Stegal67 Blog

Thursday, August 27, 2026

Sessanta giorni dopo, il bagagliaio è ancora pieno

A giugno avevo scritto un pezzo intitolato “L’uomo che non sapeva più dove si sarebbe svegliato”. Il lettore incuriosito — ne ho tre, e tengo molto a tutti loro — potrebbe legittimamente chiedersi: “E quindi? Come è andata a finire?”.

Ecco. Non è ancora finita. Nel senso letterale del termine. Io non sono ancora tornato a casa.

A metà giugno ho caricato la Stegal-car con una quantità di borse, borsoni, zaini, sporte dell’Esselunga, sacchetti per le scarpe, scarpe senza sacchetto, vestiti tecnici, vestiti molto poco tecnici, cavi dei quali ignoravo già allora la funzione, materiale da speaker, materiale da orientista e materiale che probabilmente appartiene a qualche altra persona e che prima o poi dovrò restituire. Ho riempito il bagagliaio secondo quel principio scientifico per cui, se riesci ancora a vedere qualcosa attraverso il lunotto posteriore, significa che c’è spazio per un’altra borsa.

Poi sono partito. E non sono ancora tornato a casa. Ci sono vari motivi. Alcuni sono pregevoli, romantici e quasi da commediante dell’arte o bohémien del ventunesimo secolo: l’uomo senza fissa dimora che attraversa l’Italia seguendo le sue passioni, dorme dove capita, incontra persone straordinarie e ogni mattina riparte verso una nuova avventura.

Altri motivi sono meno pregevoli. Su questi ultimi glisserò con l’agilità con la quale Duplantis supera i sei metri e venti, che è comunque parecchia più agilità di quella con cui io supero un tronco caduto nel bosco. Diciamo soltanto che ci sono passaggi degli ultimi due mesi che conserverò per sempre. Altri che conserverei volentieri nello stesso posto dove vengono conservati i vecchi floppy disk, le musicassette smagnetizzate e i risultati delle mie peggiori gare di orienteering.

Da qualche parte. Possibilmente senza etichetta.

Nel frattempo credo di aver partecipato, commentato, attraversato o semplicemente vissuto mille gare. Ho parlato dentro un microfono con una passione talvolta fin troppo accentuata, raggiungendo volumi ai quali Galeazzi avrebbe probabilmente chiesto di abbassare la voce e Caressa avrebbe risposto: “Stefano, magari questa era solo l'arrivo della W16”. Ho coltivato un senso del ridicolo che ha raggiunto altezze alle quali normalmente arriva soltanto il suddetto Duplantis ma lì, questa volta, io mi trovo benissimo.

Ci sguazzo come una papera nel laghetto. D’altra parte, come diceva quel proverbio che probabilmente sto ricordando male, "ci vuole molta pioggia per affogare una papera". E di pioggia, questa estate, ne abbiamo vista. Non moltissima, perché soprattutto abbiamo visto caldo. Un caldo infinito. Un caldo che a giugno gli esperti chiamavano “ondata anomala ma temporanea”. A luglio “persistente fase anticiclonica”. Ad agosto probabilmente hanno smesso di dare un nome alle cose e si sono trasferiti tutti in Islanda.

Ho anche scoperto che esiste un livello di vergogna superiore a quello nel quale una pluricampionessa del mondo ti guarda, aspetta un secondo per essere certa che tu abbia davvero terminato la frase e poi ti domanda: “Ma tu ti ascolti quando parli?”

No. Ovviamente no. Se mi ascoltassi, avrei smesso venticinque anni fa.

So con ragionevole certezza di essere partito attorno alla metà di giugno. Prima destinazione: Cansiglio, dove entrare in punta di piedi. E possibilmente uscirne. Tre giorni di sole, caldo e arsura, quando ancora tutti ripetevano: “È estate anticipata, vedrai che non durerà”.  

Certo. Come no.

Il Cansiglio è e resta uno di quei posti nei quali l’orienteering dovrebbe entrare in silenzio e con le pantofole ai piedi. Non perché sia facile. Esattamente per il motivo opposto. È uno di quei terreni che sembrano guardarti mentre apri la carta e pensare: “Adesso vediamo quanto sei bravo". Nel mio caso la risposta arriva abbastanza rapidamente. Primo giorno: una middle d’altri tempi, piena di rimbalzi e cambi di direzione, con Roland Pin al suo meglio. E poi la long. O meglio: la long degli altri. Perché ormai età, peso, chilometraggio e quel trascurabile dettaglio chiamato “allenamento” fanno sì che io possa affrontare certe gare con un concetto piuttosto personale di percorso. Gli atleti seguono la sequenza 1-2-3-4-5. Io applico un modello più creativo. Una specie di Netflix dell’orienteering: guardo alcune puntate, ne salto un paio, torno indietro, poi magari vedo direttamente il finale.

Terzo giorno ad Archeton, con una delle aree di arrivo più belle che io ricordi, riesco nell’impresa di ritirarmi una prima volta andando alla 7 — mai trovata, nonostante una serie di passaggi a volo radente che probabilmente hanno provocato alla lanterna la stessa sensazione di quando aspetti un autobus e ne passano quattro dalla parte opposta — e una seconda volta andando alla 15. Poi completo la parte finale a sequenza libera, ma è bella lo stesso. Bella oltre il bello. E in qualche modo anche questo è orienteering. Non quello delle classifiche ma quello per cui, nonostante tutto, continui a tornare.

Dal Cansiglio la Stegal-car punta verso Madonna di Campiglio. Il solo fatto di poter passare alcuni giorni parlando, confrontandomi e scambiando opinioni con una persona genuina e generosa come Tommaso Scalet vale già il viaggio. Poi ci sono anche le gare. Una partenza della gara sprint nel pomeriggio con arrivo davanti al tabellone commemorativo dei vincitori della TreTre. 

Poi una bellissima gara a Malga Patascoss, con uno dei momenti che rendono perfettamente ragione del motivo per cui continuo a fare queste cose. Sono sulla carta, cerco i punti. Chiamo il cartografo, Buselli.

