Stegal67 Blog

Friday, April 03, 2026

Era una notte buia e tempestosa…

No, non era notte.

Non era buio.

E soprattutto non tempestava un bel niente.

Era giorno.

A Soave.

Trentasei gradi all’ombra — che poi, ombra non ce n’era — e io ero sul tetto del camion-regia di Videomedia in compagnia di Johnny Lazzarotto (telecronista sportivo in gambissima!) a urlare dentro un microfono come se stessi salvando il mondo, mentre commentavo i Campionati Europei di orienteering, dopo aver salutato Forsberg e averlo lasciato da solo sotto il gazebo a fare l’arena-speaker in solitaria… “e mo’ sono cavoli tuoi”

Elegante? No.

Dignitoso? Nemmeno.

Ma una esperienza assolutamente incredibile.

Ed è in quel momento, come nelle migliori storie — o nelle peggiori, dipende dai punti di vista — che arriva lui: il messaggio. “Ti andrebbe di provare a commentare il pattinaggio di velocità?”. E lì, amiche ed amici miei, il mondo ha fatto clic.

Una sliding door, ovvero “come la vita decida ogni tanto di prenderti a schiaffi (ma con affetto, eh?). Si, c’è questa cosa delle sliding doors che ci raccontiamo sempre, no? “Se avessi fatto quello…” “Se non fossi andato là…”. Ecco. Nel mio caso non è una porta. È un portone blindato che mi è caduto addosso mentre stavo passando tranquillo sul marciapiede con il sacchetto della spesa.

Perché io, il commentatore sportivo, volevo farlo davvero. Da sempre. Da quando negli anni ’70, in una casa dove lo sport era una religione laica, ho scoperto che una gara non è solo qualcuno che va più veloce di un altro. È una storia. È tensione. È attesa. È racconto… È voce! E quella voce… volevo essere io. Poi la vita — che è una simpatica signora con il gusto per la violenza gratuita — ti dice: “No guarda, tu no. Tu fai altro.” E quindi niente astronauta, niente pilota, niente Piccolo Principe. Niente commentatore sportivo. Certo, in tutti questi anni ho fatto tante prove, fin da giovane, ottenendo pubbliche disapprovazioni a scuola, pubblicando piccole cose per vari sport, a caso, quando trovavo l’ispirazione. Ho fatto il redattore per una rivista di scacchi. E poi arriva l’orienteering, ovvero un’arte nella quale sono maestro: l’arte di perdermi… e di ritrovarmi, ma con un microfono in mano.

Fine anni ’90. Internet è una cosa per pochi eletti, Google è fantascienza e le informazioni si trovano con la stessa facilità con cui oggi si trova parcheggio in centro a Milano: cioè, non si trovano. Se volevi sapere com’era andata una gara, o ti accalcavi come un disperato davanti a una classifica appesa a una ringhiera, o aspettavi le fotocopie di Dario che sarebbero arrivate quando e se gli organizzatori avessero mandato alla sede della tua società le classifiche cartacee, o eri talmente bravo che qualcuno scriveva il tuo nome da qualche parte.

Io non ero nessuna di queste tre cose.

Però un giorno succede. Una staffetta. Terzo posto. Nessuno se ne accorge. E io, che evidentemente avevo dormito male — ma male male — decido di mandare una email. Una email nel 1999. Praticamente un atto rivoluzionario.

E da lì, parte un effetto domino di altra gente che aveva dormito male: il presidente della mia società scrive alla Segreteria Fiso, che scrive all’addetto stampa, che risponde alla segreteria Fiso che risponde al mio presidente che inoltra a me che al mercato mio padre comprò.

“Vuoi provare a scrivere?”. Che, letto sotto effetto di stupefacenti, diventa “Prova tu se credi di esserne capace!”. Scusa? Si può? E così nasce tutto.

I primi pezzi. Freddi. Cronachistici. Noiosi. Poi qualcosa cambia: “Perché non raccontarla prima la gara e vedere se ci ho azzeccato?”. E poi: “Perché non raccontarla da dentro, quella gara, con gli occhi di chi è sudato graffiato macchiato di sangue e con le unghie incatramate dal fango di qualche salita?”

E lì nasce uno stile. Il mio. Caotico. Poco elegante. Completamente emotivo.

Poi arriva il giorno in cui ho rubato un microfono (ma legalmente, eh?). Trofeo delle Regioni a Pian del Gacc. Andrea Rinaldi — persona seria, speaker composto, comportamento professionale — deve andare a un matrimonio. Errore fatale. “Vuoi provare tu, Stefano?”. Io: “Sì.”

