alive al momento sbagliato.

E a quel punto prometto già da ora che proverò a trattenermi.

Anzi. Meglio dire: forse mi tratterrò, ma non lo garantisco.

Friday, April 03, 2026

Era una notte buia e tempestosa…

No, non era notte.

Non era buio.

E soprattutto non tempestava un bel niente.

Era giorno.

A Soave.

Trentasei gradi all’ombra — che poi, ombra non ce n’era — e io ero sul tetto del camion-regia di Videomedia in compagnia di Johnny Lazzarotto (telecronista sportivo in gambissima!) a urlare dentro un microfono come se stessi salvando il mondo, mentre commentavo i Campionati Europei di orienteering, dopo aver salutato Forsberg e averlo lasciato da solo sotto il gazebo a fare l’arena-speaker in solitaria… “e mo’ sono cavoli tuoi”

Elegante? No.

Dignitoso? Nemmeno.

Ma una esperienza assolutamente incredibile.

Ed è in quel momento, come nelle migliori storie — o nelle peggiori, dipende dai punti di vista — che arriva lui: il messaggio. “Ti andrebbe di provare a commentare il pattinaggio di velocità?”. E lì, amiche ed amici miei, il mondo ha fatto clic.

Una sliding door, ovvero “come la vita decida ogni tanto di prenderti a schiaffi (ma con affetto, eh?). Si, c’è questa cosa delle sliding doors che ci raccontiamo sempre, no? “Se avessi fatto quello…” “Se non fossi andato là…”. Ecco. Nel mio caso non è una porta. È un portone blindato che mi è caduto addosso mentre stavo passando tranquillo sul marciapiede con il sacchetto della spesa.

Perché io, il commentatore sportivo, volevo farlo davvero. Da sempre. Da quando negli anni ’70, in una casa dove lo sport era una religione laica, ho scoperto che una gara non è solo qualcuno che va più veloce di un altro. È una storia. È tensione. È attesa. È racconto… È voce! E quella voce… volevo essere io. Poi la vita — che è una simpatica signora con il gusto per la violenza gratuita — ti dice: “No guarda, tu no. Tu fai altro.” E quindi niente astronauta, niente pilota, niente Piccolo Principe. Niente commentatore sportivo. Certo, in tutti questi anni ho fatto tante prove, fin da giovane, ottenendo pubbliche disapprovazioni a scuola, pubblicando piccole cose per vari sport, a caso, quando trovavo l’ispirazione. Ho fatto il redattore per una rivista di scacchi. E poi arriva l’orienteering, ovvero un’arte nella quale sono maestro: l’arte di perdermi… e di ritrovarmi, ma con un microfono in mano.

Fine anni ’90. Internet è una cosa per pochi eletti, Google è fantascienza e le informazioni si trovano con la stessa facilità con cui oggi si trova parcheggio in centro a Milano: cioè, non si trovano. Se volevi sapere com’era andata una gara, o ti accalcavi come un disperato davanti a una classifica appesa a una ringhiera, o aspettavi le fotocopie di Dario che sarebbero arrivate quando e se gli organizzatori avessero mandato alla sede della tua società le classifiche cartacee, o eri talmente bravo che qualcuno scriveva il tuo nome da qualche parte.

Io non ero nessuna di queste tre cose.

Però un giorno succede. Una staffetta. Terzo posto. Nessuno se ne accorge. E io, che evidentemente avevo dormito male — ma male male — decido di mandare una email. Una email nel 1999. Praticamente un atto rivoluzionario.

E da lì, parte un effetto domino di altra gente che aveva dormito male: il presidente della mia società scrive alla Segreteria Fiso, che scrive all’addetto stampa, che risponde alla segreteria Fiso che risponde al mio presidente che inoltra a me che al mercato mio padre comprò.

“Vuoi provare a scrivere?”. Che, letto sotto effetto di stupefacenti, diventa “Prova tu se credi di esserne capace!”. Scusa? Si può? E così nasce tutto.

I primi pezzi. Freddi. Cronachistici. Noiosi. Poi qualcosa cambia: “Perché non raccontarla prima la gara e vedere se ci ho azzeccato?”. E poi: “Perché non raccontarla da dentro, quella gara, con gli occhi di chi è sudato graffiato macchiato di sangue e con le unghie incatramate dal fango di qualche salita?”