Lo tiro praticamente giù dal letto. Lui risponde con quella voce che significa inequivocabilmente: "Se squilla il telefono a quest'ora del mattino, qualcuno deve essere morto”.

No. Sono solo io. Che forse è peggio. Sto cercando davvero i punti sulla sua carta e contemporaneamente sto cercando una minuscola bava di campo telefonico sufficiente a mantenere viva la chiamata per raccontargli in diretta cosa sto facendo e quanto mi sto divertendo. Questa, credo, è la versione orientistica dell’assistenza tecnica da remoto: “Vedi quella forma del terreno?”. “No". “Il costone?”. “No". “Il sentiero?”. “No”. “Stefano, ma dove sei?”. “È esattamente quello che sto cercando di capire”. Il dialogo in realtà (perché è reale) non è avvenuto durante la gara di Malga Patascoss, ma l’ultimo giorno quando si sale al Grosté. E sul Grosté non c’è molto da aggiungere.

Chi c’è stato sa. Chi non c’è stato dovrebbe andarci. Chi c’è stato e non ha fatto orienteering lassù dovrebbe tornarci. Io, per non saper né leggere né scrivere, dal punto 10 al punto 11 faccio Mobile-O con Marco: gli mando il francobollo con la foto della carta, lo chiamo, lo tiro già dal letto e mi faccio guidare verso il punto. Da cui il dialogo scritto sopra (ma quello con Buselli non è stato molto diverso).

Nel frattempo cominciano ad arrivare alla segreteria dello Spinale alcuni dei tori e delle toresse che parteciperanno alla 5 Days. E lì si apre uno dei miei spettacoli preferiti. Arrivano atleti con fisici che sembrano prodotti in uno stabilimento scandinavo specializzato in orientisti professionisti. Chiedono di iscriversi alla gara del giorno: 

“Abbiamo Open Corto e Open Medio". 

Pausa.

“Avete Elite?”

Sguardi. Che si posano sulle maglie dell'Halden SK. Gambe che hanno chiaramente un numero di cavalli superiore a quello della Stegal-car.

“Ah”

No, evidentemente non sono arrivati fin quassù per fare due passi attorno allo Spinale.

Pochi chilometri e poche ore dopo e si scende in Val di Sole. E qui lo dico senza troppi giri di parole: per me questa 5 Days è stata forse l’edizione più bella di sempre. Si comincia a Cogolo con un prologo magnifico. E con un commento di una prolissità stordente per chi aveva a che fare con me per la prima volta. Per gli altri ormai esiste una procedura consolidata. Mi accendono il microfono. Aspettano. Dopo circa quattro ore si chiedono perché le pile vanno ancora e non si sono ancora carbonizzate.

La premiazione è una operazione logistica che avrebbe messo in difficoltà il comando dello sbarco in Normandia. Piove. Le bandiere non vogliono stare allineate. Le autorità arrivano e scompaiono con tempi da finale olimpica dei 100 metri. La scaletta cambia continuamente. Bisogna premiare tutti, possibilmente nell’ordine giusto, possibilmente senza annegare gli spettatori e possibilmente senza che un fulmine trasformi lo speaker in un esperimento di Alessandro Volta.

In qualche modo ce la facciamo.

Il giorno dopo salgo per la prima volta al Passo del Tonale, zona aeroporto. Arrivo presto, troppo presto. Talmente presto che non c’è nessuno. Niente arena. Niente posatori. Niente organizzatori. Niente. Per qualche minuto ho il ragionevole dubbio di aver sbagliato giorno. Poi mi rendo conto che no: sono semplicemente arrivato prima di tutti. Il che comporta immediatamente la conseguenza più ovvia: parcheggio la macchina esattamente nel posto peggiore possibile per tutte le grandi manovre che dovranno cominciare di lì a poco. Nel frattempo comincio le mie. I primi punti sono più che altro grandi strambate: restare in piedi e contemporaneamente cercare le lanterne si rivela un multitasking superiore alle mie capacità. Peraltro non ci sono nemmeno le lanterne, solo piccole fascette. Potrei passarci accanto, potrei passarci sopra, potrei essere a cinquanta metri da dove credo di essere. In tutti e tre i casi la mia capacità di accorgermene sarebbe sostanzialmente identica.

Poi esco dal bosco, arrivo sui pascoli e cambia tutto. Alta montagna. Silenzio. Nessun rumore tranne il mio fiatone. Passi lenti. Una lanterna, poi un’altra: allora qualcuno è in giro e sta facendo il suo lavoro. Il morale che risale. E infine il traguardo, dopo aver attraversato una palude nella quale affondo più volte fino al ginocchio, mi copro di fango, stanco e felice. Quanto è bello sporcarsi da capo a piedi facendo uno sport pulito?

Il giorno successivo, invece, le previsioni annunciano la tempesta perfetta. A quel punto la competizione più importante non è più quella degli atleti, ma quella degli organizzatori contro l’orologio: quanta gente riusciamo a far partire e soprattutto a far tornare prima dell’ora X? Anche la mia gara dell’alba finisce al punto 7.

Squilla il telefono e questa volta è il mio. È il boss che chiama: “Vieni giù di corsa!!!”. Di corsa… certo. Apprezzo sempre l’ottimismo delle persone che mi circondano. Bisogna dare comunicazioni urgenti a tutti, in qualunque lingua del mondo. Ed ecco che la tecnologia viene in soccorso: inglese, francese, tedesco. Provo persino lo svedese. Poi arriva il ceco. Guardo lo schermo, guardo il testo, riguardo lo schermo… Bandiera bianca. Ci sono limiti che l’essere umano non dovrebbe oltrepassare, nemmeno se è lo speaker.

Poi il meteo decide di farsi perdonare. Lago dei Caprioli. Terza e quarta tappa. E qui potrei scrivere moltissime cose, ma ne basta una. Sto percorrendo il giro del lago verso il penultimo punto quando incrocio un atleta dell’Halden, sempre lui, il toro. Si guarda attorno. Guarda me. E mi domanda, più o meno: “Ma davvero ci viene concesso di gareggiare in un posto così bello?

Sì.

Esattamente.

Parole sante. E infatti le ripeterò al microfono fino allo sfinimento. Soprattutto quello degli altri.