E da quel momento… il microfono non lo rivede più. Perché succede una cosa strana: entro nel bosco come atleta, ne esco distrutto… e parlo al microfono. Parlo per ore. Parlo di tutto. Parlo troppo. Ma la gente ascolta. E da lì non si torna più indietro.

Ottobre 2023. Soave. Caldo infernale. Io sul camion. “Ti andrebbe di commentare il pattinaggio di velocità?”. Risposta razionale: no. Risposta reale: “Ok, ma fammi tornare a casa che ci sentiamo con calma dopo gli Europei”. Con calma vuol dire che il primo neurone pensa: “prendiamo tempo, si accorgeranno da soli che è una assurdità”. Ma l’altro neurone intanto raccoglie informazioni: prima o poi qualcuno si farà vivo, occorre avere un piano, abbozzare una risposta.

Finiscono gli Europei, ritorno alla vita quotidiana e, un giorno, suona il telefono: numero sconosciuto. Ma è la telefonata che segue il messaggio: “Vuoi provare?”. I due neuroni entrano in competizione tra loro, le sliding doors, il pessimismo cosmico che mi pervade e che mi fa scuotere il capoccione “non ce la farò mai”. Ma. In fondo, perché non provare? Una sola accortezza, un solo disclaimer: ci proverò, farò del mio meglio, “se non dovesse funzionare, me lo dite ed amici come prima, ok?”.

Flash forward. Sono in cabina di commento. Una VERA cabina di commento, con la regia, con un microfono enorme, con un fonico professionista accanto a me che mixa la mia voce, con le immagini davanti che scorrono. Esordisco in uno sport invernale e il livello è già Coppa del Mondo Juniores (pur sempre juniores sono, ma pur sempre Coppa del Mondo!).

Diretta streaming. Zero esperienza.

Perfetto, no?

Comincia la prima gara. Non è orienteering, mi ripeto. Stai calmo, stai concentrato. 
Quaranta secondi nei quali parlo in modo pacato (forse), professionale (spero), compassato (non so nemmeno cosa vuole dire. Quaranta secondi di “Partita la prima batteria! Sembra che il concorrente in corsia interna sia partito meglio… aggredisce il rettilineo iniziale… primo tempo intermedio…”.
Io parlo.

E poi da fuori della cabina si sente un urlo. Una voce fa irruzione in cabina di commento: “CHI &%&%£ STA COMMENTANDO?!?!”. Fine. Il fonico indica me con il dito, l’assistente indica me. Io appoggio lentamente il microfono sulla sua base. Fine. Così pensavo. E invece:

VOGLIO TE. SETTIMANA PROSSIMA. AL MONDIALE. VOGLIO SOLO TE E NESSUN ALTRO

Riprendo lentamente il microfono in mano e ricomincio a parlare.

Grazie Nìcola sempre, ovunque tu sia in questo momento.

E poi… si entra in un altro mondo. Coppe del Mondo Junior, Mondiale Master, Coppa del Mondo, Campionati Mondiali. I miei commenti sono spesso fuori dagli schemi consueti, ma che bello quando arriva l’atleta che vince la Coppa del Mondo e mi dice “Mi hai fatto vincere tu! Ti ho sentito alla penultima curva… dicevi che dovevo dare tutto e ho vinto!” (il che è falso, ovviamente. Ma è bellissimo.)

Poi un giorno di primavera sto camminando davanti al mio ufficio, in strada in via Manzoni. Suona il telefono: numero sconosciuto. Si tratta di E., una persona totalmente superiore a qualunque standard di gentilezza, di cortesia, di empatia con cui abbia a che fare nel mio quotidiano. Avendo vinto un paio di ori Olimpici (e sarà poi penultimo tedoforo alle Olimpiadi), già il fatto che parla con me è una cosa incredibile, e invece è (ed è sempre stato) di una umanità eccezionale: “Ti andrebbe di commentare le Olimpiadi?”. Domanda retorica. I due neuroni sono d’accordo, per una volta (terrorizzati ma d’accordo): se non rispondo “Si”, cosa ho fatto tutto questo a fare?

“Bene, passerò ad A. il tuo numero. Ha tantissimo da fare, non aspettarti una chiamata presto, magari ti chiamerà tra un mese o due, ma ti chiamerà”.

Quando la telefonata finisce, guardo il cellulare e sono ancora incredulo. Faccio qualche altro passo incerto verso l’ingresso dell’ufficio. Risuona il cellulare: numero sconosciuto. “Ciao, sono A., mi ha appena dato il tuo numero E. Mi confermi che sei dei nostri? Si? Bene, sei dentro!”.