E lì nasce uno stile. Il mio. Caotico. Poco elegante. Completamente emotivo.

Poi arriva il giorno in cui ho rubato un microfono (ma legalmente, eh?). Trofeo delle Regioni a Pian del Gacc. Andrea Rinaldi — persona seria, speaker composto, comportamento professionale — deve andare a un matrimonio. Errore fatale. “Vuoi provare tu, Stefano?”. Io: “Sì.”

E da quel momento… il microfono non lo rivede più. Perché succede una cosa strana: entro nel bosco come atleta, ne esco distrutto… e parlo al microfono. Parlo per ore. Parlo di tutto. Parlo troppo. Ma la gente ascolta. E da lì non si torna più indietro.

Ottobre 2023. Soave. Caldo infernale. Io sul camion. “Ti andrebbe di commentare il pattinaggio di velocità?”. Risposta razionale: no. Risposta reale: “Ok, ma fammi tornare a casa che ci sentiamo con calma dopo gli Europei”. Con calma vuol dire che il primo neurone pensa: “prendiamo tempo, si accorgeranno da soli che è una assurdità”. Ma l’altro neurone intanto raccoglie informazioni: prima o poi qualcuno si farà vivo, occorre avere un piano, abbozzare una risposta.

Finiscono gli Europei, ritorno alla vita quotidiana e, un giorno, suona il telefono: numero sconosciuto. Ma è la telefonata che segue il messaggio: “Vuoi provare?”. I due neuroni entrano in competizione tra loro, le sliding doors, il pessimismo cosmico che mi pervade e che mi fa scuotere il capoccione “non ce la farò mai”. Ma. In fondo, perché non provare? Una sola accortezza, un solo disclaimer: ci proverò, farò del mio meglio, “se non dovesse funzionare, me lo dite ed amici come prima, ok?”.

Flash forward. Sono in cabina di commento. Una VERA cabina di commento, con la regia, con un microfono enorme, con un fonico professionista accanto a me che mixa la mia voce, con le immagini davanti che scorrono. Esordisco in uno sport invernale e il livello è già Coppa del Mondo Juniores (pur sempre juniores sono, ma pur sempre Coppa del Mondo!).

Diretta streaming. Zero esperienza.

Perfetto, no?

Comincia la prima gara. Non è orienteering, mi ripeto. Stai calmo, stai concentrato. 
Quaranta secondi nei quali parlo in modo pacato (forse), professionale (spero), compassato (non so nemmeno cosa vuole dire. Quaranta secondi di “Partita la prima batteria! Sembra che il concorrente in corsia interna sia partito meglio… aggredisce il rettilineo iniziale… primo tempo intermedio…”.
Io parlo.

E poi da fuori della cabina si sente un urlo. Una voce fa irruzione in cabina di commento: “CHI &%&%£ STA COMMENTANDO?!?!”. Fine. Il fonico indica me con il dito, l’assistente indica me. Io appoggio lentamente il microfono sulla sua base. Fine. Così pensavo. E invece:

VOGLIO TE. SETTIMANA PROSSIMA. AL MONDIALE. VOGLIO SOLO TE E NESSUN ALTRO

Riprendo lentamente il microfono in mano e ricomincio a parlare.

Grazie Nìcola sempre, ovunque tu sia in questo momento.

E poi… si entra in un altro mondo. Coppe del Mondo Junior, Mondiale Master, Coppa del Mondo, Campionati Mondiali. I miei commenti sono spesso fuori dagli schemi consueti, ma che bello quando arriva l’atleta che vince la Coppa del Mondo e mi dice “Mi hai fatto vincere tu! Ti ho sentito alla penultima curva… dicevi che dovevo dare tutto e ho vinto!” (il che è falso, ovviamente. Ma è bellissimo.)