L’ultima tappa è a Ossana. Un altro piccolo gioiello targato Tommaso Scalet. Partenza nel bosco sopra il paese e poi giù, verso vicoli, case e giardini. Jörgen Mårtensson, che agisce da posatore, mi ferma addirittura per chiedermi di verificare un paio di punti, mentre solo in pura frenesia da orientista e mi sembra di riconoscere in mappa persino i singoli fili d'erba. Ora… Quando Jörgen Mårtensson chiede a me di controllare se due punti di orienteering sono posati bene, le possibilità sono due. O l’universo sta per finire. O questa estate ha definitivamente mandato fuori asse la realtà.

E poi si entra a Ossana. Ed è qui che succede una delle cose che amo di più delle gare di orienteering nei paesi "giusti". La gente esce. Guarda. Chiede. Sente parlare lingue diverse. Vuole capire cosa stanno per fare due migliaia di persone sudate che corrono per i loro vicoli fissando un foglio pieno di colori. Qualcuno mi ferma. Mi chiede cosa sia quella cosa bianca e arancione.

Spiego che è una lanterna. Mi ascoltano. Ci pensano. Poi arriva il suggerimento: “Però se la mettete nell’altro angolo del giardino è più nascosta”. Ecco… Adesso provate voi a spiegare il concetto di centro del cerchietto. 

In una giornata di un caldo oltre l’immaginabile, la 5 Days finisce così: tra gli atleti, tra le case, tra le persone. In gloria. E io? 

Io continuo. Continuo a guidare. Continuo a dormire nei posti più improbabili — improbabili nel senso di “ma ti vedi dove hai dormito?”. Continuo a parlare. Continuo a incontrare persone. Ed è forse questa la cosa che resta davvero di questi mesi. Perché nelle manifestazioni sportive che stanno un gradino sotto i grandi eventi planetari — quelle senza limousine, senza red carpet, senza migliaia di volontari e senza qualcuno che ti porta il caffè perché “lo speaker deve restare concentrato” — incontri una umanità straordinaria: persone che montano un gazebo alle sei del mattino, che posano una lanterna, che spostano una transenna, che ti danno un passaggio, che ti portano una bottiglia d’acqua, che hanno dormito meno di te ma ti chiedono comunque se hai bisogno di qualcosa.

Persone che si fanno un mazzo così affinché questo enorme gnocco che gira attorno al Sole continui, nonostante tutto, a essere un posto abbastanza vivibile. E soprattutto pieno di passioni. Non sono le mappe a contare in questo racconto. Solo i ricordi e qualche foto. 

Anche perché le foto mi servono come documentazione scientifica: sono partito con dieci, forse dodici chili in più. Oggi il mio profilo è decisamente migliorato. Vorrei poter scrivere che è merito della mia incrollabile forza di volontà, di una alimentazione equilibrata e di un programma di allenamento studiato nei minimi dettagli.

Non posso. Diciamo che la vita ha elaborato un programma dimagrante molto più efficace. Non necessariamente lo consiglierei su TripAdvisor, ma almeno per quanto riguarda il profilo sulle foto funziona.

E a questo punto uno potrebbe pensare: “Beh, Stefano. Due mesi così. Cansiglio. Campiglio. Grosté. Val di Sole. Tonale. Lago dei Caprioli. Ossana. Migliaia di concorrenti. Campioni del mondo che arrivano alla segreteria chiedendo se per caso possono correre l’Elite. Temporali. Microfoni. Paludi. Alberghi. Automobili. Boschi. Montagne. Direi che il meglio dell’estate è passato”

No. Per niente. Perché proprio quando questa estate sembrava aver già giocato tutte le proprie carte, la Stegal-car ha puntato il muso verso sud-ovest. Verso il mare. Verso la Liguria. Verso Genova. E lì mi aspettava qualcosa per cui, in fondo, erano serviti tutti gli anni precedenti, tutte le gare, tutti i microfoni, tutte le volte in cui avevo raccontato un arrivo nel bosco come se fosse la finale dei Giochi Olimpici.

Stavolta non c’erano soltanto tre gazebo e un prato. Stavolta erano davvero i Campionati del Mondo. I WOC 2026. Genova, le nazionali, le televisioni, i migliori orientisti del pianeta. Per Forsberg. Ed io. Che, già mettendo questi ultimi due nomi nella stessa frase, provo un certo imbarazzo. 

Pensavo di sapere cosa significasse fare lo speaker ad una gara di orienteering. Pensavo di sapere cosa significasse vivere un grande evento. Pensavo persino di sapere quanto fosse alto il livello massimo al quale può arrivare il mio senso del ridicolo.

Mi sbagliavo su tutte e tre le cose. Ma questa è un’altra storia. E merita una puntata tutta sua. La prossima puntata

Monday, June 15, 2026

L'uomo che non sapeva più dove si sarebbe svegliato

C'è un momento preciso dell'anno in cui una persona normale prende le ferie, prenota un albergo, mette due magliette in valigia, compra una guida turistica e magari si concede il lusso di fare colazione dopo le otto (e, nel mio, caso, di non finirla prima delle 10, perché sia mai che avanzino uova e bacon).

Io no. Io ho deciso che il modo migliore per rilassarmi sarà attraversare mezza Italia rincorrendo boschi, cartine, microfoni, partenze, arrivi, parcheggi improbabili e sveglie impostate a orari che normalmente vengono utilizzati soltanto dai pescatori d'altura e dalle squadre speciali: nel giro di poche settimane passerò dal Cansiglio a Madonna di Campiglio, dalla Val di Sole fino a Genova per i Campionati del Mondo.

Almeno, credo. Perché già adesso non sono più sicuro dell'ordine.

Tra qualche giorno mi sveglierò alle cinque del mattino, guarderò il navigatore e gli chiederò semplicemente: "Portami dove devo essere oggi". Lui probabilmente risponderà: "Mi dispiace, ma nemmeno io ci sto capendo qualcosa". La macchina diventerà il mio appartamento, il bagagliaio un armadio e il sedile del passeggero un archivio di accrediti, mappe, cronoprogrammi e bottigliette d'acqua mezze vuote.