29 novembre 2025: il momento

Sono lì. Davvero. Al Milano Speed Skating Stadium ancora in costruzione. Ultima fila. Regista nell’orecchio sinistro. Fonico nel destro. DJ che spinge musica a 150 bpm.

Un concentrato di tensione, precisione, emozione pura. Una macchina perfetta fatta di persone: chi parla, chi produce, chi coordina, chi sistema ogni dettaglio invisibile, chi crea i giochi di luci, chi gestisce il suono, chi crea le immagini. Ogni funzione è una piccola piramide con una persona che fa da focal point e un piccolo ma efficacissimo contorno di persone che aiutano.

E poi c’è lei: Alexandra. Lei è una professionista vera. Le Olimpiadi le ha viste dalla pista, dal punto di vista della atleta. Lei ha la capacità di capire con una frazione di secondo di anticipo tutto quello che sta succedendo in pista, sa quello che le atlete e gli atleti stanno passando perché è lei per prima che ha vissuto quella vita. Io sono “solo” quello che è capitato lì perché le sliding doors e i pianeti si sono allineati…





Eppure, diventiamo immediatamente una squadra. Non lasciamo spazio al protagonismo personale, all’ego. Squadra dal primo stante. I dialoghi con Alexandra fin dal primo minuto del primo giorno sono del tipo “Cosa ne dici se gestiamo questa gara in questo modo?” “Si, certo, ottima idea e poi magari aggiungiamo quest’altra cosa?” “Certo, e quindi io faccio questo poi tu fai quest’altro poi riprendo la linea io e poi tu chiudi in questo modo…”. Sempre questo, per tutta la durata del nostro impegno

Voglio riprendere qui un vecchio adagio del rugby: una squadra di rugby è fatta di quattrodici persone che si sacrificano per dare al quindicesimo un metro di vantaggio. Ecco: il nostro team è fatto di decine di persone che si sono fatte in quattro per dare ad Alexandra e a me la possibilità di commentare le Olimpiadi.

E poi c’è Simon. Sport Editor. Non c’è televisione di primaria importanza per la quale non abbia commentato sport. Competenza esagerata, cortesia illimitata. Una macchina da coinvolgimento del pubblico. Perché le Olimpiadi sono diverse da ogni altra cosa: il commento non comincia quando la prima atleta ha messo pattino sul ghiaccio. Comincia due ore prima, quando il primo spettatore entra in arena e vogliamo che venga coinvolto, che sventoli le sue bandiere, che si pitturi il viso, che canti e che balli e che giochi con noi finché non è il momento di lasciare lo spazio alle gare. E Simon, in tutto questo, è una macchina perfetta e infaticabile guidata da Rodd, il regista.

Due parole su Rodd. Lui è il primo responsabile di tutto, il regista di tutto quello che avete visto, sentito o a cui avete assistito. Fa un lavoro asfissiante e logorante. E fin dal primo momento, lo ha messo in chiaro: lui avrebbe preso al posto nostro tutti i proiettili, tutte le critiche, qualunque cosa ci fosse arrivata addosso. Primo comandamento di Rodd: nel debriefing serale post-gara non si muovono critiche a nessuno, perché tutti devono andare a letto tranquilli. Secondo comandamento di Rodd: se tutti quanti ci impegniamo e mostriamo concentrazione e dedizione, andrà tutto bene. Terzo comandamento, il più importante: per qualcuno, queste potrebbero essere le prime e ultime Olimpiadi, quindi l’importante è DIVERTIRSI, essere noi stessi, mostrare quelle capacità che qualcun altro (nel mio caso: Pierluigi, Nìkola e poi E. ed A.) ha già colto e che sono il motivo per cui siamo lì.


Un giorno Rodd ha guardato nella direzione di Alexandra e mia, che ormai ci passavamo la linea con un movimento del pollice. Se il pollice della mia mano destra va verso l’esterno (Alexandra è seduta alla mia destra), parte lei, poi io la seguo. Se il pollice va verso l’interno, parto io e Alexandra mi segue con una cadenza che abbiamo già concordato, fifty-fifty. Un pollice per dirsi: “vai tu”. E mai — MAI UNA VOLTA — ci siamo sovrapposti. E Rodd a un certo punto ci guarda e si mette a ridere e dice: “Ma con tutta la tecnologia che abbiamo… voi usate il pollice?”

Sì. E ha funzionato come e meglio di tutto il resto.

“Stefano in English in Five… four… three… two… one… GO STEFANO!”. E io parto.