Poi un giorno di primavera sto camminando davanti al mio ufficio, in strada in via Manzoni. Suona il telefono: numero sconosciuto. Si tratta di E., una persona totalmente superiore a qualunque standard di gentilezza, di cortesia, di empatia con cui abbia a che fare nel mio quotidiano. Avendo vinto un paio di ori Olimpici (e sarà poi penultimo tedoforo alle Olimpiadi), già il fatto che parla con me è una cosa incredibile, e invece è (ed è sempre stato) di una umanità eccezionale: “Ti andrebbe di commentare le Olimpiadi?”. Domanda retorica. I due neuroni sono d’accordo, per una volta (terrorizzati ma d’accordo): se non rispondo “Si”, cosa ho fatto tutto questo a fare?

“Bene, passerò ad A. il tuo numero. Ha tantissimo da fare, non aspettarti una chiamata presto, magari ti chiamerà tra un mese o due, ma ti chiamerà”.

Quando la telefonata finisce, guardo il cellulare e sono ancora incredulo. Faccio qualche altro passo incerto verso l’ingresso dell’ufficio. Risuona il cellulare: numero sconosciuto. “Ciao, sono A., mi ha appena dato il tuo numero E. Mi confermi che sei dei nostri? Si? Bene, sei dentro!”.

29 novembre 2025: il momento

Sono lì. Davvero. Al Milano Speed Skating Stadium ancora in costruzione. Ultima fila. Regista nell’orecchio sinistro. Fonico nel destro. DJ che spinge musica a 150 bpm.

Un concentrato di tensione, precisione, emozione pura. Una macchina perfetta fatta di persone: chi parla, chi produce, chi coordina, chi sistema ogni dettaglio invisibile, chi crea i giochi di luci, chi gestisce il suono, chi crea le immagini. Ogni funzione è una piccola piramide con una persona che fa da focal point e un piccolo ma efficacissimo contorno di persone che aiutano.

E poi c’è lei: Alexandra. Lei è una professionista vera. Le Olimpiadi le ha viste dalla pista, dal punto di vista della atleta. Lei ha la capacità di capire con una frazione di secondo di anticipo tutto quello che sta succedendo in pista, sa quello che le atlete e gli atleti stanno passando perché è lei per prima che ha vissuto quella vita. Io sono “solo” quello che è capitato lì perché le sliding doors e i pianeti si sono allineati…





Eppure, diventiamo immediatamente una squadra. Non lasciamo spazio al protagonismo personale, all’ego. Squadra dal primo stante. I dialoghi con Alexandra fin dal primo minuto del primo giorno sono del tipo “Cosa ne dici se gestiamo questa gara in questo modo?” “Si, certo, ottima idea e poi magari aggiungiamo quest’altra cosa?” “Certo, e quindi io faccio questo poi tu fai quest’altro poi riprendo la linea io e poi tu chiudi in questo modo…”. Sempre questo, per tutta la durata del nostro impegno

Voglio riprendere qui un vecchio adagio del rugby: una squadra di rugby è fatta di quattrodici persone che si sacrificano per dare al quindicesimo un metro di vantaggio. Ecco: il nostro team è fatto di decine di persone che si sono fatte in quattro per dare ad Alexandra e a me la possibilità di commentare le Olimpiadi.

E poi c’è Simon. Sport Editor. Non c’è televisione di primaria importanza per la quale non abbia commentato sport. Competenza esagerata, cortesia illimitata. Una macchina da coinvolgimento del pubblico. Perché le Olimpiadi sono diverse da ogni altra cosa: il commento non comincia quando la prima atleta ha messo pattino sul ghiaccio. Comincia due ore prima, quando il primo spettatore entra in arena e vogliamo che venga coinvolto, che sventoli le sue bandiere, che si pitturi il viso, che canti e che balli e che giochi con noi finché non è il momento di lasciare lo spazio alle gare. E Simon, in tutto questo, è una macchina perfetta e infaticabile guidata da Rodd, il regista.

Due parole su Rodd. Lui è il primo responsabile di tutto, il regista di tutto quello che avete visto, sentito o a cui avete assistito. Fa un lavoro asfissiante e logorante. E fin dal primo momento, lo ha messo in chiaro: lui avrebbe preso al posto nostro tutti i proiettili, tutte le critiche, qualunque cosa ci fosse arrivata addosso. Primo comandamento di Rodd: nel debriefing serale post-gara non si muovono critiche a nessuno, perché tutti devono andare a letto tranquilli. Secondo comandamento di Rodd: se tutti quanti ci impegniamo e mostriamo concentrazione e dedizione, andrà tutto bene. Terzo comandamento, il più importante: per qualcuno, queste potrebbero essere le prime e ultime Olimpiadi, quindi l’importante è DIVERTIRSI, essere noi stessi, mostrare quelle capacità che qualcun altro (nel mio caso: Pierluigi, Nìkola e poi E. ed A.) ha già colto e che sono il motivo per cui siamo lì.


