Come praticare orienteering senza fare neanche mezza gara
C’è gente che misura una stagione di orienteering in chilometri corsi, punti di Coppa Italia, ranking, podi, split time e scelte di percorso. Io invece ho deciso di affrontare il 2026 come farebbe un panda in letargo, un dirigente FIGC, uno stand-up comedian che nessuno sta ad ascoltare: senza correre praticamente una mazza.
A metà stagione sportiva posso infatti affermare con orgoglio
che non ho disputato neanche mezza gara. Zero. Nada. Nisba. Probabilmente
all’Unione Lombarda Milano ci sono nuovi compagni e nuove compagne di squadra
che pensano che io sia una leggenda metropolitana. Una specie di Bigfoot. Un’entità di
cui hanno sentito parlare, ma che nessuno ha mai visto davvero.
“Ma Stefano esiste?” “Pare di sì” “Corre?” “No” “Ma fa
orientamento?” “Boh, credo parli al microfono” “Ah, tipo Spotify?” Più o meno. La
verità è che mentre il resto del movimento si preparava per la stagione, io ero
impegnato in una piccola distrazione chiamata Olimpiadi.
Quelle vere. Quelle con i cinque anelli. Quelle dove se sbagli una
frase ti sentono milioni di persone invece dei soliti tre dirigenti federali,
due genitori e un concorrente che si è perso andando alla partenza. Come ho già
raccontato, tra gennaio e febbraio la mia vita è stata completamente
risucchiata dentro l’avventura olimpica del pattinaggio di velocità. Arena
speaker.
Il che significa che mentre gli altri facevano ripetute nei
boschi, io annunciavo campioni olimpici. E qui entra in gioco una statistica
che considero assolutamente imparziale e scientifica, praticamente una scienza
esatta: tra gli speaker italiani presenti ai Giochi, io sono probabilmente il
più vincente della storia. Tre ori. Quelli di Francesca Lollobrigida e del Team
Pursuit con Davide Ghiotto, Andrea Giovannini e Michele Malfatti. Due bronzi: quelli
di Riccardo Lorello e ancora di Giovannini. Ora, non sto dicendo che abbiano
vinto grazie a me. Non lo sto dicendo, eh? Sia ben chiaro… “Ah! Però lo hai
scritto!”. No, io sto solo facendo notare timidamente ed in modo velato che non
hanno vinto tre ori e due bronzi senza di me.
Perché le coincidenze esistono. Ma fino a un certo punto.
Nel frattempo, mentre io annunciavo il primo oro italiano e
la mia voce finiva nei telegiornali nazionali, sui social e praticamente
ovunque tranne che nella segreteria della FISO, risultavo anche tracciatore
della gara di Milano nei Parchi del Parco Forlanini. Una presenza puramente burocratica, più o meno
come dichiarare che durante il primo allunaggio ero impegnato a controllare i
buchi nella fetta di emmenthal.
Quando sono finite le Olimpiadi ho pensato: bene, adesso
torniamo all’orienteering.
E infatti sono andato immediatamente a prendermi ice buckets in faccia tra Pietra Ligure e Albenga. Da speaker, naturalmente. Perché
se c’è una cosa che distingue uno speaker da una persona sana di mente è la
disponibilità a correre la gara prima di tutti per poi lavorare altre sei ore.
“Ma chi glielo fa fare?” hanno detto alcune tra le persone meglio introdotte
nell’ambiente tra cui le gemelle Sara e Nora Delic? Brave ragazze: domanda
eccellente. La risposta? “Eh… ma che ne so…”.