Perfetto. Provato. Riprovato. “Siete confidenti? Siete tranquilli con le premiazioni? Si? Ok, riproviamo ancora una volta”

Poi arrivano i momenti. Quelli veri. Giorno UNO. Al mattino Franzoni e Paris hanno preso le medaglie nella discesa libera. Le notizie sono già state date, consolidate, digerite. Adesso è il turno del pattinaggio di velocità. E’ il turno dei 3000 metri femminili. In pista c’è Francesca Lollobrigida, che fa una gara pazzesca, che stia vincendo lo capirebbe anche uno appena sbarcato da Marte. Arriva la prima medaglia d’oro per l’Italia, il primo giorno, da una atleta con un nome importante.

Ma c’è un MA. Sono le ore 18:00. Per i telegiornali generalisti non c’è molto tempo per imbastire un servizio degno di questo evento.

Però c’è un PERO’. C’è la cerimonia di premiazione. E nella cerimonia di premiazione, per protocollo Olimpico, c’è la mia voce. In crescendo “Medaglia d’oro… e Campionessa Olimpica… per l’ITALIA !!!... Francesca!!! LO-LLO-BRI-GI-DA!!!!!!!!”.

E’ andata. La prima cerimonia è passata indenne. Domani è un’altra gara. Sto rientrando a casa e alle 20.00 il cellulare, letteralmente, ESPLODE!

Perché il TG1 è partito con la sigla e poi, prima ancora di inquadrare la giornalista, con la cerimonia di premiazione. E con la mia voce.

Perché il TG5 ha fatto la stessa cosa, e continuerà per tutto il giorno seguente nel “rullo” a far sentire la stessa frase. Perché lo fa il TG7, poi il TG2, poi il TG3, Notti Olimpiche, cominciano a comparire i video su Instagram e sotto, nel momento più importante della vita di una atleta, mentre sale sul podio a ricevere la medaglia d’oro Olimpica, c’è la mia voce.

Ovunque. Per giorni. Lo sento. So che là fuori ci sono migliaia di persone che lavorano nello sport, che hanno studiato e hanno sudato lacrime e sangue per cercare di affermarsi. Persone che lavorano in ambito sportivo in televisioni grandi e piccole, per giornali a diffusione nazionale o locale, per radio globali o che si sentono solo nei confini di un piccolo paese. Ed è come se fossero stati sorpassati sul lato destro da me.
La voce delle Olimpiadi, in quel momento, è stata la mia.

Poi ancora. I 5.000 metri maschili. Il bronzo di Riccardo Lorello. E quando c’è una tuta azzurra in pista, Alexandra che mi lascia tutto lo spazio che desidero, Rodd che si diverte e non scuote mai la testa quando vede che mi sto emozionando e mi sto mettendo a piangere.

Io che urlo. Il pubblico che esplode. Giovedì 12 febbraio Francesca Lollobrigida bissa l’oro Olimpico con gli ultimi due giri in totale apnea, ed io la seguo pattinata per pattinata, cercando di spingere lei e di tenere la mia voce dentro i confini del puro tifo (non ci sono riuscito). Lei che vince per dieci centesimi. E io che sto urlando sapendo che nessuno mi sente davvero.

Ma non importa. Perché è tutto lì. E poi il team event. Per i soli finali, venuta fuori così senza che ci avessi pensato prima

“IL DREAM TEAM È L’ITALIA!!!!!”




Urla. Ghiaccio. Velocità. E io che tengo tutto insieme grazie a chi lavora dietro.

Perché sì, diciamolo: ci sono quattordici persone che lavorano per permettere a due di parlare.

E senza quei quattordici… tu non sei niente.

Non sono solo gare. Sono persone. Amici che vincono medaglie e tu piangi. Ancora. Come un bambino. Interviste improvvisate. Domande vere.  Risposte che fanno tremare. Storie. Sempre storie. Quelle che sentivo da bambino, solo che stavolta la voce è la mia. In fondo ho sempre pensato che anche il duello tra Achille ed Ettore fosse una competizione sportiva, e che Omero ne fosse il commentatore sportivo

E poi finisce. E questa è la parte peggiore. Perché finisce, ovviamente. Torni a casa. Ti siedi.

E improvvisamente… silenzio. Dopo mesi di caos, adrenalina, vita al massimo volume. Silenzio. E mi manca. Mi manca tanto.

Epilogo (o forse no)

Se mi chiedete qual è stata la sliding door… non lo so. Forse quella volta che sono arrivato terzo e ho mandato quella email? Forse quel giorno in cui ho detto “ok, ci provo”. O forse è tutto. Una catena di eventi improbabili che, messi insieme, diventano inevitabili.

Quello che so è questo: ho vissuto qualcosa di irripetibile, di gigantesco, di profondamente umano.

E sì… me lo sogno ancora di notte. 

E, sinceramente, spero di non smettere mai.