Un giorno Rodd ha guardato nella direzione di Alexandra e mia, che ormai ci passavamo la linea con un movimento del pollice. Se il pollice della mia mano destra va verso l’esterno (Alexandra è seduta alla mia destra), parte lei, poi io la seguo. Se il pollice va verso l’interno, parto io e Alexandra mi segue con una cadenza che abbiamo già concordato, fifty-fifty. Un pollice per dirsi: “vai tu”. E mai — MAI UNA VOLTA — ci siamo sovrapposti. E Rodd a un certo punto ci guarda e si mette a ridere e dice: “Ma con tutta la tecnologia che abbiamo… voi usate il pollice?”

Sì. E ha funzionato come e meglio di tutto il resto.

“Stefano in English in Five… four… three… two… one… GO STEFANO!”. E io parto.

Perfetto. Provato. Riprovato. “Siete confidenti? Siete tranquilli con le premiazioni? Si? Ok, riproviamo ancora una volta”

Poi arrivano i momenti. Quelli veri. Giorno UNO. Al mattino Franzoni e Paris hanno preso le medaglie nella discesa libera. Le notizie sono già state date, consolidate, digerite. Adesso è il turno del pattinaggio di velocità. E’ il turno dei 3000 metri femminili. In pista c’è Francesca Lollobrigida, che fa una gara pazzesca, che stia vincendo lo capirebbe anche uno appena sbarcato da Marte. Arriva la prima medaglia d’oro per l’Italia, il primo giorno, da una atleta con un nome importante.

Ma c’è un MA. Sono le ore 18:00. Per i telegiornali generalisti non c’è molto tempo per imbastire un servizio degno di questo evento.

Però c’è un PERO’. C’è la cerimonia di premiazione. E nella cerimonia di premiazione, per protocollo Olimpico, c’è la mia voce. In crescendo “Medaglia d’oro… e Campionessa Olimpica… per l’ITALIA !!!... Francesca!!! LO-LLO-BRI-GI-DA!!!!!!!!”.

E’ andata. La prima cerimonia è passata indenne. Domani è un’altra gara. Sto rientrando a casa e alle 20.00 il cellulare, letteralmente, ESPLODE!

Perché il TG1 è partito con la sigla e poi, prima ancora di inquadrare la giornalista, con la cerimonia di premiazione. E con la mia voce.

Perché il TG5 ha fatto la stessa cosa, e continuerà per tutto il giorno seguente nel “rullo” a far sentire la stessa frase. Perché lo fa il TG7, poi il TG2, poi il TG3, Notti Olimpiche, cominciano a comparire i video su Instagram e sotto, nel momento più importante della vita di una atleta, mentre sale sul podio a ricevere la medaglia d’oro Olimpica, c’è la mia voce.

Ovunque. Per giorni. Lo sento. So che là fuori ci sono migliaia di persone che lavorano nello sport, che hanno studiato e hanno sudato lacrime e sangue per cercare di affermarsi. Persone che lavorano in ambito sportivo in televisioni grandi e piccole, per giornali a diffusione nazionale o locale, per radio globali o che si sentono solo nei confini di un piccolo paese. Ed è come se fossero stati sorpassati sul lato destro da me.
La voce delle Olimpiadi, in quel momento, è stata la mia.

Poi ancora. I 5.000 metri maschili. Il bronzo di Riccardo Lorello. E quando c’è una tuta azzurra in pista, Alexandra che mi lascia tutto lo spazio che desidero, Rodd che si diverte e non scuote mai la testa quando vede che mi sto emozionando e mi sto mettendo a piangere.