Giusto per dire, tutti quanti ci ricordiamo del famoso
passaggio sulla spiaggia di Pietra Ligure. Bellissimo. Poetico. Romantico. Una
roba da catalogo turistico. Poi però arriva la realtà. Perché se lo fa Matthieu
Van Der Poel (giuro che ho pensato a Van Der Poel in quel momento!) sembra una
pubblicità Nike. Se lo faccio io sembra il trasporto eccezionale di un
frigorifero industriale su terreno accidentato. E con quel vento. E con quella
pioggia gelata. Da ovest, sempre da ovest (maledetti francesi, pensavo, che non
si sono tenuti la tempesta sulla testa ancora per un paio d’ore, il tempo che
io finissi il mio giro). Ogni volta che giravo i piedi verso ovest sembrava che il
Mediterraneo avesse deciso di prendertela con me, ma sul personale proprio!
Il giorno dopo invece sole, caldo, premiazioni in
pantaloncini. Come se qualcuno avesse cambiato continente durante la notte, una
roba che nemmeno gli sceneggiatori di Netflix quando finiscono le idee.
Da lì è iniziata probabilmente la parte più assurda della
stagione. Si riparte da Osoppo, che in realtà era la metà di un viaggio multimodale degno di una tesi di ingegneria dei trasporti. Tram
e bus, in una giornata con lo sciopero ATM. Stazione di Rogoredo: il treno mi
parte davanti mentre sto per mettere il piede sul predellino. Vengo recuperato
in extremis da Marco, quando ormai mi sento già poco essere umano e più bastoncino del testimone di una
staffetta.
Finisco a Baselga dove, indossando una maglietta taglia L che sui miei 110 chili aveva più o meno la stessa efficacia di un telo mare usato come tendone da circo, presento la serata dedicata ai campioni olimpici dell’Altopiano di Piné. “Non le abbiamo fatte più grandi perché gli atleti non portano più di una L”. Certo, evidentemente io appartengo a una categoria zoologica differente.
Poi praticamente autostop fino a Borgo Valsugana. Alle sei del mattino del sabato vengo recuperato in stile film sovietico lungo una statale deserta dal bi-campione del mondo Luca Dallavalle che mi porta al furgoncino del Gronlait.
A quel punto mancava solo un elicottero della NATO.
Arrivo a Osoppo. E lì vengo praticamente adottato, prima da Bepi Simoni e Clizia Zambiasi che mi portano avanti e indietro tra Gemona e Osoppo, poi da Paolo Di Bert che mi accompagna fino a Udine, non prima di avermi fatto vedere la sede del Friuli MTBO. Nel mezzo commento tre gare di MTBO. Tre. Non una. Tre. Come le medaglie d’oro che ho commentato alle Olimpiadi (questa cosa delle Olimpiadi riesco sempre a buttarla dentro in ogni discussione… così per caso…). Ad Osoppo mi invento una cosa mai fatta prima, perché se Mariah Carey riesce a cantare in italiano durante una cerimonia olimpica, allora anch’io posso fare un discorso in sloveno, con l’aiuto fondamentale di Metka (ovvio!) che probabilmente si è resa conto che la mia pronuncia rappresentava una minaccia diplomatica per le relazioni tra Italia e Slovenia.
Eppure ce l’abbiamo fatta. Più o meno. Poi Carrega, Cremona,
Locarno, la Svizzera che tutti immaginano come un posto ordinato, pulito e
perfetto (e lo è, intendiamoci) e per noi dell’orienteering passare da una
località all’altra significa soprattutto una cosa: scoprire i giovani fenomeni
che arrivano, le vecchie glorie che resistono ed i dirigenti che presidiano le
proprie sedie come se sotto ci fosse custodito il Sacro Graal. Devo dire che
purtroppo, talvolta (lo dico in modo impalpabile e velato) l’orienteering
italiano è anche questo: una gigantesca staffetta generazionale, con i giovani
leoni che bussano alla porta e qualcuno che da dentro continua a chiedere: “Chi
è?” “Siamo noi, il futuro” “Ripassate tra dieci anni!”.