Cambieranno i paesaggi, cambieranno le montagne, cambieranno gli alberi e cambieranno perfino gli accenti. Io invece continuerò a fare sempre la stessa cosa: parlare per ore dentro un microfono cercando di convincere migliaia di orientisti che correre dentro un bosco sia la cosa più divertente del pianeta.

E, cosa ancora più inquietante, potrei anche riuscirci. Naturalmente tutto questo arriva dopo l'esperienza olimpica, perché una volta che hai avuto il privilegio di vivere l'atmosfera dei Giochi Olimpici da speaker, succede qualcosa di strano: non riesci più a guardare un'arena senza immaginare un countdown, una musica epica e qualcuno che entra sventolando una bandiera, anche se davanti hai soltanto un prato, tre gazebo e un parcheggio pieno di furgoncini multicolori.

Vorrei provare a portare un pezzetto di quella magia ovunque vado, anche in mezzo a un bosco. Anzi, soprattutto in mezzo a un bosco. E poi arriveranno i Mondiali. I veri Mondiali. Quelli con i campioni, le medaglie, le televisioni e la gloria. E con Per Forsberg, la leggenda, il monumento, l’enciclopedia. Ma saranno gli spettatori delle Spectator Races ad avere qualcosa di ancora più esclusivo, perché loro avranno lo speaker olimpico.

Insomma, gli atleti d'élite avranno Per Forsberg. Gli spettatori avranno me. Mi sembra un compromesso assolutamente equilibrato. Anzi, sono sicuro che probabilmente qualcuno si iscriverà soltanto per questo (o forse no). Alla fine di tutto questo viaggio avrò percorso centinaia di chilometri, attraversato climi completamente diversi, cambiato albergo così tante volte da non ricordare più il codice del Wi-Fi di casa mia e incontrato migliaia di persone.

Cercherò di raccontare gare incredibili, rimonte spettacolari, errori clamorosi e vittorie memorabili. Almeno per la prima mezz’ora… poi comincerò a confondere il vincitore del Cansiglio con quello della Val di Sole, attribuirò una sprint a una long distance e forse finirò per raccontare che qualcuno ha vinto a Madonna di Campiglio correndo in Liguria.

Tutto questo sarà inevitabile perché, verso la fine di questa maratona estiva, ogni mattina inizierà allo stesso modo: suonerà la sveglia, aprirò un occhio, guarderò il soffitto, e la prima domanda non sarà "Che ore sono?" ma sarà "Ma... oggi in che regione mi trovo?"

Se riuscirò a ricordarmelo prima del caffè, sarà già una piccola vittoria. Per il resto ci penseranno il microfono, la bussola e quella meravigliosa follia chiamata orienteering.

(le foto, grazie Claudio, sono prese dal servizio RAI dedicato alle gare di Pisa)

Wednesday, June 03, 2026

Come praticare orienteering senza fare neanche mezza gara

C’è gente che misura una stagione di orienteering in chilometri corsi, punti di Coppa Italia, ranking, podi, split time e scelte di percorso. Io invece ho deciso di affrontare il 2026 come farebbe un panda in letargo, un dirigente FIGC, uno stand-up comedian che nessuno sta ad ascoltare: senza correre praticamente una mazza.

A metà stagione sportiva posso infatti affermare con orgoglio che non ho disputato neanche mezza gara. Zero. Nada. Nisba. Probabilmente all’Unione Lombarda Milano ci sono nuovi compagni e nuove compagne di squadra che pensano che io sia una leggenda metropolitana. Una specie di Bigfoot. Un’entità di cui hanno sentito parlare, ma che nessuno ha mai visto davvero.

“Ma Stefano esiste?” “Pare di sì” “Corre?” “No” “Ma fa orientamento?” “Boh, credo parli al microfono” “Ah, tipo Spotify?” Più o meno. La verità è che mentre il resto del movimento si preparava per la stagione, io ero impegnato in una piccola distrazione chiamata Olimpiadi.

Quelle vere. Quelle con i cinque anelli. Quelle dove se sbagli una frase ti sentono milioni di persone invece dei soliti tre dirigenti federali, due genitori e un concorrente che si è perso andando alla partenza. Come ho già raccontato, tra gennaio e febbraio la mia vita è stata completamente risucchiata dentro l’avventura olimpica del pattinaggio di velocità. Arena speaker.

Il che significa che mentre gli altri facevano ripetute nei boschi, io annunciavo campioni olimpici. E qui entra in gioco una statistica che considero assolutamente imparziale e scientifica, praticamente una scienza esatta: tra gli speaker italiani presenti ai Giochi, io sono probabilmente il più vincente della storia. Tre ori. Quelli di Francesca Lollobrigida e del Team Pursuit con Davide Ghiotto, Andrea Giovannini e Michele Malfatti. Due bronzi: quelli di Riccardo Lorello e ancora di Giovannini. Ora, non sto dicendo che abbiano vinto grazie a me. Non lo sto dicendo, eh? Sia ben chiaro… “Ah! Però lo hai scritto!”. No, io sto solo facendo notare timidamente ed in modo velato che non hanno vinto tre ori e due bronzi senza di me.

Perché le coincidenze esistono. Ma fino a un certo punto.




Nel frattempo, mentre io annunciavo il primo oro italiano e la mia voce finiva nei telegiornali nazionali, sui social e praticamente ovunque tranne che nella segreteria della FISO, risultavo anche tracciatore della gara di Milano nei Parchi del Parco Forlanini. Una presenza puramente burocratica, più o meno come dichiarare che durante il primo allunaggio ero impegnato a controllare i buchi nella fetta di emmenthal.

Quando sono finite le Olimpiadi ho pensato: bene, adesso torniamo all’orienteering.

E infatti sono andato immediatamente a prendermi ice buckets in faccia tra Pietra Ligure e Albenga. Da speaker, naturalmente. Perché se c’è una cosa che distingue uno speaker da una persona sana di mente è la disponibilità a correre la gara prima di tutti per poi lavorare altre sei ore. “Ma chi glielo fa fare?” hanno detto alcune tra le persone meglio introdotte nell’ambiente tra cui le gemelle Sara e Nora Delic? Brave ragazze: domanda eccellente. La risposta? “Eh… ma che ne so…”.