Io che urlo. Il pubblico che esplode. Giovedì 12 febbraio Francesca Lollobrigida bissa l’oro Olimpico con gli ultimi due giri in totale apnea, ed io la seguo pattinata per pattinata, cercando di spingere lei e di tenere la mia voce dentro i confini del puro tifo (non ci sono riuscito). Lei che vince per dieci centesimi. E io che sto urlando sapendo che nessuno mi sente davvero.

Ma non importa. Perché è tutto lì. E poi il team event. Per i soli finali, venuta fuori così senza che ci avessi pensato prima

“IL DREAM TEAM È L’ITALIA!!!!!”




Urla. Ghiaccio. Velocità. E io che tengo tutto insieme grazie a chi lavora dietro.

Perché sì, diciamolo: ci sono quattordici persone che lavorano per permettere a due di parlare.

E senza quei quattordici… tu non sei niente.

Non sono solo gare. Sono persone. Amici che vincono medaglie e tu piangi. Ancora. Come un bambino. Interviste improvvisate. Domande vere.  Risposte che fanno tremare. Storie. Sempre storie. Quelle che sentivo da bambino, solo che stavolta la voce è la mia. In fondo ho sempre pensato che anche il duello tra Achille ed Ettore fosse una competizione sportiva, e che Omero ne fosse il commentatore sportivo

E poi finisce. E questa è la parte peggiore. Perché finisce, ovviamente. Torni a casa. Ti siedi.

E improvvisamente… silenzio. Dopo mesi di caos, adrenalina, vita al massimo volume. Silenzio. E mi manca. Mi manca tanto.

Epilogo (o forse no)

Se mi chiedete qual è stata la sliding door… non lo so. Forse quella volta che sono arrivato terzo e ho mandato quella email? Forse quel giorno in cui ho detto “ok, ci provo”. O forse è tutto. Una catena di eventi improbabili che, messi insieme, diventano inevitabili.

Quello che so è questo: ho vissuto qualcosa di irripetibile, di gigantesco, di profondamente umano.

E sì… me lo sogno ancora di notte. 

E, sinceramente, spero di non smettere mai.



Wednesday, October 22, 2025

Chioggia, Mirano e l'insegnamento di (o del) Galilei

Le gare di orienteering hanno tutte una cosa in comune. Tutte. Che si tratti del Campionato del Mondo o della promozionale di paese dove il ristoro è gestito dal circolo bocciofilo e il premio è un salame. Non sto parlando del fatto che l’orienteering è uno sport bellissimissimo – anche se lo è, e pure parecchio di più – fatto da persone speciali che forse è vero che attaccano il cervello solo al clear & check, ma di certo non lo staccano quando tagliano il traguardo.

È uno sport in cui nelle gare sprint ti scanni ogni secondo per quindici o venti minuti e poi, appena arrivi, fai high five con quello che ti ha appena dato due minuti di distacco. Gente strana, gli orientisti: competitivi come pirati in cerca di tesori, altruisti con la bussola ed il chip.

Ma ecco il punto: ogni gara di orienteering, per quanto ben congegnata, ha una percentuale intrinseca di catastrofe. È fisica pura. Galileo lo direbbe così: “Eppur si sbaglia.”
Soprattutto se la gara si svolge in centro storico, cioè in quell’habitat naturale dove convivono vicoli, turisti in modalità selfie, comitive guidate da professionisti con l’ombrello alzato e signore del posto con il carrello della spesa che ti attraversano davanti proprio quando tu sei impegnato a leggere la descrizione punto.

Aggiungiamoci che per l’italiano medio, “sportivo” è sinonimo di “quello dentro uno stadio \ una piscina \ un campo da tennis \ hanno bloccato la strada per questi che corrono o pedalano eccetera”. Quindi, quando l’italiano medio vede orde di alieni in calzoncini fluorescenti con una mappa in mano che urlano “occhio!!!!” e tagliano a tutta velocità tra i tavolini del bar, pensa subito: “Ma proprio oggi dovevate venire a rompere le scatole? C’è il sole, si mangia bene, i locali sono pieni, e voi? Con le vostre lanterne e… uno SPEAKER che parla da solo per ore come se fosse all’assemblea degli Alcolisti Anonimi? TACETEEE!”