Poi arriva Cuneo e la Provincia Granda, che già nel nome
sembra una minaccia orientistica elevata al quadrato: salite che sembra che ti portino al valico con la Francia, albergatori che
riescono a lasciarti a piedi una volta. Due volte. Tre volte. Tre, come le
medaglie olimpiche che… Alla terza
non sei più un cliente ma una cavia per uno studio sociologico del tuo rapporto
tra Booking e la realtà. Durante la sprint di Demonte c’è persino chi mi chiede di
abbassare la voce. Abbassare la voce. A me? Perché sto facendo troppo casino per
una gara nella categoria W16. Come se quelle ragazze non si stessero giocando
tutto, come se il bello dello sport non fosse esattamente quello, come se la
passione dovesse essere tenuta al guinzaglio.
Naturalmente ho continuato, forse pure più forte 😊
Poi Sestri Levante, Campomorone, e le selezioni WOC. Bellissime,
tecniche e intense. Dove succede una cosa che Pietra Ligure, con tutta la sua
pioggia biblica, non poteva offrire: l’apripista sbuca sulla spiaggia, il sole
finalmente esplode, e improvvisamente il lungomare si riempie di persone che
stanno iniziando l’estate. Se avete partecipato alla gara di Sestri Levante non
dite che non ve ne siete accorti! (parlo per i concorrenti maschi, ovviamente). La
differenza tra Pietra Ligure e Sestri è che nel primo caso il mare cercava di
uccidermi, nel secondo sembrava stesse organizzando una sfilata. Io
naturalmente ero lì a fare il mio lavoro, professionalmente concentrato. Come
sempre? Più o meno...
E infine Pisa. Ora, vorrei ripetere qui quello che ho detto
fino allo sfinimento (altrui) durante la diretta. Ci sono luoghi iconici, ad
esempio il Colosseo: molto bello. Peccato che i romani ne abbiano disseminati
ovunque. Oppure la Cappella Sistina: fantastica. Oppure ancora Piazza del Campo:
meravigliosa. La Basilica di San Marco: un miracolo.
Ma la Torre di Pisa è un’altra cosa. La Torre di Pisa è
immediatamente riconoscibile da qualsiasi essere umano dotato di occhi. È
probabilmente l’unico monumento al mondo che da secoli viene osservato da
milioni di turisti che fingono di sostenerlo con le mani, praticamente il più
grande meme architettonico della storia. E qualcuno è riuscito a farci correre
l’orienteering sotto. Non in periferia, non nel parco dietro il centro
commerciale: sotto la Torre di Pisa. Una struttura che passa la vita inclinata
senza mai cadere… che a pensarci bene è una metafora perfetta per metà delle nostre
organizzazioni sportive, eppure funziona, incredibilmente funziona!
Così come funziona questo sport bislacco e maltrattato e bistrattato.
Perché alla fine della fiera io non ho corso neanche mezza gara. Eppure ho visto più orienteering di quanto avrei visto gareggiando. Ho visto ragazze diventare donne. Ragazzi timidi trasformarsi in guerrieri. Vecchi campioni restare competitivi. Nuove generazioni affacciarsi. Tecnici crescere. Organizzatori impazzire. Volontari fare miracoli. Ho visto una comunità che continua a reinventarsi, a litigare, a discutere, a lamentarsi, ma anche a costruire e a resistere.
E adesso? Adesso arrivano il Cansiglio Orienteering Meeting,
la Tre3 di Madonna di Campiglio, la 5 Days Italy e soprattutto i WOC. Non ho
ancora capito esattamente quale sarà il mio ruolo, ma ormai ho imparato che non
importa. Perché in questa prima metà del 2026 ho praticato il mio sport
preferito senza correre, senza punzonare, senza classifiche, senza punti in
lista base, eppure immerso nell’orienteering fino al collo. Che forse è il modo
più assurdo e probabilmente più bello per vivere questo sport.
Anche se, a pensarci bene, una garetta prima o poi sarebbe
pure il caso di farla, Giusto per dimostrare ai nuovi dell’Unione Lombarda che
esisto davvero!

