Giusto per dire, tutti quanti ci ricordiamo del famoso passaggio sulla spiaggia di Pietra Ligure. Bellissimo. Poetico. Romantico. Una roba da catalogo turistico. Poi però arriva la realtà. Perché se lo fa Matthieu Van Der Poel (giuro che ho pensato a Van Der Poel in quel momento!) sembra una pubblicità Nike. Se lo faccio io sembra il trasporto eccezionale di un frigorifero industriale su terreno accidentato. E con quel vento. E con quella pioggia gelata. Da ovest, sempre da ovest (maledetti francesi, pensavo, che non si sono tenuti la tempesta sulla testa ancora per un paio d’ore, il tempo che io finissi il mio giro). Ogni volta che giravo i piedi verso ovest sembrava che il Mediterraneo avesse deciso di prendertela con me, ma sul personale proprio!

Il giorno dopo invece sole, caldo, premiazioni in pantaloncini. Come se qualcuno avesse cambiato continente durante la notte, una roba che nemmeno gli sceneggiatori di Netflix quando finiscono le idee.

Da lì è iniziata probabilmente la parte più assurda della stagione. Si riparte da Osoppo, che in realtà era la metà di un viaggio multimodale degno di una tesi di ingegneria dei trasporti. Tram e bus, in una giornata con lo sciopero ATM. Stazione di Rogoredo: il treno mi parte davanti mentre sto per mettere il piede sul predellino. Vengo recuperato in extremis da Marco, quando ormai mi sento già poco essere umano e più bastoncino del testimone di una staffetta.

Finisco a Baselga dove, indossando una maglietta taglia L che sui miei 110 chili aveva più o meno la stessa efficacia di un telo mare usato come tendone da circo, presento la serata dedicata ai campioni olimpici dell’Altopiano di Piné. “Non le abbiamo fatte più grandi perché gli atleti non portano più di una L”. Certo, evidentemente io appartengo a una categoria zoologica differente. 



Poi praticamente autostop fino a Borgo Valsugana. Alle sei del mattino del sabato vengo recuperato in stile film sovietico lungo una statale deserta dal bi-campione del mondo Luca Dallavalle che mi porta al furgoncino del Gronlait.

A quel punto mancava solo un elicottero della NATO.

Arrivo a Osoppo. E lì vengo praticamente adottato, prima da Bepi Simoni e Clizia Zambiasi che mi portano avanti e indietro tra Gemona e Osoppo, poi da Paolo Di Bert che mi accompagna fino a Udine, non prima di avermi fatto vedere la sede del Friuli MTBO. Nel mezzo commento tre gare di MTBO. Tre. Non una. Tre. Come le medaglie d’oro che ho commentato alle Olimpiadi (questa cosa delle Olimpiadi riesco sempre a buttarla dentro in ogni discussione… così per caso…). Ad Osoppo mi invento una cosa mai fatta prima, perché se Mariah Carey riesce a cantare in italiano durante una cerimonia olimpica, allora anch’io posso fare un discorso in sloveno, con l’aiuto fondamentale di Metka (ovvio!) che probabilmente si è resa conto che la mia pronuncia rappresentava una minaccia diplomatica per le relazioni tra Italia e Slovenia.

Eppure ce l’abbiamo fatta. Più o meno. Poi Carrega, Cremona, Locarno, la Svizzera che tutti immaginano come un posto ordinato, pulito e perfetto (e lo è, intendiamoci) e per noi dell’orienteering passare da una località all’altra significa soprattutto una cosa: scoprire i giovani fenomeni che arrivano, le vecchie glorie che resistono ed i dirigenti che presidiano le proprie sedie come se sotto ci fosse custodito il Sacro Graal. Devo dire che purtroppo, talvolta (lo dico in modo impalpabile e velato) l’orienteering italiano è anche questo: una gigantesca staffetta generazionale, con i giovani leoni che bussano alla porta e qualcuno che da dentro continua a chiedere: “Chi è?” “Siamo noi, il futuro” “Ripassate tra dieci anni!”.



Poi arriva Cuneo e la Provincia Granda, che già nel nome sembra una minaccia orientistica elevata al quadrato: salite che sembra che ti portino al valico con la Francia, albergatori che riescono a lasciarti a piedi una volta. Due volte. Tre volte. Tre, come le medaglie olimpiche che…  Alla terza non sei più un cliente ma una cavia per uno studio sociologico del tuo rapporto tra Booking e la realtà. Durante la sprint di Demonte c’è persino chi mi chiede di abbassare la voce. Abbassare la voce. A me? Perché sto facendo troppo casino per una gara nella categoria W16. Come se quelle ragazze non si stessero giocando tutto, come se il bello dello sport non fosse esattamente quello, come se la passione dovesse essere tenuta al guinzaglio.


Naturalmente ho continuato, forse pure più forte 😊

Poi Sestri Levante, Campomorone, e le selezioni WOC. Bellissime, tecniche e intense. Dove succede una cosa che Pietra Ligure, con tutta la sua pioggia biblica, non poteva offrire: l’apripista sbuca sulla spiaggia, il sole finalmente esplode, e improvvisamente il lungomare si riempie di persone che stanno iniziando l’estate. Se avete partecipato alla gara di Sestri Levante non dite che non ve ne siete accorti! (parlo per i concorrenti maschi, ovviamente). La differenza tra Pietra Ligure e Sestri è che nel primo caso il mare cercava di uccidermi, nel secondo sembrava stesse organizzando una sfilata. Io naturalmente ero lì a fare il mio lavoro, professionalmente concentrato. Come sempre? Più o meno...




E infine Pisa. Ora, vorrei ripetere qui quello che ho detto fino allo sfinimento (altrui) durante la diretta. Ci sono luoghi iconici, ad esempio il Colosseo: molto bello. Peccato che i romani ne abbiano disseminati ovunque. Oppure la Cappella Sistina: fantastica. Oppure ancora Piazza del Campo: meravigliosa. La Basilica di San Marco: un miracolo.