Ecco, questo è il rischio. È ciò che ogni settimana sfiora chi organizza una gara.
Ma non a Chioggia e Mirano. Perché grazie all’Orienteering Galilei, e in particolare a Federica Anedda, quello che poteva essere il solito “esperimento sociale” si è trasformato in un capolavoro organizzativo degno del telescopio del Maestro Galileo. Federica ha fatto ciò che Galileo fece con i pianeti: li ha previsti (io che sono laureato in astrofisica posso dirlo senza tema di smentite). Ha pensato all’imprevisto, al prevedibile e al catastrofico.
E l’ha fatto PRIMA. E questo, nel nostro sport, è spesso raro (esempio di due parole messe in fila che hanno significati opposti). Per questo motivo vorrei aver registrato le parole dell’altro speaker, Andrea “il Maestro” Rinaldi, che tra un fiatone e l’altro (scusa Andrea!) ha ricordato a tutti che dietro una gara riuscita c’è chi lavora come un dannato perché tu possa perderti con stile.

Io, dal canto mio, ero quello con il microfono che parlava troppo — il parvenu del decibel, uno che è finito lì per sbaglio, tipo un alieno a cui hanno dato il telecomando della NASA dicendo: “Premi un tasto qualsiasi”. E l’ho fatto. Per ore.

Sabato, Chioggia. La piccola Venezia che non ti perdona. Il corso principale è più affollato della spiaggia di Pinarella a Ferragosto. Un dedalo di calli, ponti, turisti e locali dove il profumo di fritto misto si mischiava al sudore degli atleti. Tracciati di Luca Rosato: puliti, brillanti, cattivi al punto giusto. Finalmente un percorso in cui anche io potevo vedere la tratta intera senza dovermi fermare ogni trenta secondi a chiedermi se quella calle lì è questa o quell’altra con lo stesso nome. Sublime.


Domenica. Mirano. La domenica del villaggio (con sprint annessa). Atmosfera da domenica mattina italiana, piazza elegante, colazione nei bar, pubblico incuriosito. Anche qui, Rosato & Co. hanno tirato fuori il meglio: cortili segreti aperti per l’occasione, trappole cartografiche piazzate come mine anti-intuitività e barriere perfettamente collocate nel punto in cui non avresti dovuto passare. Io ci sono cascato, ovviamente. “Ops… devo fare il giro del fullo”. Punizione divina per chi non osserva bene. Galileo mi avrebbe detto: “Non è che il punto si muove, sei tu che non guardi bene”.

Il resto? Il resto è il bello dell’orienteering: chi vince allo sprint, chi perde di un soffio ma si congratula, chi arriva in centordicesima posizione e non fa seppuku per aver mancato la lanterna di due metri. C’è stato tutto: le volate di Jessica e Caterina, di Sebastiano contro Tommaso, di un altro Tommaso contro Marco, di Lorenzo contro Gabriele. L'arrivo in parata del Gaja Padriciano. E persino la presenza di Tove Alexandersson, che è come dire che Michael Jordan è venuto a fare due tiri nella palestra del dopolavoro ferroviario. Insomma: roba grossa.

Alla fine resta solo una voce che si perde nel vento — la mia — e il ricordo di due giornate perfette, in cui tutto poteva andare storto e invece no. Non un disastro. Minimi inciampi di minima rilevanza. E la prova che, quando dietro c’è chi pensa come Galileo (“misura ciò che è misurabile e rendi misurabile ciò che non lo è”), anche una gara di orienteering nel cuore di Chioggia può sembrare un esperimento scientifico riuscito.

E così, alla fine, niente disastri, niente tragedie, niente turisti travolti da atleti impazziti con la testa sulla mappa. Due giorni perfetti, organizzazione praticamente impeccabile, tracciati geniali, gente felice. Io? Ho parlato troppo, come sempre. Ho urlato nei microfoni come se stessi lanciando un razzo della NASA con una pila stilo. Ma sapete una cosa? Stavolta ne è valsa la pena.

Perché se l’orienteering è l’arte di perdersi con stile, l’Orienteering Galilei e tutti i suoi collaboratori esterni sono riusciti a dimostrare che si può davvero trovare l’ equilibrio tra una lanterna, un ponte e un fritto misto.

E sì — lo ammetto, ho parlato troppo. Ma almeno, per una volta… avevo ragione.