Ma la Torre di Pisa è un’altra cosa. La Torre di Pisa è immediatamente riconoscibile da qualsiasi essere umano dotato di occhi. È probabilmente l’unico monumento al mondo che da secoli viene osservato da milioni di turisti che fingono di sostenerlo con le mani, praticamente il più grande meme architettonico della storia. E qualcuno è riuscito a farci correre l’orienteering sotto. Non in periferia, non nel parco dietro il centro commerciale: sotto la Torre di Pisa. Una struttura che passa la vita inclinata senza mai cadere… che a pensarci bene è una metafora perfetta per metà delle nostre organizzazioni sportive, eppure funziona, incredibilmente funziona!




Così come funziona questo sport bislacco e maltrattato e bistrattato.

Perché alla fine della fiera io non ho corso neanche mezza gara. Eppure ho visto più orienteering di quanto avrei visto gareggiando. Ho visto ragazze diventare donne. Ragazzi timidi trasformarsi in guerrieri. Vecchi campioni restare competitivi. Nuove generazioni affacciarsi. Tecnici crescere. Organizzatori impazzire. Volontari fare miracoli. Ho visto una comunità che continua a reinventarsi, a litigare, a discutere, a lamentarsi, ma anche a costruire e a resistere.

E adesso? Adesso arrivano il Cansiglio Orienteering Meeting, la Tre3 di Madonna di Campiglio, la 5 Days Italy e soprattutto i WOC. Non ho ancora capito esattamente quale sarà il mio ruolo, ma ormai ho imparato che non importa. Perché in questa prima metà del 2026 ho praticato il mio sport preferito senza correre, senza punzonare, senza classifiche, senza punti in lista base, eppure immerso nell’orienteering fino al collo. Che forse è il modo più assurdo e probabilmente più bello per vivere questo sport.

Anche se, a pensarci bene, una garetta prima o poi sarebbe pure il caso di farla, Giusto per dimostrare ai nuovi dell’Unione Lombarda che esisto davvero!

Tuesday, May 12, 2026

Si fa presto a dire Svizzera – seconda parte

Ci sono dei posti che, per tutta la vita, restano una specie di miraggio. Una parola pronunciata da bambini davanti alla televisione accesa. Un rumore di sigla. Un accento. Una voce. Per me, “Svizzera” è stata prima di tutto questo. Per quelli della mia generazione cresciuti vicino al confine, la Svizzera non era “estero”, ma era un’altra idea di mondo.

Era la televisione che sembrava fatta meglio. Era il rispetto dei tempi. Era la sensazione che dietro ogni trasmissione ci fosse gente preparata davvero. Era la voce calma di chi non aveva bisogno di urlare per essere autorevole. Noi crescevamo così: con la RAI che ogni tanto sembrava arrangiarsi e la Televisione Svizzera che invece dava l’impressione di sapere sempre esattamente dove mettere le mani.

E dentro quel mondo io ci sono cresciuto. Senza accorgermene troppo, mi sono portato dentro quel modo di raccontare lo sport: la competenza senza arroganza, l’entusiasmo senza cialtroneria, la passione senza bisogno di fare spettacolo a tutti i costi. Forse anche per questo, quando anni dopo mi sono ritrovato davvero dentro una produzione svizzera internazionale, la sensazione è stata stranissima: come se qualcuno avesse improvvisamente aperto una porta e mi avesse fatto entrare dentro la televisione della mia infanzia.

Era il sabato pomeriggio con dei programmi semplici eppure perfetti. Era “Sabato Sport”. Era Oxygene di Jean-Michel Jarre che partiva in sottofondo e sembrava spalancare le porte di tutti gli sport del mondo. Era la Televisione della Svizzera Italiana che arrivava limpida, precisa, professionale, elegantemente diversa. Era Jacki Marti dalla Valascia o dalla Resega (ma anche dalla Terzerina o dalla palestra Arti&Mestieri), era Ezio Guidi da Kitzbuehel o da Garmish, era Libano Zanolari dalla Sasslong o dalla Val’d’Isère, era Tiziano Colotti dallo stadio di Cornaredo. Gente che non urlava: raccontava. E raccontando insegnava che la passione non è incompatibile con la competenza. Anzi.

Io quella roba lì me la sono portata dentro per anni. Per questo motivo, quando dici “Svizzera”, io non penso subito alle banche, agli orologi o al cioccolato. Io penso alle telecronache fatte bene.

Penso al rigore. Penso all’ordine. Penso a quel modo tutto svizzero di fare le cose seriamente senza bisogno di farlo pesare. E allora capite bene perché, quando mesi fa è arrivata da Checo e Toncsi la chiamata per essere arena speaker alla prima tappa della Coppa del Mondo di Orienteering 2026 tra Locarno e Ascona, la mia prima reazione non sia stata “che bello!”.

La mia prima reazione è stata:

“Oddio.”

Perché va detta una cosa: l’Italia, nell’orienteering, rispetto alla Svizzera è indietro di parecchie lunghezze. E io questo lo so benissimo. Lo sappiamo tutti, non nascondiamoci dietro un dito. Ma gli amici ticinesi sapevano anche un’altra cosa. Sapevano che io in Ticino ci ho lasciato dentro un pezzo di cuore da anni. Sapevano che quelle gare sarebbero passate anche dalla lingua italiana. Sapevano che la gente della Piazza voleva sentire entusiasmo, calore, partecipazione. E probabilmente sapevano anche che, dopo aver avuto il battesimo del fuoco alle Olimpiadi, ero diventato uno che davanti a un microfono può anche buttarsi in quel fuoco senza pensarci troppo.

Così hanno chiamato l’italiano. E l’italiano, appena ha capito in mezzo a chi sarebbe finito, ha avuto un attacco di panico elegantemente mascherato da sorriso professionale. Perché una cosa è fare il matto al microfono. Un’altra è ritrovarsi accanto a gente come:

Nik Suter. Padre di quel Timo Suter lì. Ex nazionale svizzero di orienteering. Membro del Consiglio Generale IOF. Arena speaker delle grandi gare internazionali in Svizzera. Uno che, quando apre bocca, capisci immediatamente che sei seduto al tavolo dei grandi.

Beat Liechti. Che uno potrebbe dire: “Ah sì, quello del calcio svizzero”. E già qui ci sarebbe da fermarsi, perché dopo le ultime uscite di Mr. G. (ex presidente di questo e quello) io eviterei pure l’espressione “calcio”, parlerei direttamente di “pedate alla sfera”. Ma Beat non è “solo” quello. Beat è la voce di Wengen. La voce del Lauberhorn. Capite? Il Lauberhorn. Una di quelle robe che per chi ama lo sport – lo sci alpino in questo caso - stanno a metà tra la leggenda e la religione.

E poi Danilo Trachsel. Voce del Thun, squadra che ha appena vinto da neopromossa il campionato svizzero del suddetto sport di pedate alla sfera. Voce di eventi. Voce di ritmo. Voce di energia. Uno che riesce contemporaneamente a fare il commentatore, il coordinatore, il DJ e probabilmente anche a controllare il meteo senza scomporsi. 

E in giro nella zona speaker... Ma niente di che... Solo Simone Niggli. Che detta così sembra quasi normale. Simone Niggli. La Simone Niggli che prima era Simone Luder. La Simone Niggli che nell’orienteering equivale più o meno a dire Maradona, Federer, Bolt e Mozart messi assieme. La Simone Niggli che girava lì come commentatrice tecnica mentre io cercavo disperatamente di ricordarmi come si respirasse normalmente.

E poi Elena Roos. Le telecamere della RSI. Quelle della SRG. Pullman regia lunghi come treni regionali. Cameramen ovunque. Auricolari. Radio. Monitor. Produzione televisiva organizzata con precisione chirurgica.

E soprattutto Piazza Grande. Piazza Grande di Locarno. Gremita di gente che fa il tifo. Quella stessa Piazza Grande dove ero stato appena l’anno scorso per il Festival del Cinema di Locarno, ospite di una banca svizzera, sentendomi già allora un infiltrato capitato per sbaglio dentro un film. Mai avrei immaginato che ci sarei tornato così presto. E soprattutto mai avrei immaginato di tornarci con un microfono in mano.


 

E poi Locarno. Locarno che fino a poco tempo fa, nella mia testa, era soprattutto cinema, Festival, Piazza Grande, i film, le stelle, le première. E invece all’improvviso è diventata orienteering. È diventata speakeraggio. È diventata adrenalina. È diventata cuffie, radio, countdown ma in modalità “Non c’è countdown!”, atleti in quarantena mentale prima della partenza, producer che parlano in tre lingue contemporaneamente, cameraman che corrono come mezzofondisti, tecnici che sembrano controllori di volo.

Ed io in mezzo a tutto questo. Ancora oggi faccio fatica a crederci. Locarno, poi, è stata una sorpresa vera. Io sono arrivato dopo un viaggio ferroviario abbastanza psichedelico, perché il vagone su cui ero salito a Milano Centrale aveva deciso autonomamente di deviare verso Giubiasco, probabilmente senza consultare nessuno di noi passeggeri. E già lì ho pensato che il weekend sarebbe stato interessante.

Ma appena uscito dal treno, la città mi ha preso a schiaffi di bellezza. Il lago. Il lungolago. La luce. Quel primo sole caldo dell’anno che senti addosso ancora di più perché vieni da mesi di freddo e grigio e improvvisamente ti ricordi che esiste anche la primavera. E poi la sensazione immediata che Locarno e Ascona fossero semplicemente perfette per l’orienteering internazionale: eleganti ma vive, belle ma non finte, ordinate ma accoglienti. Un posto dove lo sport sembrava stare bene.

E la cosa che più mi ha colpito è stata il modo in cui il team ticinese mi ha accolto. Non “l’italiano invitato”. Non “quello delle Olimpiadi”. Non “quello che ogni tanto urla”.

Uno di loro.

Questa cosa io non la dimenticherò facilmente. Perché la verità è che io quella responsabilità l’ho sentita tantissimo. Ogni singolo giorno. Ogni singolo collegamento. Perché se io avessi sbagliato, non sarebbe stato “ha sbagliato Stefano”. Sarebbe stato: “Avete chiamato l’italiano”. E quindi dentro quelle tre giornate io ci ho buttato tutto: la mia professionalità, la preparazione, la passione, la voglia di essere all’altezza, la paura di non esserlo. E soprattutto la voglia disperata di dimostrare che avevano fatto bene a fidarsi.

Le prime riunioni Zoom le ho vissute quasi in apnea. Io zitto. Loro precisissimi. Timing. Scalette sincronizzate al secondo (grazie Sarina Jenzer!). Inquadrature. Coordinamenti. Transizioni.

Sembrava la NASA. Poi però, piano piano, la tensione è scesa. Anche perché a un certo punto Nik Suter ha tirato fuori il suo asso: “Lo spazio al microfono ce lo dividiamo 50 e 50. Non siamo qui a parlare uno più dell’altro”. E lì credo di aver visto la luce. Perché diciamoci la verità: tra qualche settimana mi toccherà entrare in modalità “novanta-dieci”. Novanta a LUI. Dieci a me. E gli svizzeri che mi sentivano parlare in tre lingue e capire in quattro lingue, e continuavano a guardarmi come se fosse una cosa incomprensibile: “Ma perché tra qualche settimana non fate <<cento a te e chiunque altro fuori dai piedi>>?

Eh. Bella domanda. Ma in Ticino no. In Ticino era squadra vera. Ascolto. Equilibrio. Fiducia reciproca. E allora ci siamo messi a giocare questa partita bellissima. Tre giorni vissuti cercando contemporaneamente di essere professionisti e di divertirci. Che poi forse è il segreto dei grandi eventi fatti bene: nessuno si prende troppo sul serio, ma tutti prendono molto seriamente quello che fanno.

Io intanto cercavo di incendiare la Piazza. Come alle Olimpiadi, dove ho appreso le vere tecniche dei maestri di cerimonia da Simon Harding. Ho cercato di trovare un ritmo dove entrasse anche una parte di coinvolgimento, di partecipazione. Ho provato a portare il pubblico dentro la gara. E ogni tanto mi sono pure inventato robe totalmente folli. Tipo quando Danilo, in modalità DJ, ha messo Born To Be Alive di Patrick Hernandez. E io, senza alcun preavviso al cervello, mi sono trovato a urlare:

“BORN TO BE… ORIENTEER!!!”

Con Simone Niggli-Luder che mi guardava con un’espressione a metà tra lo stupore scientifico e la richiesta immediata di assistenza psicologica. Momenti meravigliosi.

E poi le classifiche ricordate a memoria: Nik e Beat che mi guardavano chiedendosi dove stessi leggendo. “Non può mica andare a memoria…”. E invece sì, perché quando ami questo sport in modo malato, certe cose ti restano dentro come le formazioni dei Mondiali per quelli della mia generazione.

Nel frattempo cercavo anche di fare il misterioso, provando pezzi dei percorsi disegnati da Florian Howald, da Francesco Guglielmetti, da Sergio Cantoreggi, senza farmi vedere troppo in giro.

Anche perché in questo periodo corro piano. Piano forte. Molto piano, persino fermo quando ho provato il loop finale della knock-out sprint disegnata da Sergio. Sapete quelle volte che speri che siano le lanterne ad arrivare verso di te? Ecco… questo è il loop finale della ko-sprint di Sergio. Commento tecnico della mia prova come apripista: non ci ho capito una mazza! Mi sono auto-assolto solo pensando che dovevo fare il vago perché non volevo rivelare dettagli dei tracciati. Quindi mi muovevo con la discrezione di un agente segreto… però lento.

(nota post produzione: feedback di alcuni atleti, tradotto da una lingua qualunque: "era troppo tecnica, non dovrebbe essere necessario camminare per leggere la mappa". ALLORA SONO IN OTTIMA COMPAGNIA!!!)

Un’esperienza incredibile. E la cosa più bella è stata vedere come un’organizzazione gigantesca, piena di mezzi e professionalità, riuscisse comunque a mantenere un’anima umana. Perché sì, c’erano i camion regia, c’erano le telecamere, c’erano le radio, c’erano le produzioni televisive.

Ma c’erano anche le risate, le prese in giro, le facce stanche a fine giornata. La gente che si aiutava in un continuo gioco di squadra (e quando vedi che il CEO dell’IOF, Mr. Henrik Eliasson, continua imperterrito a spostare transenne come ai JWOC, e sorride a tutti, allora capisci che il sorriso è una arma molto più potente e performante di una faccia incaxxosa)

E io, dentro quel caos perfettamente organizzato, mi sono sentito incredibilmente bene. Forse perché il Ticino ha questa capacità speciale: ti fa sentire contemporaneamente all’estero e a casa. Per questo, ad un certo punto, mi sono fermato. Ho guardato il lago, ho guardato Piazza Grande piena, ho guardato gli atleti arrivare con gli occhi stanchi e le gambe distrutte, nella bellezza feroce di questo sport assurdo che trasforma podisti in gladiatori e gazzelle in guerriere.

E ho pensato a quel bambino davanti alla televisione svizzera. A Sabato Sport. A Oxygene. Alle voci che mi hanno insegnato cosa significhi raccontare lo sport. E ho pensato che la vita, ogni tanto, fa dei giri pazzeschi. 

Perché quel bambino lì, probabilmente, non avrebbe mai creduto possibile ritrovarsi un giorno in Piazza Grande a Locarno, con un microfono in mano, intervistato dalla RSI, dentro una Coppa del Mondo, accanto ai professionisti che aveva sempre ammirato da lontano.

E invece è successo. E’ successo grazie a un gruppo di persone che ha deciso di fidarsi.

Questa parola torna sempre. Fidarsi. Perché alla fine tutto gira attorno a quello. Nik, Beat, Danilo, Sergio e Checo, tutto il team ticinese, la produzione, la regia, la RSI. Tutti.

Mi hanno dato spazio, mi hanno dato fiducia, mi hanno dato responsabilità. E io spero davvero di aver restituito almeno una parte di ciò che ho ricevuto, attraverso la mia voce, la mia passione, il mio caos mentale continuamente rimesso in ordine dalla disciplina svizzera. Con l’entusiasmo forse troppo italiano ma assolutamente sincero.

Forse la cosa più bella di quei tre giorni è che non mi sono mai sentito “quello venuto da fuori”, ma mi sono sentito parte di qualcosa. E per uno che ha passato una vita ad ammirare la Svizzera da oltreconfine, questa è una cosa che pesa. Pesa davvero. Perché ci sono luoghi che per anni guardi da lontano pensando che appartengano a un altro pianeta. E poi un giorno ti accorgi che qualcuno, da quel pianeta, ti sta dicendo: “Vieni. Dai. Sei dei nostri.” 

Allora forse il senso di tutto questo non sono nemmeno le telecamere, la Coppa del Mondo, Piazza Grande o l’intervista alla RSI. Il senso vero è la fiducia, quella fiducia silenziosa, concreta, svizzera, che non ha bisogno di troppe parole ma che vale infinitamente più delle parole. E io questa fiducia me la porterò dietro per parecchio tempo.

Perché sì, si fa presto a dire Svizzera.

Ma poi ci entri dentro davvero e scopri che dietro la precisione c’è il cuore. Dietro il rigore c’è il rispetto. Dietro la professionalità c’è il desiderio autentico di fare le cose bene insieme.

E allora grazie, Ticino. Grazie Locarno. Grazie Ascona. Grazie Piazza Grande. Grazie RSI. Grazie a chi mi ha accolto come uno di casa. Grazie a chi mi ha sopportato nelle mie esplosioni di entusiasmo. Grazie a chi mi ha aiutato a non perdermi dentro la mia stessa adrenalina.

E grazie soprattutto per avermi ricordato una cosa fondamentale: la passione, quando incontra la competenza, produce magia.

Ci vediamo alla prossima. Magari ancora con un microfono in mano. Magari ancora sul lago. Magari ancora con qualcuno che mette Born To Be Alive al momento sbagliato.

E a quel punto prometto già da ora che proverò a trattenermi.

Anzi. Meglio dire: forse mi tratterrò, ma non lo garantisco.